AYRTON SENNA. ON LIMIT...OF DREAM

Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.

IL CORPO E IL MONDO. Leib e Körper

Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono...Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano.

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Genealogy

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Pierpaolo Pasolini.

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare...

PHILOSOPHY OF RUNNING. La Musica del Respiro

Io sento la terra ed il vento e gli alberi. Io sento il loro spirito. Io sento il ritmo della corsa. È come musica. Gabriel Harmony Jennings.

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lunedì 7 maggio 2012

PHILOSOPHY AND SPORT. La Meraviglia del Corpo

È proprio del filosofo questo [...] di essere pieno di meraviglia; né altro cominciamento ha il filosofare che questo.
Platone

La Filosofia e lo Sport. Due grandi passioni, da sempre. Due mondi apparentemente distanti, opposti, contrari...l'una, la filosofia, attività contemplativa, teoretica, di pensiero...l'altro, lo sport, attività pratica, di campo, di sudore e di fatica...due mondi opposti, ma forse solo apparentemente...All'alba del pensiero filosofico si riteneva che essa, la Filosofia, nascesse dalla Meraviglia, da ciò che si manifesta e problematicizza l'esistenza, e il filosofo fosse di conseguenza colui capace di meravigliar-si di fronte a tale accadere...essere pieno di meraviglia, come diceva Platone; la meraviglia è lo stupore che di fronte all'accadere, al manifestarsi delle cose, sospende il respiro e lascia a bocca aperta, che entusiasma come un mistero chiuso in se stesso, come un bocciolo nell'atto del suo fiorire. Si può essere meravigliati, diceva Aristotele, di fronte a difficoltà semplici, comuni, quotidiane, come fu in principio del filosofare, ma anche di fronte poi a problemi maggiori come i fenomeni della luna, del sole e degli astri, o dell'origine del cosmo. È forse la capacità del manifestarsi del mondo di incarnarsi nel senso della nostra propria esistenza, di far corpo con la nostra vita, che ci fa meravigliare per l'una o per l'altra cosa; la filosofia nasce da ciò che scalda il nostro sangue, che suscita il nostro dolore o il nostro piacere, che smuove il nostro sentimento, che scuote il nostro vivere...è la meraviglia del nostro Corpo aperto al mondo! Quando la filosofia iniziò a suscitare meraviglia nel mondo greco, lo Sport era già nato da tempo: tracce di manifestazioni ultramillenarie si radicano pressoché in tutte le culture, nella stessa cultura greca ne troviamo testimonianza già nei poemi omerici, l'agone omerico; eppure potremmo propriamente parlare solo di giochi agonistici, di competizioni svolte, qui come in altri contesti, in riferimento a rituali guerrieri o a celebrazioni funebri, secondo un'antropologia dell'agonismo, non ancora di sport; forse, come per la filosofia, lo sport è un fenomeno tipicamente greco, nato nell'antica Grecia con l'istituzione dei Giochi Olimpici, fenomeno fondamentale, tratto portante di quella cultura, tanto da scandire, con la sua cadenza quadriennale, il conto del suo tempo. E cosa meravigliava di più il popolo greco, richiamandolo da tutte le parti, sbigottendo persino gli stranieri ospiti, che non quelle manifestazioni, decantate e celebrate da sempre?? I Greci hanno fatto dello sport una meraviglia, consegnando ai posteri tale grandiosa eredità, la meraviglia della bellezza dei corpi in azione capaci nel confronto, nello scontro, di gesti straordinari, che scuote la vita come una sua metafora, che agisce nel dolore e nel piacere con la vittoria o la sconfitta, che illumina nella gloria e fa cadere nell'oblio, che non finisce di stupire. Allora come ora. Perché a distanza di oltre duemila anni, lo sport, come fenomeno universale che accomuna popoli e culture, che si radica fortemente nell'esistenza di tantissime persone, è capace di raccontare storie uniche, incredibili, ogni volta diverse nel loro fascino. La meraviglia, dunque, a unire Sport e Filosofia, ma forse, e soprattutto la Meraviglia del Corpo...perché a dispetto della storia millenaria trascorsa, è il Corpo ciò che può paradossalmente ancora meravigliare, la filosofia e lo sport, unendoli in una nuova sfida, come un impensato ancora da pensare, ciò che può ancora stupire, qualcosa ancora da raccontare. Una sfida per la Filosofia, innanzitutto, se è vero che per lei "il corpo è la cosa più difficile" come sosteneva Heidegger, se è vero che essa è cresciuta da sempre in un fraintendimento del corpo, come sosteneva Nietzsche: la sfida è allora andare oltre questo fraintendimento, che considera il corpo come "tomba dell'anima", fin da Platone, che lo mortifica ai dettami dello spirito con la cultura cristiana, che lo lascia all'ombra del pensiero, della res cogitans cartesiana, che lo scruta con l'occhio di ingrandimento anatomico delle scienze, sempre come fosse una mera cosa, un oggetto. Il corpo è molto di più, è l'apertura originaria della nostra esistenza al mondo, è la circolazione e lo scambio di senso con esso, è vita vivente in azione, la nostra stessa esistenza...è tutto questo, e molto altro, nulla di definitivo, perché non si può rinchiudere sotto la pretesa oggettiva di una definizione, è ovunque e in nessun luogo, sempre altrove, altrove nel mondo, sulla punta del bastone cui mi appoggio, come diceva Sartre, o là fin dove indico, punto zero del mondo rispetto a cui le cose si dispongono, a cui si dà un sopra un sotto, un avanti un dietro, un vicino e un lontano, punto di incrocio di percorsi e spazi della nostra esistenza, come diceva Merleau Ponty; questa sfida che attende dalla Filosofia un nuovo senso del corpo, può traslare come un dono inavvertito, ma fecondo, anche al mondo dello Sport; perché anch'esso, forse, e forse in modo colpevolmente inconsapevole, condivide (paradossalmente, perché lo sport sembrerebbe a prima vista un'esaltazione della corporeità) quel fraintendimento che fa del corpo sportivo un corpo macchina, macchina da prestazione, agglomerato di organi, funzioni o sistemi da perfezionare in un incremento indefinito della sua capacità prestazionale: in questo scenario di fondo si muovono forse tematiche quali il doping, quali una competizione sfrenata portata all'estremo, dove sembra si sia giunti a un estremizzazione del gesto sportivo, alla sua eccessiva distanza dalla portata della gente comune, con conseguente perdita di interesse, quali malattie e infortuni in costante crescita ecc. Ma sulla scia di una riflessione più approfondita di un nuovo senso del corpo andrebbero lette anche nuove tendenze che richiamano a uno sport non più prestazionale, ma alla portata di tutti, uno sport del benessere, del piacere e della forma fisica, di categorie sociali verso cui prima c'era una barriera, del contatto con la natura e l'avventura, della salute, delle sensazioni del corpo vissuto, quasi che il corpo diventasse in tutto questo il luogo della ricerca di senso di identità postmoderne che sembrano disperdersi d'altro canto ovunque, in miti tribali, in mondi virtuali, in incroci e mescolanze ecc...quasi che in questo mondo caotico, dove sembra emergere in modo sempre più profondo una carenza di senso, si avesse il sentore che un nuovo senso passi per la riscoperta del corpo, attraverso il veicolo dello sport. E forse, in maniera più sottile, anche attraverso la riscoperta della filosofia. Lo sport è la filosofia dunque, nella meraviglia del corpo...e una Filosofia dello Sport, come una sola grande passione! 
                                                                                                                       Tommy

giovedì 29 marzo 2012

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Globalization

Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada, lì ricomincia la storia del calcio.
Jorge Luis Borges

Si dice che il valore del calcio stia negli occhi, nei cuori, nella passione di milioni di bambini che nelle strade o nelle scuole calcio imitano le gesta dei loro campioni, sognando una giocata, un goal, la vittoria della coppa del mondo...Il fatto è che ciò è possibile perché l'intero mondo è coinvolto nel gioco: il calcio, infatti, ormai è diventato uno sport mondiale, che fa vibrare milioni e milioni di cuori, dei piccoli ma anche dei più grandi, in centinaia di paesi diversi. Pur essendo libero nella sua espressione - ogni manifestazione è unica e irripetibile, una storia a sé - la sua competizione come fenomeno sportivo è regolata e gestita da federazione internazionale e federazioni, associazioni e organismi continentali, nazionali, locali...si fa si, cioè, che il gioco, nella sua libertà, sia giocato ovunque allo stesso modo, secondo stessi principi, norme, attuazioni. In questo senso si può parlare di global football, il fatto cioè che questo sport abbia assunto una connotazione identitaria a livello globale:  su questo insistono, ad esempio, la sua portata mediatica, per cui importanti eventi come World Cup o Champions League sono trasmessi in quasi tutti i paesi del mondo, ma anche la sua portata in termini di affari, di Sport Business, per cui il calcio muove ingenti risorse in termini di investimenti, sponsorizzazioni, spostamento di capitali. Quest'identità costruita impatta anche, volenti o nolenti, e in misura più o meno forte, su tutti quei bambini che giocano per strada, che a quelle immagini globali fanno riferimento. Eppure, in un senso ancor più fondamentale, originariamente fondamentale, e spesso dimenticato, il football è globale per sua natura, perché il prendere a calci un pallone è sempre e dappertutto, in modalità diverse a seconda dei popoli che lo giocano, una rappresentazione del mondo di quella cultura; per questo esso, in senso fondamentale, rinasce "ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada", perché in quel gioco è un frammento di una nuova visione del mondo che si compie. Ma il fatto che oggi si possa parlare di global football, indica allora, come visione del mondo sottesa, che si possa parlare di una globalizzazione della cultura, unica a livello mondiale? La globalizzazione del mondo si specchia cioè, è rappresentata, nella globalizzazione del pallone?
La globalizzazione del football nasce da lontano, fin dalla sua genealogia, la quale lo porta ad essere, a partire da diverse tradizioni e manifestazioni originarie, quell'unico gioco che si pratica ovunque allo stesso modo, estendendosi dalla culla madre Inghilterra a ormai tutti i paesi del globo; questa globalizzazione sta innanzitutto nella formalizzazione di quell'apparato di norme e regole che ne danno, già a partire dall'Ottocento, quella struttura che regge, eccetto pochi cambiamenti, fino ad oggi; in secondo luogo nella sua espansione a livello mondiale, che rende noto il gioco, anche grazie alla cultura vittoriana, in tutto il mondo: ciò anche grazie alla spinta dello Sport in senso ampio, con la rinascita dei Giochi Olimpici voluta da De Coubertin, forse i primi grandi eventi globali della modernità. Fatto sta che nella sua forma moderna in pochi decenni il gioco viene fatto proprio da molte popolazioni, forse inconsapevolmente per il suo senso di fondo, la sua capacità di essere rappresentazione del mondo, una "rappresentazione sacra dell'esistenza", forse l'ultima, come sostiene Pasolini: perché spesso il calcio viene sentito anche il maniera più profonda della religione, e diventa altrettanto importante di altre manifestazioni della vita quotidiana che strutturano la comunità, vero depositario di tradizioni. La globalizzazione della cultura, quella tecnologica, mediatica, dei mercati ecc., allora, di cui tanto si sente parlare, insiste su un fenomeno già ben radicato a livello mondiale. Ma quale impatto ha? Il calcio diventa un punto di vista e di osservazione inedito, ma fondamentale, attraverso cui osservare questi fenomeni! Il fatto, ecco il punto, è che il calcio è mosso da passioni umane, troppo umane...e in queste passioni si leggono tutte le contraddizioni che la globalizzazione porta con sé; le resistenze che si trovano qua e là danno vita alla inestricabilità odierna del fenomeno del football, che, anche se ormai uguale in tutto il mondo, si fa quasi contenitore e specchio principale di nuovi intrecci e diventa affascinante, nel bene e nel male, in mille contesti diversi, per mille motivi diversi: così, ad esempio, nel mondo civilizzato odi etnici, politici, religiosi che sembravano ormai scomparsi, trovano in questo luogo radicale manifestazione: neonazionalismi, estremismi, ideologismi vari sono occasione di rivendicazione e di forti rivalità tra tifosi; ciò si lega spesso alla manifestazione di un'identità, però perlopiù astratta e costruita su base ideologica e infondata, che la globalizzazione col suo livellamento generale sta invece sottraendo ai popoli e alle culture; a ciò si lega anche la reazione e la resistenza alla sola logica del consumo del prodotto calcio, al tifoso profittevole della tv a pagamento, della poltrona, che i valori promossi dal mondo delle curve combattono; ma anche un cambiamento antropologico dei tifosi, per cui strategie commerciali e nuovi stadi tolgono la tradizionale popolarità dello spettatore, per farne invece un facoltoso fruitore; e i fenomeni violenti che non trovano più sfogo nello stadio dove si esercitano ora? Insomma, pochi cenni da approfondire bastano ad indicare come neotribalismi, reclami libertari, ribellioni contro logiche omologanti o repressive, contraddizioni, tutto si mescoli in un intreccio difficile da districare...è il carattere liquefatto del postmoderno, la mescolanza vorticosa dei punti di vista, la mancanza di un saldo punto d'appoggio: mille racconti andrebbero a scontrarsi e ingarbugliarsi, ognuno d'una ricchezza e particolarità indefinita. Tale complessità, val la pena di specificarlo, riguarda l'intero mondo del football, i tifosi come i giocatori, i dirigenti, i club e le federazioni, gli sponsor: episodi di razzismo e di mobbing vario tra giocatori, nello spogliatoio della stessa squadra o da rivali in campo, non si aggiungono a quelle contraddizioni che la globalizzazione, la quale dovrebbe si dice togliere barriere e confini, porta con sé? E se non basta, che dire delle lobby di potere e dei giochi loschi tra i dirigenti dei club, le stanze dei poteri politici, mediatici ed economici, i corridoi delle federazioni e delle istituzioni, che turbano, insinuano sospetti, sviliscono e impoveriscono il calcio? E poi club a servizio di ideologie sociali, religiose, politiche, dirigenti a servizio di giochi criminali, giocatori a servizio del business! E perché alcuni paesi sono rimasti poveri nonostante gli investimenti stranieri, degli sponsor e delle multinazionali di cui beneficiano? E perché la promessa di dare a tutti una possibilità, di sottrarre i bambini dalle strade e dalla povertà non si realizza, e anzi la forbice si acuisce, considerando quei bimbi solo nell'ottica di potenziali tifosi, o meglio, consumatori? Sono domande che, come si capisce, non riguardano semplicemente il mondo del calcio...ma il calcio, come si è detto, è una rappresentazione del mondo, e una buona rappresentazione della globalizzazione...Forse questo caos ordinato, questa incomprensione, può davvero stancare...Forse davvero conviene guardare, ma questa volta con occhi sinceri, al bambino che corre, sorride e piange per la strada...Forse lì, veramente, la storia del calcio ricomincia.
Tommy

giovedì 12 gennaio 2012

AGON, ALLE ORIGINI DELLO SPORT: Ieri...oggi?

Che tu possa andare incontro alla vittoria o alla sconfitta, e trattare queste due bugiarde con lo stesso viso. 
Rudyard Kipling (iscrizione sulla porta di Wimbledon)

Alcuni pensano che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d'accordo. Posso assicurarvi che è molto, molto di più? 
Bill Shankly

Esiste lo Sport senza Agon? La domanda è volutamente provocatoria in quanto sembra che oggi emergano in prima linea i cosiddetti sport non agonistici, tutta una serie di attività sportive dove l'asse dell'agonismo è posto in secondo piano, se non addirittura tolto di mezzo; sembra si diffonda cioè una tendenza a interpretare e vivere lo sport come un campo dove non si compete più, o si compete sempre meno, con gli altri (siano essi altri atleti, altre squadre, altre nazioni), neppure al limite con se stessi, ma si pratichi invece lo sport solo per il piacere ludico di farlo, per il benessere del proprio corpo e della propria persona! Ma, ecco la provocazione, lo Sport non trattiene un legame fondamentale e imprescindibile con l'agonismo? E se questo è vero, come cambia oggi, nel diffondersi di quelle pratiche non agonistiche, ciò che chiamiamo Sport? Esiste ancora, o dobbiamo pensarlo diversamente? Per rispondere, però, bisognerebbe chiarirsi prima di tutto che cos'è, in fondo, Agon, l'agonismo? Abbiamo intrapreso un percorso sulla via della chiarificazione di Agon in due precedenti post, riguardanti l'uno una riflessione filosofica a partire dall'Agone Omerico, il quale influenza in merito all'agonismo la cultura greca tutta e in cui, quindi, per riflesso, e contrapposizione oserei dire, si possono rilevare aspetti dell'agonismo odierno, occidentale in particolare; l'altro, un'Antropologia dell'agonismo, una rilessione sull'Agon come impulso imprescindibile della specie umana, forza che però va costantemente regolata e modulata.  Su questa scia, dunque, grazie a questi apporti, ci vogliamo chiedere se esiste oggi uno sport scevro della sua componente agonistica; dico "sua" perché lo Sport sembra nascere e svilupparsi da una connaturata matrice agonistica che spinge alla contesa, alla sfida e al confronto. Ma, appunto, discorso primario da affrontare, come avviene lo sviluppo dello sport in relazione alla competizione? Non si tratta qui di ripercorrere la storia dello sport, ma di tratteggiare, per grandi linee, delle componenti fondamentali che interessino la relazione di sport e agonismo, in funzione di un miglior inquadramento della relazione oggi. I primi giochi competitivi della cultura greca li troviamo già presenti nei racconti omerici, come ad esempio quando si narra che i guerrieri mirmidoni, nel riposo forzato seguito alla defezione di Achille che non partecipa alla guerra, giocavano lungo la riva del mare con il disco, l’asta, l’arco (Omero, Iliade). Il gioco è dunque originariamente un allenamento, una preparazione alla guerra, che solo successivamente assume il carattere di un’attività fine a se stessa, di un divertimento che trova in sé la sua ragion d’essere? Molti comportamenti di aggressività animale, come il digrignare i denti da parte del lupo, sono per Lorenz vestigia di vere e proprie azioni, gesti che ricordano fatti: così queste azioni entrano a far parte di un rituale, sono ritualizzazioni, che come una memoria da rinfrescare, producono alla fine scopi diversi da quelli originari (Konrad Lorenz, L’aggressività). Così anche le azioni di gioco potrebbero essere le vestigia di azioni belliche, per cui dallo scagliare un dardo contro l’avversario in battaglia si passerebbe alla competizione di chi lo scaglia più lontano, oppure su di un bersaglio fisso posto ad una certa distanza; ritualizzazione dell’agonismo e della competitività insomma, mediante lo sganciamento dell’attività fisica, della destrezza e dell’abilità nella corsa o nei lanci o nella lotta, dagli scopi bellici, dal combattimento cruento: è così che è avvenuta, per così dire, una prima istituzionalizzazione dello sport (del resto, l’uso di un vocabolario bellico, della disciplina, dell’uniforme, l’esaltazione all’impegno, la dedizione alla squadra sono insieme virtù belliche e prerogative dei giochi di competizione: non a caso Platone ha scritto che i guerrieri sono “gli atleti del più grande agone”) L'attività sportiva, dunque, come sganciamento dall'azione violenta della guerra, e canalizzazione di tale azione e competizione, in un contesto mediato e istituzionalizzato; ma gara e competizione anche come riferimento alla sfera sacra: sempre nell'Iliade si tratta dei giochi funebri che Achille organizza in onore del defunto amico Patroclo: vi compaiono diversi tipi di giochi, diverse specialità che comprendono la corsa dei cocchi, il pugilato e la lotta, il duello con la spada, il lancio del disco, il tiro con l’arco, il lancio dell’asta. Come si vede, anche qui si riproducono tipi di combattimento e situazioni dello scontro fisico: i protagonisti sono i guerrieri, ma il fatto che però i giochi si svolgano in vista di un rito funebre assume la sua importanza: vi è qui, in questo luogo dell’Iliade, un'altra prima istituzionalizzazione del gioco, una forma culturale che lo vede legato al rito funebre, dunque a qualcosa di sacro, a qualcosa dove la differenza tra la vita e la morte si annulla: tale legame sarà mantenuto anche nella successiva istituzione dei grandi giochi panellenici! Questi riprendono queste caratteristiche individuate da queste prime testimonianze, e proseguono e radicalizzano l'istituzionalizzazione dello sport, offrendo al mondo dello sport quell'astro storico che ancora brilla ed è un punto di riferimento della rinascita ottocentesca-contemporanea dello Sport: Olimpia! I giochi olimpici non sono l'unico agone competitivo del mondo greco (c'erano i giochi pitici, i giochi nemei, i giochi istmici, nonché i giochi delle singole poleis come le Panatenée ad Atene), e tuttavia sono un simbolo della formalizzazione e istituzionalizzazione dello sport, come il più grande evento sportivo dell'antichità. La caratteristica interessante è però il mantenimento delle caratteristiche già rilevate: tutti i giochi sono spesso celebrati con funzioni sacre e riti funebri in onore di eroi fondatori (Eracle per le Olimpiadi), antenati, personaggi importanti per il sito: il contesto sacrale con miti, riti, celebrazioni e simboli era presente durante tutto lo svolgimento dei giochi; l'altro aspetto è l'istituzionalizzazione di una contesa, un Agon, violenta: con i giochi vigeva la tregua olimpica, e anche se spesso si manifestavano episodi violenti e sanguinosi, la gara è distaccata ormai dalla violenza indiscriminata della guerra, nella concezione e nell'esecuzione, è una forma perfettamente a se stante; è così, con questi criteri, che possono nascere nuove formalizzazioni nell'istituzione dello sport; il tempo fra tutte: l'evento competitivo si svolge a cadenza regolare, (di più, i greci misuravano il tempo oggettivo -e non è un caso- sul tempo delle Olimpiadi, esse erano la cronologia greca) e anche le gare e le discipline vengono formalizzate da un contesto di regole che le codificano, e che fanno di un'originaria contesa competitiva un'evento sportivo. Ecco qui all'opera, dunque, una primo avvicinamento dell'agonismo come matrice universale della specie umana nel mondo sportivo che conosciamo; anche per Elias-Dunning (Sport e Aggressività) lo sport contemporaneo nasce come sportivizzazione del loisir, delle attività del tempo libero, dove in questo processo due sono le determinanti fondamentali, una spinta all’espulsione di comportamenti sanguinari e al contenimento della violenza nell’azione competitiva, e una crescente formalizzazione, che verte sull’uniformazione e regolamentazione delle pratiche; per quanto riguarda il primo fattore, esso è prodotto da un elevarsi della soglia di ripugnanza nei confronti delle situazioni violente del loisir, mentre il secondo aspetto è il tentativo di conferire uniformità alle interazione dei loisir, facendo si che essi si svolgano secondo regole precise nello stesso modo e ovunque vengano disputati; la spinta alla sterilizzazione e alla regolamentazione si legano peraltro l’una con l’ altra: l’intreccio provoca un equilibrio competitivo – divisione in fasce d’età e categorie, divieto di compiere certi atti motori non previsti dal regolamento ecc - dove il rispetto delle norme è al contempo contenimento della violenza. Un esempio che approfondisce e spiega ulteriormente la questione, avvicinandoci ai nostri giorni: il football. Il rito di giocare con una palla è antico quanto il mondo ed è presente in moltissime culture nelle più svariate forme (calcio fiorentino, pelota basca ecc..): nelle comunità arcaiche e in molte altre culture esso si lega spesso e volentieri ad una sfera rituale che ha a che fare col sacro: presso i Maya, come abbiamo visto, il gioco della palla era una rappresentazione cosmica dell’universo. Nel medioevo inglese esisteva un gioco popolare chiamato hurling; esso si giocava con una palla fatta di stracci e tappi di sughero ed esisteva nelle due forme dell’hurling at goal, dove lo scopo è di portare la palla oltre la metà difesa dagli avversari, e dell’hurling over country, giocato una volta l’anno nella campagna che separava due villaggi, dove l’obbiettivo era di condurre la palla all’interno del villaggio rivale; questi giochi, che avevano a che fare con culti e riti ben precisi, finivano con l’essere risse, lotte, regolamenti di conti alquanto sanguinosi, tanto che ci furono da parte delle autorità vari tentativi di proibirli, tutti infruttuosi. Ora, da questi giochi al football moderno intercorrono diversi tipi di formalizzazione del gioco stesso: innanzitutto una sterilizzazione delle gesta violente in base ad un controllo rigorose degli atti motori consentiti e poi una tecnicizzazione delle stesse gesta, ovvero una minuziosa regolazione di tutte le azioni che hanno a che fare con il gioco: il campo di gara viene precisamente delimitato, il tempo della partita e i suoi obbiettivi stabiliti a priori, le forze in campo disposte secondo precise logiche combinatorie che rispondono alla maggiore efficacia in relazione all’azione consentita dalla regola, il gioco organizzato e amministrato da un unico regolamento e il corpus regolamentario accettato e condiviso con figure delegate alla sua applicazione e rispetto. Insomma, per passare dalla mischia selvaggia e furibonda, nella quale inevitabilmente precipitava lo scontro tra le due squadre concorrenti che prendevano a calci una palla di stracci e sughero, alla vera e propria partita di footbaal, è stata necessario una precisa formalizzazione della gara che prima dell’Ottocento occidentale sarebbe stata un frutto mentale ancora acerbo e prematuro; è infatti nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento (grazie a un apporto consistente delle dinamiche della modernità nella formazione dello sport, per cui oltre a sinergie e omologie col processo di industrializzazione, ricorderei quelle caratteristiche che Guttman individua nel passaggio Dal rituale al record: la natura degli sport moderni: cfr: secolarismo, uguaglianza, specializzazione, razionalizzazione, burocratizzazione, quantificazione, record) come la che la maggior parte degli sport acquisiscono la struttura identitaria pressoché identica a quella che oggi conosciamo - anche se i regolamenti cambiano e la formalizzazione avviene di continuo - e si sviluppano in tutto il mondo. Un lungo processo, sempre in corso, di formalizzazione e regolazione dell'agonismo: è così che Agon viene condotto sulle soglie dello sport dei nostri tempi; è così che il barone francese De Coubertin nel 1896 può riaccendere la fiamma olimpica, e aprire l'epoca in cui lo sport, e l'agonismo incarnato in esso, vivono la loro massima espressione: comitati olimpici, federazioni sportive, leghe e associazioni danno vita, a livello locale, nazionale, mondiale a competizioni, campionati, eventi che fanno dello sport una delle manifestazioni fondamentali dei nostri tempi. "L'importante non è vincere, ma partecipare" è la famosa massima di De Coubertin: è tutt'altro che un manifesto anti-competitivo, proprio l'opposto, è l'esaltazione dell'agonismo sportivo: l'importante è esserci, competere, partecipare all'agone (e la competizione sembra estendersi a macchia d'olio: competono i membri della società per un "posto al sole", qualsiasi esso sia, competono le imprese, competono le religioni e le visioni del mondo, competono gli stati....oggi più che mai, su scala globalizzata...ma non è stato forse lo sport il primo vero motore o uno dei veicoli più importanti della globalizzazione?). La competizione diventa storia importante come la stessa vita (Alcuni pensano che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d'accordo. Posso assicurarvi che è molto, molto più importante - Bill Shankly), perché la vita stessa è competizione, e va oltre la vittoria o la sconfitta (Che tu possa andare incontro alla vittoria o alla sconfitta, e trattare queste due bugiarde con lo stesso viso - Rudyard Kipling), perché ciò che conta è esserci, far parte del gioco di Agon. Eppure, ed è un'avversativa che conduce direttamente al nocciolo della questione, nonostante sia ormai chiaro che la competizione va oltre il semplice gioco del vincere o perdere è un Agon profondamente diverso da quello omerico e dall'agonismo con cui ci si sfida nelle comunità arcaiche: non è più scambio, ricerca comune, confronto e compartecipazione, tutt'altro, dell'Agon del tempo dello Sport si sottolinea essenzialmente la prestazione: emerge cioè colui che consolida la propria posizione in maniera assoluta o relativa, in riferimento a certi parametri o valori: fine dello scambio, e inizio dell'imposizione, del primato, del principio dell'efficienza e dell'efficacia: lo sportivo diventa così un laboratorio della pianificazione e dell’ottimizzazione della prestazione; il record, la vittoria a tutti i costi o la semplice discesa in campo in una competizione totalizzante, è la logica conseguenza di ciò, il massimo efficientismo della prestazione; abbiamo allora attività altamente formalizzate, dove l’agonismo volto alla ricerca del record è esasperato e si traduce in specializzazioni e pianificazioni sempre più serrate: le discipline, e coloro che vi prendono parte, inseguono il proprio continuo perfezionamento come una frontiera tecnico-scientifica da spostare sempre più in là. Eppure, come abbiamo rilevato nelle prime righe, e come è sotto lo sguardo di tutti, il fenomeno sportivo comincia a cambiare; comincia a cambiare nella seconda metà del Novecento: infatti, a fianco dello sport campionistico, per così dire, ovvero della competizione agonistica d’alta prestazione, che riflette la ricerca costante dello spostamento in là della frontiera, nel abbattimento del record e nella massimizzazione della prestazione, si sviluppa uno sport altro, che non rientra in quelle logiche, uno sport per tutti: attività fisiche non più legate a logiche della prestazione competitiva tendente all’eccellenza e orientata al risultato, ma piuttosto attività con logiche ludico-espressive, come sport ricreativi non legati al risultato, attività di cultura fisica, che rispondono al tentativo narcisista di modificare il proprio aspetto in base a un’idea di gradevolezza e desiderabilità, attività competitive differenziate, come le competizioni che tentano di aprire la partecipazione a livelli meno ottimali, ad esempio conglobando fasce sociali del disagio, come anziani o portatori di handicap, attività che semplicemente inseguono uno stile di vita attivo, cioè manifestazioni informali di sport che tentano di allontanare la sedentarietà; queste dinamiche aprono la strada ad una seconda sportivizzazione non più rispondente allo sport legato al modello agonistico (vi sono allora quelle attività sportive della riscoperta della natura, gli sport open air, quelle che pongono l’enfasi sulla dimensione ludica, la cultura fan, quelle che affermano la componente acrobatica e quelle della sfida verso se stessi e le condizioni esterne, gli sport estremi, quelle che hanno una finalità non agonistica, come il turismo sportivo o il wellness) Queste attività aprono un paradigma nuovo rispetto a quello dello sport così come si è costituito nella modernità: sono forme sportive che si liberano dal cronometraggio, dalla sfida, dalla competizione, e che privilegiano invece la sensazione di leggera euforia, il vissuto corporeo, il suo ascolto, il libero sfogo della passione e dei ritmi individuali (alcune di questo nuovo modello sono una maggiore individualizzazione e personalizzazione delle pratiche, un ibridamento che combina e ricombina forme sportive esistenti, una delocalizzazione del contesto originario in cui gli sport moderni si sono sviluppati, una tecnologizzazione delle pratiche stesse e infine una traduzione in forma avventurosa di molte attività sportive). Anche lo Sport vive insomma quel passaggio verso il post-moderno, per cui non ci sono più punti di riferimento fissi, ma tutto diventa più liquido, magmatico, labile, ricombinato, senza che vi sia un centro gravitazionale attorno a cui tutto questo ruota. Lo sport diventa un insieme di attività e pratiche disordinate, mutanti e transeunti. Chi saprebbe dare oggi una definizione omnicomprensiva di sport? Nello scenario sportivo attuale, accanto a pratiche che mantengono le caratteristiche tipiche della prima sportivizzazione, se ne affermano altre in cui viene meno la tradizionale competizione con un avversario per fare posto a una diversa competizione (la sfida con se stessi e/o con gli elementi naturali, siano essi il vento, l’onda, la pendenza di una parete o la curva di una pista) o addirittura a una non-competizione, il piacere dell’attività stessa, garantito dalla sperimentazione di sensazioni inusuali dove il valore estetico-espressivo prevale su quello agonistico. Ma allora - ecco il punto - che fine fa Agon in una concezione "post-moderna" dello Sport? Se lo Sport è condotto alla manifestazione nei nostri tempi da una connaturata e imprescindibile matrice agonistica, ebbene, se quest'ultima viene per ora affiancata, ma si attende sorpassata, da delle logiche che accantonano l'agonismo stesso, come cambia il quadro del movimento sportivo? Lo sport nasce da Agon ed esiste nell'Agon, nella misura in cui (abbiamo visto il percorso del suo sviluppo) è una formalizzazione in forma non violenta, pur nella sua aggressività, e indirizzata con delle precise regole, di un impulso connaturato alla specie umana: quando non si capisce più quali sono le regole che vengono continuamente combinate e ricombinate, quando la formalizzazione lascia spazio al bisogno estetico ed espressivo, quando si diffondono nuovi tribalismi, anche violenti, vicini alla cosiddetta attività sportiva, ebbene, dove se ne va lo Sport? Siamo di fronte a un nuovo paradigma agonistico, che segue quello arcaico, omerico, greco, moderno, prestazionale ecc? E se si, ammesso e non concesso che si possa decodificare, qual'è? E se invece lo Sport fosse davvero privato dell'Agon...non sarebbe anche la morte dello Sport? Un'estrema provocazione sotto forma di domanda, e altre domande alle quali rispondere...perché provocare e lasciare col punto interrogativo è forse il modo per insinuare il tarlo del sospetto, il sospetto che qualcosa sta cambiando profondamente -e per offrire nuovi spazi ad una riflessione su tale cambiamento.
Tommy

 

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