AYRTON SENNA. ON LIMIT...OF DREAM

Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.

IL CORPO E IL MONDO. Leib e Körper

Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono...Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano.

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Genealogy

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Pierpaolo Pasolini.

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare...

PHILOSOPHY OF RUNNING. La Musica del Respiro

Io sento la terra ed il vento e gli alberi. Io sento il loro spirito. Io sento il ritmo della corsa. È come musica. Gabriel Harmony Jennings.

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giovedì 18 ottobre 2012

ELOGIO DELLA SCONFITTA

..."Successo" è semplicemente il participio passato del verbo "succedere"...

Alla Juventus F.C. dicono che "vincere non è importante, è l'unica cosa che conta". Una frase che fa scuola, cultura, almeno in Italia, ma non solo, sia calcio o meno. La cultura del successo. Ciò che conta è il risultato finale, la vittoria, e così sia. Senza presunti moralismi, sovrastrutture, illusioni: le scuse, le analisi dettagliate, gli "specchietti estetici" vengono dopo, sono vanto dei perdenti, in fondo, se la meta è vincere, arrivi o non arrivi, vinci o non vinci, sei felice o non lo sei...chi vince è bravo e contento, gli altri no, mentre questi parlano lui gioisce e se la ride, punto. Ed è veramente così per ogni sportivo che si rispetti: si gareggia e si compete per superare gli avversari, o se stessi, dimostrare di essere i migliori, mica per partecipare, con buona pace di De Coubertin. E dei cultori della morale: chi è forte è invidiato, questa la genealogia della morale, e della cultura dell'alibi (gli arbitri, il terreno, il clima, la forma, gli infortuni, lo stile...). E se l'invidia uccide chi la prova, la vittoria aiuta a vincere. Chi guarda gli altri dall'alto, come la strategia nelle tattiche militari, gode di una posizione di vantaggio: si chiama brama, condita nel vincitore dall'autostima, dalla fiducia in se stesso, dalla spinta degli elogi, ma fondamentalmente desiderio, perché l'uomo è un'essere infinitamente desiderante e, si sa, il suo appetito vien mangiando, una fiamma che alimenta se stessa, il desiderio ritorna imponente appena dopo soddisfatto, diciamolo pure come vogliamo, il fatto è che la vittoria accresce la fame, un vincente non è mai sazio di vincere! Eppure lo Sport non è proprio affine al campo militare, e se lì il nemico viene annientato, perché vi sia competizione, invece, c'è bisogno dell'avversario, e di (almeno sulla carta) condizioni paritarie di partenza al netto delle abilità da mostrare poi sul campo, di regole condivise. Ci sarà sempre un vincitore e uno sconfitto. Ma ci sarà sempre, finché c'è competizione, anche il desiderio di vittoria dello sconfitto, la possibilità data al perdente di poter maturare un'autentica cultura della sconfitta, che sia un proprio spazio autonomo di incubazione e crescita, e non semplicemente il lato oscuro della medaglia, la faccia negativa e contraria del successo, che volti le spalle finalmente a invidia e alibi, a chiacchiere vuote. Anche la sconfitta può aiutare a vincere, non solo: anche a godersi la strada che porta alla vittoria, a godersi lo sport, ad accettare l'essere finito che siamo, a superarne i limiti.
Perché, fondamentalmente, "successo" è semplicemente il participio passato del verbo "succedere": il Successo è solo uno stato, semplicemente "successo", già alle spalle, passato, apre subito la strada a un eventuale "successore", qualcun altro che potrà avere "successo"; soprattutto quando ottunde la mente, la annebbia. È un rischio questo insito in lui medesimo: perché la gioia e l'euforia che ne derivano sono stati assoluti (ab-solutus, privo di lacci), sciolti dalle trame reali (la Nike è alata, non mantiene "i piedi per terra"), e quindi spesso di loro dimentiche: sono stati espansivi, colmano e pervadono l'essere che si acquieta in loro, ne è appagato; il dolore e la delusione della sconfitta, al contrario, attorcigliano, piegano su se stessi, sono riflessivi, portano a domandare, a domandarsi; a tastare la strada che porta alla vittoria, a tentarne i sentieri. Lo sportivo non è solo chi vince, ma chi lavora umilmente e duramente per vincere: perché la vittoria non è solo un risultato, un arrivo, un "successo", non è solo una meta, ma fondamentalmente una strada, un percorso. Ecco perché con lo sguardo alla via, e non alla meta, si apre un elogio della sconfitta: essa è  molto più formativa del successo, incrina le nostre convinzioni, mette in crisi (krisis, dal greco krino, separare, giudicare, valutare), apre lo spazio della valutazione e del giudizio, e della crescita e maturazione, come l'adolescenza, periodo di crisi per eccellenza, apre la via alla maturità; periodo di rim-pianto, e la sconfitta anch'essa altro non è che un rimpianto, perché mette in luce ciò che si poteva fare meglio, ma riprende anche il pianto per costruire qualcosa di migliore! Ecco perché, allora, spesso "il successo è deformante, rilassa, inganna, ci rende peggiori, ci aiuta ad innamorarci eccessivamente di noi stessi; al contrario, l'in-successo è formativo, ci rende stabili, ci avvicina alle nostre convinzioni, ci fa ritornare ad essere coerenti. Sia chiaro che competiamo per vincere, ed io faccio questo lavoro perché voglio vincere quando competo. Ma se non distinguessi quello che è realmente formativo e quello che è secondario, commetterei un errore enorme" (Marcelo Bielsa). La vittoria per lo sportivo, è affascinante, ammagliante, è l'unica cosa che conta...è la meta...ma la sconfitta è la bellezza del paesaggio attorno, la forza che rimette in cammino, la maturazione del raccolto, è la strada che porta al traguardo!
Tommy 

lunedì 16 aprile 2012

MA NON ERA MEGLIO IL SILENZIO?

Il conforto non ha bisogno di tante parole, ma di quelle misurate, del silenzio, della dovuta distanza..di quello spazio dove matura il dolore, prima di ritrovare il mondo. E gli abbracci sono sempre silenziosi.

Il silenzio del dolore privato purtroppo stride ancora una volta col rumore della chiacchiera pubblica. La chiacchiera dei media. Che frantuma quel silenzio e porta quel rumore su tutte le case, con immagini e commenti, servizi e dibattiti. Già da subito, perché il silenzio del dolore privato in fondo non c'è mai stato. E chissà quando, perché questo accade inevitabilmente ogni volta, verrà calato il sipario e quel silenzio finalmente arriverà...a posarsi sul vuoto di una giovane vita spezzata, nel dolore che questo lascia sulle persone che veramente hanno condiviso quella vita, e vi hanno fatto parte. Ma gli altri...ma non era meglio stare in silenzio e dire magari una preghiera? Un breve pensiero, come hanno fatto i suoi tifosi? Lasciar vivere dentro le persone il non-senso di un immane tragedia che lascia appunto senza parole? No, il silenzio è stato infranto e sembra che proprio non si possa fare a meno di dire qualcosa...beh almeno provare a dire qualcosa di di-verso, a coloro che quel silenzio hanno infranto. Perché il dolore, quando si vive in prima persona, attorciglia l'esistenza su se stessa, ripiega la vita su di sé, nel vuoto del mondo attorno...nel silenzio, perché non ha un senso, non ha racconto; è un dolore proprio, che solo chi lo vive lo può capire...anche se non è detto che sia privato: anzi, se condiviso con gli altri, quel dolore matura e può trovare un'apertura, e ritrovare il mondo. Ma chi lo vive dall'esterno...che ne sa di quel dolore? Dovrebbe forse rispettare quella distanza, quel silenzio...ascoltare...più che raccontare. Confortare. Perché confortare (con-fortare) significa propriamente rendere più forte, fortificare, far ritrovare il mondo. E il conforto non ha bisogno di tante parole, ma di quelle misurate, del silenzio, della dovuta distanza..di quello spazio dove matura il dolore, prima di ritrovare il mondo. E gli abbracci sono sempre silenziosi. E invece no, indagare, sviscerare e raccontare il dolore. Solo che questa volta è lo stesso racconto, a veder bene, a ritorcersi su chi racconta. Perché è stata raccontata la storia di un ragazzo che ha avuto una vita segnata dalle tragedie, dal dolore, ma se l'è sempre cavata, col sorriso, col lavoro, con la sua passione...sul campo, e in silenzio. E allora, per una volta, non si può prendere davvero esempio da questo ragazzo, e stare, per una volta, in rispettoso silenzio, lasciando che siano il campo, i suoi compagni e colleghi, i suoi amici, la sua compagna a tenerne vivo il ricordo? Senza avere l'ansiosa pretesa di darvi voce. Una vera notizia, un vero ricordo, dovrebbe lasciare una sobria distanza tra sé e il dolore che racconta...lo spazio in cui, attraverso la notizia, la gente può maturare la propria emozione, e il proprio pensiero. Invece quello spazio viene continuamente riempito con servizi strappalacrime; seguiti non a caso dal fuoco delle polemiche: una pillola di tristezza ed una di rabbia; oppure una notizia tragica, musica e immagini commuoventi, e poco dopo l'altra faccia dello spettacolo, le luci, il gossip, il glamour: una pillola di dolore ed una di divertimento. Confusione emotiva, emozioni teleguidate...nel proprio vuoto emotivo...per cui, nella confusione, la gente non sa più comprendere e vivere le proprie emozioni: e così capita di emozionarsi, nel bene o nel male, per qualcosa che accade a distanza, nel buio e nel silenzio verso ciò che succede fuori dalla propria porta di casa. Spaesamento. Perché con le emozioni si addormentano anche i pensieri. E allora ci si dovrebbe chiedere per chi, per cosa, sia questo eccesso da ogni parte di servizi, analisi, interventi, interviste, commenti che saturano la notizia, nella pretesa, ipocrita, di raccontare il dolore. Cavalcare il dolore è semplicemente schifoso. Si, era meglio stare in silenzio.
Tommy

venerdì 30 marzo 2012

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Street Football

Bisogna tornare a giocare per la strada.
Johan Cruyff

Potremmo immaginare, come in un coinvolgente promo pubblicitario, che un bimbo sbuchi improvvisamente col pallone tra i piedi dai vicoli stretti dei quartieri di una città della vecchia Europa, inseguito dai compagni di gioco che ha appena dribblato, e sfoghi il suo entusiasmo lanciando il pallone al mare tra urla di vittoria...allora tra la povertà delle favelas la stessa palla è raccolta in un palleggio gioioso da un bambino Sudamericano, qualche gioco di prestigio e abilità, e poi un lancio lungo, fino al lontano Oriente...uno stop di petto, una serie di passaggi stretti e veloci tra bimbi dagli occhi a mandorla, fatti in serie, prima di un nuovo lancio, e l'attraversamento di un altro Oceano...tra i grattacieli del Nordamerica una scuola calcio, una bambina in completo da gioco mette giù la palla, mentre aspetta l'esecuzione di uno schema tattico delle compagne, un cross e un tiro al volo...la palla sorvola il mare infinito, tra i cortili polverosi della terra rossa Africana, nell'ora del tramonto, tra stracci e pali piantati nel terreno come porte, un ragazzo nero la afferra, e la rilancia nella mischia dei suoi compagni, e Amici...
Il calcio giocato dai bambini nelle strade delle città, nelle piazze dei villaggi, nei cortili delle scuole, delle case, delle chiese, nei sconnessi campi di periferia, nei verdi prati delle campagne...il calcio silenzioso dei sobborghi nascosti del mondo...il calcio ovunque ci sia qualche oggetto da prendere a calci...è il gioco più bello che ci sia...e quello che ci portiamo sempre e comunque nel cuore, anche da adulti, che ci commuove, che rimpiangiamo, che ci fa scendere ancora in strada!...La Strada...la strada non è più lo stadio, dove si gioca il calcio fatto a misura del consumare, la strada non è un video, della tv, di internet, della play, dove si gioca un calcio virtuale, la strada non è uno spazio pubblicitario, un negozio, dove si gioca un calcio commerciale...la strada è uno spazio, uno spazio qualsiasi...ma uno spazio Aperto, aperto perché ancora rimasto alla libertà, la libertà del gioco! uno spazio reale! Non è vero che il reale si oppone alla fantasia...la fantasia è il cuore e il sangue della cruda realtà, perché lì la realtà si muove, è un movimento, la fantasia la sua spinta...ciò che è artificiosamente reale è invece costruito e confezionato, è fermo, immobile nel suo stanziare, nelle sue stanze...; la strada non è un palazzo di stanze, è un cammino e un movimento...è una realtà fantastica, non una fantasiosa realtà. E il calcio della strada non è il calcio dei palazzi!
Lo street football non ha nulla a che vedere col noto global football, il calcio delle manifestazioni ufficiali, delle immagini mediatiche, dei prodotti commerciali...il calcio globalizzato con tutte le contraddizioni che si trascina dietro! Perché in strada anche Messi può giocare in difesa, e Nesta essere capocannoniere, perché Nesta esegue un numero da Messi, perché in fondo che importano le magliette che si indossano, la fantasia è più che una regola! E allora capita che la Germania non partecipi quasi mai alla Coppa del Mondo, che l'Athletic Bilbao possa vincere la Champions League, e che l'A.C. Liverpool United domini incontrastato il campionato di chissà che paese; oppure che non si finisca neppure la prima partita perché, capita, le "squadre squilibrate", oppure nelle fasi eliminatorie "piove, finiamo la prossima volta", quando la prossima volta in realtà "Andrea (uno dei più bravi) è ammalato..si cambia torneo!"; capita che i milioni del calciomercato siano "pari e dispari", e ci siano raramente i "bidoni", i più scarsi vanno infatti per ultimi, ovviamente; e capita anche che Lorenzo, il telecronista ufficiale, sia un meraviglioso giocatore, e che Luca riesca a riprodurre il boato della curva che esplode ad ogni goal senza che ci sia un solo spettatore! E poi che importa se si hanno le Adidas o le Nike ai piedi, in fondo il più bravo, "il vincitore è semplicemente uno che non ha mai mollato", e il più bravo lo è anche con le sue scarpe di tela bucate, anche scalzo; ed è anche quello che non vedremo mai nella massime competizioni! Perché il calcio della strada ha una storia diversa dalla storia del calcio...anzi, una storia che cambia di volta in volta, e cambia le sue regole, ogni volta unica; così "più siamo, meglio è", oppure "siamo in pochi, usiamo una porta sola, portiere unico...partita o tedesca?"; portiere spesso rimediato tra i "volontari", raccattato tra i più scarsi, perché se "sei scarso, vai in porta", o ricattato tra gli ultimi "posso giocare anche io? Si, vai in porta!"; che importa infatti il numero di giocatori e i ruoli...pari contro dispari, pari e pari, dispari e dispari..."Stefano deve andare a fare i compiti, giochiamo uno in meno"...e poi cambi volanti, portieri volanti, "io fisso in attacco...tu libero, in tutti i sensi"! che importa poi chi sono i giocatori, certo, magari se "sei antipatico, non ti passo la palla", però se si vince si è tutti contenti, magari bianchi, rossi, gialli o neri è diverso, ma se "la butta dentro" allora ogni ideologia trasmessa dalla falsa cultura cade; che importa della palla...cuoio, plastica, spugna...oppure anche un pallone vecchio, sgonfio e bucato, una bottiglia di plastica, un tappo! che importa il campo...erba, cemento, polvere, pochi metri o centinaia! che importa la porta...due sassi, due stracci, due paletti, tanto che sempre "goal...no, fuori...no, traversa" e la palla dopo mezz'ora di discussioni e misurazioni è ancora là in fondo...o se va bene tre pali senza rete, con rete bucata, con rete normale, tanto i "goal-no goal" ci sono comunque! che importa della partita...uno due o tre tempi, supplementari o rigori, "chi arriva per primo a dieci", oppure il classico "chi segna l'ultimo vince!"...tanto l'arbitro non c'è, non sia mai, e allora "devo andare via", oppure di solito fischia solo sul finire della giornata per dire che "è pronta la cena"; e allora con arbitri del genere spesso "vale tutto", tra simulazioni ingloriose degne del miglior tuffatore, rigori e punizioni inventati, contrasti da incontro di lotta e clamorose ingiustizie; a volte qualcuno si fa male sul serio, a volte ci si prende a parole, a volte anche scatta la rissa...perché spesso non c'è quel astratto fair play a cui si è dovuti ricorrere nel mondo degli interessi, che è in realtà molto far dal play...ma ci sono, al di là di ideologie e immagini trasmesse, amicizie che nascono e altre che non nascono mai, altre che crescono e si rinsaldano, altre ancora che spariscono e si rovinano, com'è il normale corso del mondo, la cruda realtà! Perché nella fantasia della Strada c'è la cruda realtà, una visione del mondo, una rappresentazione della propria esistenza, la vera filosofia del football: dove si lascia parlare la voce degli uomini e dei loro mondi, dove la terra, la più dicente, concede la sua ricchezza e il cielo, sempre diverso, sempre lo steso cielo, racconta dei loro sogni e fantasie, e tra questi, al di là degli edifici della fantasiosa realtà, si ode ancora la voce della strada, la realtà fantastica, di un gioco divino. E chissà allora che non sia già tutto il mondo irrimediabilmente sommerso dal global football, chissà che si possa davvero tornare a giocare per la strada, chissà che quei bambini che giocano festanti in tutte le parti del mondo non siano solo l'immagine di un coinvolgente promo pubblicitario!
Tommy

martedì 27 marzo 2012

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. The World in a Ball

C'è chi dice che il calcio sia questione di vita o di morte: non sono d'accordo. Posso assicurarvi che è una questione molto, molto più seria.
Bill Shankly
Occhi, gambe, testa e cuore! 
A tutti i miei ragazzi del Calcio Thiene 

Prendere a calci un oggetto di forma sferica è un gioco antico quanto il mondo: in antichità, nella millenaria Cina era chiamato "tsu ciu", calcio-palla, in Grecia "epyskyros", a Roma "harpastum"...per non parlare poi delle successive derivazioni quali il Kemari e il Cuju in Giappone e Cina, il Calcio Fiorentino in Italia, la Soule in Francia, l'Hurling at Goal (o Hurling over Country) in Inghilterra ecc...ma giochi simili erano conosciuti anche in molte altre culture, ad esempio presso i Maori o i Maya, e, sospetto, in qualsiasi altra civiltà che sia apparsa sulla faccia della terra! Perché prendere a calci una palla non è il semplice intrattenersi con un oggetto di forma sferica, perché il pallone come giocattolo non è una mera cosa come tutte le altre...giocare attorno ad un pallone è giocare il gioco stesso del mondo, perché, in maniera fondamentale, il football è una rappresentazione del mondo, dell'esistenza, anzi, una delle sue manifestazioni più importanti. Il pallone è quasi lo specchio della sfera dell'Essere, il luogo dove esso viene a chiamata e si gioca: giocare la palla è come giocare il gioco dell'Essere stesso, il gioco del mondo e del suo eventuarsi: perché lì, in quella sfera, il mondo è chiamato a dirsi, laddove i quattro sono chiamati a raccolta: la terra e il cielo, i mortali e il divino; dal punto di vista delle scienze esatte, ma anche del nostro disincantato sguardo quotidiano, questa visione può apparire strana, fantasiosa, banale...tuttalpiù poetica: ma è proprio nella poesia che abita il senso della rappresentazione, perché la poesia è l'apertura al mondo, al cosmo, dove le cose sono davvero ciò che sono...nella poesia accade la rappresentazione del mondo: e così accade una metafisica del football, dove la terra non è lo strumento di sfruttamento e manipolazione quotidiano, ma il luogo dove in un certo spazio e tempo, secondo certe regole, va in scena il movimento del cielo, lungo le magiche traiettorie che la palla percorre, come il sole, gli astri, la vita, e accade il divino come manifestazione nella quale la comunità degli uomini si riconosce e si unisce; non solo metaforicamente, come la visione poetica potrebbe indurre a pensare: per i Maya, ad esempio, questo gioco rappresentativo aveva a che fare con delle precise cerimonie cosmologiche e sacrificali, l'hurling at goal inglese con dei rituali di fertilità...ogni popolo, ogni cultura, nel gioco con la palla vede la sua rappresentazione del mondo! E se mettiamo l'uomo che prende a calci una palla al centro di questa visione poetica, a relazionarsi coi quattro, allora capiamo il senso antropologico del calcio, e come il mondo sia dappertutto e sempre in un pallone. Il legame con la terra è nel piede, l'umiltà che precede la gloria: il piede come ciò che tiene legati al suolo, che ci fa sentire la terra, che conduce l'umanità lungo le sue strade...il piede come musichiere del ritmo, camminando o correndo, il ritmo come rimbalzo del terreno, delle stagioni, dei cicli...nel piede c'è cioè la modesta preghiera che parte dalla terra, e attraversa la nostra posizione eretta: dà slancio e verticalità al nostro essere al mondo, ci apre uno sguardo sul mondo come un orizzonte sul quale siamo aperti e possiamo guardare, e andare...inseguendo in questo movimento traguardi rischiosi, e gloriosi...l'umiltà che precede la gloria! Nell'umiltà del piede è la popolarità del football...lo sport del popolo, della gente, degli umili legati alla terra...di tutti: perché nel campo di calcio c'è la fatica ed il sudore del lavoro quotidiano, con i suoi avanzamenti e le sue ferite, e poi le sentenze, a volte dure e inaspettate, a volte leggere e fruttuose, della terra, la più dicente...perché nei piedi che vi si appoggiano ci sono tutti i modi di rapportarsi a lei, "la madre dall'ampio petto", che tutti li accoglie: la tenacia e la determinazione, la costanza e la fatica, la leggerezza e la fantasia, i tempi d'ozio e i lampi dell'invenzione geniale...il tocco del nostro essere, la tecnica parte essenziale della nostra esistenza, modalità primaria dello stare al mondo, ancorati alla terra; e nel piede c'è anche la lotta per conquistarsi la propria piccola porzione di terreno, il proprio posto al sole, per coltivare i propri sogni e conquistare i propri obiettivi: la lotta, una corsa con se stessi e il proprio lavoro, con gli altri che stanno nel mezzo, con i decreti del cielo e la sua giustizia, buona o cattiva che sia (una lotta anche violenta come testimoniano tutte quelle manifestazioni del gioco con la palla che abbiamo elencato, nelle quali l'elemento sanguinario e a volte addirittura sacrificale era essenziale); il piede è l'appoggio sulla terra, e lo slancio all'obiettivo che ci prefiggiamo di raggiungere, attraverso la tecnica e la lotta...la meta, il goal...la palla come e dove noi la vogliamo, il mondo che vogliamo! Una visione del mondo, come un cammino che dalla terra, attraverso il piede, ci abita nell'animo...perché la gloria del cielo si conquista con le fatiche e i frutti della terra, e i soli, gli astri, i cieli sotto ai quali giochiamo con la meteora che abbiamo a disposizione e lanciamo nei suoi spazi, sono anche i nostri sogni e desideri (de-siderum) che ci abitano dentro: la palla lanciata dalla terra è come percorresse qua e là il cosmo, inseguendo gli aneliti dei contendenti, tracciando un destino al quale tutti si dovranno adeguare, il risultato ineludibile del campo...perché i sogni dell'animo, i sogni degli umili, sono stesi leggeri sotto ai piedi, e da lì partono...perché "se avessi il drappo ricamato del cielo, intessuto dell'oro e dell'argento e della luce, i drappi dai colori chiari e scuri del giorno e della notte, dai mezzi colori dell'alba e del tramonto, stenderei quei drappi sotto ai tuoi piedi: invece, essendo povero, ho soltanto i sogni; e i miei sogni ho steso sotto ai tuoi piedi; cammina leggera, perché cammini sui miei sogni!" (Yeats); i sogni stesi sul campo di gioco, sulla terra, abitano nell'animo di tutti i bambini che giocano a pallone sui campi polverosi e sconnessi delle periferie, o ben fatti dei centri, e brillano nei loro occhi; se è vero come dicevano gli antichi che l'occhio è lo specchio dell'anima, allora lì si riflettono i sogni e i desideri anelati al cielo, percorsi sul tappeto sotto ai piedi: ci sono gli occhi dei popoli e delle culture e gli occhi dei singoli, gli occhi della miseria e della fame e quelli dei ricchi, gli occhi della fede che abita in se stessi e quelli che guardano agli idoli; ogni volta che si scende in campo, si è sotto lo stesso cielo, guardando cieli diversi, con occhi diversi: il coraggio, la sicurezza, la paura, la speranza, l'umiltà e la gloria, la fiducia e l'imitazione, la determinazione e la concentrazione, la fantasia e la concretezza...tutte le virtù dell'animo stese sul campo, riflesse negli occhi con la leggerezza del cielo: ci sono gli occhi dei predatori fissi davanti a loro stessi, diretti alla preda, all'obiettivo (gli occhi della tigre), e gli occhi che sanno vedere tutto attorno in uno sguardo totale (gli occhi del profeta), gli occhi del divertimento e gli occhi del lavoro, l'animo espugnandi e l'animo raziocinante...come l'unico cielo cambia e non è mai lo stesso, così i cieli del football sono la leggerezza degli sguardi e dei sogni, delle visioni del mondo, che si confrontano e si scontrano, nelle magiche traiettorie che la palla percorre tra questi spazi...sotto lo stesso cielo, che è uno, e decreterà inesorabilmente il vincitore!
Traguardi di vittoria che abitano l'animo e si esprimono attraverso il piede, a volte attraverso la mano...la mano che in molti giochi di calcio accompagna l'uso del piede...perché la mano, "organo degli organi" (Aristotele), strumento del lavoro umano che ci differenzia dagli animali, è l'anticamera del cervello, e l'intelligenza del gioco: afferrare con la mano è afferrare con la mente (è il concetto: da concipere, cum-capere), è concepire e leggere il gioco: la raffinatezza - la mano umana è capace di più movimenti di qualsiasi altro organo del corpo - e la nobiltà del gioco passano attraverso la mano: il calcio moderno si è separato dal rugby proprio nell'esclusione del gioco di mano (le due direzioni individuano quindi precise filosofie diverse dei due giochi), che diventa fallo, delegato solo alla rimessa laterale, un gesto appunto "laterale", e alle parate del portiere, quasi  l'ultimo baluardo e custode del destino, che si frappone ai desideri delle cose umane (katà-to-kreon, il destino della necessità, è nel frammento di Anassimandro l'intima mano (cheir) dove tutte le cose accadono, vengono e tornano, appunto "secondo necessità"); l'intelligenza della mano, l'intelligenza peculiare degli uomini, è nel calcio delegata ai concetti della mente, nella testa: perché letteralmente il concetto raccoglie la diversità e le particolarità concrete dei tanti per farne unità astratta: così i partecipanti alla competizione diventano una squadra, una società, che condivide dei valori comuni, delle regole e una filosofia di gioco, un credo strategico: la tattica diventa allora parte di quella strategia, come quei meccanismi che unendo le diversità affinano il gioco dei molti, unendolo in sottili e delicate trame, preparate finemente, con obiettivi da raggiungere: ci sono tattiche offensive e difensive, di proposta e di attesa, collettive e individuali, d'azione o reazione, dinamiche o statiche...; nel confronto delle tattiche c'è lo scontro dei pensieri degli uomini, una dialettica affascinante dove essi vorrebbero sottrarre al mistero il corso dei cieli, dirigerlo con l'intelligenza e portarlo sulla terra, in campo: ecco le statistiche, la pianificazione, gli allenamenti, la razionalizzazione e l'astuzia, nel desiderio di calcolare l'esito dell'incalcolabile, il verdetto che invece è sempre in gioco...perché la palla è rotonda, come un astro, e la sua luce misteriosa andare in ogni direzione! Ma le filosofie sono inevitabili...e come gli uomini si rapportano alla terra, così la testa si relaziona al piede, e la tattica alla tecnica, in un incastro unico e irripetibile, di volta in volta diverso, a seconda dello sguardo umano, della visione del mondo che vi si posa...e solo uno sguardo che astrae, postumo e razionale, può separare ciò che è originariamente e poeticamente unito: è lo sguardo degli uomini al centro del gioco, la loro finitezza, i loro interessi e desideri che guardano secondo prospettive diverse a quel oggetto di forma sferica, la palla, dove in realtà è racchiuso e rappresentato un mondo; uno scenario divino che non si può mai cogliere nella sua totalità, perché "dio è giorno e notte, inverno e estate, guerra e pace, sazietà e fame; e muta come il fuoco quando si mescola ai profumi e prende nome dall'aroma di ognuno di essi" (Eraclito); il football è mosso da questa diversità di sguardi sul mondo, che sono scenari divini, che sono l'emozione (e-mozione, ciò che muove) che trae in gioco. Gli dei del calcio sono molti, le emozioni indescrivibili che trascendono i limiti dello sguardo squisitamente umano: la gioia del gol, la gloria della vittoria, la bellezza della giocata, la grandezza dell'idolo, la passione del tifo...oltre i limiti del quotidiano, dell'umano, del terrestre, verso i sogni del cielo dove abitano gli dei; di fronte a tali emozioni il limite e la finitezza che siamo traballa, il cuore vacilla...e irrora il sangue che dà vita al gioco, perché senza passione, senza cuore, il calcio non è niente! Allora allo sguardo divino che abita nelle nostre emozioni, nel nostro cuore, e anima la nostra passione, i quatto si uniscono, in una combinazione unica che rispecchia la nostra esistenza, e che non si può descrivere...perché una rappresentazione è una rappresentazione, è parola lasciata alla poesia, e non alla descrizione razionale; è semplicemente la rappresentazione della nostra esistenza, un limite, un frammento divino della totalità che si nutre di tutti gli aromi e profumi diversi del fuoco della passione! Nel gioco, quando si uniscono i quattro, abita inconsapevole una visione del mondo, personale, di una cultura di un popolo, di tutti gli uomini, che il pallone riflette...the world in a ball...perché alla palla ruotano attorno il corpo e il mondo; il corpo, con il piede e la sua tecnica, l'occhio e il desiderio, la testa e la sua tattica, il cuore e l'emozione; e il mondo nell'unione dei quattro: la terra e il cielo, il mortale e il divino; tutto in un pallone...perché nel corpo in gioco con la sfera, è rispecchiata una rappresentazione del mondo...della nostra esistenza, che è esistenza del corpo...
Tommy

 

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