AYRTON SENNA. ON LIMIT...OF DREAM

Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.

IL CORPO E IL MONDO. Leib e Körper

Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono...Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano.

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Genealogy

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Pierpaolo Pasolini.

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare...

PHILOSOPHY OF RUNNING. La Musica del Respiro

Io sento la terra ed il vento e gli alberi. Io sento il loro spirito. Io sento il ritmo della corsa. È come musica. Gabriel Harmony Jennings.

Visualizzazione post con etichetta Football. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Football. Mostra tutti i post

venerdì 27 aprile 2012

JOHAN CRUYFF. The football Prophet

Non penso che arriverà il giorno in cui, quando si parla di Cruyff, la gente non saprà di cosa si stia parlando.
Johan Cruyff

Il Profeta coglie segni divini per dire qualcosa anzi tempo, annunciando ciò che ha ancora av-venire. Ma ci sono anche profeti più silenziosi, la cui poesia non abita solo nelle parole, ma anche nei pensieri, nei gesti, nei loro movimenti...Johan Cruyff è uno di questi, è il Profeta del Football, la poesia del calcio. Perché non ci sarà tempo in cui parlando di Cruyff non si saprà di cosa si stia parlando, e tempo in cui il suo nome non verrà ricordato tra i miti divini dell'Olimpo del pallone, come il profeta dell'annuncio del Calcio Totale, il maestro della sua rivoluzione, una filosofia che suscita ancora meraviglia, fascino, avvenire! Un profeta lo si riconosce, quasi da un'aria principesca, di forza, saggezza e autenticità, che lo circonda e marchia sulla pelle un Simbolo, come un numero sulla maglia, 14, originale, unico, di-verso. 14, come l'età del primo campionato vinto con l'Ajax, speciale deroga della federazione olandese al regolamento, una maglia mancante in spogliatoio e la cessione del proprio numero 9. Il 9 ritrovato a Barcellona, è tradizionalista la federazione spagnola e non concede deroghe, ma il 14 rimane sotto l'altra maglietta, come un simbolo, come gli anni che passano prima che il Barca torni a vincere il campionato. E anche quando ormai la maglia vien depositata nella leggenda, quando si ricomincia da casa, dalla panchina, il 14 scandisce i tempi di ogni nuova avventura, come gli anni prima che l'Ajax ritrovi un trofeo internazionale. Vittorie, originalità, classe...da giocatore e da allenatore...un simbolo, un numero, oltre il tempo, nel mito. Il 14 è la Poesia del calcio, la poesia di un corpo in movimento...e ogni poesia lascia solchi indelebili nella memoria, tracce di bellezza e armonia, segni distintivi che non si possono dimenticare. Un profeta intrattiene un legame intimo con la poesia, perché entrambi, in poche parole, gesti, movimenti, dischiudono una Visione del mondo, sono un esercizio della visione. La visione di Johan Cruyff è la via del goal, è il Profeta del Goal come dice un film di Sandro Ciotti: donde veniamo e dove andiamo, così uno sguardo profetico, panoramico, testa alta e occhi dietro la testa, una visione totale del campo, sa leggere il gioco, il fluire dell'azione, e incrinarla verso il suo obiettivo più naturale, la porta avversaria...predire il goal, prima che accada: ovunque, in ogni situazione o  posizione del campo, da attaccante a inizio carriera, nel cuore del gioco, negli anni d'oro, da libero, le ultime stagioni; l'incarnazione perfetta di una Filosofia che non ha ruoli predefiniti, regole rigide, schemi tradizionali, ma è scambio, innovazione, imprevedibilità...come ruotasse tutto attorno alla magia creatrice della sfera, il divertimento e l'abilità del tocco di palla, la creatività ("ciò che conviene insegnare ai ragazzi è il divertimento, il tocco di palla, la creatività, l'invenzione") perché "senza possesso palla non si vince" e perché una volta persa "la pressione si deve esercitare sul pallone, non sul giocatore"...è nella semplicità della palla la rivoluzione del calcio totale; una filosofia compiuta da giocatore, dell'Ajax, del Barcellona, dell'Arancia Meccanica, sotto la saggia guida di Rinus Michels, realizzata da manager, con le vittorie da allenatore, con i progetti della Scuola dell'Ajax o della Cantera del Barca, perché, si sa, un profeta getta le basi del futuro, e la sua visione è uno sguardo concreto e ancora av-venire, una filosofia compiuta e ancora da compiere; una filosofia dove il bel gioco si lega al valore aggiunto del campione, perché "la creatività non fa a pugni con la disciplina", perché ogni tattica o strategia ha bisogno del suo magico interprete, si chiami Cruyff, Van Basten o Messi, perché fondamentalmente ogni filosofia nasce dalla poesia. Ed è Poesia quella del profeta del Football, di Johan Cruyff, una poesia del Corpo in movimento; fatta di Velocità, non solo un'abilità fisica ("la velocità è spesso confusa con l'intuito. Quando parti prima degli altri, sembri più veloce!"), perché la velocità è una visione del pensiero, leggere in anticipo ciò che accade o può accadere, e partire prima; partire spesso lontano, distante dalla porta e tagliare in due la difesa avversaria, come prendersi un rigore al primo minuto di una finale mondiale, senza che gli avversari tocchino palla; fatta di Tecnica delicata, un tocco di palla sublime, che abbinato alla velocità diventa un dribbling imprendibile, di  colpi speciali, marchi di fabbrica che rimangono unici e indelebili, come la Cruyff-turn che lascia sul posto l'avversario, il passaggio col tacco, il cross d'esterno; di Coordinazione eccezionale, l'equilibrio di un dribbling, un controllo volante a seguire, l'elevazione di un colpo di testa o di uno stop, come uno dei più bei goal della storia del calcio, un volo in acrobazia ad altezza vertiginosa, in spaccata col piede dove altri non arrivano di testa; di Genialità, assist e passaggi unici, tocchi sotto e pallonetti, giocate inaspettate, come un rigore battuto con tocco al compagno! Poesia di un corpo,  cenni divini di un Profeta del pallone, di un calcio che fu, e rimane ancora, nella memoria, di un calcio che è stato e non è ancora, che dispiega un mondo come una filosofia futura: perché nessuno sarà mai ciò che è stato Johan Cruyff, ma Johan Cruyff è anche una visione profetica, di ciò che deve ancora essere...
       Tommy

giovedì 5 aprile 2012

JULIAN ROSS, the Prince of Football (part1)

"The Prince of Football".

Julian Ross è uno di quei personaggi che non incontri per le strade o per le piazze, o ai tavolini di un bar, ne, ahimè, su un campo di calcio vero...abita quello spazio labile, sottile, delicato, posto sul crinale del reale, tra la realtà e il sogno...lo spazio della fantasia. Passeggia nella sua semplicità con le mani in tasca, pantaloni chiari e occhiali scuri, foulard e giubbotto di jeans legato solo dal primo bottone...semplice e unico; semplicemente unico, come ciò che sapeva esprimere giocando a pallone: figlio di famiglia aristocratica, esercitava questa nobiltà letteralmente in campo: aristos, il migliore...per eleganza e tocco di palla, velocità e visione di gioco..."il Principe del calcio", così veniva chiamato! Perché era semplicemente unico, come il numero della maglia portato sulla schiena: 14, come Johan Cruyff, di cui ricordava le movenze, a cui era ispirato...perché la fantasia cammina sempre sui confini del reale! E come il campione olandese, il suo stile di gioco era il "calcio totale", senza ruoli, schemi o regole tradizionali, ma come un prisma dinamico di sorprese, scambi, movimenti: così, pur essendo centrocampista offensivo, Julian Ross (alias Misugi Jun) sapeva adattarsi ad ogni ruolo (come Cruyff, fa gli ultimi anni di carriera da libero), leggere e anticipare il gioco con una visione profetica, guidarlo e orchestrarlo come un capitano di grande carisma, dentro e fuori dal terreno di gioco; sul campo, guidava da capitano la Mambo F.C. e da punto di riferimento la nazionale giovanile giapponese, portando entrambe a grandi traguardi: potenzialmente il più forte giocatore giapponese di tutti i tempi, come gli stessi Holly e Bengi hanno dovuto ammettere: "Jun è superiore a me nella velocità del dribbling, nella tecnica e nei passaggi. Ha carisma e riesce a stringere tutta la squadra intorno a sé. I suoi salti e le sue rovesciate sono eccezionali. E per di più è anche malato di cuore..." (Holly)...Già, perché come in tutte le storie di principi, Julian aveva davvero un grande nemico, e implacabile, dentro di sé: una malattia cardiaca congenita - per cui subì anche alcuni interventi che però riuscirono a guarirlo solo parzialmente - non gli permetteva di giocare più che pochi minuti per partita; un principe dal cuore di cristallo, costretto a coesistere coi suoi limiti invalicabili, e fare i conti costantemente con essi. Le sue apparizioni in campo erano come lampi, lampi di classe, tocchi di genio: dieci, venti, trenta minuti a partita gli bastavano a porsi nel cuore del gioco della sua squadra, al centro del campo a illuminare ogni manovra d'attacco, a far vincere qualsiasi partita, e dimostrare a tutti che un Principe è veramente fuori dal tempo; e grazie a questa genialità ha potuto portare la Mambo a giocarsi la finale del campionato nazionale giovanile, dove decise di giocare per rispetto dell'avversario l'intera gara, mettendo a repentaglio la sua stessa vita: pur in condizioni critiche, solo il gol di Holly all'ultimo minuto (5-4) gli fece perdere una partita, infinita ed epica, resa spettacolare dalle sue tattiche, i suoi lampi di classe, i suoi goal! E quando la malattia sembrava migliorare, ecco le avversità, e gli infortuni: come quello che gli ha impedito di partecipare al successivo campionato nazionale, un cattivo fallo intenzionale di Mark Lenders, per metterlo fuori gioco e non far qualificare la sua squadra. Eppure non desisteva Julian, mai: quando venne comunque convocato dalla nazionale giovanile, si reinventò nella sua visione totale il ruolo di libero col numero 6, come Franco Baresi; ed era decisivo anche in quelle occasioni: come quando entrò a cinque minuti dal termine nella semifinale del campionato World Youth contro l'Argentina, rivoltando completamente la partita e segnando il goal decisivo col suo colpo preferito, la rovesciata! La rovesciata, e poi il flying drive shot, il tiro ad effetto, e poi l'eleganza e la velocità dei gesti tecnici e atletici, la visione profetica...un giocatore completo e unico, nonostante la malattia. E se la malattia lo costringeva a lunghe assenze dal gioco, la sua passione lo portava ancora lì, a bordo campo, a star vicino agli amici con la sua leadership, il suo carisma e la sua sensibilità, e affiancare gli allenatori col suo senso tattico e la sua intelligenza, organizzando la fase difensiva di una squadra che senza di lui perdeva comunque il diamante in grado di raccogliere luce e rifletterla ovunque, sopperendo lui stesso a questa mancanza favorendo la concentrazione, l'attenzione e la determinazione dei compagni, guidando l'applicazione della micidiale trappola del fuorigioco. Smise di giocare presto, Julian: una lotta continua e incompiuta tra passione e malattia, tra il desiderio e la realtà, il campo e gli ospedali...lunghi tempi senza il suo amato pallone, l'inevitabile ridimensionamento delle sue capacità, una discesa nelle categorie minori, e poi eccolo a lasciare il calcio giocato per allenare i bambini, aiutarli a inseguire quel sogno che lui non aveva mai potuto raggiungere. Si sa, i Principi sono grandi anche quando possono sembrare sconfitti, e Julian Ross è davvero "il Principe del calcio", dentro e fuori dal campo, nella sua unica semplicità; a qualcuno questo può apparire frivolo, banale, astrattamente ideale...perché di chi più non si parla ci si dimentica, cade nell'oblio, nel buio della scena; tutt'altro, un vero Principe non ha bisogno di star sotto le luci dei riflettori, le luci della ribalta, di riconoscimenti o corone d'alloro, di regni e investimenti...semplicemente è tale per quello che è, per il suo modo di essere, nella concretezza e semplicità di ogni più piccolo gesto quotidiano: una continua sfida a migliorarsi, per dar luce a tutto quello che fa, per rendere nuovo e originale tutto quello che tocca, per attorniare di bellezza e fascino l'intera esistenza: e la vita di Julian è stata sempre unica e lucente anche quando i riflettori su di lui si sono a poco a poco spenti, e illumina la famiglia, la professione, gli amici, i sogni che continuamente rinascono e si alimentano, tutto quello che lo circonda. Ha intrapreso gli studi di medicina, per aiutare a curare i calciatori e gli sportivi che come lui hanno problemi di salute, e si è laureato con grande merito, grazie all'intelligenza, all'impegno, alla profondità con cui sentiva dentro di sé i temi affrontati...è ora dottore ed esercita la sua professione con la stessa passione e nobiltà con cui inseguiva e trattava il pallone, dicono sia un dottore originale, innovativo, alternativo, la stessa unicità che esprimeva sul campo da gioco, le stesse idee illuminate, lampi di genio; si è anche sposato Jun, non con una velina o una ragazza che ruota attorno ai riflettori dello sport e dello spettacolo, e vive di quella luce riflessa, ma con la sua principessa, Emily, la persona che gli è sempre rimasta vicino e che ha saputo illuminare i suoi momenti bui, una persona lucente, come lui: June ed Emily hanno due bellissimi bambini, Johan e Nathan, semplici, come i loro genitori, giocano spensieratamente a pallone e inseguono i loro sogni, senza troppi falsi idoli a gonfiar loro la testa; si potrebbe anche finire dicendo che vivono felici e contenti in un luogo incantevole, perché così è...però è forse anche ora di tornare alla realtà...perché Julian Ross abita semplicemente il regno della fantasia, quella di un vecchio cartone animato, ormai sparito dalle scene, amato da milioni di ex-bambini affezionati a questo ed altri personaggi...ma anche la mia, che questo personaggio amavo più di ogni altro, e ancora mi affascina...Perché la fantasia, appunto, come i Principi, non finisce quando cala il sipario, quando si spegne la tv, quando si cresce e si intraprendono altre strade...cammina sempre leggera sui bordi del reale, anche della mia realtà...e a volte come un breve lampo ritorna, la incrina, e la illumina: passeggia nella sua semplicità con le mani in tasca Julian, saluta, si toglie gli occhiali e mi stringe la mano; allora mi specchio nella sensibilità dei suoi occhi azzurri, nel loro sorriso di amicizia, nella loro luce unica, e nel tono basso e sicuro della sua voce ascolto affascinato le sue parole, visioni profetiche del mio Principe...

...TO BE CONTINUED...


venerdì 30 marzo 2012

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Street Football

Bisogna tornare a giocare per la strada.
Johan Cruyff

Potremmo immaginare, come in un coinvolgente promo pubblicitario, che un bimbo sbuchi improvvisamente col pallone tra i piedi dai vicoli stretti dei quartieri di una città della vecchia Europa, inseguito dai compagni di gioco che ha appena dribblato, e sfoghi il suo entusiasmo lanciando il pallone al mare tra urla di vittoria...allora tra la povertà delle favelas la stessa palla è raccolta in un palleggio gioioso da un bambino Sudamericano, qualche gioco di prestigio e abilità, e poi un lancio lungo, fino al lontano Oriente...uno stop di petto, una serie di passaggi stretti e veloci tra bimbi dagli occhi a mandorla, fatti in serie, prima di un nuovo lancio, e l'attraversamento di un altro Oceano...tra i grattacieli del Nordamerica una scuola calcio, una bambina in completo da gioco mette giù la palla, mentre aspetta l'esecuzione di uno schema tattico delle compagne, un cross e un tiro al volo...la palla sorvola il mare infinito, tra i cortili polverosi della terra rossa Africana, nell'ora del tramonto, tra stracci e pali piantati nel terreno come porte, un ragazzo nero la afferra, e la rilancia nella mischia dei suoi compagni, e Amici...
Il calcio giocato dai bambini nelle strade delle città, nelle piazze dei villaggi, nei cortili delle scuole, delle case, delle chiese, nei sconnessi campi di periferia, nei verdi prati delle campagne...il calcio silenzioso dei sobborghi nascosti del mondo...il calcio ovunque ci sia qualche oggetto da prendere a calci...è il gioco più bello che ci sia...e quello che ci portiamo sempre e comunque nel cuore, anche da adulti, che ci commuove, che rimpiangiamo, che ci fa scendere ancora in strada!...La Strada...la strada non è più lo stadio, dove si gioca il calcio fatto a misura del consumare, la strada non è un video, della tv, di internet, della play, dove si gioca un calcio virtuale, la strada non è uno spazio pubblicitario, un negozio, dove si gioca un calcio commerciale...la strada è uno spazio, uno spazio qualsiasi...ma uno spazio Aperto, aperto perché ancora rimasto alla libertà, la libertà del gioco! uno spazio reale! Non è vero che il reale si oppone alla fantasia...la fantasia è il cuore e il sangue della cruda realtà, perché lì la realtà si muove, è un movimento, la fantasia la sua spinta...ciò che è artificiosamente reale è invece costruito e confezionato, è fermo, immobile nel suo stanziare, nelle sue stanze...; la strada non è un palazzo di stanze, è un cammino e un movimento...è una realtà fantastica, non una fantasiosa realtà. E il calcio della strada non è il calcio dei palazzi!
Lo street football non ha nulla a che vedere col noto global football, il calcio delle manifestazioni ufficiali, delle immagini mediatiche, dei prodotti commerciali...il calcio globalizzato con tutte le contraddizioni che si trascina dietro! Perché in strada anche Messi può giocare in difesa, e Nesta essere capocannoniere, perché Nesta esegue un numero da Messi, perché in fondo che importano le magliette che si indossano, la fantasia è più che una regola! E allora capita che la Germania non partecipi quasi mai alla Coppa del Mondo, che l'Athletic Bilbao possa vincere la Champions League, e che l'A.C. Liverpool United domini incontrastato il campionato di chissà che paese; oppure che non si finisca neppure la prima partita perché, capita, le "squadre squilibrate", oppure nelle fasi eliminatorie "piove, finiamo la prossima volta", quando la prossima volta in realtà "Andrea (uno dei più bravi) è ammalato..si cambia torneo!"; capita che i milioni del calciomercato siano "pari e dispari", e ci siano raramente i "bidoni", i più scarsi vanno infatti per ultimi, ovviamente; e capita anche che Lorenzo, il telecronista ufficiale, sia un meraviglioso giocatore, e che Luca riesca a riprodurre il boato della curva che esplode ad ogni goal senza che ci sia un solo spettatore! E poi che importa se si hanno le Adidas o le Nike ai piedi, in fondo il più bravo, "il vincitore è semplicemente uno che non ha mai mollato", e il più bravo lo è anche con le sue scarpe di tela bucate, anche scalzo; ed è anche quello che non vedremo mai nella massime competizioni! Perché il calcio della strada ha una storia diversa dalla storia del calcio...anzi, una storia che cambia di volta in volta, e cambia le sue regole, ogni volta unica; così "più siamo, meglio è", oppure "siamo in pochi, usiamo una porta sola, portiere unico...partita o tedesca?"; portiere spesso rimediato tra i "volontari", raccattato tra i più scarsi, perché se "sei scarso, vai in porta", o ricattato tra gli ultimi "posso giocare anche io? Si, vai in porta!"; che importa infatti il numero di giocatori e i ruoli...pari contro dispari, pari e pari, dispari e dispari..."Stefano deve andare a fare i compiti, giochiamo uno in meno"...e poi cambi volanti, portieri volanti, "io fisso in attacco...tu libero, in tutti i sensi"! che importa poi chi sono i giocatori, certo, magari se "sei antipatico, non ti passo la palla", però se si vince si è tutti contenti, magari bianchi, rossi, gialli o neri è diverso, ma se "la butta dentro" allora ogni ideologia trasmessa dalla falsa cultura cade; che importa della palla...cuoio, plastica, spugna...oppure anche un pallone vecchio, sgonfio e bucato, una bottiglia di plastica, un tappo! che importa il campo...erba, cemento, polvere, pochi metri o centinaia! che importa la porta...due sassi, due stracci, due paletti, tanto che sempre "goal...no, fuori...no, traversa" e la palla dopo mezz'ora di discussioni e misurazioni è ancora là in fondo...o se va bene tre pali senza rete, con rete bucata, con rete normale, tanto i "goal-no goal" ci sono comunque! che importa della partita...uno due o tre tempi, supplementari o rigori, "chi arriva per primo a dieci", oppure il classico "chi segna l'ultimo vince!"...tanto l'arbitro non c'è, non sia mai, e allora "devo andare via", oppure di solito fischia solo sul finire della giornata per dire che "è pronta la cena"; e allora con arbitri del genere spesso "vale tutto", tra simulazioni ingloriose degne del miglior tuffatore, rigori e punizioni inventati, contrasti da incontro di lotta e clamorose ingiustizie; a volte qualcuno si fa male sul serio, a volte ci si prende a parole, a volte anche scatta la rissa...perché spesso non c'è quel astratto fair play a cui si è dovuti ricorrere nel mondo degli interessi, che è in realtà molto far dal play...ma ci sono, al di là di ideologie e immagini trasmesse, amicizie che nascono e altre che non nascono mai, altre che crescono e si rinsaldano, altre ancora che spariscono e si rovinano, com'è il normale corso del mondo, la cruda realtà! Perché nella fantasia della Strada c'è la cruda realtà, una visione del mondo, una rappresentazione della propria esistenza, la vera filosofia del football: dove si lascia parlare la voce degli uomini e dei loro mondi, dove la terra, la più dicente, concede la sua ricchezza e il cielo, sempre diverso, sempre lo steso cielo, racconta dei loro sogni e fantasie, e tra questi, al di là degli edifici della fantasiosa realtà, si ode ancora la voce della strada, la realtà fantastica, di un gioco divino. E chissà allora che non sia già tutto il mondo irrimediabilmente sommerso dal global football, chissà che si possa davvero tornare a giocare per la strada, chissà che quei bambini che giocano festanti in tutte le parti del mondo non siano solo l'immagine di un coinvolgente promo pubblicitario!
Tommy

giovedì 29 marzo 2012

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Globalization

Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada, lì ricomincia la storia del calcio.
Jorge Luis Borges

Si dice che il valore del calcio stia negli occhi, nei cuori, nella passione di milioni di bambini che nelle strade o nelle scuole calcio imitano le gesta dei loro campioni, sognando una giocata, un goal, la vittoria della coppa del mondo...Il fatto è che ciò è possibile perché l'intero mondo è coinvolto nel gioco: il calcio, infatti, ormai è diventato uno sport mondiale, che fa vibrare milioni e milioni di cuori, dei piccoli ma anche dei più grandi, in centinaia di paesi diversi. Pur essendo libero nella sua espressione - ogni manifestazione è unica e irripetibile, una storia a sé - la sua competizione come fenomeno sportivo è regolata e gestita da federazione internazionale e federazioni, associazioni e organismi continentali, nazionali, locali...si fa si, cioè, che il gioco, nella sua libertà, sia giocato ovunque allo stesso modo, secondo stessi principi, norme, attuazioni. In questo senso si può parlare di global football, il fatto cioè che questo sport abbia assunto una connotazione identitaria a livello globale:  su questo insistono, ad esempio, la sua portata mediatica, per cui importanti eventi come World Cup o Champions League sono trasmessi in quasi tutti i paesi del mondo, ma anche la sua portata in termini di affari, di Sport Business, per cui il calcio muove ingenti risorse in termini di investimenti, sponsorizzazioni, spostamento di capitali. Quest'identità costruita impatta anche, volenti o nolenti, e in misura più o meno forte, su tutti quei bambini che giocano per strada, che a quelle immagini globali fanno riferimento. Eppure, in un senso ancor più fondamentale, originariamente fondamentale, e spesso dimenticato, il football è globale per sua natura, perché il prendere a calci un pallone è sempre e dappertutto, in modalità diverse a seconda dei popoli che lo giocano, una rappresentazione del mondo di quella cultura; per questo esso, in senso fondamentale, rinasce "ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada", perché in quel gioco è un frammento di una nuova visione del mondo che si compie. Ma il fatto che oggi si possa parlare di global football, indica allora, come visione del mondo sottesa, che si possa parlare di una globalizzazione della cultura, unica a livello mondiale? La globalizzazione del mondo si specchia cioè, è rappresentata, nella globalizzazione del pallone?
La globalizzazione del football nasce da lontano, fin dalla sua genealogia, la quale lo porta ad essere, a partire da diverse tradizioni e manifestazioni originarie, quell'unico gioco che si pratica ovunque allo stesso modo, estendendosi dalla culla madre Inghilterra a ormai tutti i paesi del globo; questa globalizzazione sta innanzitutto nella formalizzazione di quell'apparato di norme e regole che ne danno, già a partire dall'Ottocento, quella struttura che regge, eccetto pochi cambiamenti, fino ad oggi; in secondo luogo nella sua espansione a livello mondiale, che rende noto il gioco, anche grazie alla cultura vittoriana, in tutto il mondo: ciò anche grazie alla spinta dello Sport in senso ampio, con la rinascita dei Giochi Olimpici voluta da De Coubertin, forse i primi grandi eventi globali della modernità. Fatto sta che nella sua forma moderna in pochi decenni il gioco viene fatto proprio da molte popolazioni, forse inconsapevolmente per il suo senso di fondo, la sua capacità di essere rappresentazione del mondo, una "rappresentazione sacra dell'esistenza", forse l'ultima, come sostiene Pasolini: perché spesso il calcio viene sentito anche il maniera più profonda della religione, e diventa altrettanto importante di altre manifestazioni della vita quotidiana che strutturano la comunità, vero depositario di tradizioni. La globalizzazione della cultura, quella tecnologica, mediatica, dei mercati ecc., allora, di cui tanto si sente parlare, insiste su un fenomeno già ben radicato a livello mondiale. Ma quale impatto ha? Il calcio diventa un punto di vista e di osservazione inedito, ma fondamentale, attraverso cui osservare questi fenomeni! Il fatto, ecco il punto, è che il calcio è mosso da passioni umane, troppo umane...e in queste passioni si leggono tutte le contraddizioni che la globalizzazione porta con sé; le resistenze che si trovano qua e là danno vita alla inestricabilità odierna del fenomeno del football, che, anche se ormai uguale in tutto il mondo, si fa quasi contenitore e specchio principale di nuovi intrecci e diventa affascinante, nel bene e nel male, in mille contesti diversi, per mille motivi diversi: così, ad esempio, nel mondo civilizzato odi etnici, politici, religiosi che sembravano ormai scomparsi, trovano in questo luogo radicale manifestazione: neonazionalismi, estremismi, ideologismi vari sono occasione di rivendicazione e di forti rivalità tra tifosi; ciò si lega spesso alla manifestazione di un'identità, però perlopiù astratta e costruita su base ideologica e infondata, che la globalizzazione col suo livellamento generale sta invece sottraendo ai popoli e alle culture; a ciò si lega anche la reazione e la resistenza alla sola logica del consumo del prodotto calcio, al tifoso profittevole della tv a pagamento, della poltrona, che i valori promossi dal mondo delle curve combattono; ma anche un cambiamento antropologico dei tifosi, per cui strategie commerciali e nuovi stadi tolgono la tradizionale popolarità dello spettatore, per farne invece un facoltoso fruitore; e i fenomeni violenti che non trovano più sfogo nello stadio dove si esercitano ora? Insomma, pochi cenni da approfondire bastano ad indicare come neotribalismi, reclami libertari, ribellioni contro logiche omologanti o repressive, contraddizioni, tutto si mescoli in un intreccio difficile da districare...è il carattere liquefatto del postmoderno, la mescolanza vorticosa dei punti di vista, la mancanza di un saldo punto d'appoggio: mille racconti andrebbero a scontrarsi e ingarbugliarsi, ognuno d'una ricchezza e particolarità indefinita. Tale complessità, val la pena di specificarlo, riguarda l'intero mondo del football, i tifosi come i giocatori, i dirigenti, i club e le federazioni, gli sponsor: episodi di razzismo e di mobbing vario tra giocatori, nello spogliatoio della stessa squadra o da rivali in campo, non si aggiungono a quelle contraddizioni che la globalizzazione, la quale dovrebbe si dice togliere barriere e confini, porta con sé? E se non basta, che dire delle lobby di potere e dei giochi loschi tra i dirigenti dei club, le stanze dei poteri politici, mediatici ed economici, i corridoi delle federazioni e delle istituzioni, che turbano, insinuano sospetti, sviliscono e impoveriscono il calcio? E poi club a servizio di ideologie sociali, religiose, politiche, dirigenti a servizio di giochi criminali, giocatori a servizio del business! E perché alcuni paesi sono rimasti poveri nonostante gli investimenti stranieri, degli sponsor e delle multinazionali di cui beneficiano? E perché la promessa di dare a tutti una possibilità, di sottrarre i bambini dalle strade e dalla povertà non si realizza, e anzi la forbice si acuisce, considerando quei bimbi solo nell'ottica di potenziali tifosi, o meglio, consumatori? Sono domande che, come si capisce, non riguardano semplicemente il mondo del calcio...ma il calcio, come si è detto, è una rappresentazione del mondo, e una buona rappresentazione della globalizzazione...Forse questo caos ordinato, questa incomprensione, può davvero stancare...Forse davvero conviene guardare, ma questa volta con occhi sinceri, al bambino che corre, sorride e piange per la strada...Forse lì, veramente, la storia del calcio ricomincia.
Tommy

mercoledì 28 marzo 2012

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Genealogy

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo.
Pierpaolo Pasolini

La filosofia del football ha una comune radice che lega tutti gli uomini: è una filosofia poetica, una metafisica in cui nel pallone si uniscono terra e cielo, uomini e dei, un rispecchiamento del mondo nel corpo, nel piede, nell'occhio, nella testa e nel cuore, uno specchio della propria vita...il calcio è una rappresentazione di noi stessi, è una rappresentazione del mondo! Per questo accade ogni volta che un uomo prende a calci qualcosa, in modo impegnato o in modo distratto, perché quell'oggetto diventa il modo di esprimere il suo mondo nella gioia o nella noia del gioco...è una rappresentazione del mondo, più o meno consapevole, come la festività sacra rappresenta originariamente aspetti particolari dell'esistenza! e quando accade allora la storia del calcio si ravviva, perché un nuovo frammento, un nuovo stralcio, una nuova visione del mondo prende corpo! Forse all'inizio di questa storia qualcuno per sbaglio calciò un oggetto infilandolo tra due alberi di un bosco, forse furono le vestigia e i resti di rituali venatori o guerrieri, fatto sta che culture e popoli iniziarono in maniera trasversale a codificare il gioco di calciare una palla e ad esprimere mediante questo la propria visione del mondo, ogni volta nella sua peculiarità, ogni volta diversa: perché il gioco del calcio, che oggi rappresenta forse, insieme alle Olimpiadi, la manifestazione sportiva generalmente più seguita a livello mondiale, e si gioca ovunque allo stesso modo, ha in realtà molti antecedenti in diverse tradizioni, molte delle quali si ritengono progenitrici del gioco stesso: basti pensare alla pelota basca, al calcio fiorentino, la soule francese, l'hurling at goal inglese...Spesso e volentieri le tradizioni del prendere a calci una palla, o un oggetto di forma sferica, avevano originariamente a che fare con la sfera rituale e sacrale: i Maya, ad esempio, in quel gioco che aveva lo scopo di far entrare la sfera su una muratura di forma circolare, rappresentavano il corso del sole, la propria cosmologia; in ogni caso, tutte quelle tradizioni giocano il rispettivo calcio secondo modalità e regole diverse, loro caratteristiche: forma e dimensioni del campo, numero di giocatori, mosse consentite nella partita ecc...; comune però e spesso il risvolto violento della gara, non solo per la cornice sacrificale spesso impiegata, ma anche per la rissosità e il regolamento di conti tra formazioni, contrade, villaggi avversari, come ad esempio nel calcio medievale inglesedove numerose sono le testimonianze delle autorità che vorrebbero, peraltro senza successo, bandire il gioco tra villaggi vicini, per la partecipazione rissosa della gente e lo sfociare nel sangue del gioco (del resto, come ci mostra l'antropologia, il legame tra violenza e sacro è stretto e labile: se il sacro è lo spazio che sta al di là dell'umano, allora per accedervi esso richiede la distruzione delle normali trame e relazioni in cui si articola lo spazio umano: il sacrificio di cose, animali, uomini rientra in questo scenario); come si giunge allora, a partire da questo sfondo, al moderno football, a tutti comune? Non si tratta tanto di percorrerne la storia, ma individuarne la genealogia, il terreno, lo scenario di fondo, i solchi come linee guida dove germina quel che è il gioco più popolare al mondo. Nel medioevo inglese esisteva un gioco popolare chiamato hurling; esso si giocava con una palla fatta di stracci e tappi di sughero ed esisteva nelle due forme dell’hurling at goal, dove lo scopo è di portare la palla oltre la metà difesa dagli avversari, e dell’hurling over country, giocato una volta l’anno nella campagna che separava due villaggi, dove l’obbiettivo era di condurre la palla all’interno del villaggio rivale; la componente violenta di questi giochi è nota: per arrivare al football come lo conosciamo è stata necessaria innanzitutto una sterilizzazione delle gesta violente in base ad un controllo rigorose degli atti motori consentiti e poi una tecnicizzazione delle stesse gesta, ovvero una minuziosa regolazione di tutte le azioni che hanno a che fare con il gioco: il campo di gara viene precisamente delimitato, il tempo della partita e i suoi obbiettivi stabiliti a priori, le forze in campo disposte secondo precise logiche combinatorie che rispondono alla maggiore efficacia in relazione all’azione consentita dalla regola, il gioco organizzato e amministrato da un unico regolamento e il corpus regolamentario accettato e condiviso con figure delegate alla sua applicazione e rispetto. Insomma, per passare dalla mischia selvaggia e furibonda, nella quale inevitabilmente precipitava lo scontro tra le due squadre concorrenti che prendevano a calci una palla di stracci e sughero, alla vera e propria partita di football, è stata necessario una precisa formalizzazione della gara che prima dell’Ottocento occidentale sarebbe stata un frutto mentale ancora acerbo e prematuro; un passaggio di questo lungo percorso lo si può leggere ad esempio nel Settecento, quando calcio e rugby si separano e prendono due direzioni diverse, in base alla disputa sull'impiego della mano nel gioco (direzioni che rivelano una diversa antropologia di fondo). Quel che si vuol sottolineare è che le due tendenze fondamentali di questa genealogia, legate strettamente l'una all'altra, furono la sterilizzazione della violenza da una parte e la formalizzazione delle regole dall'altra; non si può non notare qui, inoltre, come la terra di coltura di questo sviluppo non poteva che essere l'Inghilterra e il suo processo di civilizzazione: la parlamentarizzazione da una parte, specie dopo le lotte sanguinose del Seicento, e la seguente industrializzazione dall'altra, sono profondamente legate da logiche omologhe alla cessazione della violenza e alla razionalizzazione della vita quotidiana, in cui rientra quindi anche il contesto della manifestazione calcistica; il football non è allora semplice svago o distrazione, ma si lega profondamente nel suo sviluppo alla sfera politica ed economica e alla cultura di fondo in cui queste crescono; e non solo la formazione del calcio fu legata allo sviluppo del paese d'origine, ma anche l'estensione di questo modello oltreconfine, la quale andò parimenti all'espansione economica dell'era vittoriana; ma se le trame e gli intrecci di questo percorso possono apparire plausibili, oltre a questo, e su uno sfondo non spesso tematizzato, tutto ciò si lega alla concezione filosofica di fondo di un corpo macchina, un corpo cioè che, separato dall'anima dall'operazione cartesiana, diventa una cosa, un oggetto, passibile di stretta e assidua regolamentazione e codificazione politica, economica, sociale!
Sullo scenario del corpo macchina, delle ciminiere e del ritmo delle industrie presenti in ogni dove, dei lord attenti agli affari di governo e della working class che attende il suo giorno di festa, sui campi di gioco affollati delle periferie la festa medievale si trasforma nella sacra festa del football: nel 1853 nasce lo Sheffield Club, la prima società calcistica al mondo; nel 1863, dieci anni dopo, si contavano già undici società: quello stesso anno furono scritte tutte le regole del gioco, che sono in gran parte norme simili a quelle attuali. Il campionato inglese era la festa popolare della working class, la rappresentazione del loro mondo, perfettamente integrata in esso: l'uomo che prende a calci una palla, un oggetto qualsiasi di forma sferica, sui cortili polverosi di Londra, sui vicoli del porto di Liverpool, sotto il cielo grigio di Manchester, nelle ore complementari al lavoro che ne fanno un working man, è un frammento di quel calcio, è la visione del mondo che accade poi nel fine settimana nei primi stadi: è la rappresentazione sacra del suo tempo, del suo mondo. E per lungo tempo fu così. Per lungo tempo l'uomo della fabbrica o della campagna poté rispecchiarsi in questa rappresentazione sacra del mondo che nasceva da lontano, e che era poi una rappresentazione della sua esistenza, del suo tempo, della sua vita...forse "l'ultima rappresentazione sacra" in cui rispecchiarsi, come diceva Pasolini...l'ultima...Ma è ancora così??
Tommy

martedì 27 marzo 2012

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. The World in a Ball

C'è chi dice che il calcio sia questione di vita o di morte: non sono d'accordo. Posso assicurarvi che è una questione molto, molto più seria.
Bill Shankly
Occhi, gambe, testa e cuore! 
A tutti i miei ragazzi del Calcio Thiene 

Prendere a calci un oggetto di forma sferica è un gioco antico quanto il mondo: in antichità, nella millenaria Cina era chiamato "tsu ciu", calcio-palla, in Grecia "epyskyros", a Roma "harpastum"...per non parlare poi delle successive derivazioni quali il Kemari e il Cuju in Giappone e Cina, il Calcio Fiorentino in Italia, la Soule in Francia, l'Hurling at Goal (o Hurling over Country) in Inghilterra ecc...ma giochi simili erano conosciuti anche in molte altre culture, ad esempio presso i Maori o i Maya, e, sospetto, in qualsiasi altra civiltà che sia apparsa sulla faccia della terra! Perché prendere a calci una palla non è il semplice intrattenersi con un oggetto di forma sferica, perché il pallone come giocattolo non è una mera cosa come tutte le altre...giocare attorno ad un pallone è giocare il gioco stesso del mondo, perché, in maniera fondamentale, il football è una rappresentazione del mondo, dell'esistenza, anzi, una delle sue manifestazioni più importanti. Il pallone è quasi lo specchio della sfera dell'Essere, il luogo dove esso viene a chiamata e si gioca: giocare la palla è come giocare il gioco dell'Essere stesso, il gioco del mondo e del suo eventuarsi: perché lì, in quella sfera, il mondo è chiamato a dirsi, laddove i quattro sono chiamati a raccolta: la terra e il cielo, i mortali e il divino; dal punto di vista delle scienze esatte, ma anche del nostro disincantato sguardo quotidiano, questa visione può apparire strana, fantasiosa, banale...tuttalpiù poetica: ma è proprio nella poesia che abita il senso della rappresentazione, perché la poesia è l'apertura al mondo, al cosmo, dove le cose sono davvero ciò che sono...nella poesia accade la rappresentazione del mondo: e così accade una metafisica del football, dove la terra non è lo strumento di sfruttamento e manipolazione quotidiano, ma il luogo dove in un certo spazio e tempo, secondo certe regole, va in scena il movimento del cielo, lungo le magiche traiettorie che la palla percorre, come il sole, gli astri, la vita, e accade il divino come manifestazione nella quale la comunità degli uomini si riconosce e si unisce; non solo metaforicamente, come la visione poetica potrebbe indurre a pensare: per i Maya, ad esempio, questo gioco rappresentativo aveva a che fare con delle precise cerimonie cosmologiche e sacrificali, l'hurling at goal inglese con dei rituali di fertilità...ogni popolo, ogni cultura, nel gioco con la palla vede la sua rappresentazione del mondo! E se mettiamo l'uomo che prende a calci una palla al centro di questa visione poetica, a relazionarsi coi quattro, allora capiamo il senso antropologico del calcio, e come il mondo sia dappertutto e sempre in un pallone. Il legame con la terra è nel piede, l'umiltà che precede la gloria: il piede come ciò che tiene legati al suolo, che ci fa sentire la terra, che conduce l'umanità lungo le sue strade...il piede come musichiere del ritmo, camminando o correndo, il ritmo come rimbalzo del terreno, delle stagioni, dei cicli...nel piede c'è cioè la modesta preghiera che parte dalla terra, e attraversa la nostra posizione eretta: dà slancio e verticalità al nostro essere al mondo, ci apre uno sguardo sul mondo come un orizzonte sul quale siamo aperti e possiamo guardare, e andare...inseguendo in questo movimento traguardi rischiosi, e gloriosi...l'umiltà che precede la gloria! Nell'umiltà del piede è la popolarità del football...lo sport del popolo, della gente, degli umili legati alla terra...di tutti: perché nel campo di calcio c'è la fatica ed il sudore del lavoro quotidiano, con i suoi avanzamenti e le sue ferite, e poi le sentenze, a volte dure e inaspettate, a volte leggere e fruttuose, della terra, la più dicente...perché nei piedi che vi si appoggiano ci sono tutti i modi di rapportarsi a lei, "la madre dall'ampio petto", che tutti li accoglie: la tenacia e la determinazione, la costanza e la fatica, la leggerezza e la fantasia, i tempi d'ozio e i lampi dell'invenzione geniale...il tocco del nostro essere, la tecnica parte essenziale della nostra esistenza, modalità primaria dello stare al mondo, ancorati alla terra; e nel piede c'è anche la lotta per conquistarsi la propria piccola porzione di terreno, il proprio posto al sole, per coltivare i propri sogni e conquistare i propri obiettivi: la lotta, una corsa con se stessi e il proprio lavoro, con gli altri che stanno nel mezzo, con i decreti del cielo e la sua giustizia, buona o cattiva che sia (una lotta anche violenta come testimoniano tutte quelle manifestazioni del gioco con la palla che abbiamo elencato, nelle quali l'elemento sanguinario e a volte addirittura sacrificale era essenziale); il piede è l'appoggio sulla terra, e lo slancio all'obiettivo che ci prefiggiamo di raggiungere, attraverso la tecnica e la lotta...la meta, il goal...la palla come e dove noi la vogliamo, il mondo che vogliamo! Una visione del mondo, come un cammino che dalla terra, attraverso il piede, ci abita nell'animo...perché la gloria del cielo si conquista con le fatiche e i frutti della terra, e i soli, gli astri, i cieli sotto ai quali giochiamo con la meteora che abbiamo a disposizione e lanciamo nei suoi spazi, sono anche i nostri sogni e desideri (de-siderum) che ci abitano dentro: la palla lanciata dalla terra è come percorresse qua e là il cosmo, inseguendo gli aneliti dei contendenti, tracciando un destino al quale tutti si dovranno adeguare, il risultato ineludibile del campo...perché i sogni dell'animo, i sogni degli umili, sono stesi leggeri sotto ai piedi, e da lì partono...perché "se avessi il drappo ricamato del cielo, intessuto dell'oro e dell'argento e della luce, i drappi dai colori chiari e scuri del giorno e della notte, dai mezzi colori dell'alba e del tramonto, stenderei quei drappi sotto ai tuoi piedi: invece, essendo povero, ho soltanto i sogni; e i miei sogni ho steso sotto ai tuoi piedi; cammina leggera, perché cammini sui miei sogni!" (Yeats); i sogni stesi sul campo di gioco, sulla terra, abitano nell'animo di tutti i bambini che giocano a pallone sui campi polverosi e sconnessi delle periferie, o ben fatti dei centri, e brillano nei loro occhi; se è vero come dicevano gli antichi che l'occhio è lo specchio dell'anima, allora lì si riflettono i sogni e i desideri anelati al cielo, percorsi sul tappeto sotto ai piedi: ci sono gli occhi dei popoli e delle culture e gli occhi dei singoli, gli occhi della miseria e della fame e quelli dei ricchi, gli occhi della fede che abita in se stessi e quelli che guardano agli idoli; ogni volta che si scende in campo, si è sotto lo stesso cielo, guardando cieli diversi, con occhi diversi: il coraggio, la sicurezza, la paura, la speranza, l'umiltà e la gloria, la fiducia e l'imitazione, la determinazione e la concentrazione, la fantasia e la concretezza...tutte le virtù dell'animo stese sul campo, riflesse negli occhi con la leggerezza del cielo: ci sono gli occhi dei predatori fissi davanti a loro stessi, diretti alla preda, all'obiettivo (gli occhi della tigre), e gli occhi che sanno vedere tutto attorno in uno sguardo totale (gli occhi del profeta), gli occhi del divertimento e gli occhi del lavoro, l'animo espugnandi e l'animo raziocinante...come l'unico cielo cambia e non è mai lo stesso, così i cieli del football sono la leggerezza degli sguardi e dei sogni, delle visioni del mondo, che si confrontano e si scontrano, nelle magiche traiettorie che la palla percorre tra questi spazi...sotto lo stesso cielo, che è uno, e decreterà inesorabilmente il vincitore!
Traguardi di vittoria che abitano l'animo e si esprimono attraverso il piede, a volte attraverso la mano...la mano che in molti giochi di calcio accompagna l'uso del piede...perché la mano, "organo degli organi" (Aristotele), strumento del lavoro umano che ci differenzia dagli animali, è l'anticamera del cervello, e l'intelligenza del gioco: afferrare con la mano è afferrare con la mente (è il concetto: da concipere, cum-capere), è concepire e leggere il gioco: la raffinatezza - la mano umana è capace di più movimenti di qualsiasi altro organo del corpo - e la nobiltà del gioco passano attraverso la mano: il calcio moderno si è separato dal rugby proprio nell'esclusione del gioco di mano (le due direzioni individuano quindi precise filosofie diverse dei due giochi), che diventa fallo, delegato solo alla rimessa laterale, un gesto appunto "laterale", e alle parate del portiere, quasi  l'ultimo baluardo e custode del destino, che si frappone ai desideri delle cose umane (katà-to-kreon, il destino della necessità, è nel frammento di Anassimandro l'intima mano (cheir) dove tutte le cose accadono, vengono e tornano, appunto "secondo necessità"); l'intelligenza della mano, l'intelligenza peculiare degli uomini, è nel calcio delegata ai concetti della mente, nella testa: perché letteralmente il concetto raccoglie la diversità e le particolarità concrete dei tanti per farne unità astratta: così i partecipanti alla competizione diventano una squadra, una società, che condivide dei valori comuni, delle regole e una filosofia di gioco, un credo strategico: la tattica diventa allora parte di quella strategia, come quei meccanismi che unendo le diversità affinano il gioco dei molti, unendolo in sottili e delicate trame, preparate finemente, con obiettivi da raggiungere: ci sono tattiche offensive e difensive, di proposta e di attesa, collettive e individuali, d'azione o reazione, dinamiche o statiche...; nel confronto delle tattiche c'è lo scontro dei pensieri degli uomini, una dialettica affascinante dove essi vorrebbero sottrarre al mistero il corso dei cieli, dirigerlo con l'intelligenza e portarlo sulla terra, in campo: ecco le statistiche, la pianificazione, gli allenamenti, la razionalizzazione e l'astuzia, nel desiderio di calcolare l'esito dell'incalcolabile, il verdetto che invece è sempre in gioco...perché la palla è rotonda, come un astro, e la sua luce misteriosa andare in ogni direzione! Ma le filosofie sono inevitabili...e come gli uomini si rapportano alla terra, così la testa si relaziona al piede, e la tattica alla tecnica, in un incastro unico e irripetibile, di volta in volta diverso, a seconda dello sguardo umano, della visione del mondo che vi si posa...e solo uno sguardo che astrae, postumo e razionale, può separare ciò che è originariamente e poeticamente unito: è lo sguardo degli uomini al centro del gioco, la loro finitezza, i loro interessi e desideri che guardano secondo prospettive diverse a quel oggetto di forma sferica, la palla, dove in realtà è racchiuso e rappresentato un mondo; uno scenario divino che non si può mai cogliere nella sua totalità, perché "dio è giorno e notte, inverno e estate, guerra e pace, sazietà e fame; e muta come il fuoco quando si mescola ai profumi e prende nome dall'aroma di ognuno di essi" (Eraclito); il football è mosso da questa diversità di sguardi sul mondo, che sono scenari divini, che sono l'emozione (e-mozione, ciò che muove) che trae in gioco. Gli dei del calcio sono molti, le emozioni indescrivibili che trascendono i limiti dello sguardo squisitamente umano: la gioia del gol, la gloria della vittoria, la bellezza della giocata, la grandezza dell'idolo, la passione del tifo...oltre i limiti del quotidiano, dell'umano, del terrestre, verso i sogni del cielo dove abitano gli dei; di fronte a tali emozioni il limite e la finitezza che siamo traballa, il cuore vacilla...e irrora il sangue che dà vita al gioco, perché senza passione, senza cuore, il calcio non è niente! Allora allo sguardo divino che abita nelle nostre emozioni, nel nostro cuore, e anima la nostra passione, i quatto si uniscono, in una combinazione unica che rispecchia la nostra esistenza, e che non si può descrivere...perché una rappresentazione è una rappresentazione, è parola lasciata alla poesia, e non alla descrizione razionale; è semplicemente la rappresentazione della nostra esistenza, un limite, un frammento divino della totalità che si nutre di tutti gli aromi e profumi diversi del fuoco della passione! Nel gioco, quando si uniscono i quattro, abita inconsapevole una visione del mondo, personale, di una cultura di un popolo, di tutti gli uomini, che il pallone riflette...the world in a ball...perché alla palla ruotano attorno il corpo e il mondo; il corpo, con il piede e la sua tecnica, l'occhio e il desiderio, la testa e la sua tattica, il cuore e l'emozione; e il mondo nell'unione dei quattro: la terra e il cielo, il mortale e il divino; tutto in un pallone...perché nel corpo in gioco con la sfera, è rispecchiata una rappresentazione del mondo...della nostra esistenza, che è esistenza del corpo...
Tommy

 

Followers

TRANSLATE

COPYRIGHT

I contenuti presenti sul blog "PHILOSPORT Philosophy of Sport" dei quali è autore il proprietario del blog Tommy Dal Santo, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti perché appartenenti all'autore stesso. È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti in qualsiasi modo o forma. È vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall'autore.
Copyright © 2012 PHILOSPORT Philosophy of Sport di Tommy Dal Santo. Powered by Blogger.

GIVE

Visitors

free counters

STATS