lunedì 16 aprile 2012

MA NON ERA MEGLIO IL SILENZIO?

Il conforto non ha bisogno di tante parole, ma di quelle misurate, del silenzio, della dovuta distanza..di quello spazio dove matura il dolore, prima di ritrovare il mondo. E gli abbracci sono sempre silenziosi.

Il silenzio del dolore privato purtroppo stride ancora una volta col rumore della chiacchiera pubblica. La chiacchiera dei media. Che frantuma quel silenzio e porta quel rumore su tutte le case, con immagini e commenti, servizi e dibattiti. Già da subito, perché il silenzio del dolore privato in fondo non c'è mai stato. E chissà quando, perché questo accade inevitabilmente ogni volta, verrà calato il sipario e quel silenzio finalmente arriverà...a posarsi sul vuoto di una giovane vita spezzata, nel dolore che questo lascia sulle persone che veramente hanno condiviso quella vita, e vi hanno fatto parte. Ma gli altri...ma non era meglio stare in silenzio e dire magari una preghiera? Un breve pensiero, come hanno fatto i suoi tifosi? Lasciar vivere dentro le persone il non-senso di un immane tragedia che lascia appunto senza parole? No, il silenzio è stato infranto e sembra che proprio non si possa fare a meno di dire qualcosa...beh almeno provare a dire qualcosa di di-verso, a coloro che quel silenzio hanno infranto. Perché il dolore, quando si vive in prima persona, attorciglia l'esistenza su se stessa, ripiega la vita su di sé, nel vuoto del mondo attorno...nel silenzio, perché non ha un senso, non ha racconto; è un dolore proprio, che solo chi lo vive lo può capire...anche se non è detto che sia privato: anzi, se condiviso con gli altri, quel dolore matura e può trovare un'apertura, e ritrovare il mondo. Ma chi lo vive dall'esterno...che ne sa di quel dolore? Dovrebbe forse rispettare quella distanza, quel silenzio...ascoltare...più che raccontare. Confortare. Perché confortare (con-fortare) significa propriamente rendere più forte, fortificare, far ritrovare il mondo. E il conforto non ha bisogno di tante parole, ma di quelle misurate, del silenzio, della dovuta distanza..di quello spazio dove matura il dolore, prima di ritrovare il mondo. E gli abbracci sono sempre silenziosi. E invece no, indagare, sviscerare e raccontare il dolore. Solo che questa volta è lo stesso racconto, a veder bene, a ritorcersi su chi racconta. Perché è stata raccontata la storia di un ragazzo che ha avuto una vita segnata dalle tragedie, dal dolore, ma se l'è sempre cavata, col sorriso, col lavoro, con la sua passione...sul campo, e in silenzio. E allora, per una volta, non si può prendere davvero esempio da questo ragazzo, e stare, per una volta, in rispettoso silenzio, lasciando che siano il campo, i suoi compagni e colleghi, i suoi amici, la sua compagna a tenerne vivo il ricordo? Senza avere l'ansiosa pretesa di darvi voce. Una vera notizia, un vero ricordo, dovrebbe lasciare una sobria distanza tra sé e il dolore che racconta...lo spazio in cui, attraverso la notizia, la gente può maturare la propria emozione, e il proprio pensiero. Invece quello spazio viene continuamente riempito con servizi strappalacrime; seguiti non a caso dal fuoco delle polemiche: una pillola di tristezza ed una di rabbia; oppure una notizia tragica, musica e immagini commuoventi, e poco dopo l'altra faccia dello spettacolo, le luci, il gossip, il glamour: una pillola di dolore ed una di divertimento. Confusione emotiva, emozioni teleguidate...nel proprio vuoto emotivo...per cui, nella confusione, la gente non sa più comprendere e vivere le proprie emozioni: e così capita di emozionarsi, nel bene o nel male, per qualcosa che accade a distanza, nel buio e nel silenzio verso ciò che succede fuori dalla propria porta di casa. Spaesamento. Perché con le emozioni si addormentano anche i pensieri. E allora ci si dovrebbe chiedere per chi, per cosa, sia questo eccesso da ogni parte di servizi, analisi, interventi, interviste, commenti che saturano la notizia, nella pretesa, ipocrita, di raccontare il dolore. Cavalcare il dolore è semplicemente schifoso. Si, era meglio stare in silenzio.
Tommy

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