AYRTON SENNA. ON LIMIT...OF DREAM

Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.

IL CORPO E IL MONDO. Leib e Körper

Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono...Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano.

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Genealogy

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Pierpaolo Pasolini.

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare...

PHILOSOPHY OF RUNNING. La Musica del Respiro

Io sento la terra ed il vento e gli alberi. Io sento il loro spirito. Io sento il ritmo della corsa. È come musica. Gabriel Harmony Jennings.

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lunedì 14 maggio 2012

GILLES VILLENEUVE. L'uomo oltre la macchina

Se è vero che la vita di un essere umano è come un film, io ho avuto il privilegio di essere la comparsa, lo sceneggiatore, l'attore protagonista e il regista del mio modo di vivere.
Gilles Villeneuve

Dicono che Gilles Villeneuve amasse correre con il numero 69, quando da giovane garreggiava insieme al fratello Jaques sulle nevi canadesi, con quelle motoslitte che loro stessi montavano e perfezionavano, portandole poi al limite sui circuiti di gara: così, pensava Gilles, quando, come spesso accadeva, la sua macchina si rovesciava, il numero era sempre riconoscibile, un 69 rovesciato in fondo è ancora tale! Dicono che fosse però piuttosto bravo il ragazzo: in pista, con poca stabilità, scarsa visibilità e in condizioni precarie, il giovane vinceva, con quell'intuito e incoscienza inconsapevoli, proprie dei predestinati, genio e sregolatezza. E di vittoria in vittoria la neve e il freddo del Canada, la motoslitta, cominciavano a non essere abbastanza per lui, che sognava il brivido della velocità e il rischio delle corse d'auto; così, vendette la casa dove abitava con la moglie Johanna e iniziò a partecipare ai campionati minori di corse nordamericane, ottenendo, pur con pochi soldi e sponsor, immediato successo. E nel circo di soldi e sponsor che è la Formula 1, Gilles vi arrivò e si fece largo sempre e solo attraverso la sua bravura. Prima in McLaren, la chiamata per un solo Gran Premio, e il titolo driver of the day conquistato; una sola gara, perché il team non ritenne opportuno continuare a puntare sul giovane canadese, forse avevano notato qualcosa di particolare...Dicono che smontando le automobili dopo una corsa, persino un inesperto in materia potesse distinguere la macchina di Villeneuve da quella di un suo qualsiasi compagno di squadra, per lo stato del cambio in particolare, o dei freni; perché quel piccolo canadese, dallo stile aggressivo e spregiudicato, le macchine le sfruttava, le usava, le usurava per portarle fino all'estremo limite, che era poi il suo proprio limite, quello che voleva costantemente superare, per superarsi: "come possiamo conoscere il nostro limite se non tentiamo di superarlo?" era solito ripetere Gilles: sempre oltre il limite, nel rischio, nel pericolo, nell'eccesso; se ne accorsero presto anche in Ferrari, la nuova squadra che quel talento se lo prese in casa: piroette, fuori pista, scontri, errori, rotture meccaniche; dopo poche gare iniziarono a chiamarlo "l'aviatore", appellativo guadagnato per gli incidenti spettacolari che provocava, in particolare uno, quando la sua macchina, dopo il decollo successivo a un contatto, decollò sulla folla vicino alla zona vietata, uccidendo due spettatori. Vittorie ne arrivarono ben poche...E dicono che Enzo Ferrari sia stato più volte sul punto di perdere la pazienza e di cacciarlo; le sue macchine costavano troppi soldi per vederle sempre fracassate senza successo, e il circo, si sa, è fatto di affari, gli affari vogliono risultati. Gilles,  per tutta risposta decise di indossare il numero 27, dando un nuovo corso alla sua avventura in Formula 1: di ottenere qualche risultato, ma non di quelli che rientrano nelle statistiche, che ti fanno magari vincere qualche Gran Premio in più, o un titolo del mondo, quelli sono solo storia. Quel 27, invece, divenne mito, leggenda. Come un principe, pur senza corona, rimane un principe. Come un gusto eccezionale: non importa quanto ne assaporiamo, ma che sapore ha per noi. E nulla può aver più bel sapore di un secondo posto, se ottenuto dopo il duello più spettacolare della storia delle corse automobilistiche, staccate al limite, ruota a ruota con Renè Arnoux, Digione, Francia, 1979. Nulla ha più bel sapore agli occhi dello spettatore di giri su tre ruote, alettoni staccati e semivolanti, curve di traverso...sorpassi inimmaginabili...poche vittorie ma in gran stile...tutto quasi per lasciare ogni tanto un'impronta indelebile...il pilota più spettacolare di tutti i tempi, umile e semplice fuori quanto aggressivo e determinato in pista, una leggenda per sempre nel cuore dei tifosi, un mito che saprà ripetere forse solo Ayrton Senna. Come Senna, una fine tragica. Dicono che Gilles avesse deciso di abbandonare la Ferrari e di fondare una scuderia per proprio conto; forse mentre si accingeva a rientrare ai box quel 8 maggio 1982 a Zolder, Belgio, aveva in testa quei pensieri, quella rabbia: gli avevano fatto capire, lo aveva realizzato a Imola una settimana prima quando Pironi, suo compagno, gli corse contro per batterlo violando i presunti ordini di scuderia, ma senza che la Ferrari prendesse poi posizione, che un pilota, si chiamasse anche Villeneuve, era funzione della macchina, della squadra, del circo, non viceversa. Forse pensava a questo Gilles, mentre rientrava ai box quel sabato pomeriggio, a quel podio imbronciato di Imola, ad anni a servizio per chi, pensava, gli aveva voltato le spalle, ad un automobilismo come pura passione, alle corse in motoslitta sulle nevi del Canada, all'uomo oltre la macchina. Decise allora di scendere da quella Ferrari numero 27, di rovesciarsi ancora una volta: e allora si, come un 69 ancora riconoscibile, l'immagine di questo piccolo grande pilota, abbandonò la storia, ed entrò nel mito. Gilles Villeneuve non solo è ancora riconoscibile come una leggenda dello sport davvero unica, ma è una storia da ricordare, non semplicemente da raccontare: dove la vita ci rende funzione di altro, della macchina, del business, di chissà che altro, possiamo ancora esserne attori, e farne uno spettacolo: è solo una questione di giocare coi propri limiti, di rischiare, di sapersi rovesciare...


Tommy

giovedì 19 aprile 2012

SPORT, THE WAY OF LIFE. A lap with Ayrton Senna

I continuously go further and further, learning about my own limitations, my body limitations, psychological limitations. It's a way of life for me. 
Ayton Senna

A volte semplicemente non si può raccontare l'Amore per lo Sport. Accade nel silenzio che non si distingue. Come un Fuoco che brucia l'anima dentro, nel profondo, una passione nascosta. O una preghiera modesta, una meditazione silenziosa. Accade semplicemente nella vita, senza un perché, come un modo di esistere, che raccontare è difficile. Come una metafora della vita, che una metafora può dire.
Forse nasce tutto con un giorno di pioggia, come questo. Quando improvvisamente scopri che sul terreno bagnato le tue capacità sembrano scivolare via, insieme agli altri che ti superano, che vanno più forte, quando le gocce sul tuo viso si confondono alle tue lacrime. Quando nello squarcio di sole che s'apre dopo la tempesta, e riflette sull'acqua mentre con la testa bassa torni a casa, una voce ti sembra sussurrare che devi insistere, continuare. E allora sei ancora lì, a provare e riprovare, quando altri stanno chiusi in casa...quando ancora cade la pioggia. Lo sforzo, la fatica, il sacrificio. Impari a conoscere il tuo Limite, ad affrontarlo. Mettendo in gioco tutto te stesso, le tue forze, qualsiasi cosa tu abbia...finché riesci a sfiorarlo, a toccarlo quel limite. E allora, all'improvviso, qualcosa succede...più ti avvicini a quel limite, più cresce il tuo polso, più arde quel fuoco, più ti scalda la tua passione...e il tuo cuore va più veloce, il respiro si fa profondo, le mente è una col corpo, tutt'uno col mondo che ti corre dietro, e attorno. E tu guardi avanti, perché ora lo puoi guidare, quel mondo. Ci impari a danzare, nella pioggia. Come un mago del bagnato. E scopri che nessuno è perfetto, ma con umiltà si può ricercare la perfezione continuamente, rimanendo se stessi, coi propri limiti, imparando da se stessi, dai propri errori, dalle decisioni sbagliate, dai fallimenti che inevitabilmente accadono, per far si che non accadano ancora. Scopri che vai sempre più forte, imparando dai tuoi limiti, i tuoi, del tuo corpo, dell'anima, scopri che imparare a danzare nella pioggia delle difficoltà, è un modo di vita. Che lo sport è la tua vita. Una metafora della vita. Perché quando la pioggia termina, puoi affrontare ogni cosa. C'è scritto nel tuo sangue che ora puoi competere, che devi competere, che non puoi farne a meno...con te stesso, con gli avversari, con il tempo...perché tutto accade nel tempo, ha bisogno di tempo, è una sfida al tempo...è semplicemente il tempo della tua vita. E ha bisogno di forza, dedizione, passione...con intensità profonda, e amore mistico, con il corpo e la mente, l'istinto, l'esperienza...puoi volare molto alto. Perché ancora una voce sconosciuta reclama il diritto di vincere, quando i tuoi occhi riflettono la luce di un vecchio giorno di pioggia. E continuare a vincere, e nutrirti della vittoria, per sempre. O tutto finire improvvisamente. Che importa, alla fine non c'è una fine...rimane solo l'Amore...

         
Tommy

martedì 27 marzo 2012

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. The World in a Ball

C'è chi dice che il calcio sia questione di vita o di morte: non sono d'accordo. Posso assicurarvi che è una questione molto, molto più seria.
Bill Shankly
Occhi, gambe, testa e cuore! 
A tutti i miei ragazzi del Calcio Thiene 

Prendere a calci un oggetto di forma sferica è un gioco antico quanto il mondo: in antichità, nella millenaria Cina era chiamato "tsu ciu", calcio-palla, in Grecia "epyskyros", a Roma "harpastum"...per non parlare poi delle successive derivazioni quali il Kemari e il Cuju in Giappone e Cina, il Calcio Fiorentino in Italia, la Soule in Francia, l'Hurling at Goal (o Hurling over Country) in Inghilterra ecc...ma giochi simili erano conosciuti anche in molte altre culture, ad esempio presso i Maori o i Maya, e, sospetto, in qualsiasi altra civiltà che sia apparsa sulla faccia della terra! Perché prendere a calci una palla non è il semplice intrattenersi con un oggetto di forma sferica, perché il pallone come giocattolo non è una mera cosa come tutte le altre...giocare attorno ad un pallone è giocare il gioco stesso del mondo, perché, in maniera fondamentale, il football è una rappresentazione del mondo, dell'esistenza, anzi, una delle sue manifestazioni più importanti. Il pallone è quasi lo specchio della sfera dell'Essere, il luogo dove esso viene a chiamata e si gioca: giocare la palla è come giocare il gioco dell'Essere stesso, il gioco del mondo e del suo eventuarsi: perché lì, in quella sfera, il mondo è chiamato a dirsi, laddove i quattro sono chiamati a raccolta: la terra e il cielo, i mortali e il divino; dal punto di vista delle scienze esatte, ma anche del nostro disincantato sguardo quotidiano, questa visione può apparire strana, fantasiosa, banale...tuttalpiù poetica: ma è proprio nella poesia che abita il senso della rappresentazione, perché la poesia è l'apertura al mondo, al cosmo, dove le cose sono davvero ciò che sono...nella poesia accade la rappresentazione del mondo: e così accade una metafisica del football, dove la terra non è lo strumento di sfruttamento e manipolazione quotidiano, ma il luogo dove in un certo spazio e tempo, secondo certe regole, va in scena il movimento del cielo, lungo le magiche traiettorie che la palla percorre, come il sole, gli astri, la vita, e accade il divino come manifestazione nella quale la comunità degli uomini si riconosce e si unisce; non solo metaforicamente, come la visione poetica potrebbe indurre a pensare: per i Maya, ad esempio, questo gioco rappresentativo aveva a che fare con delle precise cerimonie cosmologiche e sacrificali, l'hurling at goal inglese con dei rituali di fertilità...ogni popolo, ogni cultura, nel gioco con la palla vede la sua rappresentazione del mondo! E se mettiamo l'uomo che prende a calci una palla al centro di questa visione poetica, a relazionarsi coi quattro, allora capiamo il senso antropologico del calcio, e come il mondo sia dappertutto e sempre in un pallone. Il legame con la terra è nel piede, l'umiltà che precede la gloria: il piede come ciò che tiene legati al suolo, che ci fa sentire la terra, che conduce l'umanità lungo le sue strade...il piede come musichiere del ritmo, camminando o correndo, il ritmo come rimbalzo del terreno, delle stagioni, dei cicli...nel piede c'è cioè la modesta preghiera che parte dalla terra, e attraversa la nostra posizione eretta: dà slancio e verticalità al nostro essere al mondo, ci apre uno sguardo sul mondo come un orizzonte sul quale siamo aperti e possiamo guardare, e andare...inseguendo in questo movimento traguardi rischiosi, e gloriosi...l'umiltà che precede la gloria! Nell'umiltà del piede è la popolarità del football...lo sport del popolo, della gente, degli umili legati alla terra...di tutti: perché nel campo di calcio c'è la fatica ed il sudore del lavoro quotidiano, con i suoi avanzamenti e le sue ferite, e poi le sentenze, a volte dure e inaspettate, a volte leggere e fruttuose, della terra, la più dicente...perché nei piedi che vi si appoggiano ci sono tutti i modi di rapportarsi a lei, "la madre dall'ampio petto", che tutti li accoglie: la tenacia e la determinazione, la costanza e la fatica, la leggerezza e la fantasia, i tempi d'ozio e i lampi dell'invenzione geniale...il tocco del nostro essere, la tecnica parte essenziale della nostra esistenza, modalità primaria dello stare al mondo, ancorati alla terra; e nel piede c'è anche la lotta per conquistarsi la propria piccola porzione di terreno, il proprio posto al sole, per coltivare i propri sogni e conquistare i propri obiettivi: la lotta, una corsa con se stessi e il proprio lavoro, con gli altri che stanno nel mezzo, con i decreti del cielo e la sua giustizia, buona o cattiva che sia (una lotta anche violenta come testimoniano tutte quelle manifestazioni del gioco con la palla che abbiamo elencato, nelle quali l'elemento sanguinario e a volte addirittura sacrificale era essenziale); il piede è l'appoggio sulla terra, e lo slancio all'obiettivo che ci prefiggiamo di raggiungere, attraverso la tecnica e la lotta...la meta, il goal...la palla come e dove noi la vogliamo, il mondo che vogliamo! Una visione del mondo, come un cammino che dalla terra, attraverso il piede, ci abita nell'animo...perché la gloria del cielo si conquista con le fatiche e i frutti della terra, e i soli, gli astri, i cieli sotto ai quali giochiamo con la meteora che abbiamo a disposizione e lanciamo nei suoi spazi, sono anche i nostri sogni e desideri (de-siderum) che ci abitano dentro: la palla lanciata dalla terra è come percorresse qua e là il cosmo, inseguendo gli aneliti dei contendenti, tracciando un destino al quale tutti si dovranno adeguare, il risultato ineludibile del campo...perché i sogni dell'animo, i sogni degli umili, sono stesi leggeri sotto ai piedi, e da lì partono...perché "se avessi il drappo ricamato del cielo, intessuto dell'oro e dell'argento e della luce, i drappi dai colori chiari e scuri del giorno e della notte, dai mezzi colori dell'alba e del tramonto, stenderei quei drappi sotto ai tuoi piedi: invece, essendo povero, ho soltanto i sogni; e i miei sogni ho steso sotto ai tuoi piedi; cammina leggera, perché cammini sui miei sogni!" (Yeats); i sogni stesi sul campo di gioco, sulla terra, abitano nell'animo di tutti i bambini che giocano a pallone sui campi polverosi e sconnessi delle periferie, o ben fatti dei centri, e brillano nei loro occhi; se è vero come dicevano gli antichi che l'occhio è lo specchio dell'anima, allora lì si riflettono i sogni e i desideri anelati al cielo, percorsi sul tappeto sotto ai piedi: ci sono gli occhi dei popoli e delle culture e gli occhi dei singoli, gli occhi della miseria e della fame e quelli dei ricchi, gli occhi della fede che abita in se stessi e quelli che guardano agli idoli; ogni volta che si scende in campo, si è sotto lo stesso cielo, guardando cieli diversi, con occhi diversi: il coraggio, la sicurezza, la paura, la speranza, l'umiltà e la gloria, la fiducia e l'imitazione, la determinazione e la concentrazione, la fantasia e la concretezza...tutte le virtù dell'animo stese sul campo, riflesse negli occhi con la leggerezza del cielo: ci sono gli occhi dei predatori fissi davanti a loro stessi, diretti alla preda, all'obiettivo (gli occhi della tigre), e gli occhi che sanno vedere tutto attorno in uno sguardo totale (gli occhi del profeta), gli occhi del divertimento e gli occhi del lavoro, l'animo espugnandi e l'animo raziocinante...come l'unico cielo cambia e non è mai lo stesso, così i cieli del football sono la leggerezza degli sguardi e dei sogni, delle visioni del mondo, che si confrontano e si scontrano, nelle magiche traiettorie che la palla percorre tra questi spazi...sotto lo stesso cielo, che è uno, e decreterà inesorabilmente il vincitore!
Traguardi di vittoria che abitano l'animo e si esprimono attraverso il piede, a volte attraverso la mano...la mano che in molti giochi di calcio accompagna l'uso del piede...perché la mano, "organo degli organi" (Aristotele), strumento del lavoro umano che ci differenzia dagli animali, è l'anticamera del cervello, e l'intelligenza del gioco: afferrare con la mano è afferrare con la mente (è il concetto: da concipere, cum-capere), è concepire e leggere il gioco: la raffinatezza - la mano umana è capace di più movimenti di qualsiasi altro organo del corpo - e la nobiltà del gioco passano attraverso la mano: il calcio moderno si è separato dal rugby proprio nell'esclusione del gioco di mano (le due direzioni individuano quindi precise filosofie diverse dei due giochi), che diventa fallo, delegato solo alla rimessa laterale, un gesto appunto "laterale", e alle parate del portiere, quasi  l'ultimo baluardo e custode del destino, che si frappone ai desideri delle cose umane (katà-to-kreon, il destino della necessità, è nel frammento di Anassimandro l'intima mano (cheir) dove tutte le cose accadono, vengono e tornano, appunto "secondo necessità"); l'intelligenza della mano, l'intelligenza peculiare degli uomini, è nel calcio delegata ai concetti della mente, nella testa: perché letteralmente il concetto raccoglie la diversità e le particolarità concrete dei tanti per farne unità astratta: così i partecipanti alla competizione diventano una squadra, una società, che condivide dei valori comuni, delle regole e una filosofia di gioco, un credo strategico: la tattica diventa allora parte di quella strategia, come quei meccanismi che unendo le diversità affinano il gioco dei molti, unendolo in sottili e delicate trame, preparate finemente, con obiettivi da raggiungere: ci sono tattiche offensive e difensive, di proposta e di attesa, collettive e individuali, d'azione o reazione, dinamiche o statiche...; nel confronto delle tattiche c'è lo scontro dei pensieri degli uomini, una dialettica affascinante dove essi vorrebbero sottrarre al mistero il corso dei cieli, dirigerlo con l'intelligenza e portarlo sulla terra, in campo: ecco le statistiche, la pianificazione, gli allenamenti, la razionalizzazione e l'astuzia, nel desiderio di calcolare l'esito dell'incalcolabile, il verdetto che invece è sempre in gioco...perché la palla è rotonda, come un astro, e la sua luce misteriosa andare in ogni direzione! Ma le filosofie sono inevitabili...e come gli uomini si rapportano alla terra, così la testa si relaziona al piede, e la tattica alla tecnica, in un incastro unico e irripetibile, di volta in volta diverso, a seconda dello sguardo umano, della visione del mondo che vi si posa...e solo uno sguardo che astrae, postumo e razionale, può separare ciò che è originariamente e poeticamente unito: è lo sguardo degli uomini al centro del gioco, la loro finitezza, i loro interessi e desideri che guardano secondo prospettive diverse a quel oggetto di forma sferica, la palla, dove in realtà è racchiuso e rappresentato un mondo; uno scenario divino che non si può mai cogliere nella sua totalità, perché "dio è giorno e notte, inverno e estate, guerra e pace, sazietà e fame; e muta come il fuoco quando si mescola ai profumi e prende nome dall'aroma di ognuno di essi" (Eraclito); il football è mosso da questa diversità di sguardi sul mondo, che sono scenari divini, che sono l'emozione (e-mozione, ciò che muove) che trae in gioco. Gli dei del calcio sono molti, le emozioni indescrivibili che trascendono i limiti dello sguardo squisitamente umano: la gioia del gol, la gloria della vittoria, la bellezza della giocata, la grandezza dell'idolo, la passione del tifo...oltre i limiti del quotidiano, dell'umano, del terrestre, verso i sogni del cielo dove abitano gli dei; di fronte a tali emozioni il limite e la finitezza che siamo traballa, il cuore vacilla...e irrora il sangue che dà vita al gioco, perché senza passione, senza cuore, il calcio non è niente! Allora allo sguardo divino che abita nelle nostre emozioni, nel nostro cuore, e anima la nostra passione, i quatto si uniscono, in una combinazione unica che rispecchia la nostra esistenza, e che non si può descrivere...perché una rappresentazione è una rappresentazione, è parola lasciata alla poesia, e non alla descrizione razionale; è semplicemente la rappresentazione della nostra esistenza, un limite, un frammento divino della totalità che si nutre di tutti gli aromi e profumi diversi del fuoco della passione! Nel gioco, quando si uniscono i quattro, abita inconsapevole una visione del mondo, personale, di una cultura di un popolo, di tutti gli uomini, che il pallone riflette...the world in a ball...perché alla palla ruotano attorno il corpo e il mondo; il corpo, con il piede e la sua tecnica, l'occhio e il desiderio, la testa e la sua tattica, il cuore e l'emozione; e il mondo nell'unione dei quattro: la terra e il cielo, il mortale e il divino; tutto in un pallone...perché nel corpo in gioco con la sfera, è rispecchiata una rappresentazione del mondo...della nostra esistenza, che è esistenza del corpo...
Tommy

mercoledì 21 marzo 2012

AYRTON SENNA. On Limit...of Dream

Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.
Ayrton Senna

Ayrton era, è, e sempre sarà il numero 1...dei miei eroi, delle corse, dello sport! Così come Achille eroe dei poemi omerici, così lui non seppe non dar corso a quel destino che lo volle "sempre il primo, e il migliore di tutti!" (Omero) fino alla tragica morte; la morte bianca, fredda e improvvisa...il dardo che spegne la vita dell'eroe alla guida dell'esercito greco, nell'ultima delle tante conquiste, lo schianto fatale che spegne il pilota in testa alla gara, durante l'ennesimo giro al comando...perché gli eroi, quelli veri, lasciano un senso tragico della vita, un gusto malinconico per i grandi temi dell'esistenza,  sono esempio di vita, di grandezza...e questo li fa ascendere per sempre al cielo, al mito, al sogno. Ma il senso tragico che gli eroi ci lasciano non è racchiuso semplicemente nella loro triste fine, nella morte...il senso tragico è la loro stessa vita, dal giorno della loro nascita che li destina per sempre a oltrepassare la storia, per entrare nel mito: perché la morte rivela semplicemente un fatto fondamentale, il limite supremo della vita, dell'intera esistenza, che è fondata sul limite: gli eroi sfiorano continuamente i limiti più grandi, vi indugiano e vi lavorano mostrandone un nuovo senso, li spostano con poesia oltrepassandoli fin dove nessuno è ancora riuscito a fare...non solo per se stessi, per proprio vanto...come dono gli eroi ci rivelano e ci ricordano la nostra finitezza, il fatto che la nostra esistenza è limitata e fondata su limiti...e lo fanno nel momento stesso che ce li pongono davanti nell'oltrepasso, lì la loro grandezza...una vita sul limite! Una grandezza che risiede a volte nella fierezza e nell'orgoglio dell'impresa umana, come quella di Achille...nella sfida agli dei: "gli dei ci invidiano perché siamo mortali, perché ogni momento può essere l'ultimo per noi, ogni cosa è più bella per i condannati a morte!" (Achille, Troy): gli dei invidiano le grandi imprese, quelle che travalicano il semplice limite dell'essere mortali, le imprese di guerra che oltrepassano gli scenari umani e si pongono in conflitto con i comandamenti divini...l'ira di Achille, non solo per sé, per propria gloria...per le ingiustizie e le miserie del potere, per l'amico Patroclo! ma in questa grandezza "chi non conosce il suo limite, tema il destino" (Aristotele) ricorda la cultura greca, perché quando si travalica il limite si può eccedere nell'hybris, nella tracotanza, e allora l'occhio invidioso e astioso degli dei si accende e colpisce con la morte, imponendo il limite dei limiti. Il gioco degli eroi è un gioco di limite e illimitato, sempre in sospeso tra l'ascesa e la caduta, la vita e la morte, la storia e il mito!
La grandezza di Ayrton, il mito di Senna, era semplicemente nelle sue parole: nella sua semplicità, umiltà e dedizione al lavoro, anzi, nella sua passione...perché correre ed essere il migliore è semplicemente la passione della sua esistenza, la sua condanna, ciò di cui non può fare a meno: "Correre è la mia passione...è parte della mia vita. Battermi al volante è nel mio sangue. Non sfuggire alla lotta è nella mia natura. Io voglio essere il più veloce, io voglio dimostrare di essere il migliore!". La corsa, la competizione è vita, la vittoria è il suo unico traguardo: "La cosa importante è vincere tutto, sempre....è la voglia di vincere che mi spinge ad andare avanti. È questa la mia maggiore motivazione; la voglia di vincere è ciò che mi spinge a gareggiare". Vincere sempre, essere sempre il migliore, come una condanna omerica che spinge a migliorarsi continuamente, superando di volta in volta i propri limiti: la vita di Ayrton è un costante lavoro sul limite: "Pensi di avere un limite. Così provi a toccare questo limite. Accade qualcosa. E immediatamente riesci a correre un po' più forte, grazie al potere della tua mente, alla tua determinazione al tuo istinto e grazie all'esperienza, puoi volare molto in alto". Volare molto in alto...volava davvero in alto Ayrton, contro il cronometro o gli avversari, con la sua guida fredda e determinata al contempo, aggressiva e calcolatrice, come un predatore, perché "non esiste curva dove non si possa sorpassare!": 3 mondiali vinti in 10 anni di corse, 41 vittorie e 89 podi su 161 gran premi disputati, il record di 65 pole position, sul giro secco, dove dimostrare di essere davvero il più veloce....Ma non sono i numeri che contano, non per un destinato a essere il migliore, perché ogni vittoria è un altro limite raggiunto, e già messo alle spalle: "è strano. Proprio quando penso di essere andato il più lontano possibile, scopro che posso spingermi ancora oltre!". Oltre, sempre, oltre ogni limite raggiunto...come Achille, mai sazio di gloria, lui mai sazio di vittorie...questione di fame, fame da predatori: "la cosa importante è la gioia che mi dà ogni vittoria, il piacere che offre, al pari di una grande conquista, un'enorme sfida, come combattere e vincere una battaglia"...una battaglia dove la forza non è tanto, al pari invece di Achille, nelle mani o nel corpo, ma nella concentrazione e nella dedizione al lavoro: "Non ho idoli. Ammiro il duro lavoro, la dedizione e la competenza"...un duro lavoro fatto costantemente del mettersi in gioco e imparare dai propri errori, come quei valori dell'ordem e progresso della bandiera i cui colori portava sul casco, come la fame dei bimbi di quel suo paese, che sembra incarnare: "è questa la cosa principale: utilizzare gli errori per imparare. Io credo nell'abilità di concentrarsi profondamente, in modo da rendere e progredire ancora di più"; sempre al limite, e oltre il limite, con la semplicità, l'umiltà e il silenzio dei grandi uomini, tra la normalità e l'eccezionalità delle sue imprese...tra la passione e gli impegni del professionismo, tra la vita di tutti i giorni e la luce dei riflettori, tra l'uomo e il mito...un equilibrio fragile, leggero...un equilibrio posato, nell'inseguire i limiti, non fondato sull'ira verso dei e uomini, ma sulla forza di Dio e Bambini; sulla lettura e l'ascolto della Bibbia, perché "ogni persona ha la sua fede, il suo modo di guardare la vita...per quanto mi riguarda l'importante è essere in pace con se stessi; il modo per trovare questo equilibrio per me passa attraverso la fede in Dio"; sullo sguardo ammirato dei bambini: "La mia responsabilità è forse più grande verso i più giovani, i bambini, perché da loro avverto un grande affetto a ammirazione, e questo mi spinge a lottare ancora di più per dare loro qualcosa di speciale"...vincere per i bambini...anche io ero tra di loro, a inseguire qualcosa di speciale, a sognare...
Dicono che il sogno sia lo spazio che si insinua tra lo straordinario e l'impossibile...quando andare oltre i limiti dell'ordinario diventa qualcosa di possibile, quando questo spazio si incarna nella realtà,  quando si realizza l'equilibrio dell'appartenersi in volo, allora il sogno si realizza...sennò rimane tale; tutti abbiamo dei sogni, perché tutti nella nostra vita ci confrontiamo costantemente con dei limiti, che aneliamo raggiungere, che desideriamo sconfiggere, che trasfiguriamo nell'immaginazione, possibilizzando quella realtà che sta oltre; e il sogno è la ragione di vita, che spinge a confrontarsi con quel limite che fondamentalmente siamo: "se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere; sognare è necessario, anche se nel sogno va intravista la realtà. Per me è uno dei principi della vita!"; l'uomo vive attraverso i sogni, altrimenti sarebbe una vita chiusa nell'insignificanza, solo del suo limite...sogni che possibilizzano realtà, altrimenti sarebbero solo vuote fantasie, senza limite...un delicato equilibrio, una sfida, una gara...; e l'uomo vive anche attraverso le imprese e i sogni proiettati dai suoi eroi, dai suoi miti: perché l'eroe è come il nostro acchiappasogni, si insinua nel regno del nostro desiderio, anelito, immaginazione, e cattura il sogno portandolo di qua, nella realtà che viviamo e per la quale ci emozioniamo di giorno in giorno, questo è il suo mito. Anche Ayrton Senna, il mio mito, nei suoi reali pensieri aveva dei sogni: "penso molto, non ne posso fare a meno, passando da un'idea all'altra. Tutti i miei progetti diventano sogni, che vedo crescere e realizzarsi. In questo sogno vedo gente felice, soprattutto bambini"; il sogno di Ayrton Senna, il sogno di dare a tutti una possibilità, soprattutto ai bambini, soprattutto ai più poveri, perché "i ricchi non possono vivere su un'isola circondata da un'oceano di povertà. Noi respiriamo tutti la stessa aria. Tutti devono avere una possibilità". La grandezza del sogno di Ayton è come la grandezza delle sue imprese, immensa...ma, si sa, un sogno è fragile e come la nostra vita, si spezza in un secondo, in un momento sconosciuto, soprattutto per chi vola costantemente oltre il limite...si schianta contro le barriere di un autodromo, e lascia solo un silenzio surreale, e un vuoto assurdo...Gli eroi, quelli veri, lasciano un senso tragico della vita, un gusto malinconico per i grandi temi dell'esistenza, sono esempio di vita, di grandezza...lasciano i loro sogni, come limiti, spostandoli come poesia...

"ho deciso una notte di maggio, in una terra di sognatori, ho deciso che toccava forse a me, e ho capito che Dio mi aveva dato il potere di far tornare indietro il mondo, rimbalzando nella curva insieme a me, mi ha detto 'chiudi gli occhi e riposa' ...e io ho chiuso gli occhi" (Lucio Dalla, Ayrton)...In quell'istante preciso in cui il tempo si ferma, nell'istante in cui rimbalza il mondo...tu chiudi gli occhi, riposa...perché ecco, il nastro si riavvolge...e allora la morte si scambia con la vita, la storia col mito, la triste realtà col sogno...e il tuo sogno, Ayrton, diventa il sogno di quei bambini per cui vincevi...io ero tra quei bambini...
Tommy 

 

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