Essere sempre il primo e il migliore di tutti!
Omero, Iliade
In Omero, nonostante la grande presenza di agonismo, sarebbe visibile in realtà solo un innocente inizio dello sviluppo successivo, sarebbe ravvisabile insomma, ai suoi primordi, quel tema agonistico che diverrà poi colonna portante dell’intera civiltà greca. Ora, altri autori vedono invece la nascita dell’agone e la sua particolarità sin dai tempi omerici, come ad esempio Nietzsche, che non a caso parla di Agone omerico. Per lui i greci hanno una crudeltà, un desiderio di annientamento che li rende simili a tigri; la stessa discordia, l’astio, l’invidia che noi consideriamo disvalori e che al contrario Esiodo derubricava tra i figli della buona Contesa, testimonia di questo piacere greco per la lotta e la gioia della vittoria: Esiodo “designa come cattiva una Eris, quella cioè che spinge l’uno contro l’altro gli uomini, in una crudele lotta di annientamento, e d’altro lato loda come buona una seconda Eris, che sotto forma di gelosia, astio e invidia, stimola gli uomini all’azione, non già a una lotta di annientamento, bensì all’agone. Il Greco è invidioso, e non sente questa proprietà come un difetto, bensì come azione di una divinità benefica: quale abisso fra il nostro giudizio etico e il suo!”. Nella gelosia, nell’astio e nell’invidia nasce dunque l’agone che pervade lo spirito dell’uomo greco: “quanto più grande e sublime è peraltro un uomo greco, tanto più violenta è la fiamma ambiziosa che divampa da lui, divorando chiunque prenda la sua stessa strada”. Agon è pertanto la fiamma che si agita nel cuore e nel petto dell’uomo greco e più si accende, più si accresce, più ne costituisce la sua grandezza: “ogni grande Greco trasmette la fiaccola dell’agone: ogni grande virtù serve ad accendere una nuova grandezza”. L’agone greco è per Nietzsche una fiamma che si alimenta e si accresce nutrendosi del confronto, della competizione, dello scontro: la virtù, l’eccellenza (arète) qui dispiegata accende di volta in volta una nuova grandezza. Il guerriero dei poemi omerici, con la sua etica militare e aristocratica ne è la rappresentazione originaria, è colui che incarna questa grandezza: la componente competitiva, agonale, ne è un tratto fondamentale: qui si innesta l’invito che troviamo nell’Iliade a essere sempre il primo e il migliore, a procedere innanzi a tutti sulle vie del valore, dell’arète appunto: invito che passa e si mantiene nel successivo evolversi della storia greca. Lo spirito greco si accresce e sviluppa dunque attraverso l’agone, per cui Nietzsche può sostenere che per mantenere la salute di questa società “l’agone è necessario”; questo lo si evince anche, secondo lui, nel significato originario della pratica dell’ostracismo che vigeva nelle città greche come allontanamento di un individuo dalla sua città di appartenenza: ora, se è vero che Eraclito sottolinea a proposito di questa prassi che: “fra noi nessuno deve essere il migliore: se qualcuno poi lo è lo sia altrove e presso altri”, ciò tuttavia non nega quell’espressione omerica che invita ad essere il migliore e superiore ad altri, come potrebbe sembrare di primo acchito, ma paradossalmente la afferma: tentare di essere sempre il migliore, far ardere nel proprio petto la gloriosa fiamma dell’invidia, dell’astio, ma non esaurire mai la sfida in una superiorità che si ponga come valore supremo: così si potrebbe sintetizzare la concezione greca del valore; se qualcuno fosse identificato e fissato come il migliore, si esaurirebbe per ciò stesso la spinta agonistica e così l’intero fondamento dello stato greco verrebbe posto in pericolo: ecco la pratica dell’ostracismo, a evitare questo pericolo: prima che meccanismo politico difensivo atto ad evitare che qualcuno nella lotta all’interno della città si serva di mezzi dannosi e di distruzione per tentare pericolosi colpi di stato, dunque come valvola di controllo dell’agonismo, l’ostracismo è prima di tutto stimolante l’Agon: "Si elimina l’individuo che emerge, perché si risvegli di nuovo il gioco agonistico delle forze. Un pensiero questo, che si oppone all’”esclusività” del genio in senso moderno, ma presuppone che, in un ordine naturale delle cose, esistano sempre parecchi geni, i quali si stimolino vicendevolmente all’azione e del pari si mantengano vicendevolmente entro il limite della misura. Questo è il nocciolo della concezione greca dell’agonismo: essa aborrisce il dominio esclusivo e teme i suoi pericoli; essa desidera, come strumento di difesa contro il genio, un secondo genio" (Nietzsche). Si evita così che la corsa per essere il primo e il migliore diventi fissazione di un valore o di un potere, dove l’uno non vive mai dell’esclusione dell’altro, ma per e nella tensione con l’alterità, dove gli agenti in competizione si superano e trascendono a vicenda: per questo Nietzsche dice che non vi è un genio emergente sugli altri, questa è piuttosto una prospettiva moderna, ma una lotta di geni e di talenti che vivono e crescono attraverso la competizione senza che mai questa si dissolva nell’affermazione dell’uno con la definitiva esclusione dell’altro; così il valore e il potere, attraverso l’agonismo, non si accumulano mai da una sola parte, ma vengono continuamente ricreati e distrutti, in un cammino in cui le figure in gioco sono stimolate vicendevolmente all’azione, all’accrescimento della grandezza, in uno scambio simbolico dove i giocatori, nella tensione che li mette in gioco, trovano la loro com-posizione: l’agon infatti non disgiunge, non divide gli uomini separandoli tra loro in una brutale lotta di annientamento come potrebbe sembrare, ma li fa confrontare continuamente e nel confronto li riunisce; questa unione simbolica, e non una divisione che distrugge a vicenda, è allora il significato autentico della competizione, se è vero che essa anche etimologicamente (dal latino cum-petere, cioè “ricercare assieme”, “incontrarsi”, “coincidere”, “tendere insieme verso una meta”) rimanda al con-fronto e non allo s-contro, allo stare l’uno di fronte all’altro ma uniti nel comune percorso e nell’accettazione del risultato finale. La stessa parola greca agon, oltre che indicare la lotta, rimanda ad un luogo di incontro dove ci si trova per confrontarsi e discutere; scrive infatti Huizinga che “il più autentico significato di agon sembra essere riunione (cfr. agorà)”. Ecco perché l’agonismo greco non è semplice sopraffazione dell’altro, ma superamento reciproco e continua rimessa in discussione, in gioco. Lotta e ricerca comune in un percorso di grandezza sono trattenute insieme dall’agone greco: l’agon, infatti, non è un impulso cieco e selvaggio, ma un luogo di confronto dove il migliore che emerge dalla competizione ha la consapevolezza che questa superiorità non può essere smisurata e porsi come valore definitivo; ecco dunque la misura che in esso si manifesta: "Non esisteva un’ambizione smisurata e incommensurabile, come per lo più è il caso rispetto all’ambizione moderna: il giovane pensava al bene della sua città materna, quando gareggiava nella corsa, nel lancio del disco o del canto; con la propria gloria egli voleva accrescere la gloria della città; egli dedicava agli dei della città la corona che i giudici dell’agone ponevano in segno d’onore sul suo capo. Ogni greco sentiva in sé, sin dalla fanciullezza, il desiderio ardente di essere, nella gare fra le città, uno strumento di salvezza per la propria: in questo senso il suo egoismo si infiammava, e in questo senso esso veniva raffrenato e circoscritto" (Nietzsche). Il greco compete nell’agone nei più svariati settori della vita, ma mai in modo smisurato: l’ambizione individuale trova misura nel bene della città; ma anche le poleis mettono spesso in gioco la loro ambizione, la loro invidia, il loro astio nei confronti delle altre città, rivaleggiando e contendendo con esse; così l’agonismo trova misura non solo nel loro continuo superamento, ma anche in quell’ambizione ulteriore che pone di fronte il popolo greco tutto al nemico esterno, per esempio al persiano; e dal nemico persiano all’intero mondo conosciuto che cade sotto i piedi di Alessandro e della sua smisurata ambizione; ma è proprio qui, dove non c’è più crescita nella grandezza, dove non c’è più competizione e confronto, che l’ellenismo incontra il suo apice e al contempo la sua fine: così è allora “abbandonato il più nobile e fondamentale pensiero greco: l’agone” (Nietzsche). “Chi non conosce il suo limite, tema il destino”, questo l’invito e il motto dell’agone greco che rappresenta l’intera esistenza di un popolo: una continua ricerca del riconoscimento e della definizione del limite, un continuo lavoro su se stessi, che teme unicamente lo scacco del destino, lo sconfinamento oltre il limite nell’hybris, dove l’invidia degli dei si fa ora pressante e ha infine il sopravvento, riprendendosi, con scambio simbolico, la vita di chi si era posto sul piedistallo del valore e del potere: perché ogni volta l’invidia, l’astio, la gelosia di chi gode di eccesso di onore, di felicità e di ricchezza, sente posarsi su di lui l’occhio altrettanto invidioso di un dio, di un potere che lo trascende e che teme, a cui deve piegarsi: qui, avvertendo l’instabilità di ogni sorte umana, il greco conosce il suo limite oppure esercita la sua hybris, la sua tracotanza: allora l’invidia divina si accende, perché vede l’uomo privo di competitori e avversari, innalzato ad una gloria che lo fa sedere alla mensa degli dei, al loro fianco: “egli ha ormai accanto a sé soltanto gli dei, e perciò li ha contro di sé. Ma questi lo inducono a un’azione di hybris, sotto la quale egli crolla” (Nietzsche). Così crollano gli uomini tracotanti, così intere città, così un intero popolo: ecco aprirsi, nell’esercizio della hybris, uno scenario oscuro, selvaggio, pre-omerico, fatto di lotte sanguinose e devastazioni, un mondo che precipita insieme all’agon che ne dispiegava la bellezza e il cammino di grandezza: perché la fiamma dell’agone si accende e si alimenta nel petto dell’uomo, come il fuoco cosmico di Eraclito, che si accende e si spegne secondo giusta misura, solo nella ricerca e nell’accettazione dei propri limiti, perché nell’agon convivono insieme, nella loro ambivalenza simbolica, grandezza e limite: essere sempre il migliore e superiore agli altri, esercitare la propria grandezza, certo, ma conoscere al contempo il proprio limite per non incappare nell’ira del dio: questo il messaggio del popolo greco; essere come lo sparviero di Esiodo ("Uno sparviero così parlò all’usignolo dal variopinto collo, mentre, avendolo ghermito con gli artigli, lo stava portando in alto, tra le nubi, e quello, trafitto dagli artigli ricurvi, pietosamente gemeva. A lui, dunque, lo sparviero superbamente parlò: «a che ti lamenti, o infelice? Ti tiene uno che è più forte; dove ti porto io, tu andrai, anche se sei canoro; ti divorerò oppure ti libererò a mio piacere. Stolto è chi vuole combattere contro i più forti: non riporterà alcuna vittoria e, oltre al danno, subirà pure la beffa"), esercitare la propria forza e potenza, volare alto con la preda tra gli artigli, ma non troppo vicino al cielo degli dei, alla loro invidia, non troppo vicino al sole, perché le ali umane, per la fragilità dell’uomo, sono cera che si scioglie al calore dell’astro luminoso, e questo novello Icaro, al culmine della sua impresa titanica, può subito precipitare nell’abisso.
Tommy
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