AYRTON SENNA. ON LIMIT...OF DREAM
Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.
IL CORPO E IL MONDO. Leib e Körper
Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono...Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano.
PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Genealogy
Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Pierpaolo Pasolini.
SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement
C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare...
PHILOSOPHY OF RUNNING. La Musica del Respiro
Io sento la terra ed il vento e gli alberi. Io sento il loro spirito. Io sento il ritmo della corsa. È come musica. Gabriel Harmony Jennings.
giovedì 18 ottobre 2012
ELOGIO DELLA SCONFITTA
mercoledì 18 aprile 2012
SPORT PSYCHOLOGY. The mystic Fire
Tommy
martedì 17 aprile 2012
SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement
giovedì 12 aprile 2012
SPORT PSYCHOLOGY. Occhio non mente
Platone.
venerdì 6 aprile 2012
JULIAN ROSS. Therapeutic Culture and Sport (part 2)
E. Severino
...camminando, con le mani nelle tasche, come vecchi amici nel silenzio del mondo attorno, Julian ha il portamento di un Principe, la sua camminata, i suoi occhi, sono la leggerezza, la felicità e la passione con cui vive la vita; mi parla della moglie e dei figli, dei bambini che allena, degli atleti che cura...ha un sorriso di dolcezza, e realizzazione; poi d'un tratto, come un lampo, si fa serio, ma non triste, semplicemente profondo: "Ho passato la mia giovinezza tra campi di calcio e ospedali Tommy, senza appartenere propriamente a nessuno di essi, uno straniero, un viandante, solo frammenti...ma questa erranza mi rende ora felice, sto facendo della passione la mia professione, cercando di unire i frammenti in unità, una medicina dello sport, anzi meglio, uno sport come terapia: portavo mio malgrado lo sport dentro le stanze di un'ospedale, per curarmi, ora cerco di portare la medicina fuori dagli ospedali, nei campi da gioco, per comprendere, non per curare...non è una terapia dello sport, ma uno sport come terapia, capisci?" Onestamente no, ma sospetto che Julian stia parlando di uno di quei rovesciamenti della tradizione, quei rinnovamenti del gioco che tanto gli piacevano, del tipo della filosofia del calcio totale. "Viviamo in un'epoca in cui per tutto si richiede una cura, tutto viene medicalizzato...non ti sto parlando solo di medicina, ma di cultura nel senso più ampio possibile: un farmaco, in senso letterale o metaforico, come cura per qualsiasi aspetto della vita quotidiana. Io cerco solo di ricordare il senso più autentico e proprio della parola farmaco, che nel greco pharmakon ha un senso ambivalente: era si la medicina, il rimedio, ma anche il veleno...perché a certe dosi, oltre il limite, la cura diventa veleno. E al contrario, a volte, il veleno diventa il vero rimedio, l'antidoto". Lo guardo stupito. "Si è diffusa una cultura del farmaco unicamente come cura, dell'eccesso oltre il limite della cura come terapia, della terapia come modo di pensare...una cultura terapeutica. Lo sai che il manuale diagnostico dei disturbi mentali cataloga circa 400 disagi passibili di cura, un numero in costante crescita e aggiornamento? Che ormai l'80% e oltre della popolazione statunitense è stata vista, almeno una volta, da uno specialista della psiche? Che in molti paesi più della metà delle persone prende o ha preso antidepressivi o pillole della più svariata specie che controllano e regolano stati emotivi, o qualsiasi altra forma di disagio? Che bambini di 4 anni vengono dichiarati depressi, e fin dalla più tenera età sono presi in cura per la loro tristezza, aggressività, ansia ecc.? Non ti sembra che nonostante la chiusura dei manicomi, un manicomio sia ormai diventato il mondo? E non vedi poi che la medicina preventiva ti dice ciò che devi fare per la tua salute, da mattina a sera, nella tua dieta, nel tuo vestire, in ogni azione di ogni ambito della vita quotidiana? Che vengono diagnosticate sempre nuove malattie? Che vengono inventati nuovi sistemi di cura?...Mi chiedo, ti chiedo: tutto ciò, è semplicemente un avanzamento della ricerca medica e psicologica? Prova a uscire per un attimo dall'ambito medico terapeutico, pensa ad altri settori della vita, e pensa al linguaggio: stress, ansia, dipendenza, trauma, sindrome, fobia, emotività, guarigione, crisi ecc. sono parole o campi che vengono usati per descrivere normali episodi della vita di tutti i giorni, e sono entrati ormai nel nostro immaginario. Ciò che è clinico, insomma, si estende oltre misura, e diventa un fatto culturale, fonte di interpretazione di ogni cosa"...è un fatto innegabile, ma qual'è il pericolo del diffondersi di questa cultura terapeutica? "Che è falsa. Nega ciò che vorrebbe affermare" Non capisco Julian. "Mentre promuove la cura della persona, dell'individuo - sono sicuro che termini come salute personale, autostima, autorealizzazione, libera scelta, soddisfazione personale, libera espressione del sé ecc. non ti risultano nuovi-, in realtà postula a priori proprio il suo contrario: la fragilità e la debolezza dell'esistenza, meglio un senso diminuito del sé di cui la preoccupazione terapeutica si deve far carico. Produce così in realtà nella cultura solo e soltanto un'autolimitazione del sé: qualsiasi piccolo intoppo o ingarbo della vita è malattia, devianza, trauma, e va preso in carico, va curato; ogni minima situazione di disagio portata alla luce: sportelli di aiuto, centri di assistenza della persona, meccanismi di assicurazione, tecniche di controllo, pratiche di outing. Un vero e proprio svuotamento della personalità, un'impersonalità diffusa. Dove ognuno, illudendosi di cercare e trovare sé stesso, è in realtà in balia della cultura terapeutica, della sua falsità. Come cervelli nudi in una vasca, controllati e gestiti da un controllo conformante dilagante". Uhm, ricorda molti film del postmoderno, come Matrix o Fight Club. "Per alcuni aspetti...fattelo dire dai cartoni animati però, non si tratta di film! E questa è la seconda cosa: identità fragili e incerte, postulate e diffuse, pullulano in effetti nel postmoderno, dove la tendenza all'individualizzazione si accompagna alla frammentazione che si riversa in mille tentativi tra culture, tribù, miti, idoli, commistioni, pur di trovare sé stessi; tutti brandelli di identità, nel reale allontanamento degli altri: chiusi in una stanza o nel proprio mondo, si è social solo a livello virtuale, davanti allo schermo della tv, del computer o del proprio dispositivo portatile. Questo fallimento non può che aprire la strada alla gestione del sé, al controllo: chi è debole, è facilmente manipolabile, e controllabile...un controllo certo non forzato, non coatto, ma a cui ci si consegna spontaneamente, perché è terapeutico e promette la salute e il ritrovo di se stessi. Lascio a te considerare gli eventuali risvolti politici e sociali della faccenda, come quando in occasione di stragi, tragedie, omicidi, crisi, situazioni negative si scatenano tutti gli esperti della terapia. Pensaci! Ti ricordo solo che i nostri limiti, il senso tragico, gli stati di crisi sono gli eventi fondamentali della nostra esistenza: perché solo di fronte ad essi diventiamo veramente consapevoli di chi siamo, come di fronte alla morte, il limite fondamentale, diventiamo consapevoli della nostra esistenza. L'eccesso della cura, la cultura terapeutica, nasconde proprio i nostri limiti più propri, perché ne diffonde un livellamento impersonale, e se ne fa carico. Ci affidiamo alla medicalizzazione di tutta la nostra esistenza, e perdiamo la comprensione di chi siamo, dei nostri limiti e delle nostre potenzialità. Io stesso ho imparato a capire qualcosa in più di me sul campo di calcio, inseguendo un pallone, un sogno...quando per vincere una finale mi sono trovato faccia a faccia con la morte, da lì in poi non mi sono mai sentito così vivo. Ho iniziato a gettar luce sulla mia vita, entrando a contatto coi miei limiti, a volte vincendo, a volte uscendo sconfitto. Ora cerco di fare lo stesso nel mio lavoro, con giovani sportivi...cerco che la medicina, attraverso lo sport, sia un ausilio perché imparino a diventare ciò che sono". Quindi se ben capisco è questo il senso profondo di quando parli di sport come terapia: in un'epoca dove domina la cultura terapeutica, l'eccesso della cura, lo sport restituisce al farmaco il suo senso più proprio, ricorda che la medicina può essere anche veleno: il farmaco per comprendere e aiutare, non per curare e controllare! E lo fa mettendo in contatto lo sportivo con i suoi limiti, con la sua esistenza, non sottraendoli e nascondendola. "È proprio questo. Il fatto a mio parere fondamentale è che l'impatto terapeutico incide perché considera il corpo umano come un oggetto, un corpo cosa: ridotto al tavolo degli anatomisti, allo sguardo dei medici, esso può essere squartato e considerato nel suo insieme di organi, nel suo fascio di nervi, nelle sue funzioni vitali, nei suoi processi chimici e fisici, nelle sue capacità muscolari ecc...insomma, tutte le applicazioni che conosciamo della medicina...ma che cos'ha questo corpo del corpo vivente che insegue un pallone o esegue con esso una giocata geniale? E se il corpo è ridotto da quello sguardo a un insieme di atti in terza persona, dall'altra parte c'è chi si occupa di quello che resta, gli esperti dell'anima, della psiche, con le sue cognizioni, emozioni, comportamenti, atti, processi ecc...ma in fondo, che ne sanno anche questi dell'emozione unica e irripetibile che ognuno a modo suo prova toccando un pallone, o di quanto il calcio sia una scuola di vita! Quando questi sguardi guardano allo sport, lo fanno con occhio terapeutico: spesso per prevenzione, spesso per autostima, fate sport, fa bene alla salute, rende equilibrati con se stessi! Sai che ti dico Tommy...che importa! Lo sport è molto di più! Quando giocavo a pallone ero molto di più che un cuore di cristallo o un capitano carismatico, ero la mia esistenza nella sua passione, né corpo né anima, ma un corpo vivente, la mia vita che si confrontava coi suoi limiti, lì mi sentivo vivo...Lo sport può anche non far bene alla salute, può anche ledere all'autostima...di sicuro fa bene all'esistenza, la mette a contatto fondamentalmente coi suoi limiti e potenzialità...diventa quella dose di veleno che può restituire il vero senso del farmaco. Perché senza comprendere l'esistenza ogni farmaco perde il suo senso, ogni terapia diventa vuota, una tecnica impersonale di limitamento e controllo. Fuori dagli ospedali, dallo sguardo della cultura terapeutica, lo sport diventa espressione libera dell'esistenza: la medicina comprendere e aiutare in questo, senza aver la pretesa di spiegare" Si rimette gli occhiali Julian, ci salutiamo affettuosamente e lui se ne va per la sua strada, passeggia nella sua semplicità con le mani in tasca, pantaloni chiari e occhiali scuri, foulard e giubbotto di jeans legato solo dal primo bottone...semplice e unico; e io rimango lì, ai confini della fantasia, ai bordi della realtà, a pensare...non sono più sicuro...ho la netta sensazione che queste visioni profetiche non siano opera della fantasia!
giovedì 19 gennaio 2012
IL CORPO E IL MONDO: L'illusione dell'Io al centro
martedì 17 gennaio 2012
IL CORPO E IL MONDO: Leib e Körper
: “il mio corpo è nel mondo come il cuore nell’organismo: mantiene continuamente in vita lo spettacolo visibile, lo anima e lo alimenta internamente, forma con esso un sistema” (Merleau Ponty, Il visibile e l'invisibile). Ma il corpo può abitare il mondo perché è da subito in azione, protensione che si offre al mondo e vi si accosta agendo, usando l'aria, la materia, l'affetto delle persone: "agendo il corpo distanzia da sé il mondo e insieme lo approssima". È mondo che si staglia nel mondo, che vi prende posto. Sebbene provenga dal mondo e non sia altro che mondo, il corpo, agendo, discrimina dal mondo lo strumento, il mezzo (e anche il contesto), rispetto al fine dell’azione. Fa ciò a partire dal suo stesso corpo, raddoppiato in mezzo e strumento: le mani per afferrare, i piedi per camminare, gli occhi per guardare…È così che il corpo in azione scopre di disporne, di “averli”, sebbene sia ancora lontano dal “saperli”. Li usa appunto, ma non li sa. Il corpo in azione, potremmo concludere, fa di se stesso una “protesi”. Il corpo replica in sé all’infinito il dividersi del mondo che esso è: divisione originaria (Ur-teil). E così, piega del mondo, il corpo è anche piega di se stesso. In questo senso il corpo è immediatamente un fenomeno doppio. È [...] corpo vivente (Leib) e nel contempo è corpo cosa (Körper)" (Carlo Sini, L’uomo, la macchina, l’automa. Lavoro e conoscenza tra futuro prossimo e passato remoto). Il corpo non è "qualcosa", ma semplicemente il punto a partire dal quale mi si danno tutte le cose: "Il mio corpo in realtà è sempre altrove. E’ legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esso che le cose si dispongono, è rispetto ad esso che ci sono un sopra, un sotto, una destra, una sinistra, un avanti, un dietro, un vicino, un lontano. Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano. Il corpo non è da nessuna parte"; per questo non potremmo originariamente neppure dire di "avere un corpo", ma semplicemente di esserlo, essendo il mondo; ma agendo il corpo incontra se stesso, usa se stesso per agire nel mondo: solo allora ho un corpo come "qualcosa": in questo senso il corpo è subito un fenomeno doppio! Il corpo originariamente in azione rivela immediatamente la sua ambivalenza: distanziando e al contempo approssimando il mondo attraverso l’azione, instaura quello scambio simbolico per cui si da corpo attraverso il mondo, e mondo attraverso il corpo: “il corpo è il veicolo dell’essere al mondo […], se è vero che io ho coscienza del mio corpo attraverso il mondo, che esso è, al centro del mondo, il termine inosservato verso il quale tutti gli oggetti volgono la loro faccia, è anche vero, per la stessa ragione, che il mio corpo è il perno del mondo: io so che gli oggetti hanno svariate facce perché potrei farne il giro, e in questo senso ho coscienza del mondo per mezzo del mio corpo” (Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione). Il corpo originariamente aperto al mondo non conosce ancora quelle distinzioni tra io e mondo, tra soggetto e oggetto, tra interno ed esterno, che si costituiscono piuttosto in un secondo tempo, mediante l’azione. Ciò avviene a partire dal corpo stesso, il quale nell’azione si fa da subito doppio e diventa così strumento, veicolo del suo stagliarsi nel mondo, distinguendosene, e dell’istituirsi del mondo stesso: protensione al mondo, il corpo farà di se stesso una protesi (veicolo ausiliario), un mezzo per cui corpo e mondo, prima uniti in maniera simbolica nella loro co-esposizione originaria, successivamente si distingueranno dando luogo a quelle differenze io-mondo, soggetto-oggetto, interno-esterno. Ma come il corpo fa di se stesso una protesi? Innanzitutto scontrandosi, nella sua attività, con la passività dell’esposizione al mondo: l’azione all'inizio, infatti, si affida alla buona o alla cattiva sorte; il corpo in azione, nel suo incontro-scontro col mondo, attendendo l’esito della risposta dal mondo, si fa cosa del mondo, corpo cosa, Körper. Ma proprio così facendo, il corpo, in questo urto col mondo, si scopre al contempo come corpo vivente, Leib: “proprio lo slancio del corpo, il suo stagliarsi nell’azione, genera per retroflessione e contraccolpo, il senso dell’essere corpo vivente (Leib). […] È perché l’attività spontanea e originariamente aperta al mondo si scontra col suo limite di passività nel mondo che il vivente si percepisce come tale, cioè come impulso sia espansivo che retroflesso in se stesso; e così sperimenta anche tutta la sua inquietudine, la sua furia vitale, il suo timore e tremore” (Carlo Sini, cit.). Il corpo è pertanto da subito, nel suo stagliarsi nell’azione, un fenomeno doppio, corpo vivente e corpo cosa, Leib e Körper. Il corpo vivente è tuttavia più del corpo cosa, è irriducibile ad esso: non un semplice corpo esposto alla passività del mondo, corpo tra i corpi, cosa tra le cose, oggetto tra gli oggetti, ma il corpo proprio dove si dispiega un mondo e si incarna l’esistenza di ognuno nella sua peculiarità unica: "tra i corpi di questa natura io trovo il mio corpo nella sua peculiarità unica, cioè come l’unico a non essere mero corpo fisico (Körper) ma proprio corpo organico (Leib) […]; al mio corpo ascrivo il campo dell’esperienza sensibile, sebbene in modi diversi di appartenenza (campo delle sensazioni tattili, campo delle sensazioni termiche ecc.). questo corpo è la sola e unica cosa in cui io direttamente governo e impero, dominando singolarmente in ciascuno dei suoi organi. Io percepisco, posso sempre percepire, con le mani sensazioni tattili e cinestetiche, con gli occhi sensazioni visive ecc; i fenomeni cinestetici degli organi scorrono nell’io faccio e sottostanno al mio io posso. In seguito, ponendo in gioco le cinestesi, posso urtare, spingere, e cioè agire direttamente e quindi indirettamente con il mio corpo. Nella mia attività percettiva percepisco (o posso percepire) tutta la natura e in essa la mia corporeità propria che in quest’atto è perciò riferita a se stessa (Körper). Ciò diviene possibile perché io posso percepire una mano per mezzo di un’altra, l’occhio per mezzo della mano e così via, ove l’organo funzionante deve farsi oggetto e l’oggetto organo funzionante" (Husserl, Meditazioni cartesiane). L’azione genera dunque per retroflessione il senso del corpo proprio, di essere quel corpo che si volge al mondo attraverso l’agire: “io non sono di fronte al mio corpo, ma sono nel mio corpo, o meglio sono il mio corpo”(Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione); ciò significa che non dispongo del mio corpo come di un qualsiasi oggetto, non me lo trovo di fronte come mi trovo di fronte le cose del mondo, ma che lo sono in prima persona, perché lo vivo, lo abito, perché attraverso di esso si dispiega a me un campo di oggetti che vedo, che sento, che tocco; per questo: “io osservo gli oggetti esterni con il mio corpo, li maneggio, li ispeziono, ne faccio il giro, ma, per ciò che lo riguarda, non osservo il corpo stesso […]. In quanto vede o tocca il mondo, il mio corpo non può quindi essere visto né toccato. Esso non è mai un oggetto, non è mai «completamente costituito», proprio perché è ciò grazie a cui vi sono degli oggetti. Non è né tangibile né visibile nella misura in cui è corpo che vede e che tocca” (Id.). Il corpo vivente, Leib, non è mai pertanto una qualche cosa, una cosa tra le cose, ma nel protendersi al mondo, nell’intenzionarlo, è sempre quel mio proprio corpo attraverso cui si esprime la mia esistenza, che è pertanto sempre esistenza corporea: “il corpo esprime l’esistenza totale, non perché ne è un accessorio esteriore, ma perché questa esistenza si realizza in esso. […]Entrambi si presuppongono vicendevolmente e il corpo è l’esistenza cristallizzata o generalizzata, e l’esistenza una incarnazione perpetua” (Id.): se infatti l’esistenza è il movimento dell’ek-sistere, dello stare sempre oltre sé, dell’oltrepassare la situazione data, allora il corpo proprio, che si scopre nel retroflettersi dell’azione sul mondo, è il ritorno di questo movimento e dunque esistenza che si cristallizza in una certa situazione; allo stesso modo però, se l’azione esprime l’originaria apertura al mondo del corpo che vede, che sente, che tocca, questo suo protendersi, la sua potenza sul mondo, allora il corpo proprio che agisce non può che essere l’incarnazione perpetua dell’esistenza nell’espressione del suo movimento; corpo ed esistenza si implicano pertanto vicendevolmente, e l’esistenza è sempre esistenza del corpo. È dunque il corpo proprio che esperisco nel mio esistere, nel mio inerire al mondo: esistenza corporea che in cui io governo e impero, possibilità e potenzialità ove sottostà ogni mio fare; e questo ben prima, ben più originariamente, ben più a monte della distinzione tra un soggetto (Io, Anima) e un oggetto (Körper) di cui posso disporre: "L’esperienza del corpo proprio ci rivela un modo d’esistenza ambiguo. Se tento di pensarlo come un fascio di processi in terza persona – “vista”, “motilità” […] -, mi accorgo che queste “funzioni” non possono essere collegate tra di esse e al mondo esterno da rapporti di casualità, ma sono tutte confusamente riprese e coinvolte in un dramma unico. Il corpo non è quindi un oggetto. Per lo stesso motivo, la coscienza che io ne ho non è un pensiero, vale a dire che non posso scomporlo e ricomporlo per formarne un’idea chiara. La sua unità è sempre implicita e confusa. Esso è sempre altro da ciò che è, […]radicato nella natura nel medesimo istante in cui si trasforma mediante la cultura, mai chiuso in sé e mai superato. Sia che si tratti del corpo altrui o del mio proprio corpo, ho un solo modo di conoscere il corpo umano: viverlo, e cioè far mio il dramma che lo attraversa e confondermi con esso. Io sono dunque il mio corpo, per lo meno nella misura in cui ho un’esperienza, e reciprocamente il mio corpo è come un soggetto naturale, come un abbozzo provvisorio del mio essere totale. Così l’esperienza del corpo proprio si oppone al movimento riflessivo che libera l’oggetto dal soggetto e il soggetto dall’oggetto, che ci dà esclusivamente il pensiero del corpo o il corpo in idea, e non l’esperienza del corpo o il corpo in realtà" (Id.). Del Leib intenzionate il mondo non si dà alcuna legge di causalità che possa ricondurre i suoi atti ed esso stesso sotto un certo sapere; di esso non abbiamo mai una rappresentazione (Vor-stellung) soggettiva che se lo ponga di contro come un oggetto (Ob-jectus, Gegen-stand) e dunque mai un pensiero o un’idea che ce lo presenti: il corpo proprio è sempre altro da ciò che è, e l’unico modo per coglierlo è viverlo, farne esperienza nell’azione con cui si dispone al mondo. Non dunque un oggetto, ma la condizione del darsi degli oggetti: nel vedere, nel sentire, nel toccare, il corpo come piega originaria del mondo si scontra con esso come ciò che vi sta di fronte, come fine e limite della sua azione che origina il costituirsi degli oggetti: essi sono infatti attraverso il mio corpo che li approssima o li distanzia in relazione alle sue possibilità e li plasma in base alle sue potenzialità. Ma, come sostiene Husserl, in quest’attività del corpo non incontro solo il mondo, bensì posso incontrare anche la mia stessa corporeità, che dunque in tale atto è riferita a se stessa: scopro allora non soltanto di essere il mio corpo, ma anche di averlo; scopro, ad esempio, attraverso l’azione della mano che tocca, ovvero la mano toccante, l’altra mano, che si configura in tal senso come mano toccata: non solo sono la mano che inerisce al mondo, ma anche ho una mano che avverto come cosa appartenente al mio corpo: scopro insomma il corpo come Körper, come ciò che ho, che possiedo a guisa di un oggetto; ma Leib e Körper, corpo proprio e corpo cosa, convivono e coabitano insieme, e lo dimostra il fatto che le due mani possono benissimo alternarsi a vicenda nella funzione di “toccante” e “toccata”, come quando le congiungo insieme: ciò che è in un momento mano esploratrice si può fare nel momento successivo mano oggetto di esplorazione (reversibilità dello scambio che salvaguarda l’ambivalenza originaria del corpo che non è mai un aspetto senza l’altro, corpo cosa distinto dal corpo proprio, corpo oggetto distinto dal corpo soggetto, perché entrambi sono trattenuti insieme, confusi nella simbolica del corpo in azione: non potremmo a questo proposito neppure dire né di avere un corpo né di essere un corpo, ma al contrario dire ad un tempo l’una e l’altra cosa); allora, come vuole Sini, il corpo è immediatamente un fenomeno doppio, Leib e Körper al contempo: piega o doppio del mondo nella sua originaria apertura, il corpo si fa nell’azione anche piega o doppio di se stesso, replica cioè in sé, incarna, quella divisione originaria che esso stesso è; lacerazione questa in virtù della quale l’esistenza non si dispiega in un semplice essere al mondo, ma soprattutto nell’avere un mondo come ciò di cui si dispone per poterlo abitare: l’aria per respirare, il terreno per camminare, le cose del mondo per costruirsene la dimora; ma allo stesso modo, e proprio in quanto esistenza corporea, quella lacerazione raddoppia il corpo stesso che non è allora semplicemente un corpo che si è, che si vive, bensì anche un corpo che si ha, di cui si dispone per poter abitare il mondo, usando le mani per afferrare, le gambe per camminare, gli occhi per vedere; ma, ancora una volta, la mano che uso per afferrare, il piede che uso per camminare, non vanno considerati semplici oggetti di un corpo a disposizione, ma rimandano ad una esistenza che li impegna in un mondo, ad una esistenza che è più di quella particolare situazione in cui sono impegnati, ad un corpo come totalità vivente: il Leib, infatti, è irriducibile ad un corpo cosa, è sempre più di questo: esso è piuttosto il dramma unico e confuso da cui una vita è attraversata, dramma che non posso conoscere con la chiarezza di un oggetto, ma semplicemente vivere, abitare; esso è allora forza attiva che si dispiega e incontra il mondo a partire dall’intenzionalità che lo caratterizza, è il campo delle possibilità, delle potenzialità in cui un’esistenza governa e impera, è il movimento dell’ek-sistenza sempre oltrepassante la situazione data nella protensione a nuovi scenari. Ora, proprio esercitandosi come potenza attiva sul mondo, il corpo vivente entra in una sorta di costante conflitto operativo con quello: la sua azione incontra l’inerzia del mondo, che non è semplice freno ad essa, come pensa invece l’ingenua colomba di Kant che, avvertendo l’aria come impaccio, vorrebbe volteggiare in uno spazio vuoto, ma anche sua condizione di possibilità, come l’aria è in realtà condizione del volo della colomba: il corpo intrattiene ancora una relazione intima col mondo, perché esso non è semplicemente il suo limite, ma anche ciò che ne permette l’azione, ciò di cui si serve: usa il suolo per camminare, l’aria per respirare, la luce per vedere; e fa ciò in virtù del fatto che in questo incontro-scontro esso sperimenta i suoi limiti come anche le sue possibilità: anzi fa della sua stessa passività, retroflessione del corpo attivo nel suo urtare il mondo, un mezzo, un espediente attraverso cui agire; è l'azione originaria del corpo, l'esistenza originaria, che si dà a prescindere dal darsi di un soggetto, perché fondamentalmente al di là di essere un corpo-cosa, vi è una relazione fondamentale tra corpo, esistenza e mondo: e tutto ciò che è Io, è mediante l'azione, l'azione del corpo vivente; noi fondamentalmente siamo, ogni qual volta agiamo il nostro corpo:





















