AYRTON SENNA. ON LIMIT...OF DREAM

Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.

IL CORPO E IL MONDO. Leib e Körper

Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono...Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano.

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Genealogy

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Pierpaolo Pasolini.

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare...

PHILOSOPHY OF RUNNING. La Musica del Respiro

Io sento la terra ed il vento e gli alberi. Io sento il loro spirito. Io sento il ritmo della corsa. È come musica. Gabriel Harmony Jennings.

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lunedì 7 maggio 2012

PHILOSOPHY AND SPORT. La Meraviglia del Corpo

È proprio del filosofo questo [...] di essere pieno di meraviglia; né altro cominciamento ha il filosofare che questo.
Platone

La Filosofia e lo Sport. Due grandi passioni, da sempre. Due mondi apparentemente distanti, opposti, contrari...l'una, la filosofia, attività contemplativa, teoretica, di pensiero...l'altro, lo sport, attività pratica, di campo, di sudore e di fatica...due mondi opposti, ma forse solo apparentemente...All'alba del pensiero filosofico si riteneva che essa, la Filosofia, nascesse dalla Meraviglia, da ciò che si manifesta e problematicizza l'esistenza, e il filosofo fosse di conseguenza colui capace di meravigliar-si di fronte a tale accadere...essere pieno di meraviglia, come diceva Platone; la meraviglia è lo stupore che di fronte all'accadere, al manifestarsi delle cose, sospende il respiro e lascia a bocca aperta, che entusiasma come un mistero chiuso in se stesso, come un bocciolo nell'atto del suo fiorire. Si può essere meravigliati, diceva Aristotele, di fronte a difficoltà semplici, comuni, quotidiane, come fu in principio del filosofare, ma anche di fronte poi a problemi maggiori come i fenomeni della luna, del sole e degli astri, o dell'origine del cosmo. È forse la capacità del manifestarsi del mondo di incarnarsi nel senso della nostra propria esistenza, di far corpo con la nostra vita, che ci fa meravigliare per l'una o per l'altra cosa; la filosofia nasce da ciò che scalda il nostro sangue, che suscita il nostro dolore o il nostro piacere, che smuove il nostro sentimento, che scuote il nostro vivere...è la meraviglia del nostro Corpo aperto al mondo! Quando la filosofia iniziò a suscitare meraviglia nel mondo greco, lo Sport era già nato da tempo: tracce di manifestazioni ultramillenarie si radicano pressoché in tutte le culture, nella stessa cultura greca ne troviamo testimonianza già nei poemi omerici, l'agone omerico; eppure potremmo propriamente parlare solo di giochi agonistici, di competizioni svolte, qui come in altri contesti, in riferimento a rituali guerrieri o a celebrazioni funebri, secondo un'antropologia dell'agonismo, non ancora di sport; forse, come per la filosofia, lo sport è un fenomeno tipicamente greco, nato nell'antica Grecia con l'istituzione dei Giochi Olimpici, fenomeno fondamentale, tratto portante di quella cultura, tanto da scandire, con la sua cadenza quadriennale, il conto del suo tempo. E cosa meravigliava di più il popolo greco, richiamandolo da tutte le parti, sbigottendo persino gli stranieri ospiti, che non quelle manifestazioni, decantate e celebrate da sempre?? I Greci hanno fatto dello sport una meraviglia, consegnando ai posteri tale grandiosa eredità, la meraviglia della bellezza dei corpi in azione capaci nel confronto, nello scontro, di gesti straordinari, che scuote la vita come una sua metafora, che agisce nel dolore e nel piacere con la vittoria o la sconfitta, che illumina nella gloria e fa cadere nell'oblio, che non finisce di stupire. Allora come ora. Perché a distanza di oltre duemila anni, lo sport, come fenomeno universale che accomuna popoli e culture, che si radica fortemente nell'esistenza di tantissime persone, è capace di raccontare storie uniche, incredibili, ogni volta diverse nel loro fascino. La meraviglia, dunque, a unire Sport e Filosofia, ma forse, e soprattutto la Meraviglia del Corpo...perché a dispetto della storia millenaria trascorsa, è il Corpo ciò che può paradossalmente ancora meravigliare, la filosofia e lo sport, unendoli in una nuova sfida, come un impensato ancora da pensare, ciò che può ancora stupire, qualcosa ancora da raccontare. Una sfida per la Filosofia, innanzitutto, se è vero che per lei "il corpo è la cosa più difficile" come sosteneva Heidegger, se è vero che essa è cresciuta da sempre in un fraintendimento del corpo, come sosteneva Nietzsche: la sfida è allora andare oltre questo fraintendimento, che considera il corpo come "tomba dell'anima", fin da Platone, che lo mortifica ai dettami dello spirito con la cultura cristiana, che lo lascia all'ombra del pensiero, della res cogitans cartesiana, che lo scruta con l'occhio di ingrandimento anatomico delle scienze, sempre come fosse una mera cosa, un oggetto. Il corpo è molto di più, è l'apertura originaria della nostra esistenza al mondo, è la circolazione e lo scambio di senso con esso, è vita vivente in azione, la nostra stessa esistenza...è tutto questo, e molto altro, nulla di definitivo, perché non si può rinchiudere sotto la pretesa oggettiva di una definizione, è ovunque e in nessun luogo, sempre altrove, altrove nel mondo, sulla punta del bastone cui mi appoggio, come diceva Sartre, o là fin dove indico, punto zero del mondo rispetto a cui le cose si dispongono, a cui si dà un sopra un sotto, un avanti un dietro, un vicino e un lontano, punto di incrocio di percorsi e spazi della nostra esistenza, come diceva Merleau Ponty; questa sfida che attende dalla Filosofia un nuovo senso del corpo, può traslare come un dono inavvertito, ma fecondo, anche al mondo dello Sport; perché anch'esso, forse, e forse in modo colpevolmente inconsapevole, condivide (paradossalmente, perché lo sport sembrerebbe a prima vista un'esaltazione della corporeità) quel fraintendimento che fa del corpo sportivo un corpo macchina, macchina da prestazione, agglomerato di organi, funzioni o sistemi da perfezionare in un incremento indefinito della sua capacità prestazionale: in questo scenario di fondo si muovono forse tematiche quali il doping, quali una competizione sfrenata portata all'estremo, dove sembra si sia giunti a un estremizzazione del gesto sportivo, alla sua eccessiva distanza dalla portata della gente comune, con conseguente perdita di interesse, quali malattie e infortuni in costante crescita ecc. Ma sulla scia di una riflessione più approfondita di un nuovo senso del corpo andrebbero lette anche nuove tendenze che richiamano a uno sport non più prestazionale, ma alla portata di tutti, uno sport del benessere, del piacere e della forma fisica, di categorie sociali verso cui prima c'era una barriera, del contatto con la natura e l'avventura, della salute, delle sensazioni del corpo vissuto, quasi che il corpo diventasse in tutto questo il luogo della ricerca di senso di identità postmoderne che sembrano disperdersi d'altro canto ovunque, in miti tribali, in mondi virtuali, in incroci e mescolanze ecc...quasi che in questo mondo caotico, dove sembra emergere in modo sempre più profondo una carenza di senso, si avesse il sentore che un nuovo senso passi per la riscoperta del corpo, attraverso il veicolo dello sport. E forse, in maniera più sottile, anche attraverso la riscoperta della filosofia. Lo sport è la filosofia dunque, nella meraviglia del corpo...e una Filosofia dello Sport, come una sola grande passione! 
                                                                                                                       Tommy

venerdì 27 aprile 2012

JOHAN CRUYFF. The football Prophet

Non penso che arriverà il giorno in cui, quando si parla di Cruyff, la gente non saprà di cosa si stia parlando.
Johan Cruyff

Il Profeta coglie segni divini per dire qualcosa anzi tempo, annunciando ciò che ha ancora av-venire. Ma ci sono anche profeti più silenziosi, la cui poesia non abita solo nelle parole, ma anche nei pensieri, nei gesti, nei loro movimenti...Johan Cruyff è uno di questi, è il Profeta del Football, la poesia del calcio. Perché non ci sarà tempo in cui parlando di Cruyff non si saprà di cosa si stia parlando, e tempo in cui il suo nome non verrà ricordato tra i miti divini dell'Olimpo del pallone, come il profeta dell'annuncio del Calcio Totale, il maestro della sua rivoluzione, una filosofia che suscita ancora meraviglia, fascino, avvenire! Un profeta lo si riconosce, quasi da un'aria principesca, di forza, saggezza e autenticità, che lo circonda e marchia sulla pelle un Simbolo, come un numero sulla maglia, 14, originale, unico, di-verso. 14, come l'età del primo campionato vinto con l'Ajax, speciale deroga della federazione olandese al regolamento, una maglia mancante in spogliatoio e la cessione del proprio numero 9. Il 9 ritrovato a Barcellona, è tradizionalista la federazione spagnola e non concede deroghe, ma il 14 rimane sotto l'altra maglietta, come un simbolo, come gli anni che passano prima che il Barca torni a vincere il campionato. E anche quando ormai la maglia vien depositata nella leggenda, quando si ricomincia da casa, dalla panchina, il 14 scandisce i tempi di ogni nuova avventura, come gli anni prima che l'Ajax ritrovi un trofeo internazionale. Vittorie, originalità, classe...da giocatore e da allenatore...un simbolo, un numero, oltre il tempo, nel mito. Il 14 è la Poesia del calcio, la poesia di un corpo in movimento...e ogni poesia lascia solchi indelebili nella memoria, tracce di bellezza e armonia, segni distintivi che non si possono dimenticare. Un profeta intrattiene un legame intimo con la poesia, perché entrambi, in poche parole, gesti, movimenti, dischiudono una Visione del mondo, sono un esercizio della visione. La visione di Johan Cruyff è la via del goal, è il Profeta del Goal come dice un film di Sandro Ciotti: donde veniamo e dove andiamo, così uno sguardo profetico, panoramico, testa alta e occhi dietro la testa, una visione totale del campo, sa leggere il gioco, il fluire dell'azione, e incrinarla verso il suo obiettivo più naturale, la porta avversaria...predire il goal, prima che accada: ovunque, in ogni situazione o  posizione del campo, da attaccante a inizio carriera, nel cuore del gioco, negli anni d'oro, da libero, le ultime stagioni; l'incarnazione perfetta di una Filosofia che non ha ruoli predefiniti, regole rigide, schemi tradizionali, ma è scambio, innovazione, imprevedibilità...come ruotasse tutto attorno alla magia creatrice della sfera, il divertimento e l'abilità del tocco di palla, la creatività ("ciò che conviene insegnare ai ragazzi è il divertimento, il tocco di palla, la creatività, l'invenzione") perché "senza possesso palla non si vince" e perché una volta persa "la pressione si deve esercitare sul pallone, non sul giocatore"...è nella semplicità della palla la rivoluzione del calcio totale; una filosofia compiuta da giocatore, dell'Ajax, del Barcellona, dell'Arancia Meccanica, sotto la saggia guida di Rinus Michels, realizzata da manager, con le vittorie da allenatore, con i progetti della Scuola dell'Ajax o della Cantera del Barca, perché, si sa, un profeta getta le basi del futuro, e la sua visione è uno sguardo concreto e ancora av-venire, una filosofia compiuta e ancora da compiere; una filosofia dove il bel gioco si lega al valore aggiunto del campione, perché "la creatività non fa a pugni con la disciplina", perché ogni tattica o strategia ha bisogno del suo magico interprete, si chiami Cruyff, Van Basten o Messi, perché fondamentalmente ogni filosofia nasce dalla poesia. Ed è Poesia quella del profeta del Football, di Johan Cruyff, una poesia del Corpo in movimento; fatta di Velocità, non solo un'abilità fisica ("la velocità è spesso confusa con l'intuito. Quando parti prima degli altri, sembri più veloce!"), perché la velocità è una visione del pensiero, leggere in anticipo ciò che accade o può accadere, e partire prima; partire spesso lontano, distante dalla porta e tagliare in due la difesa avversaria, come prendersi un rigore al primo minuto di una finale mondiale, senza che gli avversari tocchino palla; fatta di Tecnica delicata, un tocco di palla sublime, che abbinato alla velocità diventa un dribbling imprendibile, di  colpi speciali, marchi di fabbrica che rimangono unici e indelebili, come la Cruyff-turn che lascia sul posto l'avversario, il passaggio col tacco, il cross d'esterno; di Coordinazione eccezionale, l'equilibrio di un dribbling, un controllo volante a seguire, l'elevazione di un colpo di testa o di uno stop, come uno dei più bei goal della storia del calcio, un volo in acrobazia ad altezza vertiginosa, in spaccata col piede dove altri non arrivano di testa; di Genialità, assist e passaggi unici, tocchi sotto e pallonetti, giocate inaspettate, come un rigore battuto con tocco al compagno! Poesia di un corpo,  cenni divini di un Profeta del pallone, di un calcio che fu, e rimane ancora, nella memoria, di un calcio che è stato e non è ancora, che dispiega un mondo come una filosofia futura: perché nessuno sarà mai ciò che è stato Johan Cruyff, ma Johan Cruyff è anche una visione profetica, di ciò che deve ancora essere...
       Tommy

mercoledì 18 aprile 2012

SPORT PSYCHOLOGY. The mystic Fire

Il mio corpo è più nella mia anima di quanto la mia anima sia nel mio corpo. Il mio corpo e la mia anima sono più in Dio di quanto siano in loro stessi.
Meister Eckhart

Platone diceva che la Filosofia non è un sapere che si possa insegnare, come succede invece con le altre scienze, ma si genera all'improvviso nell'anima, accade come un dono inaspettato della divina follia, dopo una lunga frequentazione, un lungo allenamento, "come la scintilla che scaturisce dal fuoco e poi si nutre di se stessa". L'amore per la filosofia è come una scintilla da cui nasce quel fuoco in grado di illuminare in maniera profonda l'esistenza trasformandola costantemente in luce e fiamma, e per quanto possa venire insegnato, semplicemente accade. Credo che la stessa cosa si possa affermare per lo Sport, a proposito di quella passione che, quando nasce, si incarna nell'esistenza dello sportivo e vi rimane per sempre. Lo Sport non si insegna, perché per quanto lo si possa insegnare, lo si deve prima di tutto amare, e tale amore è una fiamma che arde dentro e non ci si spiega il perché, come un dono della divina follia. Ma nello Sport può accadere anche un'altra cosa, ancor più bella della passione, simile al fuoco della Filosofia: per quanto ci si possa allenare, e tuttavia solo dopo un lungo, costante e faticoso allenamento, accade all'improvviso sono alcune volte, solo ad alcuni, quasi fossero eletti, di avvertire una strana sensazione, una scintilla che nasce dentro, un Fuoco che arde tutto il corpo, una fiamma che poi si nutre di se stessa e che trasforma il proprio essere: tutto il vissuto si trasforma e sensazioni nuove, mai provate, penetrano il respiro, come essere in una bolla d'aria, un mondo fuori del mondo: allora ci si sente come invincibili, scompare la fatica, si diventa tutt'uno col proprio gesto e ciò che lo circonda. Come giungere ad una soglia misteriosa superata la quale si apre un nuovo paesaggio, come uno scarto che accade di lampo e cambia tutto, come un volo improvviso dopo una faticosa salita. Allora il corridore non sente più l'affannarsi del respiro, né la fatica sulle gambe, semplicemente va, diventa tutt'uno con la sua corsa, è parte di ciò che lo circonda e con esso fluisce...come Abebe Bikila alle Olimpiadi di Roma, quasi che i suoi piedi scalzi diventassero il terreno sotto di lui, una cosa sola con la strada che scorreva; e come lui tanti altri corridori e atleti che, pur senza raggiungere quei traguardi, varcano quella soglia e raggiungono quella sensazione unica, diventare la corsa stessa, o lo stesso gesto atletico; o sentire la simbiosi col proprio mezzo, come un pilota, con la macchina, il sedile, le ruote, il volante, quando si abbassa la visiera e si accende il motore tutto risponde alla sua guida come fosse un corpo solo: "pensi di avere un limite. Così provi a toccare questo limite. Accade qualcosa. E immediatamente riesci a correre un po' più forte, grazie al potere della tua mente, alla tua determinazione e al tuo istinto, e grazie all'esperienza...puoi volare molto in alto!" diceva Ayrton Senna; o padroneggiare un pallone in maniera magica, o il proprio attrezzo di gara, sentire che con quello puoi fare quello che vuoi; o sentire che la pista, il campo di gara, lo stadio diventa la tua forza, l'energia che ti carica come un combustibile che alimenta quel fuoco: "quando mi affaccio al cancelletto di gara, stringo le manopole dei bastoncini ed è il segnale di attivazione...da quel momento in poi entro in trance agonistica. La mente si sgombra di tutto, seguo il mio filo d'Arianna" diceva Giorgio Rocca delle sue gare, un filo che si snoda attraverso le porte, gli ostacoli del percorso, e porta dopo porta diventa più scorrevole e meno intricato, col crescere dell'entusiasmo del pubblico, fino all'arrivo. Ma ci sono esempi di ogni sport, di tantissimi atleti, che avvertono questo Fuoco, in declinazioni diverse, con sfumature diverse; esso può essere descritto in molti modi, è difficile raccontare una sensazione per cui non si ha parole; e può essere chiamato in molti modi da chi lo studia: in Psicologia dello Sport, ad esempio, si parla di "entrare nel flusso", "essere nella sfera", "entrare in trance agonistica", "raggiungere il punto di massima prestazione" e via dicendo...ciò che è comune a tutte le riflessioni è il fatto che è come se nel momento in cui si accende quella scintilla nel corpo dell'atleta la coscienza si annullasse o meglio, raggiungesse uno stato più elevato, non più intenzionalità verso un mondo, ma mondo (spirito assoluto direbbe forse filosoficamente Hegel?): come se il movimento non avesse più un carattere mentale, una mente che lo valuta, lo controlla, lo dirige, ma entrambi, mente e movimento, raggiungessero uno stato di perfetta unione e armonia, una cosa sola, uno stato che unendoli li trascende entrambi: allora è la Grazia, come eccellenza e bellezza del gesto sportivo, come gloria di chi lo compie, e memoria in chi lo ammira! Ciò di cui parla la psicologia va al di là della psicologia, sconfina oltre, perché ogni descrizione è riduttiva, può spiegare, ma non comprendere. Lo potrebbe raccontare forse la filosofia, nella sua umiltà e povertà di sapere, semplice amore-per-il-sapere, una Filosofia dello Sport che possa forse iniziare dalle parole di Platone, o dal Fuoco cosmico di Eraclito - quel fuoco "sempre vivente, che si accende e si spegne secondo giusta misura", un fuoco che accesosi nell'uomo lo rende frammento dell'ordine universale, partecipe per un attimo del mondo divino. Ma più di tutte, forse, quel fuoco divino che si accende sul petto dell'atleta, è un'esperienza Mistica, nel senso proprio del termine: dal greco mistikòs, misterioso, e prima ancora myein, chiudere, tacere...perché di quell'esperienza misteriosa, forse, più che parlare, si deve tacere e ammirare, contemplare la dimensione del sacro che ad alcuni semplicemente accade, come un'esperienza diretta, difficilmente comunicabile. Allora l'estasi mistica che accade, quella scintilla divina che si accende, potrebbe essere letteralmente un e-stasi, un uscita dalla stasi attraverso il suo contrario, il movimento, dove le trame abituali a oggetti, cose o persone, persino verso se stessi, le relazioni statiche, si sfaldano improvvisamente verso quella realtà e-statica, divina, da cui si è in grado di illuminare l'e-sistenza, di vedere la sua realtà ultima, come la Grazia, un fuoco divampato dentro che resta e lascia il segno; un'esperienza che segna appunto, ed appaga, perché chi dedica l'intera vita allo sport, è come in questo stato avesse la sua divina ricompensa, e non chiede altro per 'intero corso della vita, anche se non dovesse ottenere mai una medaglia olimpica, o non vincere mai un campionato del mondo. Essere uno col proprio corpo, uno col tutto, nella Grazia del movimento, dove la fatica è ripagata e si è il mondo in cui si corre, dove niente può fermare. Perché lo Sport, in fondo, è una meditazione silenziosa, una preghiera umile del proprio essere, che attraverso l'allenamento e il duro sacrificio, cerca quella illuminazione; quel Fuoco mistico, quella luce divina: "Il mio corpo è più nella mia anima di quanto la mia anima sia nel mio corpo. Il mio corpo e la mia anima sono più in Dio di quanto siano in loro stessi" (Meister Eckhart).
                                                                                                                                   Tommy



 

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