giovedì 29 marzo 2012

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Globalization

Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada, lì ricomincia la storia del calcio.
Jorge Luis Borges

Si dice che il valore del calcio stia negli occhi, nei cuori, nella passione di milioni di bambini che nelle strade o nelle scuole calcio imitano le gesta dei loro campioni, sognando una giocata, un goal, la vittoria della coppa del mondo...Il fatto è che ciò è possibile perché l'intero mondo è coinvolto nel gioco: il calcio, infatti, ormai è diventato uno sport mondiale, che fa vibrare milioni e milioni di cuori, dei piccoli ma anche dei più grandi, in centinaia di paesi diversi. Pur essendo libero nella sua espressione - ogni manifestazione è unica e irripetibile, una storia a sé - la sua competizione come fenomeno sportivo è regolata e gestita da federazione internazionale e federazioni, associazioni e organismi continentali, nazionali, locali...si fa si, cioè, che il gioco, nella sua libertà, sia giocato ovunque allo stesso modo, secondo stessi principi, norme, attuazioni. In questo senso si può parlare di global football, il fatto cioè che questo sport abbia assunto una connotazione identitaria a livello globale:  su questo insistono, ad esempio, la sua portata mediatica, per cui importanti eventi come World Cup o Champions League sono trasmessi in quasi tutti i paesi del mondo, ma anche la sua portata in termini di affari, di Sport Business, per cui il calcio muove ingenti risorse in termini di investimenti, sponsorizzazioni, spostamento di capitali. Quest'identità costruita impatta anche, volenti o nolenti, e in misura più o meno forte, su tutti quei bambini che giocano per strada, che a quelle immagini globali fanno riferimento. Eppure, in un senso ancor più fondamentale, originariamente fondamentale, e spesso dimenticato, il football è globale per sua natura, perché il prendere a calci un pallone è sempre e dappertutto, in modalità diverse a seconda dei popoli che lo giocano, una rappresentazione del mondo di quella cultura; per questo esso, in senso fondamentale, rinasce "ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada", perché in quel gioco è un frammento di una nuova visione del mondo che si compie. Ma il fatto che oggi si possa parlare di global football, indica allora, come visione del mondo sottesa, che si possa parlare di una globalizzazione della cultura, unica a livello mondiale? La globalizzazione del mondo si specchia cioè, è rappresentata, nella globalizzazione del pallone?
La globalizzazione del football nasce da lontano, fin dalla sua genealogia, la quale lo porta ad essere, a partire da diverse tradizioni e manifestazioni originarie, quell'unico gioco che si pratica ovunque allo stesso modo, estendendosi dalla culla madre Inghilterra a ormai tutti i paesi del globo; questa globalizzazione sta innanzitutto nella formalizzazione di quell'apparato di norme e regole che ne danno, già a partire dall'Ottocento, quella struttura che regge, eccetto pochi cambiamenti, fino ad oggi; in secondo luogo nella sua espansione a livello mondiale, che rende noto il gioco, anche grazie alla cultura vittoriana, in tutto il mondo: ciò anche grazie alla spinta dello Sport in senso ampio, con la rinascita dei Giochi Olimpici voluta da De Coubertin, forse i primi grandi eventi globali della modernità. Fatto sta che nella sua forma moderna in pochi decenni il gioco viene fatto proprio da molte popolazioni, forse inconsapevolmente per il suo senso di fondo, la sua capacità di essere rappresentazione del mondo, una "rappresentazione sacra dell'esistenza", forse l'ultima, come sostiene Pasolini: perché spesso il calcio viene sentito anche il maniera più profonda della religione, e diventa altrettanto importante di altre manifestazioni della vita quotidiana che strutturano la comunità, vero depositario di tradizioni. La globalizzazione della cultura, quella tecnologica, mediatica, dei mercati ecc., allora, di cui tanto si sente parlare, insiste su un fenomeno già ben radicato a livello mondiale. Ma quale impatto ha? Il calcio diventa un punto di vista e di osservazione inedito, ma fondamentale, attraverso cui osservare questi fenomeni! Il fatto, ecco il punto, è che il calcio è mosso da passioni umane, troppo umane...e in queste passioni si leggono tutte le contraddizioni che la globalizzazione porta con sé; le resistenze che si trovano qua e là danno vita alla inestricabilità odierna del fenomeno del football, che, anche se ormai uguale in tutto il mondo, si fa quasi contenitore e specchio principale di nuovi intrecci e diventa affascinante, nel bene e nel male, in mille contesti diversi, per mille motivi diversi: così, ad esempio, nel mondo civilizzato odi etnici, politici, religiosi che sembravano ormai scomparsi, trovano in questo luogo radicale manifestazione: neonazionalismi, estremismi, ideologismi vari sono occasione di rivendicazione e di forti rivalità tra tifosi; ciò si lega spesso alla manifestazione di un'identità, però perlopiù astratta e costruita su base ideologica e infondata, che la globalizzazione col suo livellamento generale sta invece sottraendo ai popoli e alle culture; a ciò si lega anche la reazione e la resistenza alla sola logica del consumo del prodotto calcio, al tifoso profittevole della tv a pagamento, della poltrona, che i valori promossi dal mondo delle curve combattono; ma anche un cambiamento antropologico dei tifosi, per cui strategie commerciali e nuovi stadi tolgono la tradizionale popolarità dello spettatore, per farne invece un facoltoso fruitore; e i fenomeni violenti che non trovano più sfogo nello stadio dove si esercitano ora? Insomma, pochi cenni da approfondire bastano ad indicare come neotribalismi, reclami libertari, ribellioni contro logiche omologanti o repressive, contraddizioni, tutto si mescoli in un intreccio difficile da districare...è il carattere liquefatto del postmoderno, la mescolanza vorticosa dei punti di vista, la mancanza di un saldo punto d'appoggio: mille racconti andrebbero a scontrarsi e ingarbugliarsi, ognuno d'una ricchezza e particolarità indefinita. Tale complessità, val la pena di specificarlo, riguarda l'intero mondo del football, i tifosi come i giocatori, i dirigenti, i club e le federazioni, gli sponsor: episodi di razzismo e di mobbing vario tra giocatori, nello spogliatoio della stessa squadra o da rivali in campo, non si aggiungono a quelle contraddizioni che la globalizzazione, la quale dovrebbe si dice togliere barriere e confini, porta con sé? E se non basta, che dire delle lobby di potere e dei giochi loschi tra i dirigenti dei club, le stanze dei poteri politici, mediatici ed economici, i corridoi delle federazioni e delle istituzioni, che turbano, insinuano sospetti, sviliscono e impoveriscono il calcio? E poi club a servizio di ideologie sociali, religiose, politiche, dirigenti a servizio di giochi criminali, giocatori a servizio del business! E perché alcuni paesi sono rimasti poveri nonostante gli investimenti stranieri, degli sponsor e delle multinazionali di cui beneficiano? E perché la promessa di dare a tutti una possibilità, di sottrarre i bambini dalle strade e dalla povertà non si realizza, e anzi la forbice si acuisce, considerando quei bimbi solo nell'ottica di potenziali tifosi, o meglio, consumatori? Sono domande che, come si capisce, non riguardano semplicemente il mondo del calcio...ma il calcio, come si è detto, è una rappresentazione del mondo, e una buona rappresentazione della globalizzazione...Forse questo caos ordinato, questa incomprensione, può davvero stancare...Forse davvero conviene guardare, ma questa volta con occhi sinceri, al bambino che corre, sorride e piange per la strada...Forse lì, veramente, la storia del calcio ricomincia.
Tommy

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