martedì 17 gennaio 2012

IL CORPO E IL MONDO: Leib e Körper

Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono, è rispetto ad esso che ci sono un sopra, un sotto, una destra, una sinistra, un avanti, un dietro, un vicino, un lontano. Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano. Il mio corpo non è da nessuna parte.
M. Foucault

Noi spesso viviamo nella tacita illusione di pensare il nostro corpo come una cosa, un oggetto di cui disporre a piacimento, nell'immagine che ci diamo, nelle azioni che accompagnano la nostra vita quotidiana; un oggetto a disposizione del nostro io in quanto soggetto, del nostro desiderare, volere, decidere; ma il nostro corpo non è nostro semplicemente perché è un corpo-cosa che ci trasciniamo e ci portiamo appresso, ma ben più originariamente perché è un corpo vivente che abita un mondo: è la nostra stessa esistenza che si dà nel corpo, e noi abitiamo un mondo non tanto perché abbiamo un corpo, ma in quanto, fondamentalmente, lo siamo. Qual'è dunque la relazione tra il corpo, il mondo, e la nostra esistenza? Qual'è il corpo che tacitamente non riconosciamo? Per rispondere a queste domande vediamo innanzitutto qual'è l'appartenenza e la frattura che segnano la relazione tra corpo e mondo. Come il bimbo viene originariamente al mondo testimoniando col suo pianto quella divisione che lo ha separato dal corpo materno, placata poi tra le sue braccia, così il corpo nella sua ingenuità reca in sé la frattura del mondo, che lo spinge e lo protende subito verso di esso: è mondo e al contempo non lo è, perché può stare al mondo solo disponendone; la sua azione infatti viene dal mondo, è mondo, ma anche usa il mondo: usa per esempio l’aria per respirare, si appoggia al suolo per camminare, utilizza la luce per vedere e così via; il corpo è così una piega del mondo: è, nel suo venire alla luce, divisione originaria, intima ferita che si staglia nel mondo: symbolon, anello spezzato che vive nella tensione della ricomposizione con la parte mancante, il corpo anela cioè il mondo come totalità che gli appartiene ma non possiede e verso cui si dirige per poter dispiegare la sua esistenza; è la sua ambivalenza simbolica: piega del mondo che richiama alla totalità dispiegata, il corpo è quel corpo, ma anche altro: è nell’aria che respira, nelle braccia che lo accolgono, nel suolo ove dirige i suoi primi passi; Il mio corpo è fatto della medesima carne del mondo - dice Merleau-Pontyè insomma nel mondo che richiama e insieme nel punto che ne segnala la frattura: “il mio corpo è ovunque nel mondo, è coestensivo al mondo, esteso attraverso tutte le cose e, insieme, raccolto in questo solo punto che esse tutte indicano e che io sono senza poterlo conoscere” (Sartre, L'Essere e il Nulla); il corpo è questo punto senza poterlo conoscere perché essere al mondo, abitare il mondo, prenderne dimora, non è ancora conoscerlo e possederlo: infatti, “abitare non è conoscere, è sentirsi a casa, ospitati da uno spazio che non ci ignora, tra cose che dicono il nostro vissuto, tra volti che non c’è bisogno di riconoscere perché nel loro sguardo ci sono le tracce dell’ultimo congedo. Abitare è sapere dove deporre l’abito, dove sedere alla mensa, dove incontrare l’altro, dove dire è u-dire, rispondere è cor-rispondere. Abitare è trasfigurare le cose, è caricarle di sensi che trascendono la loro pura oggettività, è sottrarle all’anonimia che le trattiene nella loro «inseità», per restituirle ai nostri gesti «abituali» che consentono al nostro corpo di sentirsi tra le «sue cose», presso di sé” (Umberto Galimberti, Il corpo): prima di conoscere il mondo il corpo lo abita perché abitare il mondo è tenerne vivo lo spettacolo, aprire il sipario e recitare la propria parte, darne le pulsazioni vitali, abitarlo come il cuore abitando l’organismo vi infonde la vita e da sangue all’esistenza
: “il mio corpo è nel mondo come il cuore nell’organismo: mantiene continuamente in vita lo spettacolo visibile, lo anima e lo alimenta internamente, forma con esso un sistema” (Merleau Ponty, Il visibile e l'invisibile). Ma il corpo può abitare il mondo perché è da subito in azione, protensione che si offre al mondo e vi si accosta agendo, usando l'aria, la materia, l'affetto delle persone: "agendo il corpo distanzia da sé il mondo e insieme lo approssima". È mondo che si staglia nel mondo, che vi prende posto. Sebbene provenga dal mondo e non sia altro che mondo, il corpo, agendo, discrimina dal mondo lo strumento, il mezzo (e anche il contesto), rispetto al fine dell’azione. Fa ciò a partire dal suo stesso corpo, raddoppiato in mezzo e strumento: le mani per afferrare, i piedi per camminare, gli occhi per guardare…È così che il corpo in azione scopre di disporne, di “averli”, sebbene sia ancora lontano dal “saperli”. Li usa appunto, ma non li sa. Il corpo in azione, potremmo concludere, fa di se stesso una “protesi”. Il corpo replica in sé all’infinito il dividersi del mondo che esso è: divisione originaria (Ur-teil). E così, piega del mondo, il corpo è anche piega di se stesso. In questo senso il corpo è immediatamente un fenomeno doppio. È [...] corpo vivente (Leib) e nel contempo è corpo cosa (Körper)" (Carlo Sini, L’uomo, la macchina, l’automa. Lavoro e conoscenza tra futuro prossimo e passato remoto). Il corpo non è "qualcosa", ma semplicemente il punto a partire dal quale mi si danno tutte le cose: "Il mio corpo in realtà è sempre altrove. E’ legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esso che le cose si dispongono, è rispetto ad esso che ci sono un sopra, un sotto, una destra, una sinistra, un avanti, un dietro, un vicino, un lontano. Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano. Il corpo non è da nessuna parte"; per questo non potremmo originariamente neppure dire di "avere un corpo", ma semplicemente di esserlo, essendo il mondo; ma agendo il corpo incontra se stesso, usa se stesso per agire nel mondo: solo allora ho un corpo come "qualcosa": in questo senso il corpo è subito un fenomeno doppio! Il corpo originariamente in azione rivela immediatamente la sua ambivalenza: distanziando e al contempo approssimando il mondo attraverso l’azione, instaura quello scambio simbolico per cui si da corpo attraverso il mondo, e mondo attraverso il corpo: “il corpo è il veicolo dell’essere al mondo […], se è vero che io ho coscienza del mio corpo attraverso il mondo, che esso è, al centro del mondo, il termine inosservato verso il quale tutti gli oggetti volgono la loro faccia, è anche vero, per la stessa ragione, che il mio corpo è il perno del mondo: io so che gli oggetti hanno svariate facce perché potrei farne il giro, e in questo senso ho coscienza del mondo per mezzo del mio corpo” (Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione). Il corpo originariamente aperto al mondo non conosce ancora quelle distinzioni tra io e mondo, tra soggetto e oggetto, tra interno ed esterno, che si costituiscono piuttosto in un secondo tempo, mediante l’azione. Ciò avviene a partire dal corpo stesso, il quale nell’azione si fa da subito doppio e diventa così strumento, veicolo del suo stagliarsi nel mondo, distinguendosene, e dell’istituirsi del mondo stesso: protensione al mondo, il corpo farà di se stesso una protesi (veicolo ausiliario), un mezzo per cui corpo e mondo, prima uniti in maniera simbolica nella loro co-esposizione originaria, successivamente si distingueranno dando luogo a quelle differenze io-mondo, soggetto-oggetto, interno-esterno. Ma come il corpo fa di se stesso una protesi? Innanzitutto scontrandosi, nella sua attività, con la passività dell’esposizione al mondo: l’azione all'inizio, infatti, si affida alla buona o alla cattiva sorte; il corpo in azione, nel suo incontro-scontro col mondo, attendendo l’esito della risposta dal mondo, si fa cosa del mondo, corpo cosa, Körper. Ma proprio così facendo, il corpo, in questo urto col mondo, si scopre al contempo come corpo vivente, Leib: “proprio lo slancio del corpo, il suo stagliarsi nell’azione, genera per retroflessione e contraccolpo, il senso dell’essere corpo vivente (Leib). […] È perché l’attività spontanea e originariamente aperta al mondo si scontra col suo limite di passività nel mondo che il vivente si percepisce come tale, cioè come impulso sia espansivo che retroflesso in se stesso; e così sperimenta anche tutta la sua inquietudine, la sua furia vitale, il suo timore e tremore” (Carlo Sini, cit.). Il corpo è pertanto da subito, nel suo stagliarsi nell’azione, un fenomeno doppio, corpo vivente e corpo cosa, Leib e Körper. Il corpo vivente è tuttavia più del corpo cosa, è irriducibile ad esso: non un semplice corpo esposto alla passività del mondo, corpo tra i corpi, cosa tra le cose, oggetto tra gli oggetti, ma il corpo proprio dove si dispiega un mondo e si incarna l’esistenza di ognuno nella sua peculiarità unica: "tra i corpi di questa natura io trovo il mio corpo nella sua peculiarità unica, cioè come l’unico a non essere mero corpo fisico (Körper) ma proprio corpo organico (Leib) […]; al mio corpo ascrivo il campo dell’esperienza sensibile, sebbene in modi diversi di appartenenza (campo delle sensazioni tattili, campo delle sensazioni termiche ecc.). questo corpo è la sola e unica cosa in cui io direttamente governo e impero, dominando singolarmente in ciascuno dei suoi organi. Io percepisco, posso sempre percepire, con le mani sensazioni tattili e cinestetiche, con gli occhi sensazioni visive ecc; i fenomeni cinestetici degli organi scorrono nell’io faccio e sottostanno al mio io posso. In seguito, ponendo in gioco le cinestesi, posso urtare, spingere, e cioè agire direttamente e quindi indirettamente con il mio corpo. Nella mia attività percettiva percepisco (o posso percepire) tutta la natura e in essa la mia corporeità propria che in quest’atto è perciò riferita a se stessa (Körper). Ciò diviene possibile perché io posso percepire una mano per mezzo di un’altra, l’occhio per mezzo della mano e così via, ove l’organo funzionante deve farsi oggetto e l’oggetto organo funzionante" (Husserl, Meditazioni cartesiane). L’azione genera dunque per retroflessione il senso del corpo proprio, di essere quel corpo che si volge al mondo attraverso l’agire: “io non sono di fronte al mio corpo, ma sono nel mio corpo, o meglio sono il mio corpo”(Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione); ciò significa che non dispongo del mio corpo come di un qualsiasi oggetto, non me lo trovo di fronte come mi trovo di fronte le cose del mondo, ma che lo sono in prima persona, perché lo vivo, lo abito, perché attraverso di esso si dispiega a me un campo di oggetti che vedo, che sento, che tocco; per questo: “io osservo gli oggetti esterni con il mio corpo, li maneggio, li ispeziono, ne faccio il giro, ma, per ciò che lo riguarda, non osservo il corpo stesso […]. In quanto vede o tocca il mondo, il mio corpo non può quindi essere visto né toccato. Esso non è mai un oggetto, non è mai «completamente costituito», proprio perché è ciò grazie a cui vi sono degli oggetti. Non è né tangibile né visibile nella misura in cui è corpo che vede e che tocca” (Id.). Il corpo vivente, Leib, non è mai pertanto una qualche cosa, una cosa tra le cose, ma nel protendersi al mondo, nell’intenzionarlo, è sempre quel mio proprio corpo attraverso cui si esprime la mia esistenza, che è pertanto sempre esistenza corporea: “il corpo esprime l’esistenza totale, non perché ne è un accessorio esteriore, ma perché questa esistenza si realizza in esso. […]Entrambi si presuppongono vicendevolmente e il corpo è l’esistenza cristallizzata o generalizzata, e l’esistenza una incarnazione perpetua” (Id.): se infatti l’esistenza è il movimento dell’ek-sistere, dello stare sempre oltre sé, dell’oltrepassare la situazione data, allora il corpo proprio, che si scopre nel retroflettersi dell’azione sul mondo, è il ritorno di questo movimento e dunque esistenza che si cristallizza in una certa situazione; allo stesso modo però, se l’azione esprime l’originaria apertura al mondo del corpo che vede, che sente, che tocca, questo suo protendersi, la sua potenza sul mondo, allora il corpo proprio che agisce non può che essere l’incarnazione perpetua dell’esistenza nell’espressione del suo movimento; corpo ed esistenza si implicano pertanto vicendevolmente, e l’esistenza è sempre esistenza del corpo. È dunque il corpo proprio che esperisco nel mio esistere, nel mio inerire al mondo: esistenza corporea che in cui io governo e impero, possibilità e potenzialità ove sottostà ogni mio fare; e questo ben prima, ben più originariamente, ben più a monte della distinzione tra un soggetto (Io, Anima) e un oggetto (Körper) di cui posso disporre: "L’esperienza del corpo proprio ci rivela un modo d’esistenza ambiguo. Se tento di pensarlo come un fascio di processi in terza persona – “vista”, “motilità” […] -, mi accorgo che queste “funzioni” non possono essere collegate tra di esse e al mondo esterno da rapporti di casualità, ma sono tutte confusamente riprese e coinvolte in un dramma unico. Il corpo non è quindi un oggetto. Per lo stesso motivo, la coscienza che io ne ho non è un pensiero, vale a dire che non posso scomporlo e ricomporlo per formarne un’idea chiara. La sua unità è sempre implicita e confusa. Esso è sempre altro da ciò che è, […]radicato nella natura nel medesimo istante in cui si trasforma mediante la cultura, mai chiuso in sé e mai superato. Sia che si tratti del corpo altrui o del mio proprio corpo, ho un solo modo di conoscere il corpo umano: viverlo, e cioè far mio il dramma che lo attraversa e confondermi con esso. Io sono dunque il mio corpo, per lo meno nella misura in cui ho un’esperienza, e reciprocamente il mio corpo è come un soggetto naturale, come un abbozzo provvisorio del mio essere totale. Così l’esperienza del corpo proprio si oppone al movimento riflessivo che libera l’oggetto dal soggetto e il soggetto dall’oggetto, che ci dà esclusivamente il pensiero del corpo o il corpo in idea, e non l’esperienza del corpo o il corpo in realtà" (Id.). Del Leib intenzionate il mondo non si dà alcuna legge di causalità che possa ricondurre i suoi atti ed esso stesso sotto un certo sapere; di esso non abbiamo mai una rappresentazione (Vor-stellung) soggettiva che se lo ponga di contro come un oggetto (Ob-jectus, Gegen-stand) e dunque mai un pensiero o un’idea che ce lo presenti: il corpo proprio è sempre altro da ciò che è, e l’unico modo per coglierlo è viverlo, farne esperienza nell’azione con cui si dispone al mondo. Non dunque un oggetto, ma la condizione del darsi degli oggetti: nel vedere, nel sentire, nel toccare, il corpo come piega originaria del mondo si scontra con esso come ciò che vi sta di fronte, come fine e limite della sua azione che origina il costituirsi degli oggetti: essi sono infatti attraverso il mio corpo che li approssima o li distanzia in relazione alle sue possibilità e li plasma in base alle sue potenzialità. Ma, come sostiene Husserl, in quest’attività del corpo non incontro solo il mondo, bensì posso incontrare anche la mia stessa corporeità, che dunque in tale atto è riferita a se stessa: scopro allora non soltanto di essere il mio corpo, ma anche di averlo; scopro, ad esempio, attraverso l’azione della mano che tocca, ovvero la mano toccante, l’altra mano, che si configura in tal senso come mano toccata: non solo sono la mano che inerisce al mondo, ma anche ho una mano che avverto come cosa appartenente al mio corpo: scopro insomma il corpo come Körper, come ciò che ho, che possiedo a guisa di un oggetto; ma Leib e Körper, corpo proprio e corpo cosa, convivono e coabitano insieme, e lo dimostra il fatto che le due mani possono benissimo alternarsi a vicenda nella funzione di “toccante” e “toccata”, come quando le congiungo insieme: ciò che è in un momento mano esploratrice si può fare nel momento successivo mano oggetto di esplorazione (reversibilità dello scambio che salvaguarda l’ambivalenza originaria del corpo che non è mai un aspetto senza l’altro, corpo cosa distinto dal corpo proprio, corpo oggetto distinto dal corpo soggetto, perché entrambi sono trattenuti insieme, confusi nella simbolica del corpo in azione: non potremmo a questo proposito neppure dire né di avere un corpo né di essere un corpo, ma al contrario dire ad un tempo l’una e l’altra cosa); allora, come vuole Sini, il corpo è immediatamente un fenomeno doppio, Leib e Körper al contempo: piega o doppio del mondo nella sua originaria apertura, il corpo si fa nell’azione anche piega o doppio di se stesso, replica cioè in sé, incarna, quella divisione originaria che esso stesso è; lacerazione questa in virtù della quale l’esistenza non si dispiega in un semplice essere al mondo, ma soprattutto nell’avere un mondo come ciò di cui si dispone per poterlo abitare: l’aria per respirare, il terreno per camminare, le cose del mondo per costruirsene la dimora; ma allo stesso modo, e proprio in quanto esistenza corporea, quella lacerazione raddoppia il corpo stesso che non è allora semplicemente un corpo che si è, che si vive, bensì anche un corpo che si ha, di cui si dispone per poter abitare il mondo, usando le mani per afferrare, le gambe per camminare, gli occhi per vedere; ma, ancora una volta, la mano che uso per afferrare, il piede che uso per camminare, non vanno considerati semplici oggetti di un corpo a disposizione, ma rimandano ad una esistenza che li impegna in un mondo, ad una esistenza che è più di quella particolare situazione in cui sono impegnati, ad un corpo come totalità vivente: il Leib, infatti, è irriducibile ad un corpo cosa, è sempre più di questo: esso è piuttosto il dramma unico e confuso da cui una vita è attraversata, dramma che non posso conoscere con la chiarezza di un oggetto, ma semplicemente vivere, abitare; esso è allora forza attiva che si dispiega e incontra il mondo a partire dall’intenzionalità che lo caratterizza, è il campo delle possibilità, delle potenzialità in cui un’esistenza governa e impera, è il movimento dell’ek-sistenza sempre oltrepassante la situazione data nella protensione a nuovi scenari. Ora, proprio esercitandosi come potenza attiva sul mondo, il corpo vivente entra in una sorta di costante conflitto operativo con quello: la sua azione incontra l’inerzia del mondo, che non è semplice freno ad essa, come pensa invece l’ingenua colomba di Kant che, avvertendo l’aria come impaccio, vorrebbe volteggiare in uno spazio vuoto, ma anche sua condizione di possibilità, come l’aria è in realtà condizione del volo della colomba: il corpo intrattiene ancora una relazione intima col mondo, perché esso non è semplicemente il suo limite, ma anche ciò che ne permette l’azione, ciò di cui si serve: usa il suolo per camminare, l’aria per respirare, la luce per vedere; e fa ciò in virtù del fatto che in questo incontro-scontro esso sperimenta i suoi limiti come anche le sue possibilità: anzi fa della sua stessa passività, retroflessione del corpo attivo nel suo urtare il mondo, un mezzo, un espediente attraverso cui agire; è l'azione originaria del corpo, l'esistenza originaria, che si dà a prescindere dal darsi di un soggetto, perché fondamentalmente al di là di essere un corpo-cosa, vi è una relazione fondamentale tra corpo, esistenza e mondo: e tutto ciò che è Io, è mediante l'azione, l'azione del corpo vivente; noi fondamentalmente siamo, ogni qual volta agiamo il nostro corpo:

Corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro; e anima non è altro che una parola per indicare qualcosa del corpo. Il corpo è una grande ragione, una pluralità con un solo senso, una guerra e una pace, un gregge e un pastore. Strumento del tuo corpo è anche la tua piccola ragione, fratello, che tu chiami “spirito”, un piccolo strumento e un giocattolo della tua grande ragione. “Io” dici tu, e sei orgoglioso di questa parola. Ma la cosa ancora più grande, cui tu non vuoi credere, - il tuo corpo e la sua grande ragione: essa non dice “io”, ma fa “io” 
(Friedrich Nietzsche)
Tommy 

1 commenti:

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