martedì 17 aprile 2012

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

Ogni primo movimento, ogni movimento involontario è bello, mentre è deviata e fasulla ogni cosa non appena essa comprende se stessa. Ah, l'intelletto. L'infelice intelletto.
Heinrich Von Kleist

L'esistenza umana si manifesta essenzialmente nel movimento...sin dal concepimento, dalle prime movenze nel ventre materno, dalla nascita; e poi per tutta la vita, in qualsiasi azione, e persino nel riposo, anche solo il respiro...l'uomo è costituzionalmente un essere che si muove; lo sport, d'altra parte, è una manifestazione della vita quotidiana che più di altre ha a che fare col movimento: corse, salti, gesti tecnici che prevedono l'azione motoria di particolari arti o parti del corpo...un corpo che si mantiene in movimento, si dice anche comunemente, è con evidenza un corpo sportivo. Spesso, inoltre, si ritiene che lo sport, e quindi il movimento, abbia a che fare più con attività fisiche che mentali: certo, ogni movimento ha il suo correlato psichico, ma esiste davvero una dualità tra mente e movimento? Qual'è la relazione che intercorre tra loro? C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare: volare come le aquile, correre come un felino...dove ogni gesto è perfetto, per ritmo, sincronia, forza, delicatezza, eleganza, tutt'uno con ciò che lo circonda; l'animale non ha un movimento, è tutt'uno col suo movimento e l'ambiente attorno: l'aquila è i suoi cieli, e il ragno la sua tela. Diversa la situazione per l'uomo, povero di istinti, si muove incerto, non in un ambiente, ma per un mondo che si presenta come un campo di sorprese: egli ha un mondo e vi va incontro, ricevendo risposte positive o negative; nel movimento, un animale è semplicemente il suo corpo...un felino è la grazia del suo corpo, in ogni movimento; l'uomo, invece, deve far fronte al suo corpo, è un corpo vivente, ma ha al contempo un corpo cosa da educare, gestire, controllare...il suo movimento non ha la fluidità del gesto animale, e risulta, il più delle volte, meno aggraziato. Insomma, mentre il movimento dell'animale appare sicuro e integrato al suo ambiente, perfettamente adeguato ai suoi scopi, quello dell'uomo risulta essere trattenuto, intralciato, turbato. Questo intralcio alla grazia del movimento si chiama coscienza, mente, intelletto; e per questo Von Kleist, parlando del movimento, chiama "infelice" l'intelletto: esso è nell'uomo la rottura che lo separa nel movimento dallo stato di grazia, proprio invece di un essere che non ha coscienza, come l'animale, o dell'essere dall'infinita coscienza, Dio. Tuttavia, non si deve pensare alla coscienza come ciò che semplicemente si oppone al movimento: ogni movimento umano è già da subito intriso di coscienza, e la mente non è se non nel movimento! Essa avviene quando il corpo, muovendosi, incontra e si scontra col mondo: "Ogni movimento del nostro corpo, infatti, oltre a stabilire un contatto con il mondo, veicola l’effetto del mondo sul corpo che incrina la spontaneità e l’immediatezza del movimento stesso nel suo prosieguo. Questa impercettibile crisi, che chiede al corpo una rielaborazione del messaggio del mondo e una modificazione del movimento successivo a partire dalla qualità del messaggio ricevuto, è l’origine della coscienza, che dunque è già rintracciabile nella motricità come incrinatura del suo fluire spontaneo" (Umberto Galimberti, Psiche e Techne). La coscienza (e la riflessione in senso originario) è il riflesso del mondo sul movimento del corpo, che in quell'incontro-scontro interrompe il suo fluire spontaneo: cresce e si sviluppa nella crisi del movimento; dalla crisi nasce la coscienza che giudica - krino in greco, da cui crisi - le risposte ottenute dal mondo; ogni crisi custodisce in sé la potenzialità di un nuovo apprendimento; apprendendo dalle risposte ottenute dal mondo la coscienza è memoria, che non è il semplice ricordo, ma l'intenzionalità e la proiezione futura delle risposte già apprese: così ogni atto o gesto motorio è sempre orientato, intenzionale, mentale, raccoglie le trame del passato, le risposte avute, e le proietta nel presente e nel futuro. La mente definisce e ridefinisce pertanto ogni atto motorio, è incarnata in qualunque movimento, è nel movimento. Ciò significa che anche la presunta identità, che spesso viene pensata come qualcosa di coscienziale, mentale, come un io quale nucleo centrale rispetto al mondo, che attraversa fisso le trame dello spazio e del tempo, è una realtà in movimento, è nel movimento: "ciò che è io, è mediante l'azione" (Novalis); non c'è anima, o spirito o mente o qualsiasi presunta sede dell'interiorità, staccata dal corpo, dal corpo vivente che agisce e interagisce nel e con il mondo. Ciò che viene appreso dall'anima, dalla coscienza, ciò che matura come io è grazie all'azione, e a quella sua manifestazione fondamentale che è il movimento; è per questo motivo che anche qualsiasi apprendimento mentale è più efficace se è nel movimento, se è pratico come si dice e non sul piano della pura teoria. Perché ciò che è mentale è fondamentalmente nel movimento, non a fianco o in opposizione ad esso, ma incarnato in esso, nell'incontro-scontro del corpo col mondo. Ed è per questo che, come sembrano peraltro confermare le ultime ricerche, lo sport, in quanto manifestazione della vita quotidiana che come abbiamo detto in apertura ha strettamente a che fare col movimento, sembra favorire fin dalla più tenera età lo sviluppo e la qualità di determinati processi mentali. Lo sport come educazione della mente attraverso il movimento! Non solo, nello sport si può imitare, e persino raggiungere, quella grazia del movimento, quella eccellenza e bellezza del gesto, che abita spesso in regni lontani; ma che a volte diventa più prossima, più vicina, attraverso le gesta di un atleta olimpico, le azioni di un campione, la gloria del vincitore, la cui purezza e perfezione restano impresse nella memoria; in quella grazia è come se "l'infelice intelletto" venisse per un attimo posto da parte, e non ci fosse né più coscienza, né mente, solo un corpo slanciato nel suo movimento in perfetta armonia col mondo. In quel momento l'atleta può tutto, niente lo può fermare...come se la coscienza, quella condanna che ci portiamo appresso nel bene e nel male sin dal primo movimento, raggiungesse per un attimo uno stato più elevato e si trasfigurasse nella grazia: allora si è come aquile che solcano i cieli o leoni che si slanciano verso la loro preda. A questo stato mira anche una Psicologia dello Sport! Ma primariamente essa dovrebbe riconoscere che la mente dell'atleta è nell'azione, è movimento; una disciplina che non sia semplicemente un occuparsi del mentale mettendo in secondo piano il fisico; perché propriamente non esiste una distinzione tra mentale e fisico, se non in un'astrazione che non coglie mai la realtà concreta dell'atleta sul campo di gara: mentale e fisico coesistono nel movimento, sono l'uno il fuoco dell'altro, lo stesso fuoco, che contemporaneamente gli dà calore e nutre entrambi. Questo fuoco è il corpo, su cui anche la psicologia dovrebbe porre il focus, il corpo in azione, in movimento. Un corpo vivente, non un'anima dove stanno i processi mentali di un corpo cosa. Un corpo di cui va mantenuto il fascino misterioso, le trame profonde, il desiderio di grazia, senza avere la pretesa di porle sotto la verità dell'intelletto: "deviata e fasulla ogni cosa non appena comprende se stessa": l'intelletto non può comprendere, se non in modo deviato e fasullo, il corpo in movimento, perché è solo mediante esso, invischiato in esso. E una disciplina che sia solo psichica, è semplicemente infelice, quanto "l'infelice intelletto".
Tommy

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