AYRTON SENNA. ON LIMIT...OF DREAM

Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.

IL CORPO E IL MONDO. Leib e Körper

Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono...Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano.

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Genealogy

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Pierpaolo Pasolini.

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare...

PHILOSOPHY OF RUNNING. La Musica del Respiro

Io sento la terra ed il vento e gli alberi. Io sento il loro spirito. Io sento il ritmo della corsa. È come musica. Gabriel Harmony Jennings.

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lunedì 23 aprile 2012

PHILOSOPHY OF RUNNING. La Musica del Respiro

Io sento la terra ed il vento e gli alberi. Io sento il loro spirito. Io sento il ritmo della corsa. È come musica.
Gabriel Harmony Jennings

"Da quando ho imparato a camminare, mi piace correre" diceva Nietzsche...come un bambino, che imparati i primi passi, li affretta subito nello slancio della corsa, nella più assoluta e sorridente libertà...perché essa, la corsa, è il gesto più naturale, più ingenuo, più spontaneo che ci sia! Non come il camminare, appreso, guidato dalla mano esterna, controllato sicuro e misurato, nei primi passi di corsa si è nell'aperto che non ha bordo, dove si mette in gioco il proprio equilibrio, si cade e si impara a cadere, si impara da sé a trovare quel punto di equilibrio instabile, che è poi la vita, a tenere il ritmo dei propri passi, la propria misura...un gioco che sporge dai bordi per trovarli, che danza sul crinale per equilibrarsi, che affanna il respiro per respirare a pieni polmoni l'esistenza! Nella corsa si mettono in gioco i propri passi e il proprio respiro, fuori dalle trame ordinarie, per comporre in libertà la propria musica, come una sinfonia personale, una propria composizione...Musica del Respiro! Perché il respiro non è un solo un processo fisiologico, ma più fondamentalmente quello scambio di corpo e mondo che compone l'esistenza: rispondersi e corrispondersi di corpo e mondo, dove il corpo si apre al mondo, lo accoglie e vi ritorna, in quello scambio tra interno ed esterno dove essi si accordano, spirito e materia: il respiro è la continuità del corpo col mondo, espressa dai suoi stati e dalle sue modificazioni: la calma, l'ansia, la precipitazione, l'eccitazione, la concentrazione...si esprimono nel diverso ritmo del respiro, nel quale si incarna dunque un senso del mondo, del nostro rapporto col mondo, come un'esteriorizzazione che ne esprime un senso. Così, come la musica esprime un senso, la corsa come musica del respiro è il tentativo di dar luogo e di esprimere, magari inavvertitamente, un proprio senso, forse di reperirlo, mettendo in gioco il rapporto del proprio corpo al mondo, nel respiro affannoso della fatica, quando il mondo oppone al corpo la sua resistenza che la corsa cerca di vincere, negli ampi respiri a pieni polmoni quando corpo e mondo cercano di ritrovare la loro armonia. Un senso che una musica compone anzitutto nel Ritmo; il ritmo del respiro, della corsa, è anzitutto quello del cuore e del piede, veri musichieri del ritmo. Sentire il proprio battito cardiaco sotto s-forzo, quando forza cioè il normale fluire, nella diversa andatura, perché come ci sono cuori avventurieri o misurati, impavidi o controllati, così ci sono andature spinte e altre di rilassamento, sopra soglia o sotto soglia, di sforzo e di recupero; sentire il ritmo della corsa come rimbalzo del piede sul terreno, come contatto con la terra, e la fatica che essa richiede, come ciò che conduce lungo le proprie strade, perché come ci sono diversi percorsi e sentieri, così ci sono corse pesanti e corse leggere, passi corti e passi lunghi, passi andanti e passi spinta; è il nostro modo di andare per il mondo, perché in questa diversità, dal ritmo del piede e del cuore, un senso parte dalla terra e attraverso interamente il nostro corpo, pervadendo la nostra postura: testa alta e sguardo fisso in avanti, incontro al mondo e contro il mondo, occhi chiusi, testa bassa a controllare i propri passi e il sentiero appena avanti, sguardo preso dal paesaggio attorno, busto eretto o piegato, spalle aperte o ricurve, gomiti larghi o adiacenti al busto...ogni corpo il suo stile, ognuno la sua corsa, ogni corsa un mondo! Perché dal ritmo si dispiega dolcemente un Armonia, nello scambio del respiro tra il corpo e il mondo, a esprimere quel rapporto, come un accordo: così ci sono corse dove quell'armonia è la curva altimetrica della prestazione da ricercare e controllare, altre dove importante è trovare la propria armonia interiore, la forma del proprio corpo, il benessere del proprio io, corse insomma dove psichico e fisico, mente e movimento giocano la loro distanza o si incontrano nelle loro declinazioni, o nella loro comunione reciproca; ci sono corse poi dove l'armonia è invece l'unione mistica col mondo, dove si esce dal proprio io per incontrare la natura nella sua presunta e incontaminata purezza, o la città nei suoi aspetti più urban, magari tra i margini del degrado, o per re-incontrare il proprio corpo nelle sensazioni attraverso il giorno o la notte, il caldo e il freddo, il sole e la pioggia, la pianura o la salita; ci sono corse che si staccano dalla riflessione, dove la testa si svuota dei pensieri e delle ansie quotidiane, altre come momenti di freschezza del pensiero che matura nuove idee, altre ancora dove non conta pensare o non pensare, ma correre per correre, semplicemente; ci sono corse che si staccano dagli altri, dove la musica è quella degli auricolari nelle orecchie, o dell'ascolto di sé, corse solitarie, altre corse come momento di apertura agli altri, condivisione, corse di gruppo, occasioni di incontro sociale.
Ogni musica ricerca la sua delicata armonia, un delicato accordo verticale del respiro, tra corpo e mondo. Ogni musica diventa una sequenza unica di note, una Melodia, un percorso orizzontale dove ogni corsa, diventa ogni volta un tema unico; un suono diverso del respiro, una musica diversa, una personale composizione...una diversa interpretazione del proprio essere: per misurarsi e migliorarsi, per stare in forma o dimagrire, per passare tempo all'aria aperta con gli altri, per ritrovare se stessi, per niente che non sia il puro amore di un gesto libero...e chissà quante altre cose, e chissà in che diversa configurazione...sempre l'espressione di un senso diverso. Nel respiro della corsa, nel ritmo del cuore e del piede, nell'armonia di corpo e mondo, nella melodia personale, si esprime la libertà di un senso, un senso della propria esistenza, un senso del mondo! Ma come ogni musica ha bisogno del Silenzio da cui inizia un movimento, dove nel respiro cresce quel modo di esprimersi, così ogni corsa, ogni musica del respiro, ha bisogno del suo riposo, dove quel senso matura; quel senso, come una filosofia del running, una filosofia della propria corsa che abita nei propri respiri. Comprendere quel senso misterioso è affascinante, affascinante quanto correre, quanto un silenzio.
Tommy

martedì 17 aprile 2012

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

Ogni primo movimento, ogni movimento involontario è bello, mentre è deviata e fasulla ogni cosa non appena essa comprende se stessa. Ah, l'intelletto. L'infelice intelletto.
Heinrich Von Kleist

L'esistenza umana si manifesta essenzialmente nel movimento...sin dal concepimento, dalle prime movenze nel ventre materno, dalla nascita; e poi per tutta la vita, in qualsiasi azione, e persino nel riposo, anche solo il respiro...l'uomo è costituzionalmente un essere che si muove; lo sport, d'altra parte, è una manifestazione della vita quotidiana che più di altre ha a che fare col movimento: corse, salti, gesti tecnici che prevedono l'azione motoria di particolari arti o parti del corpo...un corpo che si mantiene in movimento, si dice anche comunemente, è con evidenza un corpo sportivo. Spesso, inoltre, si ritiene che lo sport, e quindi il movimento, abbia a che fare più con attività fisiche che mentali: certo, ogni movimento ha il suo correlato psichico, ma esiste davvero una dualità tra mente e movimento? Qual'è la relazione che intercorre tra loro? C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare: volare come le aquile, correre come un felino...dove ogni gesto è perfetto, per ritmo, sincronia, forza, delicatezza, eleganza, tutt'uno con ciò che lo circonda; l'animale non ha un movimento, è tutt'uno col suo movimento e l'ambiente attorno: l'aquila è i suoi cieli, e il ragno la sua tela. Diversa la situazione per l'uomo, povero di istinti, si muove incerto, non in un ambiente, ma per un mondo che si presenta come un campo di sorprese: egli ha un mondo e vi va incontro, ricevendo risposte positive o negative; nel movimento, un animale è semplicemente il suo corpo...un felino è la grazia del suo corpo, in ogni movimento; l'uomo, invece, deve far fronte al suo corpo, è un corpo vivente, ma ha al contempo un corpo cosa da educare, gestire, controllare...il suo movimento non ha la fluidità del gesto animale, e risulta, il più delle volte, meno aggraziato. Insomma, mentre il movimento dell'animale appare sicuro e integrato al suo ambiente, perfettamente adeguato ai suoi scopi, quello dell'uomo risulta essere trattenuto, intralciato, turbato. Questo intralcio alla grazia del movimento si chiama coscienza, mente, intelletto; e per questo Von Kleist, parlando del movimento, chiama "infelice" l'intelletto: esso è nell'uomo la rottura che lo separa nel movimento dallo stato di grazia, proprio invece di un essere che non ha coscienza, come l'animale, o dell'essere dall'infinita coscienza, Dio. Tuttavia, non si deve pensare alla coscienza come ciò che semplicemente si oppone al movimento: ogni movimento umano è già da subito intriso di coscienza, e la mente non è se non nel movimento! Essa avviene quando il corpo, muovendosi, incontra e si scontra col mondo: "Ogni movimento del nostro corpo, infatti, oltre a stabilire un contatto con il mondo, veicola l’effetto del mondo sul corpo che incrina la spontaneità e l’immediatezza del movimento stesso nel suo prosieguo. Questa impercettibile crisi, che chiede al corpo una rielaborazione del messaggio del mondo e una modificazione del movimento successivo a partire dalla qualità del messaggio ricevuto, è l’origine della coscienza, che dunque è già rintracciabile nella motricità come incrinatura del suo fluire spontaneo" (Umberto Galimberti, Psiche e Techne). La coscienza (e la riflessione in senso originario) è il riflesso del mondo sul movimento del corpo, che in quell'incontro-scontro interrompe il suo fluire spontaneo: cresce e si sviluppa nella crisi del movimento; dalla crisi nasce la coscienza che giudica - krino in greco, da cui crisi - le risposte ottenute dal mondo; ogni crisi custodisce in sé la potenzialità di un nuovo apprendimento; apprendendo dalle risposte ottenute dal mondo la coscienza è memoria, che non è il semplice ricordo, ma l'intenzionalità e la proiezione futura delle risposte già apprese: così ogni atto o gesto motorio è sempre orientato, intenzionale, mentale, raccoglie le trame del passato, le risposte avute, e le proietta nel presente e nel futuro. La mente definisce e ridefinisce pertanto ogni atto motorio, è incarnata in qualunque movimento, è nel movimento. Ciò significa che anche la presunta identità, che spesso viene pensata come qualcosa di coscienziale, mentale, come un io quale nucleo centrale rispetto al mondo, che attraversa fisso le trame dello spazio e del tempo, è una realtà in movimento, è nel movimento: "ciò che è io, è mediante l'azione" (Novalis); non c'è anima, o spirito o mente o qualsiasi presunta sede dell'interiorità, staccata dal corpo, dal corpo vivente che agisce e interagisce nel e con il mondo. Ciò che viene appreso dall'anima, dalla coscienza, ciò che matura come io è grazie all'azione, e a quella sua manifestazione fondamentale che è il movimento; è per questo motivo che anche qualsiasi apprendimento mentale è più efficace se è nel movimento, se è pratico come si dice e non sul piano della pura teoria. Perché ciò che è mentale è fondamentalmente nel movimento, non a fianco o in opposizione ad esso, ma incarnato in esso, nell'incontro-scontro del corpo col mondo. Ed è per questo che, come sembrano peraltro confermare le ultime ricerche, lo sport, in quanto manifestazione della vita quotidiana che come abbiamo detto in apertura ha strettamente a che fare col movimento, sembra favorire fin dalla più tenera età lo sviluppo e la qualità di determinati processi mentali. Lo sport come educazione della mente attraverso il movimento! Non solo, nello sport si può imitare, e persino raggiungere, quella grazia del movimento, quella eccellenza e bellezza del gesto, che abita spesso in regni lontani; ma che a volte diventa più prossima, più vicina, attraverso le gesta di un atleta olimpico, le azioni di un campione, la gloria del vincitore, la cui purezza e perfezione restano impresse nella memoria; in quella grazia è come se "l'infelice intelletto" venisse per un attimo posto da parte, e non ci fosse né più coscienza, né mente, solo un corpo slanciato nel suo movimento in perfetta armonia col mondo. In quel momento l'atleta può tutto, niente lo può fermare...come se la coscienza, quella condanna che ci portiamo appresso nel bene e nel male sin dal primo movimento, raggiungesse per un attimo uno stato più elevato e si trasfigurasse nella grazia: allora si è come aquile che solcano i cieli o leoni che si slanciano verso la loro preda. A questo stato mira anche una Psicologia dello Sport! Ma primariamente essa dovrebbe riconoscere che la mente dell'atleta è nell'azione, è movimento; una disciplina che non sia semplicemente un occuparsi del mentale mettendo in secondo piano il fisico; perché propriamente non esiste una distinzione tra mentale e fisico, se non in un'astrazione che non coglie mai la realtà concreta dell'atleta sul campo di gara: mentale e fisico coesistono nel movimento, sono l'uno il fuoco dell'altro, lo stesso fuoco, che contemporaneamente gli dà calore e nutre entrambi. Questo fuoco è il corpo, su cui anche la psicologia dovrebbe porre il focus, il corpo in azione, in movimento. Un corpo vivente, non un'anima dove stanno i processi mentali di un corpo cosa. Un corpo di cui va mantenuto il fascino misterioso, le trame profonde, il desiderio di grazia, senza avere la pretesa di porle sotto la verità dell'intelletto: "deviata e fasulla ogni cosa non appena comprende se stessa": l'intelletto non può comprendere, se non in modo deviato e fasullo, il corpo in movimento, perché è solo mediante esso, invischiato in esso. E una disciplina che sia solo psichica, è semplicemente infelice, quanto "l'infelice intelletto".
Tommy

giovedì 19 gennaio 2012

IL CORPO E IL MONDO: L'illusione dell'Io al centro

L'identità non è nel soggetto, ma nelle sue relazioni. 
Martin Heidegger

Noi siamo persuasi che il centro del nostro essere al mondo sia il nostro Io, la nostra coscienza e il nostro pensiero, la nostra anima; non è così! - se non come riflesso di un originario essere corporeo. Che significa questo? Che il corpo è la nostra esistenza, è la nostra apertura al mondo; la nostra esistenza ha un centro di irradiazione, dal quale arrivano e ritornano i raggi pulsanti della nostra interazione col mondo: questo centro è il corpo; fin dalla nascita il corpo intrattiene un rapporto di ambivalenza col mondo: è distacco, lacerazione, separazione rispetto ad esso, ma al contempo vi appartiene e se lo fa proprio per poter abitarlo: nell'aria che respira, nell'ambiente che lo accoglie, nei volti che incontra (“Essere-nel mondo significa infatti, per il corpo, sfuggire all’assedio del mondo per abitarlo, fuggire dal proprio essere in mezzo al mondo per averlo come luogo d’abitazione. In questo gioco dell’ambivalenza, il corpo deve anche fuggire da sé per prendersi cura di sé. La sua cura è per sé, solo se è per il mondo; solo correndo verso il mondo il corpo si soccorre. In questo senso il corpo è sempre fuori di sé, è intenzionalità, trascendenza, immediato sbocco sulle cose, apertura originaria, continuo progetto e perciò proiezione futura" Umberto Galimberti, Il corpo); questo movimento di distanza-vicinanza del corpo rispetto al mondo è l'azione: attraverso l'azione le  potenzialità del corpo definiscono il tempo e lo spazio del nostro vissuto, l'intimità delle nostre relazioni con le persone o con le cose: creiamo un mondo attraverso le azioni del nostro corpo; di rimando l'ordine delle cose del mondo, degli strumenti con cui abbiamo a che fare, non è un semplice insieme di oggetti che stanno in sé, perché ognuno di essi testimonia delle potenzialità del corpo ("Il corpo è sempre al di là di sé, è al termine delle sue in-tenzioni che sono poi le sue tensioni. Queste si allungano negli oggetti utensili che sono il corrispettivo delle sue possibilità. È con il cannocchiale che il corpo può vedere il cielo stellato e, appoggiando i suoi occhi all’estremità delle lenti, con lo sguardo, abitarlo [...]. Percorrendo la serie degli strumenti, solo apparentemente il corpo fugge da sé e si smarrisce nel mondo, in realtà fugge verso di sé, perché le cose raggiunte o prodotte dagli strumenti sono già cariche di significati umani, per cui l’azione del corpo nel mondo, che mette capo alla produzione delle cose, non è altro che il tentativo del corpo di possedersi nelle cose che, prodotte, gli rivelano le sue possibilità" cit.). Noi abitiamo un mondo per mezzo del corpo, e il mondo riflette nelle cose le possibilità di quello. Il corpo è dunque il centro della nostra esistenza perché lì si dà la nostra originaria apertura al mondo, da lì passano tutti i flussi del nostro abitare terreno (sulla relazione tra corpo e mondo: Leib e Körper) . Ma il corpo è un centro che deve essere eccentrico, deve andare verso il mondo per poterlo abitare, in quella relazione ambivalente di cui si è detto: deve fuggire da sè per aver dimora, deve decentrarsi per usare se stesso come centro e poter così abitare il mondo: deve ad esempio usare le mani per toccare, gli occhi per vedere, le gambe per camminare, e così via. L'uomo è un essere costituzionalmente separato da sè, diviso, eccentrico! L'eccentricità dell'uomo è riconosciuta dall'antropologia filosofica di Plessner (I gradi dell’organico e l’uomo): “se la vita dell’animale è centrata, la vita dell’uomo, che pure non può infrangere la centralità, è contemporaneamente fuori dal centro, è eccentrica. Eccentricità è la forma, caratteristica per l’uomo, della sua disposizione frontale nei confronti dell’ambiente”. Il centro di cui Plessner sta parlando è evidentemente il corpo: la vita dell’animale, disposto nel suo ambiente, è perfettamente centrata perché il suo corpo si armonizza in modo adeguato a ciò che lo circonda: infatti, egli re-agisce a quello che l’ambiente gli offre o gli nega in virtù dei propri impulsi, istinti, sensazioni; l’animale cioè risponde agli stimoli e alle provocazioni provenienti dall’esterno a partire dal suo centro, da cui si mettono in moto le sue reazioni, e ogni suo movimento o azione si origina e si conclude in esso, in un perfetto equilibrio: “l’animale vive a muovere dal centro e a ritornare nel suo centro”; attraverso il suo corpo, insomma, l’animale padroneggia i legami, i nessi con l’ambiente che lo circonda: “la continuità senza soluzioni delle reazioni animali […] si fonda sul fatto che l’animale è una cosa sola col suo corpo. Esso è il suo corpo, e lo ha solo di fronte a particolari richieste di movimenti, per esempio nel balzare addosso alla preda o nel superare insolite difficoltà. Vi si fonda la sua facoltà motoria, limitata appunto alla cerchia che, di volta in volta, la sua specie determina. La strumentalità della sua capacità di moto non gli si rivela quindi neppure quando ne fa uso. La centricità dell’animale è dunque fondata sul suo essere pienamente corpo, sul fare tutt’uno con esso e nell’armonia con l’ambiente che lo circonda; la perfezione e l’equilibrio della sua azione si rivela in ogni suo gesto e in ogni suo movimento [“Il ragno è la tela che fa appena è adulto: non prevede la mosca, di cui, da quando è nato, non sa ancora nulla. La tela è perfetta per il suo scopo perché il ragno è il suo scopo. Non c’è bisogno qui di un soggetto sapiente, basta un soggetto efficiente” (Carlo Sini, L’uomo, la macchina, l’automa. Lavoro e conoscenza tra futuro prossimo e passato remoto)]; per questo Plessner può dire che pur muovendo dal centro, l’animale “non vive come centro”, intendendo con ciò che, a ragion del fatto che muove sempre a partire da quel centro, non può prenderne le distanze, non può sapersi come centro, avere coscienza di questo modo d’essere: l’animale non esce mai dalla sua vita centrata. Diversa la situazione per l’uomo: pur non potendo infrangere la centralità, la sua esistenza come abbiamo visto è infatti sempre esistenza corporea, egli muove dal centro, non per ritornarvi costantemente come l’animale, ma per de-situarsi rispetto ad esso, proiettarsi oltre esso, de-centrarsi: l’uomo trascende insomma il centro della propria esistenza e acquisisce una posizione eccentrica: “quest’ultima si esprime nel particolare rapporto dell’uomo con il suo corpo: egli non è semplicemente un corpo esistente, ma ha un proprio corpo; vi è in lui una continua difficoltà, un rapporto dialettico tra l’essere un corpo, cioè esistere senza averne consapevolezza come gli animali, e l’avere un corpo, cioè rendersi conto di disporre di un organismo che sperimenta come altro da sé. Da qui la posizione eccentrica, il «distacco originario», che individua e qualifica peculiarmente l’uomo nei confronti degli altri esseri viventi”. L’azione dell’uomo dunque, pur muovendo dal corpo, essendo corpo in azione, non origina e torna al centro come quella dell’animale, ma se ne distanzia, guarda al contempo il corpo come oggetto: in virtù del fatto che da subito l’azione fa del corpo un fenomeno doppio, Leib e Körper, l’uomo acquista pertanto la sua posizione eccentrica; ciò significa innanzitutto perdere la propria centralità nei confronti di ciò che lo circonda: l’uomo non è semplicemente inscritto in un ambiente (Um-welt) cui reagisce alle pressioni come l’animale, ma si trova di fronte al mondo (Welt), il quale sorge piuttosto come prodotto della sua costruzione, della sua azione; ma ciò significa soprattutto che egli, oltre che rispetto al mondo e alle sue cose, è in grado anche di prendere distanza da sé, e di guardarsi appunto come cosa: “solo distanziandosi da sé, «ponendosi – come dice Plessner – alle proprie spalle», l’uomo può vedere se stesso e la propria posizione nel mondo, quel centro provvisorio che occupa e da cui poi, in quanto essere eccentrico, si decentra”: Come sottolinea Galimberti (Psiche e Techne): “Coscienza” è il nome che la nostra tradizione ha assegnato a questa distanza da sé, a questa non coincidenza con sé, per cui è possibile dire che la coscienza è lacerazione. Guardato dalla coscienza, il centro non è la casa che l’uomo abita, ma il luogo di cui di continuo si congeda, come il viandante che nessuna dimora trattiene, come il danzatore che può danzare solo abbandonando il punto d’equilibrio appena raggiunto dal suo corpo. Se queste metafore ci aiutano, la distanza dal centro in cui la coscienza consiste non edifica un altro centro, un’ “anima” che guarda il corpo, perché l’eccentricità non è semplice duplicazione della centralità, ma congedo, distacco, abbandono che l’azione ininterrottamente realizza in ogni sua esecuzione". La coscienza non è in tal senso la sede dell’interiorità a partire dalla quale guardo il centro che il mio corpo è come fosse qualcosa di esteriore rispetto a me, bensì la lacerazione che è insita nel corpo stesso, il suo “distacco originario”, la ferita in virtù della quale il corpo si staglia da subito nell’azione; non dunque altro dal corpo, un’altra posizione da cui guardare il centro, ma il movimento che originando dal centro si decentra, il corpo medesimo considerato nella sua apertura al mondo. La coscienza, dunque, non come una cosa, non come altro dal corpo, ma come tratto tipico del corpo esposto al mondo, e quindi intenzionalità, tensione rivolta al mondo e alle sue cose: "Stante questo suo carattere ec-centrico, la coscienza, lo ribadiamo, non è duplicazione di quel centro che è il nostro corpo nel mondo, ma distacco, distanza, superamento di sé nelle cose verso cui si protende, come il danzatore verso le traiettorie che creano di volta in volta il suo dinamico equilibrio. Un equilibrio concesso dal movimento e reso possibile dalla continuità del movimento. La coscienza, infatti, esiste solo nell’esecuzione dei suoi atti" La coscienza allora, come tratto costitutivo del corpo nella sua doppiezza originaria, si rivela nello stesso movimento dell’esistenza, che, come ek-sistenza, è costantemente fuori dalla situazione che il corpo occupa come cosa tra le cose del mondo, ec-centrica rispetto a quel centro; esistenza che in quanto esistenza corporea non può pertanto che incarnare e rispecchiare quella lacerazione e quella tensione che è insita nel corpo:  "L’uomo ha questa esistenza ed è questa esistenza. Si trova dinnanzi a essa come a qualcosa che controlla o che respinge, che usa come mezzo, come strumento; egli è in essa e coincide (fino a un certo punto) con essa. L’esistenza corporea è perciò per l’uomo un rapporto, in sé non univoco ma duplice; è precisamente un rapporto tra sé e sé (più precisamente tra lui e se stesso). Può pertanto restare indefinito chi si trovi in questa relazione. Espressioni come spirito, io, anima – prese non in senso religioso e dogmatico – per il momento non dicono altro che ciò che l’esperienza comune nel confronto con il corpo e nell’inclusione nel corpo rende necessario riconoscere" (Plessner, cit.). Parlare di anima, spirito, io e caratterizzare il corpo a partire da questi, duplicando il centro che esso è, non è insomma che astrarre l'originarietà del corpo in azione; essi non sono che suoi luoghi, paesaggi provvisori, movimenti della danza eccentrica di questo viandante: anima, spirito, io, sono figure continuamente create e già dissolte nel susseguirsi degli atti del corpo, momenti della sua relazione col mondo; Donde allora quelle duplicazioni che conosciamo nelle distinzioni tra io e mondo, soggetto e oggetto, interiore ed esteriore o spirito e materia? Esse non sono che terminazioni astratte figlie di una logica bivalente (cioè opposta all'originaria ambivalenza del corpo) la quale separa ciò che è originariamente unito in un unico processo; infatti non vi è da principio un io che sta di contro ad un mondo, perché entrambi, io e mondo, sono costituiti a posteriori dall’azione del corpo che si intenziona a ciò che lo circonda; come ricorda Novalis, l’Io, l’anima, il soggetto, la coscienza non sono che derivati dell’azione: “l’azione è la vera e propria realtà […] Ciò che è Io – è mediante l’azione”; ma l’azione non determina soltanto l’io, bensì anche il mondo, che per l’uomo più che un mondo naturale è da subito un mondo plasmato da significati culturali, ossia dai prodotti del suo agire; le cose del mondo non sono cose in sé, ma da subito investite dal corpo in relazione alle sue possibilità e potenzialità, e pertanto colorate di sensi umani; anzi, proprio in virtù di questa creazione del mondo si dà all’uomo, come riflesso e interiorizzazione di quei sensi, il suo io, che più che sostanza è allora, insieme al mondo, residuo dell’azione del corpo: io e mondo sono poli continuamente creati e ricreati dalla danza del corpo. Allo stesso modo, allora, possiamo comprendere come soggetto e oggetto, considerati dal punto di vista del corpo nella sua ambivalenza, non siano che termini opposti frutto di astrazione, la quale tradisce un’intimità più immediata legante corpo e mondo: un soggetto può rappresentare (Vor-stellung) infatti una cosa come oggetto quando se la pone di fronte, di contro (Ob-jectum, Gegen-stand), ma ciò significa non considerare che questa tematizzazione è possibile soltanto in quanto il mondo si offre al corpo già prima di ogni anticipazione rappresentativa di un polo soggettivo, e il corpo è già esposto al mondo in quel contatto ingenuo col quale vede, sente e tocca le cose, che pertanto sono già solidali con esso in un’unità naturale e prelogica. Anche soggetto e oggetto non si danno dunque nell’azione come poli distanti e separati secondo una logica disgiuntiva; la riflessione non è allora, come il senso comune la intende, un come processo di soggettivizzazione: "Riflettere non è rientrare in sé e scoprire l’ “interiorità della coscienza”, quella soggettività presunta che, al di qua dello spazio e del tempo, dovrebbe garantire quella prima equivalenza che è l’identità con se stessi. “Ri-flettere” è accogliere nel proprio sguardo quelle fugaci impressioni e quelle percezioni inavvertite con cui il mondo mi si offre e con cui io mi offro al mondo nel momento in cui gliele restituisco, perché non le confondo con le mie fantasie e con l’ordine dell’immaginario dove, invece, non rendo quello che sottraggo. “Ri-flettere”, dunque, non è costruire un mondo, ma restituirgli la sua offerta; non è nemmeno un atto deliberato, ma lo sfondo senza il quale nulla potrei deliberare. Per quanti sforzi faccia quando “rifletto su di me”, ciò che trovo non è la mia “interiorità”, ma la mia originaria esposizione al mondo" (Galimberti, cit.). Il corpo in azione non rivela quindi alcuna soggettività distinta dall’oggettività e neppure, come testimonia pure la ri-flessione, alcuna interiorità ed esteriorità: mondo interiore e mondo esteriore, materia e spirito, sono infatti da sempre salvaguardati e accordati nel corpo che vive, che si dischiude al mondo nella sua apertura originaria, e ciò sin dal suo primo respiro: che cos’è infatti il respiro se non il rispondersi e corrispondersi di corpo e mondo? Più che mero processo fisiologico, nel respiro il corpo si apre al mondo, lo accoglie e vi ritorna, realizzando quel continuo scambio tra interno ed esterno che più che riflettere due poli distinti e separati, testimonia del legame che l’azione del corpo intrattiene col mondo; ecco allora che il respiro si colora di quella appartenenza simbolica che si dispiega nell’azione e col suo ritmo la esprime: di qui il respiro affannoso della fatica quando il mondo oppone al corpo la sua resistenza, di qui anche il respiro a pieni polmoni quando corpo e mondo ritrovano la loro armonia. Dovremmo allora smettere di identificare il centro della nostra vita come io, spirito, anima, interiorità...e riconoscere una volta per tutte che la nostra identità, ciò che siamo, non è data da questi elementi, ma dal corpo che agisce, e agendo, si relaziona ad un mondo fatto di persone, cose, di sensi che esso colora e dispiega con la sua intimità, emotività, sensibilità: "L'identità non è nel soggetto, ma nelle sue relazioni!". Nelle relazioni tra corpo e mondo!
Tommy

 

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