Che tu possa andare incontro alla vittoria o alla sconfitta, e trattare queste due bugiarde con lo stesso viso.
Rudyard Kipling (iscrizione sulla porta di Wimbledon)
Alcuni pensano che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d'accordo. Posso assicurarvi che è molto, molto di più?
Bill Shankly
Esiste lo Sport senza Agon? La domanda è volutamente provocatoria in quanto sembra che oggi emergano in prima linea i cosiddetti sport non agonistici, tutta una serie di attività sportive dove l'asse dell'agonismo è posto in secondo piano, se non addirittura tolto di mezzo; sembra si diffonda cioè una tendenza a interpretare e vivere lo sport come un campo dove non si compete più, o si compete sempre meno, con gli altri (siano essi altri atleti, altre squadre, altre nazioni), neppure al limite con se stessi, ma si pratichi invece lo sport solo per il piacere ludico di farlo, per il benessere del proprio corpo e della propria persona! Ma, ecco la provocazione, lo Sport non trattiene un legame fondamentale e imprescindibile con l'agonismo? E se questo è vero, come cambia oggi, nel diffondersi di quelle pratiche non agonistiche, ciò che chiamiamo Sport? Esiste ancora, o dobbiamo pensarlo diversamente? Per rispondere, però, bisognerebbe chiarirsi prima di tutto che cos'è, in fondo, Agon, l'agonismo? Abbiamo intrapreso un percorso sulla via della chiarificazione di Agon in due precedenti post, riguardanti l'uno una riflessione filosofica a partire dall'Agone Omerico, il quale influenza in merito all'agonismo la cultura greca tutta e in cui, quindi, per riflesso, e contrapposizione oserei dire, si possono rilevare aspetti dell'agonismo odierno, occidentale in particolare; l'altro, un'Antropologia dell'agonismo, una rilessione sull'Agon come impulso imprescindibile della specie umana, forza che però va costantemente regolata e modulata. Su questa scia, dunque, grazie a questi apporti, ci vogliamo chiedere se esiste oggi uno sport scevro della sua componente agonistica; dico "sua" perché lo Sport sembra nascere e svilupparsi da una connaturata matrice agonistica che spinge alla contesa, alla sfida e al confronto. Ma, appunto, discorso primario da affrontare, come avviene lo sviluppo dello sport in relazione alla competizione? Non si tratta qui di ripercorrere la storia dello sport, ma di tratteggiare, per grandi linee, delle componenti fondamentali che interessino la relazione di sport e agonismo, in funzione di un miglior inquadramento della relazione oggi. I primi giochi competitivi della cultura greca li troviamo già presenti nei racconti omerici, come ad esempio quando si narra che i guerrieri mirmidoni, nel riposo forzato seguito alla defezione di Achille che non partecipa alla guerra, giocavano lungo la riva del mare con il disco, l’asta, l’arco (Omero, Iliade). Il gioco è dunque originariamente un allenamento, una preparazione alla guerra, che solo successivamente assume il carattere di un’attività fine a se stessa, di un divertimento che trova in sé la sua ragion d’essere? Molti comportamenti di aggressività animale, come il digrignare i denti da parte del lupo, sono per Lorenz vestigia di vere e proprie azioni, gesti che ricordano fatti: così queste azioni entrano a far parte di un rituale, sono ritualizzazioni, che come una memoria da rinfrescare, producono alla fine scopi diversi da quelli originari (Konrad Lorenz, L’aggressività). Così anche le azioni di gioco potrebbero essere le vestigia di azioni belliche, per cui dallo scagliare un dardo contro l’avversario in battaglia si passerebbe alla competizione di chi lo scaglia più lontano, oppure su di un bersaglio fisso posto ad una certa distanza; ritualizzazione dell’agonismo e della competitività insomma, mediante lo sganciamento dell’attività fisica, della destrezza e dell’abilità nella corsa o nei lanci o nella lotta, dagli scopi bellici, dal combattimento cruento: è così che è avvenuta, per così dire, una prima istituzionalizzazione dello sport (del resto, l’uso di un vocabolario bellico, della disciplina, dell’uniforme, l’esaltazione all’impegno, la dedizione alla squadra sono insieme virtù belliche e prerogative dei giochi di competizione: non a caso Platone ha scritto che i guerrieri sono “gli atleti del più grande agone”) L'attività sportiva, dunque, come sganciamento dall'azione violenta della guerra, e canalizzazione di tale azione e competizione, in un contesto mediato e istituzionalizzato; ma gara e competizione anche come riferimento alla sfera sacra: sempre nell'Iliade si tratta dei giochi funebri che Achille organizza in onore del defunto amico Patroclo: vi compaiono diversi tipi di giochi, diverse specialità che comprendono la corsa dei cocchi, il pugilato e la lotta, il duello con la spada, il lancio del disco, il tiro con l’arco, il lancio dell’asta. Come si vede, anche qui si riproducono tipi di combattimento e situazioni dello scontro fisico: i protagonisti sono i guerrieri, ma il fatto che però i giochi si svolgano in vista di un rito funebre assume la sua importanza: vi è qui, in questo luogo dell’Iliade, un'altra prima istituzionalizzazione del gioco, una forma culturale che lo vede legato al rito funebre, dunque a qualcosa di sacro, a qualcosa dove la differenza tra la vita e la morte si annulla: tale legame sarà mantenuto anche nella successiva istituzione dei grandi giochi panellenici! Questi riprendono queste caratteristiche individuate da queste prime testimonianze, e proseguono e radicalizzano l'istituzionalizzazione dello sport, offrendo al mondo dello sport quell'astro storico che ancora brilla ed è un punto di riferimento della rinascita ottocentesca-contemporanea dello Sport: Olimpia! I giochi olimpici non sono l'unico agone competitivo del mondo greco (c'erano i giochi pitici, i giochi nemei, i giochi istmici, nonché i giochi delle singole poleis come le Panatenée ad Atene), e tuttavia sono un simbolo della formalizzazione e istituzionalizzazione dello sport, come il più grande evento sportivo dell'antichità. La caratteristica interessante è però il mantenimento delle caratteristiche già rilevate: tutti i giochi sono spesso celebrati con funzioni sacre e riti funebri in onore di eroi fondatori (Eracle per le Olimpiadi), antenati, personaggi importanti per il sito: il contesto sacrale con miti, riti, celebrazioni e simboli era presente durante tutto lo svolgimento dei giochi; l'altro aspetto è l'istituzionalizzazione di una contesa, un Agon, violenta: con i giochi vigeva la tregua olimpica, e anche se spesso si manifestavano episodi violenti e sanguinosi, la gara è distaccata ormai dalla violenza indiscriminata della guerra, nella concezione e nell'esecuzione, è una forma perfettamente a se stante; è così, con questi criteri, che possono nascere nuove formalizzazioni nell'istituzione dello sport; il tempo fra tutte: l'evento competitivo si svolge a cadenza regolare, (di più, i greci misuravano il tempo oggettivo -e non è un caso- sul tempo delle Olimpiadi, esse erano la cronologia greca) e anche le gare e le discipline vengono formalizzate da un contesto di regole che le codificano, e che fanno di un'originaria contesa competitiva un'evento sportivo. Ecco qui all'opera, dunque, una primo avvicinamento dell'agonismo come matrice universale della specie umana nel mondo sportivo che conosciamo; anche per Elias-Dunning (Sport e Aggressività) lo sport contemporaneo nasce come sportivizzazione del loisir, delle attività del tempo libero, dove in questo processo due sono le determinanti fondamentali, una spinta all’espulsione di comportamenti sanguinari e al contenimento della violenza nell’azione competitiva, e una crescente formalizzazione, che verte sull’uniformazione e regolamentazione delle pratiche; per quanto riguarda il primo fattore, esso è prodotto da un elevarsi della soglia di ripugnanza nei confronti delle situazioni violente del loisir, mentre il secondo aspetto è il tentativo di conferire uniformità alle interazione dei loisir, facendo si che essi si svolgano secondo regole precise nello stesso modo e ovunque vengano disputati; la spinta alla sterilizzazione e alla regolamentazione si legano peraltro l’una con l’ altra: l’intreccio provoca un equilibrio competitivo – divisione in fasce d’età e categorie, divieto di compiere certi atti motori non previsti dal regolamento ecc - dove il rispetto delle norme è al contempo contenimento della violenza. Un esempio che approfondisce e spiega ulteriormente la questione, avvicinandoci ai nostri giorni: il football. Il rito di giocare con una palla è antico quanto il mondo ed è presente in moltissime culture nelle più svariate forme (calcio fiorentino, pelota basca ecc..): nelle comunità arcaiche e in molte altre culture esso si lega spesso e volentieri ad una sfera rituale che ha a che fare col sacro: presso i Maya, come abbiamo visto, il gioco della palla era una rappresentazione cosmica dell’universo. Nel medioevo inglese esisteva un gioco popolare chiamato hurling; esso si giocava con una palla fatta di stracci e tappi di sughero ed esisteva nelle due forme dell’hurling at goal, dove lo scopo è di portare la palla oltre la metà difesa dagli avversari, e dell’hurling over country, giocato una volta l’anno nella campagna che separava due villaggi, dove l’obbiettivo era di condurre la palla all’interno del villaggio rivale; questi giochi, che avevano a che fare con culti e riti ben precisi, finivano con l’essere risse, lotte, regolamenti di conti alquanto sanguinosi, tanto che ci furono da parte delle autorità vari tentativi di proibirli, tutti infruttuosi. Ora, da questi giochi al football moderno intercorrono diversi tipi di formalizzazione del gioco stesso: innanzitutto una sterilizzazione delle gesta violente in base ad un controllo rigorose degli atti motori consentiti e poi una tecnicizzazione delle stesse gesta, ovvero una minuziosa regolazione di tutte le azioni che hanno a che fare con il gioco: il campo di gara viene precisamente delimitato, il tempo della partita e i suoi obbiettivi stabiliti a priori, le forze in campo disposte secondo precise logiche combinatorie che rispondono alla maggiore efficacia in relazione all’azione consentita dalla regola, il gioco organizzato e amministrato da un unico regolamento e il corpus regolamentario accettato e condiviso con figure delegate alla sua applicazione e rispetto. Insomma, per passare dalla mischia selvaggia e furibonda, nella quale inevitabilmente precipitava lo scontro tra le due squadre concorrenti che prendevano a calci una palla di stracci e sughero, alla vera e propria partita di footbaal, è stata necessario una precisa formalizzazione della gara che prima dell’Ottocento occidentale sarebbe stata un frutto mentale ancora acerbo e prematuro; è infatti nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento (grazie a un apporto consistente delle dinamiche della modernità nella formazione dello sport, per cui oltre a sinergie e omologie col processo di industrializzazione, ricorderei quelle caratteristiche che Guttman individua nel passaggio Dal rituale al record: la natura degli sport moderni: cfr: secolarismo, uguaglianza, specializzazione, razionalizzazione, burocratizzazione, quantificazione, record) come la che la maggior parte degli sport acquisiscono la struttura identitaria pressoché identica a quella che oggi conosciamo - anche se i regolamenti cambiano e la formalizzazione avviene di continuo - e si sviluppano in tutto il mondo. Un lungo processo, sempre in corso, di formalizzazione e regolazione dell'agonismo: è così che Agon viene condotto sulle soglie dello sport dei nostri tempi; è così che il barone francese De Coubertin nel 1896 può riaccendere la fiamma olimpica, e aprire l'epoca in cui lo sport, e l'agonismo incarnato in esso, vivono la loro massima espressione: comitati olimpici, federazioni sportive, leghe e associazioni danno vita, a livello locale, nazionale, mondiale a competizioni, campionati, eventi che fanno dello sport una delle manifestazioni fondamentali dei nostri tempi. "L'importante non è vincere, ma partecipare" è la famosa massima di De Coubertin: è tutt'altro che un manifesto anti-competitivo, proprio l'opposto, è l'esaltazione dell'agonismo sportivo: l'importante è esserci, competere, partecipare all'agone (e la competizione sembra estendersi a macchia d'olio: competono i membri della società per un "posto al sole", qualsiasi esso sia, competono le imprese, competono le religioni e le visioni del mondo, competono gli stati....oggi più che mai, su scala globalizzata...ma non è stato forse lo sport il primo vero motore o uno dei veicoli più importanti della globalizzazione?). La competizione diventa storia importante come la stessa vita (Alcuni pensano che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d'accordo. Posso assicurarvi che è molto, molto più importante - Bill Shankly), perché la vita stessa è competizione, e va oltre la vittoria o la sconfitta (Che tu possa andare incontro alla vittoria o alla sconfitta, e trattare queste due bugiarde con lo stesso viso - Rudyard Kipling), perché ciò che conta è esserci, far parte del gioco di Agon. Eppure, ed è un'avversativa che conduce direttamente al nocciolo della questione, nonostante sia ormai chiaro che la competizione va oltre il semplice gioco del vincere o perdere è un Agon profondamente diverso da quello omerico e dall'agonismo con cui ci si sfida nelle comunità arcaiche: non è più scambio, ricerca comune, confronto e compartecipazione, tutt'altro, dell'Agon del tempo dello Sport si sottolinea essenzialmente la prestazione: emerge cioè colui che consolida la propria posizione in maniera assoluta o relativa, in riferimento a certi parametri o valori: fine dello scambio, e inizio dell'imposizione, del primato, del principio dell'efficienza e dell'efficacia: lo sportivo diventa così un laboratorio della pianificazione e dell’ottimizzazione della prestazione; il record, la vittoria a tutti i costi o la semplice discesa in campo in una competizione totalizzante, è la logica conseguenza di ciò, il massimo efficientismo della prestazione; abbiamo allora attività altamente formalizzate, dove l’agonismo volto alla ricerca del record è esasperato e si traduce in specializzazioni e pianificazioni sempre più serrate: le discipline, e coloro che vi prendono parte, inseguono il proprio continuo perfezionamento come una frontiera tecnico-scientifica da spostare sempre più in là. Eppure, come abbiamo rilevato nelle prime righe, e come è sotto lo sguardo di tutti, il fenomeno sportivo comincia a cambiare; comincia a cambiare nella seconda metà del Novecento: infatti, a fianco dello sport campionistico, per così dire, ovvero della competizione agonistica d’alta prestazione, che riflette la ricerca costante dello spostamento in là della frontiera, nel abbattimento del record e nella massimizzazione della prestazione, si sviluppa uno sport altro, che non rientra in quelle logiche, uno sport per tutti: attività fisiche non più legate a logiche della prestazione competitiva tendente all’eccellenza e orientata al risultato, ma piuttosto attività con logiche ludico-espressive, come sport ricreativi non legati al risultato, attività di cultura fisica, che rispondono al tentativo narcisista di modificare il proprio aspetto in base a un’idea di gradevolezza e desiderabilità, attività competitive differenziate, come le competizioni che tentano di aprire la partecipazione a livelli meno ottimali, ad esempio conglobando fasce sociali del disagio, come anziani o portatori di handicap, attività che semplicemente inseguono uno stile di vita attivo, cioè manifestazioni informali di sport che tentano di allontanare la sedentarietà; queste dinamiche aprono la strada ad una seconda sportivizzazione non più rispondente allo sport legato al modello agonistico (vi sono allora quelle attività sportive della riscoperta della natura, gli sport open air, quelle che pongono l’enfasi sulla dimensione ludica, la cultura fan, quelle che affermano la componente acrobatica e quelle della sfida verso se stessi e le condizioni esterne, gli sport estremi, quelle che hanno una finalità non agonistica, come il turismo sportivo o il wellness) Queste attività aprono un paradigma nuovo rispetto a quello dello sport così come si è costituito nella modernità: sono forme sportive che si liberano dal cronometraggio, dalla sfida, dalla competizione, e che privilegiano invece la sensazione di leggera euforia, il vissuto corporeo, il suo ascolto, il libero sfogo della passione e dei ritmi individuali (alcune di questo nuovo modello sono una maggiore individualizzazione e personalizzazione delle pratiche, un ibridamento che combina e ricombina forme sportive esistenti, una delocalizzazione del contesto originario in cui gli sport moderni si sono sviluppati, una tecnologizzazione delle pratiche stesse e infine una traduzione in forma avventurosa di molte attività sportive). Anche lo Sport vive insomma quel passaggio verso il post-moderno, per cui non ci sono più punti di riferimento fissi, ma tutto diventa più liquido, magmatico, labile, ricombinato, senza che vi sia un centro gravitazionale attorno a cui tutto questo ruota. Lo sport diventa un insieme di attività e pratiche disordinate, mutanti e transeunti. Chi saprebbe dare oggi una definizione omnicomprensiva di sport? Nello scenario sportivo attuale, accanto a pratiche che mantengono le caratteristiche tipiche della prima sportivizzazione, se ne affermano altre in cui viene meno la tradizionale competizione con un avversario per fare posto a una diversa competizione (la sfida con se stessi e/o con gli elementi naturali, siano essi il vento, l’onda, la pendenza di una parete o la curva di una pista) o addirittura a una non-competizione, il piacere dell’attività stessa, garantito dalla sperimentazione di sensazioni inusuali dove il valore estetico-espressivo prevale su quello agonistico. Ma allora - ecco il punto - che fine fa Agon in una concezione "post-moderna" dello Sport? Se lo Sport è condotto alla manifestazione nei nostri tempi da una connaturata e imprescindibile matrice agonistica, ebbene, se quest'ultima viene per ora affiancata, ma si attende sorpassata, da delle logiche che accantonano l'agonismo stesso, come cambia il quadro del movimento sportivo? Lo sport nasce da Agon ed esiste nell'Agon, nella misura in cui (abbiamo visto il percorso del suo sviluppo) è una formalizzazione in forma non violenta, pur nella sua aggressività, e indirizzata con delle precise regole, di un impulso connaturato alla specie umana: quando non si capisce più quali sono le regole che vengono continuamente combinate e ricombinate, quando la formalizzazione lascia spazio al bisogno estetico ed espressivo, quando si diffondono nuovi tribalismi, anche violenti, vicini alla cosiddetta attività sportiva, ebbene, dove se ne va lo Sport? Siamo di fronte a un nuovo paradigma agonistico, che segue quello arcaico, omerico, greco, moderno, prestazionale ecc? E se si, ammesso e non concesso che si possa decodificare, qual'è? E se invece lo Sport fosse davvero privato dell'Agon...non sarebbe anche la morte dello Sport? Un'estrema provocazione sotto forma di domanda, e altre domande alle quali rispondere...perché provocare e lasciare col punto interrogativo è forse il modo per insinuare il tarlo del sospetto, il sospetto che qualcosa sta cambiando profondamente -e per offrire nuovi spazi ad una riflessione su tale cambiamento.
Tommy










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