AYRTON SENNA. ON LIMIT...OF DREAM

Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.

IL CORPO E IL MONDO. Leib e Körper

Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono...Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano.

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Genealogy

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Pierpaolo Pasolini.

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare...

PHILOSOPHY OF RUNNING. La Musica del Respiro

Io sento la terra ed il vento e gli alberi. Io sento il loro spirito. Io sento il ritmo della corsa. È come musica. Gabriel Harmony Jennings.

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giovedì 29 marzo 2012

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Globalization

Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada, lì ricomincia la storia del calcio.
Jorge Luis Borges

Si dice che il valore del calcio stia negli occhi, nei cuori, nella passione di milioni di bambini che nelle strade o nelle scuole calcio imitano le gesta dei loro campioni, sognando una giocata, un goal, la vittoria della coppa del mondo...Il fatto è che ciò è possibile perché l'intero mondo è coinvolto nel gioco: il calcio, infatti, ormai è diventato uno sport mondiale, che fa vibrare milioni e milioni di cuori, dei piccoli ma anche dei più grandi, in centinaia di paesi diversi. Pur essendo libero nella sua espressione - ogni manifestazione è unica e irripetibile, una storia a sé - la sua competizione come fenomeno sportivo è regolata e gestita da federazione internazionale e federazioni, associazioni e organismi continentali, nazionali, locali...si fa si, cioè, che il gioco, nella sua libertà, sia giocato ovunque allo stesso modo, secondo stessi principi, norme, attuazioni. In questo senso si può parlare di global football, il fatto cioè che questo sport abbia assunto una connotazione identitaria a livello globale:  su questo insistono, ad esempio, la sua portata mediatica, per cui importanti eventi come World Cup o Champions League sono trasmessi in quasi tutti i paesi del mondo, ma anche la sua portata in termini di affari, di Sport Business, per cui il calcio muove ingenti risorse in termini di investimenti, sponsorizzazioni, spostamento di capitali. Quest'identità costruita impatta anche, volenti o nolenti, e in misura più o meno forte, su tutti quei bambini che giocano per strada, che a quelle immagini globali fanno riferimento. Eppure, in un senso ancor più fondamentale, originariamente fondamentale, e spesso dimenticato, il football è globale per sua natura, perché il prendere a calci un pallone è sempre e dappertutto, in modalità diverse a seconda dei popoli che lo giocano, una rappresentazione del mondo di quella cultura; per questo esso, in senso fondamentale, rinasce "ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada", perché in quel gioco è un frammento di una nuova visione del mondo che si compie. Ma il fatto che oggi si possa parlare di global football, indica allora, come visione del mondo sottesa, che si possa parlare di una globalizzazione della cultura, unica a livello mondiale? La globalizzazione del mondo si specchia cioè, è rappresentata, nella globalizzazione del pallone?
La globalizzazione del football nasce da lontano, fin dalla sua genealogia, la quale lo porta ad essere, a partire da diverse tradizioni e manifestazioni originarie, quell'unico gioco che si pratica ovunque allo stesso modo, estendendosi dalla culla madre Inghilterra a ormai tutti i paesi del globo; questa globalizzazione sta innanzitutto nella formalizzazione di quell'apparato di norme e regole che ne danno, già a partire dall'Ottocento, quella struttura che regge, eccetto pochi cambiamenti, fino ad oggi; in secondo luogo nella sua espansione a livello mondiale, che rende noto il gioco, anche grazie alla cultura vittoriana, in tutto il mondo: ciò anche grazie alla spinta dello Sport in senso ampio, con la rinascita dei Giochi Olimpici voluta da De Coubertin, forse i primi grandi eventi globali della modernità. Fatto sta che nella sua forma moderna in pochi decenni il gioco viene fatto proprio da molte popolazioni, forse inconsapevolmente per il suo senso di fondo, la sua capacità di essere rappresentazione del mondo, una "rappresentazione sacra dell'esistenza", forse l'ultima, come sostiene Pasolini: perché spesso il calcio viene sentito anche il maniera più profonda della religione, e diventa altrettanto importante di altre manifestazioni della vita quotidiana che strutturano la comunità, vero depositario di tradizioni. La globalizzazione della cultura, quella tecnologica, mediatica, dei mercati ecc., allora, di cui tanto si sente parlare, insiste su un fenomeno già ben radicato a livello mondiale. Ma quale impatto ha? Il calcio diventa un punto di vista e di osservazione inedito, ma fondamentale, attraverso cui osservare questi fenomeni! Il fatto, ecco il punto, è che il calcio è mosso da passioni umane, troppo umane...e in queste passioni si leggono tutte le contraddizioni che la globalizzazione porta con sé; le resistenze che si trovano qua e là danno vita alla inestricabilità odierna del fenomeno del football, che, anche se ormai uguale in tutto il mondo, si fa quasi contenitore e specchio principale di nuovi intrecci e diventa affascinante, nel bene e nel male, in mille contesti diversi, per mille motivi diversi: così, ad esempio, nel mondo civilizzato odi etnici, politici, religiosi che sembravano ormai scomparsi, trovano in questo luogo radicale manifestazione: neonazionalismi, estremismi, ideologismi vari sono occasione di rivendicazione e di forti rivalità tra tifosi; ciò si lega spesso alla manifestazione di un'identità, però perlopiù astratta e costruita su base ideologica e infondata, che la globalizzazione col suo livellamento generale sta invece sottraendo ai popoli e alle culture; a ciò si lega anche la reazione e la resistenza alla sola logica del consumo del prodotto calcio, al tifoso profittevole della tv a pagamento, della poltrona, che i valori promossi dal mondo delle curve combattono; ma anche un cambiamento antropologico dei tifosi, per cui strategie commerciali e nuovi stadi tolgono la tradizionale popolarità dello spettatore, per farne invece un facoltoso fruitore; e i fenomeni violenti che non trovano più sfogo nello stadio dove si esercitano ora? Insomma, pochi cenni da approfondire bastano ad indicare come neotribalismi, reclami libertari, ribellioni contro logiche omologanti o repressive, contraddizioni, tutto si mescoli in un intreccio difficile da districare...è il carattere liquefatto del postmoderno, la mescolanza vorticosa dei punti di vista, la mancanza di un saldo punto d'appoggio: mille racconti andrebbero a scontrarsi e ingarbugliarsi, ognuno d'una ricchezza e particolarità indefinita. Tale complessità, val la pena di specificarlo, riguarda l'intero mondo del football, i tifosi come i giocatori, i dirigenti, i club e le federazioni, gli sponsor: episodi di razzismo e di mobbing vario tra giocatori, nello spogliatoio della stessa squadra o da rivali in campo, non si aggiungono a quelle contraddizioni che la globalizzazione, la quale dovrebbe si dice togliere barriere e confini, porta con sé? E se non basta, che dire delle lobby di potere e dei giochi loschi tra i dirigenti dei club, le stanze dei poteri politici, mediatici ed economici, i corridoi delle federazioni e delle istituzioni, che turbano, insinuano sospetti, sviliscono e impoveriscono il calcio? E poi club a servizio di ideologie sociali, religiose, politiche, dirigenti a servizio di giochi criminali, giocatori a servizio del business! E perché alcuni paesi sono rimasti poveri nonostante gli investimenti stranieri, degli sponsor e delle multinazionali di cui beneficiano? E perché la promessa di dare a tutti una possibilità, di sottrarre i bambini dalle strade e dalla povertà non si realizza, e anzi la forbice si acuisce, considerando quei bimbi solo nell'ottica di potenziali tifosi, o meglio, consumatori? Sono domande che, come si capisce, non riguardano semplicemente il mondo del calcio...ma il calcio, come si è detto, è una rappresentazione del mondo, e una buona rappresentazione della globalizzazione...Forse questo caos ordinato, questa incomprensione, può davvero stancare...Forse davvero conviene guardare, ma questa volta con occhi sinceri, al bambino che corre, sorride e piange per la strada...Forse lì, veramente, la storia del calcio ricomincia.
Tommy

mercoledì 1 febbraio 2012

ESTREMIZZAZIONE DELLO SPORT: Il corpo macchina

Lo “sport”, vale a dire il culto abituale dello sforzo muscolare intensivo, aspirando al miglioramento, è suscettibile di essere portato fino al rischio. È questa la definizione di “Sport”.
Pierre De Coubertin

Quando pensiamo allo sport oggi, soprattutto a quello competitivo di alto livello, non può non colpirci, e forse meravigliarci (in una accezione del termine che può essere sia positiva che negativa) l'immensa distanza che separa il campione di turno impegnato nelle sue gesta, rispetto alle potenzialità che potrebbe esprimere sulla stessa disciplina o attività una persona normale: lo sport agonistico d'eccellenza, lo sport campionistico, è cioè caratterizzato da una forte estremizzazione del gesto, per cui il campione o l'atleta di alto livello riesce a far cose che nessun altro può fare; ovviamente è sempre stato così, altrimenti il campione non sarebbe il campione e non si distinguerebbe dalla persona comune! Tuttavia ciò che oggi colpisce particolarmente è che il gap, la distanza che la prestazione dell'atleta lascia dietro di se, è estrema: estremo (etim: extremus) come tendente verso il fine, un limite massimo verso cui non si può arrivare, come il più lontano e remoto, come l'eccessivo e il grandissimo; pensiamo allora in questo senso alla competizione che aleggia sempre più sul filo dei centesimi o dei millesimi di secondo, alla ricerca del minimo particolare che fa la differenza nel perfezionamento del gesto atletico, alla presenza costante dello sportivo sul crinale del limite e del rischio...lo vediamo sui risultati  e le classifiche, sugli instant replay della televisione, sull'emozione che ci resta sulla pelle di tutti quegli atti sportivi che ci lasciano a bocca aperta; sgombriamo allora il campo da un'equivoco di fondo: l'estremizzazione dello sport, per come la intendiamo, non riguarda tanto la pratica degli sport estremi, che anzi sono un'articolazione più o meno laterale di questo concetto dal ben più ampio respiro: l'estremizzazione dello sport è piuttosto caratterizzata da un efficientismo del gesto sportivo portato al continuo miglioramento perfettivo, da un principio per cui la pratica agonistica supera continuamente se stessa nella prestazione, da un continuo lavoro sul limite e sul suo oltrepassamento (ciò d'altra parte coinvolge sia lo sport in senso stretto, ovvero la pratica dell'attività sportiva del campione, sia, in senso più ampio, tutte le circostanze che fanno da "contesto" più o meno relazionato strettamente al gesto degli atleti: le tecniche di preparazione e allenamento, la strumentazione e il materiale tecnico di cui si servono nello svolgere la loro attività, le modalità di calcolo e misurazione della prestazione sportiva, persino il mondo che riguarda la fruibilità dell'evento da parte dello spettatore interessato: tutto tende ad un maniacale estremismo); paradossalmente allora, in un un mondo in cui la pratica dell'attività sportiva è in continua estensione, estrema diventa la distanza che separa lo sport, o meglio un certo tipo di sport, quello campionistico, dalla comune pratica sportiva;  questo può, come accennavamo, da una parte sorprendere in maniera positiva, e quindi suscitare ammirazione, imitazione o idolatria, ma può anche in un certo senso, e forse in misura maggiore, "spaventare", allontanare la persona che si vorrebbe avvicinare a quella disciplina dalla pratica, cercare vie alternative di sportività, fruire dell'evento nell'attesa che questo estremismo incontri nuovi traguardi (il superamento di un qualche limite nel record) o la sua caduta (l'attenzione più o meno conscia  verso l'incidente)...L'estremizzazione dello sport è insomma un fattore importante di cui tener conto, perché può cambiare radicalmente, come in effetti sta accadendo, e nelle più varie declinazioni, lo scenario sportivo del mondo post moderno (agonismo contemporaneo). Ma qual'è allora la questione centrale dell'estremizzazione dello sport? A cosa ruota attorno?Essa si fonda sulla concezione di un corpo macchina, sul fatto ciò che il corpo venga vissuto come una cosa, un oggetto e quindi una macchina la cui prestazione va continuamente affinata e portata al limite in termini di efficienza ed efficacia, estremizzata per così dire. Tale scenario ha radici lontane, moderne, cartesiane: l'operazione cartesiana consiste infatti nel distinguere un'anima, il principio di egoità (penso, dunque sono), un puro intelletto nelle cui cogitazioni c'è ogni possibile senso del mondo e dell'io soggettivo che lo abita, dal corpo, risolto in mero oggetto, che come gli altri corpi che trovo nel mondo è soggetto alle stesse leggi fisiche e di movimento; ciò significa che il corpo non è più il luogo dell'apertura della nostra esistenza al mondo e dello scambio di senso con esso (Il corpo e il mondo), ma una cosa da definire e plasmare secondo le astrazioni dell'intelletto, le leggi matematiche e i modelli quantitativi della scienza e della tecnica. Cartesio a proposito è chiaro: si esiste semplicemente come essenze pensanti, corpo e mondo possono pure non esserci: “vedevo che potevo fingere di avere un corpo e che non esistesse il mondo, né luogo in cui mi trovassi; ma non per questo potevo fingere che io non fossi; al contrario, dal fatto stesso di pensare a dubitare della verità delle altre cose, seguiva con grande evidenza e certezza che io esistevo”. L’anima di Cartesio è ciò che resta nel processo di astrazione che ha eliminato preventivamente corpo e mondo: "Che cosa sono io? Una cosa che pensa. […] A parlar propriamente, noi non concepiamo i corpi se non per mezzo della facoltà di intendere che è in noi, e non per l’immaginazione, né per i sensi; e che non li conosciamo per il fatto che li vediamo o li tocchiamo, ma solamente per il fatto che li concepiamo per mezzo del pensiero, io conosco evidentemente che non v’è nulla che mi sia più facile a conoscere del mio spirito". Questo spirito fissa astrattamente le misure di corpo e mondo, attraverso le operazioni matematiche: sono le funzioni anticipatrici dell’Ego a dire che cosa sono corpo e mondo: “queste funzioni, che sono a loro volta il prodotto del metodo matematico-quantitativo adottato, producono oggetti ideali che valgono come norma di interpretazione per cose reali, per cui conoscere la natura non significa più osservarla, ma ricondurre le differenze qualitative a quell’indifferente quantitativo che è l’indice matematico anticipato dalle funzioni dell’Ego” (Umberto Galimberti, Il corpo). Capiamo bene qui il senso del corpo macchina che si va dispiegando: un corpo che risponde ai calcoli e alle funzioni della scienza che l’ha squartato, calcolato, ed infine prodotto e determinato in base a quel sapere; il corpo macchina gode di un’astrazione per cui grazie alle anticipazioni matematiche basta semplicemente riportare tutto a rapporti quantitativi e misurabili che godono di esistenza indipendente e autonoma. Il corpo non è più un corpo vivente in azione ma un corpo disegnato e ridisegnato dalle logiche della scienza. Una scienza che accresce la propria potenza su se stessa, sui propri risultati, e va sempre più specializzandosi. Questo fa sì che il corpo, visto che è costretto a vivere la vita concepita dall’Io, da una parte divenga un fascio di processi in terza persona, come ad esempio la vista, l’udito, la motilità, dove per ciascuna parte, per ciascun organo, la sua scienza specifica ricerca cause e misurazione; il corpo viene cioè tagliato, diviso, scomposto nei suoi organi, perché non è più concepito come totalità unitaria in azione; d’altra parte, le stesse concezioni del corpo mutino a seconda della prospettiva scientifica che lo indaga: il corpo è allora oggetto della scienza medica, della scienza fisica e biologica, della scienza economica, della scienza politica ecc. Tutte queste indagini e prospettive sul corpo hanno alla base l’operazione cartesiana che ha ridotto il corpo a cosa per le cogitazione della ragione: lì è la loro matrice; l’industrialismo mette in luce una prospettiva sul corpo che lo rivela proprio come macchina: questo ha il suo naturale riflesso nel corpo sportivo che presenta tratti omologhi alla logica della produzione industriale; è un caso allora che lo sport moderno si sviluppi proprio in Inghilterra e parallelamente all'industrialismo e alle sue logiche? Il corpo è pensato come una macchina e si sviluppa con logiche simili o complementari al processo industriale; Guttman, proprio partendo da uno sfondo che lega lo sport moderno all’industrialismo e a quello spirito di razionalizzazione che lo pervade, traccia un profilo dello sport che va Dal rituale al Record, individuando tratti peculiari dello sviluppo dello sport moderno: Secolarismo: i giochi olimpici e gli altri giochi dell’antichità erano feste sacre e gli avvenimenti atletici avevano spesso significato religioso. Ora il gioco atletico, prima carico di significato religioso, si concentra sui propri elementi essenziali: gioco, esercizio, competizione. “Il legame tra il secolare e il sacro è stato spezzato, l’attaccamento al regno del trascendente è stato reciso. Gli sport moderni sono attività in parte perseguite come fini a se stesse e in parte per altri fini che sono altrettanto secolari. Noi non corriamo affinché la terra sia più fertile. Noi coltiviamo la terra o lavoriamo nelle nostre fabbriche e nei nostri uffici in modo da poter avere del tempo per giocare”. Uguaglianza: la seconda caratteristica degli sport moderni è l’uguaglianza nel significato duplice che questo complesso concetto ha: 1) tutti, in via di principio, devono avere l’opportunità di competere; 2) le condizioni della competizione devono essere le stesse per tutti i contendenti”. Il primo aspetto, il libero accesso, produce nella modernità un’estensione della democratizzazione dello sport; un’uguaglianza questa che in linea di principio va garantita poi anche praticamente attraverso il secondo aspetto, e cioè creare delle condizioni che favoriscano questa estensione democratica. “Quando tutti avranno avuto la loro chance, sapremo chi è il migliore”. Specializzazione: la specializzazione e il professionismo nella competizione erano aspetti che si erano già messi in luce nell’Olimpia antica; gli sport moderni si sviluppano e si approfondiscono in questa direzione: vi sono ruoli e compiti altamente specifici, i quali richiedono a loro volta l’affinamento di competenze specializzate, non solo nei competitori, ma anche in chi ha mansioni connesse e legate al contesto. Razionalizzazione: è l’attività della produzione delle regole. Ciò che distingue i giochi moderni dai giochi antichi è sia il numero delle regole che la loro natura. La codificazione produce un un’uniformità della pratica – tutti giocano lo stesso gioco nelle stesse modalità – e una riduzione dell’incertezza – evitare l’interpretabilità della pratica. “La codificazione ha fatto sì che i singoli giochi presportivizzati si trasformassero in discipline sportive, consentendo loro di assumere un carattere di universalità e convertendoli in un linguaggio dell’interazione che dissolve le barriere culturali”. La razionalizzazione produce anche, a livello di preparazione, una pianificazione dell’attività e una ricerca dell’efficientismo. Burocratizzazione: “Chi decide davvero le regole degli sport moderni e chi amministra il complicato sistema della ricerca? La risposta è ovvia. Una organizzazione burocratica”. La burocratizzazione coinvolge cioè quell’apparato di organismi o strutture che regolano l’organizzazione e l’istituzione dello sport: quest’organo burocratico ha la funzione di certificare la validità degli esiti di gara, di distribuire ricompense e pene, e in generali di perseguire i fini associativi che il movimento si è dato. Quantificazione: la misurazione oggettiva della performance assume un ruolo strategico: “gli sport moderni sono caratterizzati dalla tendenza quasi inevitabile a trasformare qualsiasi impresa sportiva in un’impresa che può essere quantificata e misurata”. Gli strumenti tecnologici di misurazione assumono nella modernità un ruolo fondamentale rispetto allo sport: ciò che viene misurato è inoltre oggetto di raccolta e analisi statistica. Il mondo dello sport moderno è un mondo pervaso dai numeri. “L’espandersi dell’importanza che al dato numerico viene assegnata nelle discipline sportive odierne (dalla misurazione temporale a quella spaziale, fino all’inventariamento di singoli gesti e fasi di gioco) corrisponde a una frenesia di sezionare e ridurre a entità matematica che è tipica della modernità. Attraverso questo percorso di misurazione, inoltre, si apre la strada allo studio scientifico della performance e alla sua pianificazione a partire da risultati oggettivi”. Record: “Combinate l’impulso alla quantificazione con il desiderio di vincere, di eccellere, di essere il migliore – e il risultato è il concetto di record. […] Che cosa è un record nel senso moderno? È la meravigliosa astrazione che permette che la competizione abbia luogo non solo tra coloro che sono riuniti nel campo sportivo, ma anche tra essi e altri atleti distanti nel tempo e nello spazio”. Il record è un concetto fondamentale per lo sport moderno: la prestazione d’eccellenza sposta continuamente in avanti il limite delle possibilità umane. Il record ha un carattere estemporaneo, si proietta fuori dal tempo e dallo spazio ristretti nell’immediata azione di gara; e tuttavia, nell’analisi e nello studio della prestazione esso può essere pianificato. Il record è ciò che condensa il passaggio cruciale dal gioco competitivo antico e pre-moderno, allo sport moderno: esso è la gloria immortale e la fama della modernità: “Una volta che gli dei sono svaniti dal monte Olimpo o dal Paradiso di Dante non possiamo più correre al fine di placarli o di salvare la nostra anima, ma possiamo stabilire un nuovo record. È una forma esclusivamente moderna di immortalità”. Con il record, lo si intuisce, il corpo in azione dello sportivo perde il suo limite, che non viene più rilevato nello scenario olimpico divino né nel paradiso cristiano, e prende a inseguire il continuo superamento di se stesso, della propria prestazione, in quella che potremmo chiamare, in termini hegeliani, una cattiva infinità: la visione di un progresso lineare di un continuo miglioramento si abbina alla concezione di un corpo oggetto da migliorare progressivamente: poiché il corpo è la funzione di cui parla la scienza nei suoi procedimenti conoscitivi, e la scienza insegue se stessa nel continuo superamento di sé e nell’accrescimento del proprio apparato, il corpo diventa quella cosa che attraverso la scienza e le sue applicazioni può essere sempre meglio regolato, conosciuto, modificato, in un procedimento infinito, come il record che esso insegue, come la macchina nel continuo perfezionamento del suo rendimento. Per questo, quando il barone De Coubertin da vita, attraverso la riesumazione e la rivisitazione delle Olimpiadi in chiave moderna, alla fiaccola dello sport come lo conosciamo, non può che dire: "Lo “sport”, vale a dire il culto abituale dello sforzo muscolare intensivo, aspirando al miglioramento, è suscettibile di essere portato fino al rischio. È questa la definizione di “Sport”. È necessario che sia un culto, e non un culto passeggero; occasionale ma volontario, riflessivo, regolare; è indispensabile che il culto si applichi un poco a uno sforzo muscolare qualsiasi, purché sia intensivo; che abbia come obbiettivo il perfezionarsi attraverso l’esercizio e l’allenamento; è necessario, infine, che lo sportivo non abbia alcuna paura, che desideri il rischio, e che questo sia, per così dire, un’attrattiva in più ai suoi occhi. Così l’idea di continuità e di progresso, l’idea di intensità, l’idea di rischio, sono inseparabili dalla vera sportività. Da ciò consegue che la pratica sistematica, l’energia violenta, l’eventuale pericolo, siano gli elementi fondamentali dell’Olimpismo". L'iperbole che porta all'estremizzazione dello sport dei giorni nostri ha il suo germe proprio qui; il corpo, quello dello sportivo in particolare, è cioè la frontiera del progresso della scienza e della tecnica: "Nella modernità, la sfera corporea dello sport si è costituita in una sorta di laboratorio per la pianificazione e ottimizzazione della prestazione, orientata da due principi guida: record fitness. La presenza del record come orizzonte della prestazione corporea determina l’assunzione di condotte altamente razionalizzate di training, ma anche il rischio di derive illecite nella ricerca del più efficace ausilio alla performance. È in questo solco che si collocano le pratiche di doping, che va così inteso come estremizzazione e distorcimento del record. Riguardo al principio di fitness, esso comprende il complesso di pratiche utili a condurre il corpo entro i margini della più selettiva efficienza fisica. Rientrano in quest’ambito le ordinarie pratiche di allenamento fisico mirante alla preparazione della gara; ma anche altre e più profonde pratiche di manipolazione ed efficientizzazione del corpo" (Pippo Russo, Sport e Società). La cultura del record e del fitness hanno prodotto nello sport un corpo oggetto, che allontana sempre più dal vissuto quotidiano del corpo così come lo siamo. Questo corpo sportivo, e questo sport costruito dalla scienza e dalla tecnica, ha raggiunto ormai livelli estremi, e come la distanza dalla complessità e dalla perfezione di scienza e tecnica aumenta di continuo, così lo sport campionistico col suo corpo macchina apre un divario rispetto al vissuto comune del corpo e allo sportivo "qualunque". Di più, persino nuove forme meno agonistiche e prestazionali dello sport, ma più espressive, wellness, identitarie, hanno la loro matrice in questo scenario del corpo macchina e ne sono la conseguenza e l'indice del cambiamento radicale a cui stiamo assistendo in questo mondo; ciò può essere letto nell'iperbole e nella concettualità del fenomeno del doping, attraverso cui il corpo macchina supera il suo limite, per poi cadere, come Icaro, e disperdersi in forme più espressive e identitarie dello sport. Il doping non è tanto, almeno non primariamente, questione di etica o di giustizia sportiva, ne biomedica, ma ha dietro di se quello scenario del corpo macchina che abbiamo provato a descrivere: riguarda la definizione del corpo e dei suoi confini, dei limiti alla sua plasticità; è indubbio che con lo sport si sia diffuso anche un sistema del doping; esso si inserisce in quello sfondo del record che richiede la massima prestazione della performance: in questo senso il doping è un risvolto consequenziale del corpo macchina, e del sapere biomedico che ne rende più efficiente la prestazione; eppure, nascendo in questo orizzonte del record, il doping al contempo lo sfonda: esso, infatti, si sviluppa nella ricerca del record ma finisce per esserne l’estremizzazione e la distorsione: il doping sfonda cioè i limiti che il corpo macchina può incontrare nella prestazione e apre una prospettiva tutta nuova: esso giunge a parlarci del corpo sportivo non più come frontiera, perché questa oltre che essere differita sempre più in la dal principio prestazionale è stata definitivamente abbattuta dal doping (posso far tutto attraverso il doping, e se posso far tutto, lo spostamento in là del limite non è più attraente), ma come luogo di malleabilità e plasticità infinita: il corpo non è più un oggetto da plasmare nella prestazione ma si disperde come un mondo dalle possibilità infinite in questo universo dalle possibilità infinite che il corpo diventa, il fenomeno sportivo può dedicarsi oltre al profilo macchinista prestazionale, anche al profilo espressivo ed emozionale del corpo; lo sport puramente prestazionale ed estremistico si rovescia su se stesso perché il corpo macchina fa alla fine scoprire il corpo come universo dalle possibilità infinite; e l’emergere di nuove pratiche sportive non fa che rispecchiare questo mutamento di fondo: il corpo macchina può essere affiancato da quelle logiche corporee che attraverso lo sport ricercano l’espressione di sé: “il corpo diviene così un «contenitore del sé che permette di dare dei contorni chiari alla propria identità in un contesto sociale sempre più incerto e frammentario. La soddisfazione personale, ovvero la risposta a questa domanda di senso e di legittimazione a esistere in modo pieno, conta dunque più del risultato in termini sportivi tradizionali” (Raffaella Ferrero Camoletto, Oltre il limite. Il corpo tra sport estremi e fitness). La ricerca di nuove forme di espressione attraverso lo sport risponde allora ad un’esigenza di senso. Si tratta di cominciare a pensare profondamente a questo senso che si distacca profondamente da uno sport prestazionale, oggi portato all'estremo, da uno sport moderno, e si affaccia invece su nuove dinamiche che sono tutte da scoprire, lo sport e il corpo post-moderno.
Tommy

giovedì 12 gennaio 2012

AGON, ALLE ORIGINI DELLO SPORT: Ieri...oggi?

Che tu possa andare incontro alla vittoria o alla sconfitta, e trattare queste due bugiarde con lo stesso viso. 
Rudyard Kipling (iscrizione sulla porta di Wimbledon)

Alcuni pensano che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d'accordo. Posso assicurarvi che è molto, molto di più? 
Bill Shankly

Esiste lo Sport senza Agon? La domanda è volutamente provocatoria in quanto sembra che oggi emergano in prima linea i cosiddetti sport non agonistici, tutta una serie di attività sportive dove l'asse dell'agonismo è posto in secondo piano, se non addirittura tolto di mezzo; sembra si diffonda cioè una tendenza a interpretare e vivere lo sport come un campo dove non si compete più, o si compete sempre meno, con gli altri (siano essi altri atleti, altre squadre, altre nazioni), neppure al limite con se stessi, ma si pratichi invece lo sport solo per il piacere ludico di farlo, per il benessere del proprio corpo e della propria persona! Ma, ecco la provocazione, lo Sport non trattiene un legame fondamentale e imprescindibile con l'agonismo? E se questo è vero, come cambia oggi, nel diffondersi di quelle pratiche non agonistiche, ciò che chiamiamo Sport? Esiste ancora, o dobbiamo pensarlo diversamente? Per rispondere, però, bisognerebbe chiarirsi prima di tutto che cos'è, in fondo, Agon, l'agonismo? Abbiamo intrapreso un percorso sulla via della chiarificazione di Agon in due precedenti post, riguardanti l'uno una riflessione filosofica a partire dall'Agone Omerico, il quale influenza in merito all'agonismo la cultura greca tutta e in cui, quindi, per riflesso, e contrapposizione oserei dire, si possono rilevare aspetti dell'agonismo odierno, occidentale in particolare; l'altro, un'Antropologia dell'agonismo, una rilessione sull'Agon come impulso imprescindibile della specie umana, forza che però va costantemente regolata e modulata.  Su questa scia, dunque, grazie a questi apporti, ci vogliamo chiedere se esiste oggi uno sport scevro della sua componente agonistica; dico "sua" perché lo Sport sembra nascere e svilupparsi da una connaturata matrice agonistica che spinge alla contesa, alla sfida e al confronto. Ma, appunto, discorso primario da affrontare, come avviene lo sviluppo dello sport in relazione alla competizione? Non si tratta qui di ripercorrere la storia dello sport, ma di tratteggiare, per grandi linee, delle componenti fondamentali che interessino la relazione di sport e agonismo, in funzione di un miglior inquadramento della relazione oggi. I primi giochi competitivi della cultura greca li troviamo già presenti nei racconti omerici, come ad esempio quando si narra che i guerrieri mirmidoni, nel riposo forzato seguito alla defezione di Achille che non partecipa alla guerra, giocavano lungo la riva del mare con il disco, l’asta, l’arco (Omero, Iliade). Il gioco è dunque originariamente un allenamento, una preparazione alla guerra, che solo successivamente assume il carattere di un’attività fine a se stessa, di un divertimento che trova in sé la sua ragion d’essere? Molti comportamenti di aggressività animale, come il digrignare i denti da parte del lupo, sono per Lorenz vestigia di vere e proprie azioni, gesti che ricordano fatti: così queste azioni entrano a far parte di un rituale, sono ritualizzazioni, che come una memoria da rinfrescare, producono alla fine scopi diversi da quelli originari (Konrad Lorenz, L’aggressività). Così anche le azioni di gioco potrebbero essere le vestigia di azioni belliche, per cui dallo scagliare un dardo contro l’avversario in battaglia si passerebbe alla competizione di chi lo scaglia più lontano, oppure su di un bersaglio fisso posto ad una certa distanza; ritualizzazione dell’agonismo e della competitività insomma, mediante lo sganciamento dell’attività fisica, della destrezza e dell’abilità nella corsa o nei lanci o nella lotta, dagli scopi bellici, dal combattimento cruento: è così che è avvenuta, per così dire, una prima istituzionalizzazione dello sport (del resto, l’uso di un vocabolario bellico, della disciplina, dell’uniforme, l’esaltazione all’impegno, la dedizione alla squadra sono insieme virtù belliche e prerogative dei giochi di competizione: non a caso Platone ha scritto che i guerrieri sono “gli atleti del più grande agone”) L'attività sportiva, dunque, come sganciamento dall'azione violenta della guerra, e canalizzazione di tale azione e competizione, in un contesto mediato e istituzionalizzato; ma gara e competizione anche come riferimento alla sfera sacra: sempre nell'Iliade si tratta dei giochi funebri che Achille organizza in onore del defunto amico Patroclo: vi compaiono diversi tipi di giochi, diverse specialità che comprendono la corsa dei cocchi, il pugilato e la lotta, il duello con la spada, il lancio del disco, il tiro con l’arco, il lancio dell’asta. Come si vede, anche qui si riproducono tipi di combattimento e situazioni dello scontro fisico: i protagonisti sono i guerrieri, ma il fatto che però i giochi si svolgano in vista di un rito funebre assume la sua importanza: vi è qui, in questo luogo dell’Iliade, un'altra prima istituzionalizzazione del gioco, una forma culturale che lo vede legato al rito funebre, dunque a qualcosa di sacro, a qualcosa dove la differenza tra la vita e la morte si annulla: tale legame sarà mantenuto anche nella successiva istituzione dei grandi giochi panellenici! Questi riprendono queste caratteristiche individuate da queste prime testimonianze, e proseguono e radicalizzano l'istituzionalizzazione dello sport, offrendo al mondo dello sport quell'astro storico che ancora brilla ed è un punto di riferimento della rinascita ottocentesca-contemporanea dello Sport: Olimpia! I giochi olimpici non sono l'unico agone competitivo del mondo greco (c'erano i giochi pitici, i giochi nemei, i giochi istmici, nonché i giochi delle singole poleis come le Panatenée ad Atene), e tuttavia sono un simbolo della formalizzazione e istituzionalizzazione dello sport, come il più grande evento sportivo dell'antichità. La caratteristica interessante è però il mantenimento delle caratteristiche già rilevate: tutti i giochi sono spesso celebrati con funzioni sacre e riti funebri in onore di eroi fondatori (Eracle per le Olimpiadi), antenati, personaggi importanti per il sito: il contesto sacrale con miti, riti, celebrazioni e simboli era presente durante tutto lo svolgimento dei giochi; l'altro aspetto è l'istituzionalizzazione di una contesa, un Agon, violenta: con i giochi vigeva la tregua olimpica, e anche se spesso si manifestavano episodi violenti e sanguinosi, la gara è distaccata ormai dalla violenza indiscriminata della guerra, nella concezione e nell'esecuzione, è una forma perfettamente a se stante; è così, con questi criteri, che possono nascere nuove formalizzazioni nell'istituzione dello sport; il tempo fra tutte: l'evento competitivo si svolge a cadenza regolare, (di più, i greci misuravano il tempo oggettivo -e non è un caso- sul tempo delle Olimpiadi, esse erano la cronologia greca) e anche le gare e le discipline vengono formalizzate da un contesto di regole che le codificano, e che fanno di un'originaria contesa competitiva un'evento sportivo. Ecco qui all'opera, dunque, una primo avvicinamento dell'agonismo come matrice universale della specie umana nel mondo sportivo che conosciamo; anche per Elias-Dunning (Sport e Aggressività) lo sport contemporaneo nasce come sportivizzazione del loisir, delle attività del tempo libero, dove in questo processo due sono le determinanti fondamentali, una spinta all’espulsione di comportamenti sanguinari e al contenimento della violenza nell’azione competitiva, e una crescente formalizzazione, che verte sull’uniformazione e regolamentazione delle pratiche; per quanto riguarda il primo fattore, esso è prodotto da un elevarsi della soglia di ripugnanza nei confronti delle situazioni violente del loisir, mentre il secondo aspetto è il tentativo di conferire uniformità alle interazione dei loisir, facendo si che essi si svolgano secondo regole precise nello stesso modo e ovunque vengano disputati; la spinta alla sterilizzazione e alla regolamentazione si legano peraltro l’una con l’ altra: l’intreccio provoca un equilibrio competitivo – divisione in fasce d’età e categorie, divieto di compiere certi atti motori non previsti dal regolamento ecc - dove il rispetto delle norme è al contempo contenimento della violenza. Un esempio che approfondisce e spiega ulteriormente la questione, avvicinandoci ai nostri giorni: il football. Il rito di giocare con una palla è antico quanto il mondo ed è presente in moltissime culture nelle più svariate forme (calcio fiorentino, pelota basca ecc..): nelle comunità arcaiche e in molte altre culture esso si lega spesso e volentieri ad una sfera rituale che ha a che fare col sacro: presso i Maya, come abbiamo visto, il gioco della palla era una rappresentazione cosmica dell’universo. Nel medioevo inglese esisteva un gioco popolare chiamato hurling; esso si giocava con una palla fatta di stracci e tappi di sughero ed esisteva nelle due forme dell’hurling at goal, dove lo scopo è di portare la palla oltre la metà difesa dagli avversari, e dell’hurling over country, giocato una volta l’anno nella campagna che separava due villaggi, dove l’obbiettivo era di condurre la palla all’interno del villaggio rivale; questi giochi, che avevano a che fare con culti e riti ben precisi, finivano con l’essere risse, lotte, regolamenti di conti alquanto sanguinosi, tanto che ci furono da parte delle autorità vari tentativi di proibirli, tutti infruttuosi. Ora, da questi giochi al football moderno intercorrono diversi tipi di formalizzazione del gioco stesso: innanzitutto una sterilizzazione delle gesta violente in base ad un controllo rigorose degli atti motori consentiti e poi una tecnicizzazione delle stesse gesta, ovvero una minuziosa regolazione di tutte le azioni che hanno a che fare con il gioco: il campo di gara viene precisamente delimitato, il tempo della partita e i suoi obbiettivi stabiliti a priori, le forze in campo disposte secondo precise logiche combinatorie che rispondono alla maggiore efficacia in relazione all’azione consentita dalla regola, il gioco organizzato e amministrato da un unico regolamento e il corpus regolamentario accettato e condiviso con figure delegate alla sua applicazione e rispetto. Insomma, per passare dalla mischia selvaggia e furibonda, nella quale inevitabilmente precipitava lo scontro tra le due squadre concorrenti che prendevano a calci una palla di stracci e sughero, alla vera e propria partita di footbaal, è stata necessario una precisa formalizzazione della gara che prima dell’Ottocento occidentale sarebbe stata un frutto mentale ancora acerbo e prematuro; è infatti nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento (grazie a un apporto consistente delle dinamiche della modernità nella formazione dello sport, per cui oltre a sinergie e omologie col processo di industrializzazione, ricorderei quelle caratteristiche che Guttman individua nel passaggio Dal rituale al record: la natura degli sport moderni: cfr: secolarismo, uguaglianza, specializzazione, razionalizzazione, burocratizzazione, quantificazione, record) come la che la maggior parte degli sport acquisiscono la struttura identitaria pressoché identica a quella che oggi conosciamo - anche se i regolamenti cambiano e la formalizzazione avviene di continuo - e si sviluppano in tutto il mondo. Un lungo processo, sempre in corso, di formalizzazione e regolazione dell'agonismo: è così che Agon viene condotto sulle soglie dello sport dei nostri tempi; è così che il barone francese De Coubertin nel 1896 può riaccendere la fiamma olimpica, e aprire l'epoca in cui lo sport, e l'agonismo incarnato in esso, vivono la loro massima espressione: comitati olimpici, federazioni sportive, leghe e associazioni danno vita, a livello locale, nazionale, mondiale a competizioni, campionati, eventi che fanno dello sport una delle manifestazioni fondamentali dei nostri tempi. "L'importante non è vincere, ma partecipare" è la famosa massima di De Coubertin: è tutt'altro che un manifesto anti-competitivo, proprio l'opposto, è l'esaltazione dell'agonismo sportivo: l'importante è esserci, competere, partecipare all'agone (e la competizione sembra estendersi a macchia d'olio: competono i membri della società per un "posto al sole", qualsiasi esso sia, competono le imprese, competono le religioni e le visioni del mondo, competono gli stati....oggi più che mai, su scala globalizzata...ma non è stato forse lo sport il primo vero motore o uno dei veicoli più importanti della globalizzazione?). La competizione diventa storia importante come la stessa vita (Alcuni pensano che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d'accordo. Posso assicurarvi che è molto, molto più importante - Bill Shankly), perché la vita stessa è competizione, e va oltre la vittoria o la sconfitta (Che tu possa andare incontro alla vittoria o alla sconfitta, e trattare queste due bugiarde con lo stesso viso - Rudyard Kipling), perché ciò che conta è esserci, far parte del gioco di Agon. Eppure, ed è un'avversativa che conduce direttamente al nocciolo della questione, nonostante sia ormai chiaro che la competizione va oltre il semplice gioco del vincere o perdere è un Agon profondamente diverso da quello omerico e dall'agonismo con cui ci si sfida nelle comunità arcaiche: non è più scambio, ricerca comune, confronto e compartecipazione, tutt'altro, dell'Agon del tempo dello Sport si sottolinea essenzialmente la prestazione: emerge cioè colui che consolida la propria posizione in maniera assoluta o relativa, in riferimento a certi parametri o valori: fine dello scambio, e inizio dell'imposizione, del primato, del principio dell'efficienza e dell'efficacia: lo sportivo diventa così un laboratorio della pianificazione e dell’ottimizzazione della prestazione; il record, la vittoria a tutti i costi o la semplice discesa in campo in una competizione totalizzante, è la logica conseguenza di ciò, il massimo efficientismo della prestazione; abbiamo allora attività altamente formalizzate, dove l’agonismo volto alla ricerca del record è esasperato e si traduce in specializzazioni e pianificazioni sempre più serrate: le discipline, e coloro che vi prendono parte, inseguono il proprio continuo perfezionamento come una frontiera tecnico-scientifica da spostare sempre più in là. Eppure, come abbiamo rilevato nelle prime righe, e come è sotto lo sguardo di tutti, il fenomeno sportivo comincia a cambiare; comincia a cambiare nella seconda metà del Novecento: infatti, a fianco dello sport campionistico, per così dire, ovvero della competizione agonistica d’alta prestazione, che riflette la ricerca costante dello spostamento in là della frontiera, nel abbattimento del record e nella massimizzazione della prestazione, si sviluppa uno sport altro, che non rientra in quelle logiche, uno sport per tutti: attività fisiche non più legate a logiche della prestazione competitiva tendente all’eccellenza e orientata al risultato, ma piuttosto attività con logiche ludico-espressive, come sport ricreativi non legati al risultato, attività di cultura fisica, che rispondono al tentativo narcisista di modificare il proprio aspetto in base a un’idea di gradevolezza e desiderabilità, attività competitive differenziate, come le competizioni che tentano di aprire la partecipazione a livelli meno ottimali, ad esempio conglobando fasce sociali del disagio, come anziani o portatori di handicap, attività che semplicemente inseguono uno stile di vita attivo, cioè manifestazioni informali di sport che tentano di allontanare la sedentarietà; queste dinamiche aprono la strada ad una seconda sportivizzazione non più rispondente allo sport legato al modello agonistico (vi sono allora quelle attività sportive della riscoperta della natura, gli sport open air, quelle che pongono l’enfasi sulla dimensione ludica, la cultura fan, quelle che affermano la componente acrobatica e quelle della sfida verso se stessi e le condizioni esterne, gli sport estremi, quelle che hanno una finalità non agonistica, come il turismo sportivo o il wellness) Queste attività aprono un paradigma nuovo rispetto a quello dello sport così come si è costituito nella modernità: sono forme sportive che si liberano dal cronometraggio, dalla sfida, dalla competizione, e che privilegiano invece la sensazione di leggera euforia, il vissuto corporeo, il suo ascolto, il libero sfogo della passione e dei ritmi individuali (alcune di questo nuovo modello sono una maggiore individualizzazione e personalizzazione delle pratiche, un ibridamento che combina e ricombina forme sportive esistenti, una delocalizzazione del contesto originario in cui gli sport moderni si sono sviluppati, una tecnologizzazione delle pratiche stesse e infine una traduzione in forma avventurosa di molte attività sportive). Anche lo Sport vive insomma quel passaggio verso il post-moderno, per cui non ci sono più punti di riferimento fissi, ma tutto diventa più liquido, magmatico, labile, ricombinato, senza che vi sia un centro gravitazionale attorno a cui tutto questo ruota. Lo sport diventa un insieme di attività e pratiche disordinate, mutanti e transeunti. Chi saprebbe dare oggi una definizione omnicomprensiva di sport? Nello scenario sportivo attuale, accanto a pratiche che mantengono le caratteristiche tipiche della prima sportivizzazione, se ne affermano altre in cui viene meno la tradizionale competizione con un avversario per fare posto a una diversa competizione (la sfida con se stessi e/o con gli elementi naturali, siano essi il vento, l’onda, la pendenza di una parete o la curva di una pista) o addirittura a una non-competizione, il piacere dell’attività stessa, garantito dalla sperimentazione di sensazioni inusuali dove il valore estetico-espressivo prevale su quello agonistico. Ma allora - ecco il punto - che fine fa Agon in una concezione "post-moderna" dello Sport? Se lo Sport è condotto alla manifestazione nei nostri tempi da una connaturata e imprescindibile matrice agonistica, ebbene, se quest'ultima viene per ora affiancata, ma si attende sorpassata, da delle logiche che accantonano l'agonismo stesso, come cambia il quadro del movimento sportivo? Lo sport nasce da Agon ed esiste nell'Agon, nella misura in cui (abbiamo visto il percorso del suo sviluppo) è una formalizzazione in forma non violenta, pur nella sua aggressività, e indirizzata con delle precise regole, di un impulso connaturato alla specie umana: quando non si capisce più quali sono le regole che vengono continuamente combinate e ricombinate, quando la formalizzazione lascia spazio al bisogno estetico ed espressivo, quando si diffondono nuovi tribalismi, anche violenti, vicini alla cosiddetta attività sportiva, ebbene, dove se ne va lo Sport? Siamo di fronte a un nuovo paradigma agonistico, che segue quello arcaico, omerico, greco, moderno, prestazionale ecc? E se si, ammesso e non concesso che si possa decodificare, qual'è? E se invece lo Sport fosse davvero privato dell'Agon...non sarebbe anche la morte dello Sport? Un'estrema provocazione sotto forma di domanda, e altre domande alle quali rispondere...perché provocare e lasciare col punto interrogativo è forse il modo per insinuare il tarlo del sospetto, il sospetto che qualcosa sta cambiando profondamente -e per offrire nuovi spazi ad una riflessione su tale cambiamento.
Tommy

 

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