AYRTON SENNA. ON LIMIT...OF DREAM

Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.

IL CORPO E IL MONDO. Leib e Körper

Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono...Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano.

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Genealogy

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Pierpaolo Pasolini.

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare...

PHILOSOPHY OF RUNNING. La Musica del Respiro

Io sento la terra ed il vento e gli alberi. Io sento il loro spirito. Io sento il ritmo della corsa. È come musica. Gabriel Harmony Jennings.

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lunedì 14 maggio 2012

GILLES VILLENEUVE. L'uomo oltre la macchina

Se è vero che la vita di un essere umano è come un film, io ho avuto il privilegio di essere la comparsa, lo sceneggiatore, l'attore protagonista e il regista del mio modo di vivere.
Gilles Villeneuve

Dicono che Gilles Villeneuve amasse correre con il numero 69, quando da giovane garreggiava insieme al fratello Jaques sulle nevi canadesi, con quelle motoslitte che loro stessi montavano e perfezionavano, portandole poi al limite sui circuiti di gara: così, pensava Gilles, quando, come spesso accadeva, la sua macchina si rovesciava, il numero era sempre riconoscibile, un 69 rovesciato in fondo è ancora tale! Dicono che fosse però piuttosto bravo il ragazzo: in pista, con poca stabilità, scarsa visibilità e in condizioni precarie, il giovane vinceva, con quell'intuito e incoscienza inconsapevoli, proprie dei predestinati, genio e sregolatezza. E di vittoria in vittoria la neve e il freddo del Canada, la motoslitta, cominciavano a non essere abbastanza per lui, che sognava il brivido della velocità e il rischio delle corse d'auto; così, vendette la casa dove abitava con la moglie Johanna e iniziò a partecipare ai campionati minori di corse nordamericane, ottenendo, pur con pochi soldi e sponsor, immediato successo. E nel circo di soldi e sponsor che è la Formula 1, Gilles vi arrivò e si fece largo sempre e solo attraverso la sua bravura. Prima in McLaren, la chiamata per un solo Gran Premio, e il titolo driver of the day conquistato; una sola gara, perché il team non ritenne opportuno continuare a puntare sul giovane canadese, forse avevano notato qualcosa di particolare...Dicono che smontando le automobili dopo una corsa, persino un inesperto in materia potesse distinguere la macchina di Villeneuve da quella di un suo qualsiasi compagno di squadra, per lo stato del cambio in particolare, o dei freni; perché quel piccolo canadese, dallo stile aggressivo e spregiudicato, le macchine le sfruttava, le usava, le usurava per portarle fino all'estremo limite, che era poi il suo proprio limite, quello che voleva costantemente superare, per superarsi: "come possiamo conoscere il nostro limite se non tentiamo di superarlo?" era solito ripetere Gilles: sempre oltre il limite, nel rischio, nel pericolo, nell'eccesso; se ne accorsero presto anche in Ferrari, la nuova squadra che quel talento se lo prese in casa: piroette, fuori pista, scontri, errori, rotture meccaniche; dopo poche gare iniziarono a chiamarlo "l'aviatore", appellativo guadagnato per gli incidenti spettacolari che provocava, in particolare uno, quando la sua macchina, dopo il decollo successivo a un contatto, decollò sulla folla vicino alla zona vietata, uccidendo due spettatori. Vittorie ne arrivarono ben poche...E dicono che Enzo Ferrari sia stato più volte sul punto di perdere la pazienza e di cacciarlo; le sue macchine costavano troppi soldi per vederle sempre fracassate senza successo, e il circo, si sa, è fatto di affari, gli affari vogliono risultati. Gilles,  per tutta risposta decise di indossare il numero 27, dando un nuovo corso alla sua avventura in Formula 1: di ottenere qualche risultato, ma non di quelli che rientrano nelle statistiche, che ti fanno magari vincere qualche Gran Premio in più, o un titolo del mondo, quelli sono solo storia. Quel 27, invece, divenne mito, leggenda. Come un principe, pur senza corona, rimane un principe. Come un gusto eccezionale: non importa quanto ne assaporiamo, ma che sapore ha per noi. E nulla può aver più bel sapore di un secondo posto, se ottenuto dopo il duello più spettacolare della storia delle corse automobilistiche, staccate al limite, ruota a ruota con Renè Arnoux, Digione, Francia, 1979. Nulla ha più bel sapore agli occhi dello spettatore di giri su tre ruote, alettoni staccati e semivolanti, curve di traverso...sorpassi inimmaginabili...poche vittorie ma in gran stile...tutto quasi per lasciare ogni tanto un'impronta indelebile...il pilota più spettacolare di tutti i tempi, umile e semplice fuori quanto aggressivo e determinato in pista, una leggenda per sempre nel cuore dei tifosi, un mito che saprà ripetere forse solo Ayrton Senna. Come Senna, una fine tragica. Dicono che Gilles avesse deciso di abbandonare la Ferrari e di fondare una scuderia per proprio conto; forse mentre si accingeva a rientrare ai box quel 8 maggio 1982 a Zolder, Belgio, aveva in testa quei pensieri, quella rabbia: gli avevano fatto capire, lo aveva realizzato a Imola una settimana prima quando Pironi, suo compagno, gli corse contro per batterlo violando i presunti ordini di scuderia, ma senza che la Ferrari prendesse poi posizione, che un pilota, si chiamasse anche Villeneuve, era funzione della macchina, della squadra, del circo, non viceversa. Forse pensava a questo Gilles, mentre rientrava ai box quel sabato pomeriggio, a quel podio imbronciato di Imola, ad anni a servizio per chi, pensava, gli aveva voltato le spalle, ad un automobilismo come pura passione, alle corse in motoslitta sulle nevi del Canada, all'uomo oltre la macchina. Decise allora di scendere da quella Ferrari numero 27, di rovesciarsi ancora una volta: e allora si, come un 69 ancora riconoscibile, l'immagine di questo piccolo grande pilota, abbandonò la storia, ed entrò nel mito. Gilles Villeneuve non solo è ancora riconoscibile come una leggenda dello sport davvero unica, ma è una storia da ricordare, non semplicemente da raccontare: dove la vita ci rende funzione di altro, della macchina, del business, di chissà che altro, possiamo ancora esserne attori, e farne uno spettacolo: è solo una questione di giocare coi propri limiti, di rischiare, di sapersi rovesciare...


Tommy

mercoledì 28 marzo 2012

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Genealogy

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo.
Pierpaolo Pasolini

La filosofia del football ha una comune radice che lega tutti gli uomini: è una filosofia poetica, una metafisica in cui nel pallone si uniscono terra e cielo, uomini e dei, un rispecchiamento del mondo nel corpo, nel piede, nell'occhio, nella testa e nel cuore, uno specchio della propria vita...il calcio è una rappresentazione di noi stessi, è una rappresentazione del mondo! Per questo accade ogni volta che un uomo prende a calci qualcosa, in modo impegnato o in modo distratto, perché quell'oggetto diventa il modo di esprimere il suo mondo nella gioia o nella noia del gioco...è una rappresentazione del mondo, più o meno consapevole, come la festività sacra rappresenta originariamente aspetti particolari dell'esistenza! e quando accade allora la storia del calcio si ravviva, perché un nuovo frammento, un nuovo stralcio, una nuova visione del mondo prende corpo! Forse all'inizio di questa storia qualcuno per sbaglio calciò un oggetto infilandolo tra due alberi di un bosco, forse furono le vestigia e i resti di rituali venatori o guerrieri, fatto sta che culture e popoli iniziarono in maniera trasversale a codificare il gioco di calciare una palla e ad esprimere mediante questo la propria visione del mondo, ogni volta nella sua peculiarità, ogni volta diversa: perché il gioco del calcio, che oggi rappresenta forse, insieme alle Olimpiadi, la manifestazione sportiva generalmente più seguita a livello mondiale, e si gioca ovunque allo stesso modo, ha in realtà molti antecedenti in diverse tradizioni, molte delle quali si ritengono progenitrici del gioco stesso: basti pensare alla pelota basca, al calcio fiorentino, la soule francese, l'hurling at goal inglese...Spesso e volentieri le tradizioni del prendere a calci una palla, o un oggetto di forma sferica, avevano originariamente a che fare con la sfera rituale e sacrale: i Maya, ad esempio, in quel gioco che aveva lo scopo di far entrare la sfera su una muratura di forma circolare, rappresentavano il corso del sole, la propria cosmologia; in ogni caso, tutte quelle tradizioni giocano il rispettivo calcio secondo modalità e regole diverse, loro caratteristiche: forma e dimensioni del campo, numero di giocatori, mosse consentite nella partita ecc...; comune però e spesso il risvolto violento della gara, non solo per la cornice sacrificale spesso impiegata, ma anche per la rissosità e il regolamento di conti tra formazioni, contrade, villaggi avversari, come ad esempio nel calcio medievale inglesedove numerose sono le testimonianze delle autorità che vorrebbero, peraltro senza successo, bandire il gioco tra villaggi vicini, per la partecipazione rissosa della gente e lo sfociare nel sangue del gioco (del resto, come ci mostra l'antropologia, il legame tra violenza e sacro è stretto e labile: se il sacro è lo spazio che sta al di là dell'umano, allora per accedervi esso richiede la distruzione delle normali trame e relazioni in cui si articola lo spazio umano: il sacrificio di cose, animali, uomini rientra in questo scenario); come si giunge allora, a partire da questo sfondo, al moderno football, a tutti comune? Non si tratta tanto di percorrerne la storia, ma individuarne la genealogia, il terreno, lo scenario di fondo, i solchi come linee guida dove germina quel che è il gioco più popolare al mondo. Nel medioevo inglese esisteva un gioco popolare chiamato hurling; esso si giocava con una palla fatta di stracci e tappi di sughero ed esisteva nelle due forme dell’hurling at goal, dove lo scopo è di portare la palla oltre la metà difesa dagli avversari, e dell’hurling over country, giocato una volta l’anno nella campagna che separava due villaggi, dove l’obbiettivo era di condurre la palla all’interno del villaggio rivale; la componente violenta di questi giochi è nota: per arrivare al football come lo conosciamo è stata necessaria innanzitutto una sterilizzazione delle gesta violente in base ad un controllo rigorose degli atti motori consentiti e poi una tecnicizzazione delle stesse gesta, ovvero una minuziosa regolazione di tutte le azioni che hanno a che fare con il gioco: il campo di gara viene precisamente delimitato, il tempo della partita e i suoi obbiettivi stabiliti a priori, le forze in campo disposte secondo precise logiche combinatorie che rispondono alla maggiore efficacia in relazione all’azione consentita dalla regola, il gioco organizzato e amministrato da un unico regolamento e il corpus regolamentario accettato e condiviso con figure delegate alla sua applicazione e rispetto. Insomma, per passare dalla mischia selvaggia e furibonda, nella quale inevitabilmente precipitava lo scontro tra le due squadre concorrenti che prendevano a calci una palla di stracci e sughero, alla vera e propria partita di football, è stata necessario una precisa formalizzazione della gara che prima dell’Ottocento occidentale sarebbe stata un frutto mentale ancora acerbo e prematuro; un passaggio di questo lungo percorso lo si può leggere ad esempio nel Settecento, quando calcio e rugby si separano e prendono due direzioni diverse, in base alla disputa sull'impiego della mano nel gioco (direzioni che rivelano una diversa antropologia di fondo). Quel che si vuol sottolineare è che le due tendenze fondamentali di questa genealogia, legate strettamente l'una all'altra, furono la sterilizzazione della violenza da una parte e la formalizzazione delle regole dall'altra; non si può non notare qui, inoltre, come la terra di coltura di questo sviluppo non poteva che essere l'Inghilterra e il suo processo di civilizzazione: la parlamentarizzazione da una parte, specie dopo le lotte sanguinose del Seicento, e la seguente industrializzazione dall'altra, sono profondamente legate da logiche omologhe alla cessazione della violenza e alla razionalizzazione della vita quotidiana, in cui rientra quindi anche il contesto della manifestazione calcistica; il football non è allora semplice svago o distrazione, ma si lega profondamente nel suo sviluppo alla sfera politica ed economica e alla cultura di fondo in cui queste crescono; e non solo la formazione del calcio fu legata allo sviluppo del paese d'origine, ma anche l'estensione di questo modello oltreconfine, la quale andò parimenti all'espansione economica dell'era vittoriana; ma se le trame e gli intrecci di questo percorso possono apparire plausibili, oltre a questo, e su uno sfondo non spesso tematizzato, tutto ciò si lega alla concezione filosofica di fondo di un corpo macchina, un corpo cioè che, separato dall'anima dall'operazione cartesiana, diventa una cosa, un oggetto, passibile di stretta e assidua regolamentazione e codificazione politica, economica, sociale!
Sullo scenario del corpo macchina, delle ciminiere e del ritmo delle industrie presenti in ogni dove, dei lord attenti agli affari di governo e della working class che attende il suo giorno di festa, sui campi di gioco affollati delle periferie la festa medievale si trasforma nella sacra festa del football: nel 1853 nasce lo Sheffield Club, la prima società calcistica al mondo; nel 1863, dieci anni dopo, si contavano già undici società: quello stesso anno furono scritte tutte le regole del gioco, che sono in gran parte norme simili a quelle attuali. Il campionato inglese era la festa popolare della working class, la rappresentazione del loro mondo, perfettamente integrata in esso: l'uomo che prende a calci una palla, un oggetto qualsiasi di forma sferica, sui cortili polverosi di Londra, sui vicoli del porto di Liverpool, sotto il cielo grigio di Manchester, nelle ore complementari al lavoro che ne fanno un working man, è un frammento di quel calcio, è la visione del mondo che accade poi nel fine settimana nei primi stadi: è la rappresentazione sacra del suo tempo, del suo mondo. E per lungo tempo fu così. Per lungo tempo l'uomo della fabbrica o della campagna poté rispecchiarsi in questa rappresentazione sacra del mondo che nasceva da lontano, e che era poi una rappresentazione della sua esistenza, del suo tempo, della sua vita...forse "l'ultima rappresentazione sacra" in cui rispecchiarsi, come diceva Pasolini...l'ultima...Ma è ancora così??
Tommy

mercoledì 1 febbraio 2012

ESTREMIZZAZIONE DELLO SPORT: Il corpo macchina

Lo “sport”, vale a dire il culto abituale dello sforzo muscolare intensivo, aspirando al miglioramento, è suscettibile di essere portato fino al rischio. È questa la definizione di “Sport”.
Pierre De Coubertin

Quando pensiamo allo sport oggi, soprattutto a quello competitivo di alto livello, non può non colpirci, e forse meravigliarci (in una accezione del termine che può essere sia positiva che negativa) l'immensa distanza che separa il campione di turno impegnato nelle sue gesta, rispetto alle potenzialità che potrebbe esprimere sulla stessa disciplina o attività una persona normale: lo sport agonistico d'eccellenza, lo sport campionistico, è cioè caratterizzato da una forte estremizzazione del gesto, per cui il campione o l'atleta di alto livello riesce a far cose che nessun altro può fare; ovviamente è sempre stato così, altrimenti il campione non sarebbe il campione e non si distinguerebbe dalla persona comune! Tuttavia ciò che oggi colpisce particolarmente è che il gap, la distanza che la prestazione dell'atleta lascia dietro di se, è estrema: estremo (etim: extremus) come tendente verso il fine, un limite massimo verso cui non si può arrivare, come il più lontano e remoto, come l'eccessivo e il grandissimo; pensiamo allora in questo senso alla competizione che aleggia sempre più sul filo dei centesimi o dei millesimi di secondo, alla ricerca del minimo particolare che fa la differenza nel perfezionamento del gesto atletico, alla presenza costante dello sportivo sul crinale del limite e del rischio...lo vediamo sui risultati  e le classifiche, sugli instant replay della televisione, sull'emozione che ci resta sulla pelle di tutti quegli atti sportivi che ci lasciano a bocca aperta; sgombriamo allora il campo da un'equivoco di fondo: l'estremizzazione dello sport, per come la intendiamo, non riguarda tanto la pratica degli sport estremi, che anzi sono un'articolazione più o meno laterale di questo concetto dal ben più ampio respiro: l'estremizzazione dello sport è piuttosto caratterizzata da un efficientismo del gesto sportivo portato al continuo miglioramento perfettivo, da un principio per cui la pratica agonistica supera continuamente se stessa nella prestazione, da un continuo lavoro sul limite e sul suo oltrepassamento (ciò d'altra parte coinvolge sia lo sport in senso stretto, ovvero la pratica dell'attività sportiva del campione, sia, in senso più ampio, tutte le circostanze che fanno da "contesto" più o meno relazionato strettamente al gesto degli atleti: le tecniche di preparazione e allenamento, la strumentazione e il materiale tecnico di cui si servono nello svolgere la loro attività, le modalità di calcolo e misurazione della prestazione sportiva, persino il mondo che riguarda la fruibilità dell'evento da parte dello spettatore interessato: tutto tende ad un maniacale estremismo); paradossalmente allora, in un un mondo in cui la pratica dell'attività sportiva è in continua estensione, estrema diventa la distanza che separa lo sport, o meglio un certo tipo di sport, quello campionistico, dalla comune pratica sportiva;  questo può, come accennavamo, da una parte sorprendere in maniera positiva, e quindi suscitare ammirazione, imitazione o idolatria, ma può anche in un certo senso, e forse in misura maggiore, "spaventare", allontanare la persona che si vorrebbe avvicinare a quella disciplina dalla pratica, cercare vie alternative di sportività, fruire dell'evento nell'attesa che questo estremismo incontri nuovi traguardi (il superamento di un qualche limite nel record) o la sua caduta (l'attenzione più o meno conscia  verso l'incidente)...L'estremizzazione dello sport è insomma un fattore importante di cui tener conto, perché può cambiare radicalmente, come in effetti sta accadendo, e nelle più varie declinazioni, lo scenario sportivo del mondo post moderno (agonismo contemporaneo). Ma qual'è allora la questione centrale dell'estremizzazione dello sport? A cosa ruota attorno?Essa si fonda sulla concezione di un corpo macchina, sul fatto ciò che il corpo venga vissuto come una cosa, un oggetto e quindi una macchina la cui prestazione va continuamente affinata e portata al limite in termini di efficienza ed efficacia, estremizzata per così dire. Tale scenario ha radici lontane, moderne, cartesiane: l'operazione cartesiana consiste infatti nel distinguere un'anima, il principio di egoità (penso, dunque sono), un puro intelletto nelle cui cogitazioni c'è ogni possibile senso del mondo e dell'io soggettivo che lo abita, dal corpo, risolto in mero oggetto, che come gli altri corpi che trovo nel mondo è soggetto alle stesse leggi fisiche e di movimento; ciò significa che il corpo non è più il luogo dell'apertura della nostra esistenza al mondo e dello scambio di senso con esso (Il corpo e il mondo), ma una cosa da definire e plasmare secondo le astrazioni dell'intelletto, le leggi matematiche e i modelli quantitativi della scienza e della tecnica. Cartesio a proposito è chiaro: si esiste semplicemente come essenze pensanti, corpo e mondo possono pure non esserci: “vedevo che potevo fingere di avere un corpo e che non esistesse il mondo, né luogo in cui mi trovassi; ma non per questo potevo fingere che io non fossi; al contrario, dal fatto stesso di pensare a dubitare della verità delle altre cose, seguiva con grande evidenza e certezza che io esistevo”. L’anima di Cartesio è ciò che resta nel processo di astrazione che ha eliminato preventivamente corpo e mondo: "Che cosa sono io? Una cosa che pensa. […] A parlar propriamente, noi non concepiamo i corpi se non per mezzo della facoltà di intendere che è in noi, e non per l’immaginazione, né per i sensi; e che non li conosciamo per il fatto che li vediamo o li tocchiamo, ma solamente per il fatto che li concepiamo per mezzo del pensiero, io conosco evidentemente che non v’è nulla che mi sia più facile a conoscere del mio spirito". Questo spirito fissa astrattamente le misure di corpo e mondo, attraverso le operazioni matematiche: sono le funzioni anticipatrici dell’Ego a dire che cosa sono corpo e mondo: “queste funzioni, che sono a loro volta il prodotto del metodo matematico-quantitativo adottato, producono oggetti ideali che valgono come norma di interpretazione per cose reali, per cui conoscere la natura non significa più osservarla, ma ricondurre le differenze qualitative a quell’indifferente quantitativo che è l’indice matematico anticipato dalle funzioni dell’Ego” (Umberto Galimberti, Il corpo). Capiamo bene qui il senso del corpo macchina che si va dispiegando: un corpo che risponde ai calcoli e alle funzioni della scienza che l’ha squartato, calcolato, ed infine prodotto e determinato in base a quel sapere; il corpo macchina gode di un’astrazione per cui grazie alle anticipazioni matematiche basta semplicemente riportare tutto a rapporti quantitativi e misurabili che godono di esistenza indipendente e autonoma. Il corpo non è più un corpo vivente in azione ma un corpo disegnato e ridisegnato dalle logiche della scienza. Una scienza che accresce la propria potenza su se stessa, sui propri risultati, e va sempre più specializzandosi. Questo fa sì che il corpo, visto che è costretto a vivere la vita concepita dall’Io, da una parte divenga un fascio di processi in terza persona, come ad esempio la vista, l’udito, la motilità, dove per ciascuna parte, per ciascun organo, la sua scienza specifica ricerca cause e misurazione; il corpo viene cioè tagliato, diviso, scomposto nei suoi organi, perché non è più concepito come totalità unitaria in azione; d’altra parte, le stesse concezioni del corpo mutino a seconda della prospettiva scientifica che lo indaga: il corpo è allora oggetto della scienza medica, della scienza fisica e biologica, della scienza economica, della scienza politica ecc. Tutte queste indagini e prospettive sul corpo hanno alla base l’operazione cartesiana che ha ridotto il corpo a cosa per le cogitazione della ragione: lì è la loro matrice; l’industrialismo mette in luce una prospettiva sul corpo che lo rivela proprio come macchina: questo ha il suo naturale riflesso nel corpo sportivo che presenta tratti omologhi alla logica della produzione industriale; è un caso allora che lo sport moderno si sviluppi proprio in Inghilterra e parallelamente all'industrialismo e alle sue logiche? Il corpo è pensato come una macchina e si sviluppa con logiche simili o complementari al processo industriale; Guttman, proprio partendo da uno sfondo che lega lo sport moderno all’industrialismo e a quello spirito di razionalizzazione che lo pervade, traccia un profilo dello sport che va Dal rituale al Record, individuando tratti peculiari dello sviluppo dello sport moderno: Secolarismo: i giochi olimpici e gli altri giochi dell’antichità erano feste sacre e gli avvenimenti atletici avevano spesso significato religioso. Ora il gioco atletico, prima carico di significato religioso, si concentra sui propri elementi essenziali: gioco, esercizio, competizione. “Il legame tra il secolare e il sacro è stato spezzato, l’attaccamento al regno del trascendente è stato reciso. Gli sport moderni sono attività in parte perseguite come fini a se stesse e in parte per altri fini che sono altrettanto secolari. Noi non corriamo affinché la terra sia più fertile. Noi coltiviamo la terra o lavoriamo nelle nostre fabbriche e nei nostri uffici in modo da poter avere del tempo per giocare”. Uguaglianza: la seconda caratteristica degli sport moderni è l’uguaglianza nel significato duplice che questo complesso concetto ha: 1) tutti, in via di principio, devono avere l’opportunità di competere; 2) le condizioni della competizione devono essere le stesse per tutti i contendenti”. Il primo aspetto, il libero accesso, produce nella modernità un’estensione della democratizzazione dello sport; un’uguaglianza questa che in linea di principio va garantita poi anche praticamente attraverso il secondo aspetto, e cioè creare delle condizioni che favoriscano questa estensione democratica. “Quando tutti avranno avuto la loro chance, sapremo chi è il migliore”. Specializzazione: la specializzazione e il professionismo nella competizione erano aspetti che si erano già messi in luce nell’Olimpia antica; gli sport moderni si sviluppano e si approfondiscono in questa direzione: vi sono ruoli e compiti altamente specifici, i quali richiedono a loro volta l’affinamento di competenze specializzate, non solo nei competitori, ma anche in chi ha mansioni connesse e legate al contesto. Razionalizzazione: è l’attività della produzione delle regole. Ciò che distingue i giochi moderni dai giochi antichi è sia il numero delle regole che la loro natura. La codificazione produce un un’uniformità della pratica – tutti giocano lo stesso gioco nelle stesse modalità – e una riduzione dell’incertezza – evitare l’interpretabilità della pratica. “La codificazione ha fatto sì che i singoli giochi presportivizzati si trasformassero in discipline sportive, consentendo loro di assumere un carattere di universalità e convertendoli in un linguaggio dell’interazione che dissolve le barriere culturali”. La razionalizzazione produce anche, a livello di preparazione, una pianificazione dell’attività e una ricerca dell’efficientismo. Burocratizzazione: “Chi decide davvero le regole degli sport moderni e chi amministra il complicato sistema della ricerca? La risposta è ovvia. Una organizzazione burocratica”. La burocratizzazione coinvolge cioè quell’apparato di organismi o strutture che regolano l’organizzazione e l’istituzione dello sport: quest’organo burocratico ha la funzione di certificare la validità degli esiti di gara, di distribuire ricompense e pene, e in generali di perseguire i fini associativi che il movimento si è dato. Quantificazione: la misurazione oggettiva della performance assume un ruolo strategico: “gli sport moderni sono caratterizzati dalla tendenza quasi inevitabile a trasformare qualsiasi impresa sportiva in un’impresa che può essere quantificata e misurata”. Gli strumenti tecnologici di misurazione assumono nella modernità un ruolo fondamentale rispetto allo sport: ciò che viene misurato è inoltre oggetto di raccolta e analisi statistica. Il mondo dello sport moderno è un mondo pervaso dai numeri. “L’espandersi dell’importanza che al dato numerico viene assegnata nelle discipline sportive odierne (dalla misurazione temporale a quella spaziale, fino all’inventariamento di singoli gesti e fasi di gioco) corrisponde a una frenesia di sezionare e ridurre a entità matematica che è tipica della modernità. Attraverso questo percorso di misurazione, inoltre, si apre la strada allo studio scientifico della performance e alla sua pianificazione a partire da risultati oggettivi”. Record: “Combinate l’impulso alla quantificazione con il desiderio di vincere, di eccellere, di essere il migliore – e il risultato è il concetto di record. […] Che cosa è un record nel senso moderno? È la meravigliosa astrazione che permette che la competizione abbia luogo non solo tra coloro che sono riuniti nel campo sportivo, ma anche tra essi e altri atleti distanti nel tempo e nello spazio”. Il record è un concetto fondamentale per lo sport moderno: la prestazione d’eccellenza sposta continuamente in avanti il limite delle possibilità umane. Il record ha un carattere estemporaneo, si proietta fuori dal tempo e dallo spazio ristretti nell’immediata azione di gara; e tuttavia, nell’analisi e nello studio della prestazione esso può essere pianificato. Il record è ciò che condensa il passaggio cruciale dal gioco competitivo antico e pre-moderno, allo sport moderno: esso è la gloria immortale e la fama della modernità: “Una volta che gli dei sono svaniti dal monte Olimpo o dal Paradiso di Dante non possiamo più correre al fine di placarli o di salvare la nostra anima, ma possiamo stabilire un nuovo record. È una forma esclusivamente moderna di immortalità”. Con il record, lo si intuisce, il corpo in azione dello sportivo perde il suo limite, che non viene più rilevato nello scenario olimpico divino né nel paradiso cristiano, e prende a inseguire il continuo superamento di se stesso, della propria prestazione, in quella che potremmo chiamare, in termini hegeliani, una cattiva infinità: la visione di un progresso lineare di un continuo miglioramento si abbina alla concezione di un corpo oggetto da migliorare progressivamente: poiché il corpo è la funzione di cui parla la scienza nei suoi procedimenti conoscitivi, e la scienza insegue se stessa nel continuo superamento di sé e nell’accrescimento del proprio apparato, il corpo diventa quella cosa che attraverso la scienza e le sue applicazioni può essere sempre meglio regolato, conosciuto, modificato, in un procedimento infinito, come il record che esso insegue, come la macchina nel continuo perfezionamento del suo rendimento. Per questo, quando il barone De Coubertin da vita, attraverso la riesumazione e la rivisitazione delle Olimpiadi in chiave moderna, alla fiaccola dello sport come lo conosciamo, non può che dire: "Lo “sport”, vale a dire il culto abituale dello sforzo muscolare intensivo, aspirando al miglioramento, è suscettibile di essere portato fino al rischio. È questa la definizione di “Sport”. È necessario che sia un culto, e non un culto passeggero; occasionale ma volontario, riflessivo, regolare; è indispensabile che il culto si applichi un poco a uno sforzo muscolare qualsiasi, purché sia intensivo; che abbia come obbiettivo il perfezionarsi attraverso l’esercizio e l’allenamento; è necessario, infine, che lo sportivo non abbia alcuna paura, che desideri il rischio, e che questo sia, per così dire, un’attrattiva in più ai suoi occhi. Così l’idea di continuità e di progresso, l’idea di intensità, l’idea di rischio, sono inseparabili dalla vera sportività. Da ciò consegue che la pratica sistematica, l’energia violenta, l’eventuale pericolo, siano gli elementi fondamentali dell’Olimpismo". L'iperbole che porta all'estremizzazione dello sport dei giorni nostri ha il suo germe proprio qui; il corpo, quello dello sportivo in particolare, è cioè la frontiera del progresso della scienza e della tecnica: "Nella modernità, la sfera corporea dello sport si è costituita in una sorta di laboratorio per la pianificazione e ottimizzazione della prestazione, orientata da due principi guida: record fitness. La presenza del record come orizzonte della prestazione corporea determina l’assunzione di condotte altamente razionalizzate di training, ma anche il rischio di derive illecite nella ricerca del più efficace ausilio alla performance. È in questo solco che si collocano le pratiche di doping, che va così inteso come estremizzazione e distorcimento del record. Riguardo al principio di fitness, esso comprende il complesso di pratiche utili a condurre il corpo entro i margini della più selettiva efficienza fisica. Rientrano in quest’ambito le ordinarie pratiche di allenamento fisico mirante alla preparazione della gara; ma anche altre e più profonde pratiche di manipolazione ed efficientizzazione del corpo" (Pippo Russo, Sport e Società). La cultura del record e del fitness hanno prodotto nello sport un corpo oggetto, che allontana sempre più dal vissuto quotidiano del corpo così come lo siamo. Questo corpo sportivo, e questo sport costruito dalla scienza e dalla tecnica, ha raggiunto ormai livelli estremi, e come la distanza dalla complessità e dalla perfezione di scienza e tecnica aumenta di continuo, così lo sport campionistico col suo corpo macchina apre un divario rispetto al vissuto comune del corpo e allo sportivo "qualunque". Di più, persino nuove forme meno agonistiche e prestazionali dello sport, ma più espressive, wellness, identitarie, hanno la loro matrice in questo scenario del corpo macchina e ne sono la conseguenza e l'indice del cambiamento radicale a cui stiamo assistendo in questo mondo; ciò può essere letto nell'iperbole e nella concettualità del fenomeno del doping, attraverso cui il corpo macchina supera il suo limite, per poi cadere, come Icaro, e disperdersi in forme più espressive e identitarie dello sport. Il doping non è tanto, almeno non primariamente, questione di etica o di giustizia sportiva, ne biomedica, ma ha dietro di se quello scenario del corpo macchina che abbiamo provato a descrivere: riguarda la definizione del corpo e dei suoi confini, dei limiti alla sua plasticità; è indubbio che con lo sport si sia diffuso anche un sistema del doping; esso si inserisce in quello sfondo del record che richiede la massima prestazione della performance: in questo senso il doping è un risvolto consequenziale del corpo macchina, e del sapere biomedico che ne rende più efficiente la prestazione; eppure, nascendo in questo orizzonte del record, il doping al contempo lo sfonda: esso, infatti, si sviluppa nella ricerca del record ma finisce per esserne l’estremizzazione e la distorsione: il doping sfonda cioè i limiti che il corpo macchina può incontrare nella prestazione e apre una prospettiva tutta nuova: esso giunge a parlarci del corpo sportivo non più come frontiera, perché questa oltre che essere differita sempre più in la dal principio prestazionale è stata definitivamente abbattuta dal doping (posso far tutto attraverso il doping, e se posso far tutto, lo spostamento in là del limite non è più attraente), ma come luogo di malleabilità e plasticità infinita: il corpo non è più un oggetto da plasmare nella prestazione ma si disperde come un mondo dalle possibilità infinite in questo universo dalle possibilità infinite che il corpo diventa, il fenomeno sportivo può dedicarsi oltre al profilo macchinista prestazionale, anche al profilo espressivo ed emozionale del corpo; lo sport puramente prestazionale ed estremistico si rovescia su se stesso perché il corpo macchina fa alla fine scoprire il corpo come universo dalle possibilità infinite; e l’emergere di nuove pratiche sportive non fa che rispecchiare questo mutamento di fondo: il corpo macchina può essere affiancato da quelle logiche corporee che attraverso lo sport ricercano l’espressione di sé: “il corpo diviene così un «contenitore del sé che permette di dare dei contorni chiari alla propria identità in un contesto sociale sempre più incerto e frammentario. La soddisfazione personale, ovvero la risposta a questa domanda di senso e di legittimazione a esistere in modo pieno, conta dunque più del risultato in termini sportivi tradizionali” (Raffaella Ferrero Camoletto, Oltre il limite. Il corpo tra sport estremi e fitness). La ricerca di nuove forme di espressione attraverso lo sport risponde allora ad un’esigenza di senso. Si tratta di cominciare a pensare profondamente a questo senso che si distacca profondamente da uno sport prestazionale, oggi portato all'estremo, da uno sport moderno, e si affaccia invece su nuove dinamiche che sono tutte da scoprire, lo sport e il corpo post-moderno.
Tommy

 

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