AYRTON SENNA. ON LIMIT...OF DREAM

Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.

IL CORPO E IL MONDO. Leib e Körper

Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono...Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano.

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Genealogy

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Pierpaolo Pasolini.

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare...

PHILOSOPHY OF RUNNING. La Musica del Respiro

Io sento la terra ed il vento e gli alberi. Io sento il loro spirito. Io sento il ritmo della corsa. È come musica. Gabriel Harmony Jennings.

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giovedì 18 ottobre 2012

ELOGIO DELLA SCONFITTA

..."Successo" è semplicemente il participio passato del verbo "succedere"...

Alla Juventus F.C. dicono che "vincere non è importante, è l'unica cosa che conta". Una frase che fa scuola, cultura, almeno in Italia, ma non solo, sia calcio o meno. La cultura del successo. Ciò che conta è il risultato finale, la vittoria, e così sia. Senza presunti moralismi, sovrastrutture, illusioni: le scuse, le analisi dettagliate, gli "specchietti estetici" vengono dopo, sono vanto dei perdenti, in fondo, se la meta è vincere, arrivi o non arrivi, vinci o non vinci, sei felice o non lo sei...chi vince è bravo e contento, gli altri no, mentre questi parlano lui gioisce e se la ride, punto. Ed è veramente così per ogni sportivo che si rispetti: si gareggia e si compete per superare gli avversari, o se stessi, dimostrare di essere i migliori, mica per partecipare, con buona pace di De Coubertin. E dei cultori della morale: chi è forte è invidiato, questa la genealogia della morale, e della cultura dell'alibi (gli arbitri, il terreno, il clima, la forma, gli infortuni, lo stile...). E se l'invidia uccide chi la prova, la vittoria aiuta a vincere. Chi guarda gli altri dall'alto, come la strategia nelle tattiche militari, gode di una posizione di vantaggio: si chiama brama, condita nel vincitore dall'autostima, dalla fiducia in se stesso, dalla spinta degli elogi, ma fondamentalmente desiderio, perché l'uomo è un'essere infinitamente desiderante e, si sa, il suo appetito vien mangiando, una fiamma che alimenta se stessa, il desiderio ritorna imponente appena dopo soddisfatto, diciamolo pure come vogliamo, il fatto è che la vittoria accresce la fame, un vincente non è mai sazio di vincere! Eppure lo Sport non è proprio affine al campo militare, e se lì il nemico viene annientato, perché vi sia competizione, invece, c'è bisogno dell'avversario, e di (almeno sulla carta) condizioni paritarie di partenza al netto delle abilità da mostrare poi sul campo, di regole condivise. Ci sarà sempre un vincitore e uno sconfitto. Ma ci sarà sempre, finché c'è competizione, anche il desiderio di vittoria dello sconfitto, la possibilità data al perdente di poter maturare un'autentica cultura della sconfitta, che sia un proprio spazio autonomo di incubazione e crescita, e non semplicemente il lato oscuro della medaglia, la faccia negativa e contraria del successo, che volti le spalle finalmente a invidia e alibi, a chiacchiere vuote. Anche la sconfitta può aiutare a vincere, non solo: anche a godersi la strada che porta alla vittoria, a godersi lo sport, ad accettare l'essere finito che siamo, a superarne i limiti.
Perché, fondamentalmente, "successo" è semplicemente il participio passato del verbo "succedere": il Successo è solo uno stato, semplicemente "successo", già alle spalle, passato, apre subito la strada a un eventuale "successore", qualcun altro che potrà avere "successo"; soprattutto quando ottunde la mente, la annebbia. È un rischio questo insito in lui medesimo: perché la gioia e l'euforia che ne derivano sono stati assoluti (ab-solutus, privo di lacci), sciolti dalle trame reali (la Nike è alata, non mantiene "i piedi per terra"), e quindi spesso di loro dimentiche: sono stati espansivi, colmano e pervadono l'essere che si acquieta in loro, ne è appagato; il dolore e la delusione della sconfitta, al contrario, attorcigliano, piegano su se stessi, sono riflessivi, portano a domandare, a domandarsi; a tastare la strada che porta alla vittoria, a tentarne i sentieri. Lo sportivo non è solo chi vince, ma chi lavora umilmente e duramente per vincere: perché la vittoria non è solo un risultato, un arrivo, un "successo", non è solo una meta, ma fondamentalmente una strada, un percorso. Ecco perché con lo sguardo alla via, e non alla meta, si apre un elogio della sconfitta: essa è  molto più formativa del successo, incrina le nostre convinzioni, mette in crisi (krisis, dal greco krino, separare, giudicare, valutare), apre lo spazio della valutazione e del giudizio, e della crescita e maturazione, come l'adolescenza, periodo di crisi per eccellenza, apre la via alla maturità; periodo di rim-pianto, e la sconfitta anch'essa altro non è che un rimpianto, perché mette in luce ciò che si poteva fare meglio, ma riprende anche il pianto per costruire qualcosa di migliore! Ecco perché, allora, spesso "il successo è deformante, rilassa, inganna, ci rende peggiori, ci aiuta ad innamorarci eccessivamente di noi stessi; al contrario, l'in-successo è formativo, ci rende stabili, ci avvicina alle nostre convinzioni, ci fa ritornare ad essere coerenti. Sia chiaro che competiamo per vincere, ed io faccio questo lavoro perché voglio vincere quando competo. Ma se non distinguessi quello che è realmente formativo e quello che è secondario, commetterei un errore enorme" (Marcelo Bielsa). La vittoria per lo sportivo, è affascinante, ammagliante, è l'unica cosa che conta...è la meta...ma la sconfitta è la bellezza del paesaggio attorno, la forza che rimette in cammino, la maturazione del raccolto, è la strada che porta al traguardo!
Tommy 

mercoledì 18 aprile 2012

SPORT PSYCHOLOGY. The mystic Fire

Il mio corpo è più nella mia anima di quanto la mia anima sia nel mio corpo. Il mio corpo e la mia anima sono più in Dio di quanto siano in loro stessi.
Meister Eckhart

Platone diceva che la Filosofia non è un sapere che si possa insegnare, come succede invece con le altre scienze, ma si genera all'improvviso nell'anima, accade come un dono inaspettato della divina follia, dopo una lunga frequentazione, un lungo allenamento, "come la scintilla che scaturisce dal fuoco e poi si nutre di se stessa". L'amore per la filosofia è come una scintilla da cui nasce quel fuoco in grado di illuminare in maniera profonda l'esistenza trasformandola costantemente in luce e fiamma, e per quanto possa venire insegnato, semplicemente accade. Credo che la stessa cosa si possa affermare per lo Sport, a proposito di quella passione che, quando nasce, si incarna nell'esistenza dello sportivo e vi rimane per sempre. Lo Sport non si insegna, perché per quanto lo si possa insegnare, lo si deve prima di tutto amare, e tale amore è una fiamma che arde dentro e non ci si spiega il perché, come un dono della divina follia. Ma nello Sport può accadere anche un'altra cosa, ancor più bella della passione, simile al fuoco della Filosofia: per quanto ci si possa allenare, e tuttavia solo dopo un lungo, costante e faticoso allenamento, accade all'improvviso sono alcune volte, solo ad alcuni, quasi fossero eletti, di avvertire una strana sensazione, una scintilla che nasce dentro, un Fuoco che arde tutto il corpo, una fiamma che poi si nutre di se stessa e che trasforma il proprio essere: tutto il vissuto si trasforma e sensazioni nuove, mai provate, penetrano il respiro, come essere in una bolla d'aria, un mondo fuori del mondo: allora ci si sente come invincibili, scompare la fatica, si diventa tutt'uno col proprio gesto e ciò che lo circonda. Come giungere ad una soglia misteriosa superata la quale si apre un nuovo paesaggio, come uno scarto che accade di lampo e cambia tutto, come un volo improvviso dopo una faticosa salita. Allora il corridore non sente più l'affannarsi del respiro, né la fatica sulle gambe, semplicemente va, diventa tutt'uno con la sua corsa, è parte di ciò che lo circonda e con esso fluisce...come Abebe Bikila alle Olimpiadi di Roma, quasi che i suoi piedi scalzi diventassero il terreno sotto di lui, una cosa sola con la strada che scorreva; e come lui tanti altri corridori e atleti che, pur senza raggiungere quei traguardi, varcano quella soglia e raggiungono quella sensazione unica, diventare la corsa stessa, o lo stesso gesto atletico; o sentire la simbiosi col proprio mezzo, come un pilota, con la macchina, il sedile, le ruote, il volante, quando si abbassa la visiera e si accende il motore tutto risponde alla sua guida come fosse un corpo solo: "pensi di avere un limite. Così provi a toccare questo limite. Accade qualcosa. E immediatamente riesci a correre un po' più forte, grazie al potere della tua mente, alla tua determinazione e al tuo istinto, e grazie all'esperienza...puoi volare molto in alto!" diceva Ayrton Senna; o padroneggiare un pallone in maniera magica, o il proprio attrezzo di gara, sentire che con quello puoi fare quello che vuoi; o sentire che la pista, il campo di gara, lo stadio diventa la tua forza, l'energia che ti carica come un combustibile che alimenta quel fuoco: "quando mi affaccio al cancelletto di gara, stringo le manopole dei bastoncini ed è il segnale di attivazione...da quel momento in poi entro in trance agonistica. La mente si sgombra di tutto, seguo il mio filo d'Arianna" diceva Giorgio Rocca delle sue gare, un filo che si snoda attraverso le porte, gli ostacoli del percorso, e porta dopo porta diventa più scorrevole e meno intricato, col crescere dell'entusiasmo del pubblico, fino all'arrivo. Ma ci sono esempi di ogni sport, di tantissimi atleti, che avvertono questo Fuoco, in declinazioni diverse, con sfumature diverse; esso può essere descritto in molti modi, è difficile raccontare una sensazione per cui non si ha parole; e può essere chiamato in molti modi da chi lo studia: in Psicologia dello Sport, ad esempio, si parla di "entrare nel flusso", "essere nella sfera", "entrare in trance agonistica", "raggiungere il punto di massima prestazione" e via dicendo...ciò che è comune a tutte le riflessioni è il fatto che è come se nel momento in cui si accende quella scintilla nel corpo dell'atleta la coscienza si annullasse o meglio, raggiungesse uno stato più elevato, non più intenzionalità verso un mondo, ma mondo (spirito assoluto direbbe forse filosoficamente Hegel?): come se il movimento non avesse più un carattere mentale, una mente che lo valuta, lo controlla, lo dirige, ma entrambi, mente e movimento, raggiungessero uno stato di perfetta unione e armonia, una cosa sola, uno stato che unendoli li trascende entrambi: allora è la Grazia, come eccellenza e bellezza del gesto sportivo, come gloria di chi lo compie, e memoria in chi lo ammira! Ciò di cui parla la psicologia va al di là della psicologia, sconfina oltre, perché ogni descrizione è riduttiva, può spiegare, ma non comprendere. Lo potrebbe raccontare forse la filosofia, nella sua umiltà e povertà di sapere, semplice amore-per-il-sapere, una Filosofia dello Sport che possa forse iniziare dalle parole di Platone, o dal Fuoco cosmico di Eraclito - quel fuoco "sempre vivente, che si accende e si spegne secondo giusta misura", un fuoco che accesosi nell'uomo lo rende frammento dell'ordine universale, partecipe per un attimo del mondo divino. Ma più di tutte, forse, quel fuoco divino che si accende sul petto dell'atleta, è un'esperienza Mistica, nel senso proprio del termine: dal greco mistikòs, misterioso, e prima ancora myein, chiudere, tacere...perché di quell'esperienza misteriosa, forse, più che parlare, si deve tacere e ammirare, contemplare la dimensione del sacro che ad alcuni semplicemente accade, come un'esperienza diretta, difficilmente comunicabile. Allora l'estasi mistica che accade, quella scintilla divina che si accende, potrebbe essere letteralmente un e-stasi, un uscita dalla stasi attraverso il suo contrario, il movimento, dove le trame abituali a oggetti, cose o persone, persino verso se stessi, le relazioni statiche, si sfaldano improvvisamente verso quella realtà e-statica, divina, da cui si è in grado di illuminare l'e-sistenza, di vedere la sua realtà ultima, come la Grazia, un fuoco divampato dentro che resta e lascia il segno; un'esperienza che segna appunto, ed appaga, perché chi dedica l'intera vita allo sport, è come in questo stato avesse la sua divina ricompensa, e non chiede altro per 'intero corso della vita, anche se non dovesse ottenere mai una medaglia olimpica, o non vincere mai un campionato del mondo. Essere uno col proprio corpo, uno col tutto, nella Grazia del movimento, dove la fatica è ripagata e si è il mondo in cui si corre, dove niente può fermare. Perché lo Sport, in fondo, è una meditazione silenziosa, una preghiera umile del proprio essere, che attraverso l'allenamento e il duro sacrificio, cerca quella illuminazione; quel Fuoco mistico, quella luce divina: "Il mio corpo è più nella mia anima di quanto la mia anima sia nel mio corpo. Il mio corpo e la mia anima sono più in Dio di quanto siano in loro stessi" (Meister Eckhart).
                                                                                                                                   Tommy



martedì 17 aprile 2012

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

Ogni primo movimento, ogni movimento involontario è bello, mentre è deviata e fasulla ogni cosa non appena essa comprende se stessa. Ah, l'intelletto. L'infelice intelletto.
Heinrich Von Kleist

L'esistenza umana si manifesta essenzialmente nel movimento...sin dal concepimento, dalle prime movenze nel ventre materno, dalla nascita; e poi per tutta la vita, in qualsiasi azione, e persino nel riposo, anche solo il respiro...l'uomo è costituzionalmente un essere che si muove; lo sport, d'altra parte, è una manifestazione della vita quotidiana che più di altre ha a che fare col movimento: corse, salti, gesti tecnici che prevedono l'azione motoria di particolari arti o parti del corpo...un corpo che si mantiene in movimento, si dice anche comunemente, è con evidenza un corpo sportivo. Spesso, inoltre, si ritiene che lo sport, e quindi il movimento, abbia a che fare più con attività fisiche che mentali: certo, ogni movimento ha il suo correlato psichico, ma esiste davvero una dualità tra mente e movimento? Qual'è la relazione che intercorre tra loro? C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare: volare come le aquile, correre come un felino...dove ogni gesto è perfetto, per ritmo, sincronia, forza, delicatezza, eleganza, tutt'uno con ciò che lo circonda; l'animale non ha un movimento, è tutt'uno col suo movimento e l'ambiente attorno: l'aquila è i suoi cieli, e il ragno la sua tela. Diversa la situazione per l'uomo, povero di istinti, si muove incerto, non in un ambiente, ma per un mondo che si presenta come un campo di sorprese: egli ha un mondo e vi va incontro, ricevendo risposte positive o negative; nel movimento, un animale è semplicemente il suo corpo...un felino è la grazia del suo corpo, in ogni movimento; l'uomo, invece, deve far fronte al suo corpo, è un corpo vivente, ma ha al contempo un corpo cosa da educare, gestire, controllare...il suo movimento non ha la fluidità del gesto animale, e risulta, il più delle volte, meno aggraziato. Insomma, mentre il movimento dell'animale appare sicuro e integrato al suo ambiente, perfettamente adeguato ai suoi scopi, quello dell'uomo risulta essere trattenuto, intralciato, turbato. Questo intralcio alla grazia del movimento si chiama coscienza, mente, intelletto; e per questo Von Kleist, parlando del movimento, chiama "infelice" l'intelletto: esso è nell'uomo la rottura che lo separa nel movimento dallo stato di grazia, proprio invece di un essere che non ha coscienza, come l'animale, o dell'essere dall'infinita coscienza, Dio. Tuttavia, non si deve pensare alla coscienza come ciò che semplicemente si oppone al movimento: ogni movimento umano è già da subito intriso di coscienza, e la mente non è se non nel movimento! Essa avviene quando il corpo, muovendosi, incontra e si scontra col mondo: "Ogni movimento del nostro corpo, infatti, oltre a stabilire un contatto con il mondo, veicola l’effetto del mondo sul corpo che incrina la spontaneità e l’immediatezza del movimento stesso nel suo prosieguo. Questa impercettibile crisi, che chiede al corpo una rielaborazione del messaggio del mondo e una modificazione del movimento successivo a partire dalla qualità del messaggio ricevuto, è l’origine della coscienza, che dunque è già rintracciabile nella motricità come incrinatura del suo fluire spontaneo" (Umberto Galimberti, Psiche e Techne). La coscienza (e la riflessione in senso originario) è il riflesso del mondo sul movimento del corpo, che in quell'incontro-scontro interrompe il suo fluire spontaneo: cresce e si sviluppa nella crisi del movimento; dalla crisi nasce la coscienza che giudica - krino in greco, da cui crisi - le risposte ottenute dal mondo; ogni crisi custodisce in sé la potenzialità di un nuovo apprendimento; apprendendo dalle risposte ottenute dal mondo la coscienza è memoria, che non è il semplice ricordo, ma l'intenzionalità e la proiezione futura delle risposte già apprese: così ogni atto o gesto motorio è sempre orientato, intenzionale, mentale, raccoglie le trame del passato, le risposte avute, e le proietta nel presente e nel futuro. La mente definisce e ridefinisce pertanto ogni atto motorio, è incarnata in qualunque movimento, è nel movimento. Ciò significa che anche la presunta identità, che spesso viene pensata come qualcosa di coscienziale, mentale, come un io quale nucleo centrale rispetto al mondo, che attraversa fisso le trame dello spazio e del tempo, è una realtà in movimento, è nel movimento: "ciò che è io, è mediante l'azione" (Novalis); non c'è anima, o spirito o mente o qualsiasi presunta sede dell'interiorità, staccata dal corpo, dal corpo vivente che agisce e interagisce nel e con il mondo. Ciò che viene appreso dall'anima, dalla coscienza, ciò che matura come io è grazie all'azione, e a quella sua manifestazione fondamentale che è il movimento; è per questo motivo che anche qualsiasi apprendimento mentale è più efficace se è nel movimento, se è pratico come si dice e non sul piano della pura teoria. Perché ciò che è mentale è fondamentalmente nel movimento, non a fianco o in opposizione ad esso, ma incarnato in esso, nell'incontro-scontro del corpo col mondo. Ed è per questo che, come sembrano peraltro confermare le ultime ricerche, lo sport, in quanto manifestazione della vita quotidiana che come abbiamo detto in apertura ha strettamente a che fare col movimento, sembra favorire fin dalla più tenera età lo sviluppo e la qualità di determinati processi mentali. Lo sport come educazione della mente attraverso il movimento! Non solo, nello sport si può imitare, e persino raggiungere, quella grazia del movimento, quella eccellenza e bellezza del gesto, che abita spesso in regni lontani; ma che a volte diventa più prossima, più vicina, attraverso le gesta di un atleta olimpico, le azioni di un campione, la gloria del vincitore, la cui purezza e perfezione restano impresse nella memoria; in quella grazia è come se "l'infelice intelletto" venisse per un attimo posto da parte, e non ci fosse né più coscienza, né mente, solo un corpo slanciato nel suo movimento in perfetta armonia col mondo. In quel momento l'atleta può tutto, niente lo può fermare...come se la coscienza, quella condanna che ci portiamo appresso nel bene e nel male sin dal primo movimento, raggiungesse per un attimo uno stato più elevato e si trasfigurasse nella grazia: allora si è come aquile che solcano i cieli o leoni che si slanciano verso la loro preda. A questo stato mira anche una Psicologia dello Sport! Ma primariamente essa dovrebbe riconoscere che la mente dell'atleta è nell'azione, è movimento; una disciplina che non sia semplicemente un occuparsi del mentale mettendo in secondo piano il fisico; perché propriamente non esiste una distinzione tra mentale e fisico, se non in un'astrazione che non coglie mai la realtà concreta dell'atleta sul campo di gara: mentale e fisico coesistono nel movimento, sono l'uno il fuoco dell'altro, lo stesso fuoco, che contemporaneamente gli dà calore e nutre entrambi. Questo fuoco è il corpo, su cui anche la psicologia dovrebbe porre il focus, il corpo in azione, in movimento. Un corpo vivente, non un'anima dove stanno i processi mentali di un corpo cosa. Un corpo di cui va mantenuto il fascino misterioso, le trame profonde, il desiderio di grazia, senza avere la pretesa di porle sotto la verità dell'intelletto: "deviata e fasulla ogni cosa non appena comprende se stessa": l'intelletto non può comprendere, se non in modo deviato e fasullo, il corpo in movimento, perché è solo mediante esso, invischiato in esso. E una disciplina che sia solo psichica, è semplicemente infelice, quanto "l'infelice intelletto".
Tommy

giovedì 12 aprile 2012

SPORT PSYCHOLOGY. Occhio non mente

Quando un occhio osserva un occhio e guarda in esso ciò che appunto esso ha di più bello, e con cui vede, in tal caso potrebbe vedere se stesso.
Platone.

Gli occhi della tigre. Così spesso viene dipinto lo sguardo di quegli atleti che come il feroce predatore, non desiderano altro che la loro ambita preda, la vittoria! Occhi fissi davanti a loro, all'obiettivo, senza palpitazione. Occhi concentrati, determinati, fermi. Occhi calmi, come la calma olimpica, la virtù dei forti...nel silenzio del mondo attorno, perché non c'è più alcunché a interferire tra sé e il resto, né il rumore dello stadio, né il movimento di qualsiasi altra cosa...come se non volasse neppure una foglia...nulla può distogliere lo sguardo della tigre al suo scopo, la tigre è il suo scopo, e quando si aziona lo start i suo occhi diventano tutt'uno con la corsa verso di esso, con la meta, nella padronanza del proprio corpo. Negli occhi della tigre si rispecchia l'anima del vincitore, l'atleta teso con tutte le sue forze al traguardo della gloria, la vittoria! Anche se mille ostacoli dovessero frapporsi alla corsa, e la preda sfuggire per mille motivi! Questo è l'autentico sguardo che un'autentica Psicologia dello Sport può gettare sull'atleta, lo sguardo cui mirare...lo sguardo, non l'anima...l'occhio, non la mente!
Gli antichi sostenevano, a ragione, che l'occhio è lo specchio dell'anima...ma in modo, forse, differente da come pensiamo questa espressione. Per conoscere una persona dobbiamo davvero guardarla negli occhi? Conosci te stesso, da lì, da quell'iscrizione dell'oracolo di Delfi, muoveva per Platone ogni ricerca, anche prima di conoscere gli altri, e ogni altra cosa, indagare se stessi...e indagare se stessi ha profondamente a che fare con la vista - per Platone il conoscere in senso ampio ha a che fare col vedere (le Idee, eidos: forma, aspetto; idein: vedere)! Dove allora possiamo vedere noi stessi, e conoscere noi stessi? Nel riflesso della pupilla dell'occhio altrui, dove il nostro essere si riflette: "quando guarda nell'occhio il volto si riflette nello sguardo di chi si trova di fronte come in uno specchio, che chiamiamo anche pupilla, dato che è come un'immagine di chi guarda"; quando guardiamo negli occhi di un'altra persona la pupilla riflette il nostro sguardo, vediamo e al contempo ci vediamo. Il riflesso si distingue nella pupilla. Nulla pupilla rivediamo un'immagine di noi, ma un'immagine fanciullesca, di simulacro (pupilla, latino pupa, fanciulla ma anche bambola), dunque un'immagine riflessa fedele e non fedele, luccicante, perché il luccichio della pupilla è come il brillio di uno specchio d'acqua, ci ritorna un'immagine che accenna, ma non svela totalmente; come un'ombra, perché come l'ombra accompagna le persone, così lo scintillio dell'iride dell'altra persona esprime quasi un doppio, un'ambivalenza, siamo noi e siamo altro, siamo noi essendo altro; il fatto è che l'immagine che vediamo di noi nella pupilla è al contempo lo sguardo dell'occhio dell'altra persona che incontriamo, cui incrociamo lo sguardo, con cui ci confrontiamo: allora la nostra immagine vive dello sguardo degli altri, si mescola e si modifica con essa. Quando lo sguardo degli altri prende vita, viviamo dello sguardo degli altri, nello sguardo degli altri...così possiamo vedere una parte di noi...perché chi ha paura o ha da nascondere, abbassa lo sguardo, o lo distoglie, non per non farsi vedere, ma per non guardarsi; un tempo si credeva che lo sguardo di un ammalato morente non riflettesse più l'immagine di colui che vi guarda, non avesse più riflesso, scintillio: era segno che l'anima stava abbandonando il corpo, non c'era più quello scambio di vita che è lo sguardo; e quando una persona effettivamente muore, con gli occhi chiusi o uno sguardo assente, e non incrociamo più il suo sguardo, muore letteralmente con essa una parte di noi. Perché la vita è negli occhi degli altri, e con essa ciò che la anima, la nostra anima, noi. Questione di sguardi. Nella verità degli sguardi si nasconde il conosci te stesso, la propria anima: sguardi mutevoli, d'amore, d'odio, di verità o inganno, enigmi dell'anima, come un gioco di specchi riflettenti....chi siamo? donde veniamo? dove andiamo? Perché l'occhio è davvero lo specchio dell'anima. Ma se l'occhio non mente...l'occhio non è la mente! Fuori dal gioco di parole, non c'è interiorità dello sguardo, né interiorità dell'anima...perché lo sguardo è sensibile, fisico, corporeo è l'occhio non è quindi lo specchio di alcuna mente o io interiore: se guardiamo gli occhi degli altri non vediamo la loro anima, il loro "dentro"! Solo il riflesso di un'ombra di noi stessi, da inseguire continuamente, in quello ed altri incontri! L'occhio degli altri è solo lo specchio della nostra anima, del nostro cammino di vita, all'inseguimento di noi stessi! E l'anima è semplicemente il nostro corpo vivente che si confronta con lo sguardo degli altri, la vita delle nostre azioni, dei nostri discorsi, dei nostri pensieri!
Questo discorso non conduce necessariamente lontano da una Psicologia dello Sport, a patto di  riconoscere, a mio avviso, che l'occhio della tigre, il gesto dell'atleta, non ha bisogno di alcuna indagine interiore, che prima ne separi il corpo, ridotto a corpo cosa, fisico, per inquadrare e indagare poi le trame della sua mente, della sua anima, dello psichico appunto, che servono o comandano quel corpo nel gesto atletico, riconsiderato e riunificato poi a posteriori; non c'è solo un enorme fascio di muscoli e nervi aiutato, controllato e diretto dai processi della mente, ma molto di più, un corpo vivente che quando si aziona lo start ha occhi solo per la gara, perché la tigre è la sua corsa, il suo scopo, la sua preda e il suo occhio vive nel riflesso dell'occhio dei competitori. La competizione (cum-petere) è un ricercare assieme, una sfida del superamento reciproco, dove il sé dell'atleta si mette in discussione nella ricerca di superare gli altri, e così avere una conferma di sé, un nuovo sguardo di se stesso, un autosuperamento. Come gli occhi sono lo specchio dell'anima perché nel riflesso dell'occhio dell'altro noi apriamo la via per conoscere noi stessi, così l'identità, l'anima dell'atleta non vive nella sua interiorità, ma nelle sue relazioni, vale a dire nel confronto, nel rispecchiamento della competizione, con gli altri. Forse il paradosso dell'oracolo di Delfi è proprio questo, che non esiste il sé senza l'altro, un'anima senza il corpo, un atleta al chiuso del suo stanzino a pianificare e gestire la sua gara, senza i rivali, e gli occhi della tigre!
Tommy 

venerdì 6 aprile 2012

JULIAN ROSS. Therapeutic Culture and Sport (part 2)

L'uomo non è mai stato consolato, compreso, curato, beneficato come oggi; ma, nella nostra civiltà, l'angoscia aumenta nella stessa misura in cui si perfezionano le terapie.
E. Severino


...camminando, con le mani nelle tasche, come vecchi amici nel silenzio del mondo attorno, Julian ha il portamento di un Principe, la sua camminata, i suoi occhi, sono la leggerezza, la felicità e la passione con cui vive la vita; mi parla della moglie e dei figli, dei bambini che allena, degli atleti che cura...ha un sorriso di dolcezza, e realizzazione; poi d'un tratto, come un lampo, si fa serio, ma non triste, semplicemente profondo: "Ho passato la mia giovinezza tra campi di calcio e ospedali Tommy, senza appartenere propriamente a nessuno di essi, uno straniero, un viandante, solo frammenti...ma questa erranza mi rende ora felice, sto facendo della passione la mia professione, cercando di unire i frammenti in unità, una medicina dello sport, anzi meglio, uno sport come terapia: portavo mio malgrado lo sport dentro le stanze di un'ospedale, per curarmi, ora cerco di portare la medicina fuori dagli ospedali, nei campi da gioco, per comprendere, non per curare...non è una terapia dello sport, ma uno sport come terapia, capisci?" Onestamente no, ma sospetto che Julian stia parlando di uno di quei rovesciamenti della tradizione, quei rinnovamenti del gioco che tanto gli piacevano, del tipo della filosofia del calcio totale. "Viviamo in un'epoca in cui per tutto si richiede una cura, tutto viene medicalizzato...non ti sto parlando solo di medicina, ma di cultura nel senso più ampio possibile: un farmaco, in senso letterale o metaforico, come cura per qualsiasi aspetto della vita quotidiana. Io cerco solo di ricordare il senso più autentico e proprio della parola farmaco, che nel greco pharmakon ha un senso ambivalente: era si la medicina, il rimedio, ma anche il veleno...perché a certe dosi, oltre il limite, la cura diventa veleno. E al contrario, a volte, il veleno diventa il vero rimedio, l'antidoto". Lo guardo stupito. "Si è diffusa una cultura del farmaco unicamente come cura, dell'eccesso oltre il limite della cura come terapia, della terapia come modo di pensare...una cultura terapeutica. Lo sai che il manuale diagnostico dei disturbi mentali cataloga circa 400 disagi passibili di cura, un numero in costante crescita e aggiornamento? Che ormai l'80% e oltre della popolazione statunitense è stata vista, almeno una volta, da uno specialista della psiche? Che in molti paesi più della metà delle persone prende o ha preso antidepressivi o pillole della più svariata specie che controllano e regolano stati emotivi, o qualsiasi altra forma di disagio? Che bambini di 4 anni vengono dichiarati depressi, e fin dalla più tenera età sono presi in cura per la loro tristezza, aggressività, ansia ecc.? Non ti sembra che nonostante la chiusura dei manicomi, un manicomio sia ormai diventato il mondo? E non vedi poi che la medicina preventiva ti dice ciò che devi fare per la tua salute, da mattina a sera, nella tua dieta, nel tuo vestire, in ogni azione di ogni ambito della vita quotidiana? Che vengono diagnosticate sempre nuove malattie? Che vengono inventati nuovi sistemi di cura?...Mi chiedo, ti chiedo: tutto ciò, è semplicemente un avanzamento della ricerca medica e psicologica? Prova a uscire per un attimo dall'ambito medico terapeutico, pensa ad altri settori della vita, e pensa al linguaggio: stress, ansia, dipendenza, trauma, sindrome, fobia, emotività, guarigione, crisi ecc. sono parole o campi che vengono usati per descrivere normali episodi della vita di tutti i giorni, e sono entrati ormai nel nostro immaginario. Ciò che è clinico, insomma, si estende oltre misura, e diventa un fatto culturale, fonte di interpretazione di ogni cosa"...è un fatto innegabile, ma qual'è il pericolo del diffondersi di questa cultura terapeutica? "Che è falsa. Nega ciò che vorrebbe affermare" Non capisco Julian. "Mentre promuove la cura della persona, dell'individuo - sono sicuro che termini come salute personaleautostima, autorealizzazione, libera scelta, soddisfazione personale, libera espressione del sé ecc. non ti risultano nuovi-, in realtà postula a priori proprio il suo contrario: la fragilità e la debolezza dell'esistenza, meglio un senso diminuito del sé di cui la preoccupazione terapeutica si deve far carico. Produce così in realtà nella cultura solo e soltanto un'autolimitazione del sé: qualsiasi piccolo intoppo o ingarbo della vita è malattia, devianza, trauma, e va preso in carico, va curato; ogni minima situazione di disagio portata alla luce: sportelli di aiuto, centri di assistenza della persona, meccanismi di assicurazione, tecniche di controllo, pratiche di outing. Un vero e proprio svuotamento della personalità, un'impersonalità diffusa. Dove ognuno, illudendosi di cercare e trovare sé stesso, è in realtà in balia della cultura terapeutica, della sua falsità. Come cervelli nudi in una vasca, controllati e gestiti da un controllo conformante dilagante". Uhm, ricorda molti film del postmoderno, come Matrix o Fight Club. "Per alcuni aspetti...fattelo dire dai cartoni animati però, non si tratta di film! E questa è la seconda cosa: identità fragili e incerte, postulate e diffuse, pullulano in effetti nel postmoderno, dove la tendenza all'individualizzazione si accompagna alla frammentazione che si riversa in mille tentativi tra culture, tribù, miti, idoli, commistioni, pur di trovare sé stessi; tutti brandelli di identità, nel reale allontanamento degli altri: chiusi in una stanza o nel proprio mondo, si è social solo a livello virtuale, davanti allo schermo della tv, del computer o del proprio dispositivo portatile. Questo fallimento non può che aprire la strada alla gestione del sé, al controllo: chi è debole, è facilmente manipolabile, e controllabile...un controllo certo non forzato, non coatto, ma a cui ci si consegna spontaneamente, perché è terapeutico e promette la salute e il ritrovo di se stessi. Lascio a te considerare gli eventuali risvolti politici e sociali della faccenda, come quando in occasione di stragi, tragedie, omicidi, crisi, situazioni negative si scatenano tutti gli esperti della terapia. Pensaci! Ti ricordo solo che i nostri limiti, il senso tragico, gli stati di crisi sono gli eventi fondamentali della nostra esistenza: perché solo di fronte ad essi diventiamo veramente consapevoli di chi siamo, come di fronte alla morte, il limite fondamentale, diventiamo consapevoli della nostra esistenza. L'eccesso della cura, la cultura terapeutica, nasconde proprio i nostri limiti più propri, perché ne diffonde un livellamento impersonale, e se ne fa carico. Ci affidiamo alla medicalizzazione di tutta la nostra esistenza, e perdiamo la comprensione di chi siamo, dei nostri limiti e delle nostre potenzialità. Io stesso ho imparato a capire qualcosa in più di me sul campo di calcio, inseguendo un pallone, un sogno...quando per vincere una finale mi sono trovato faccia a faccia con la morte, da lì in poi non mi sono mai sentito così vivo. Ho iniziato a gettar luce sulla mia vita, entrando a contatto coi miei limiti, a volte vincendo, a volte uscendo sconfitto. Ora cerco di fare lo stesso nel mio lavoro, con giovani sportivi...cerco che la medicina, attraverso lo sport, sia un ausilio perché imparino a diventare ciò che sono". Quindi se ben capisco è questo il senso profondo di quando parli di sport come terapia: in un'epoca dove domina la cultura terapeutica, l'eccesso della cura, lo sport restituisce al farmaco il suo senso più proprio, ricorda che la medicina può essere anche veleno: il farmaco per comprendere e aiutare, non per curare e controllare! E lo fa mettendo in contatto lo sportivo con i suoi limiti, con la sua esistenza, non sottraendoli e nascondendola. "È proprio questo. Il fatto a mio parere fondamentale è che l'impatto terapeutico incide perché considera il corpo umano come un oggetto, un corpo cosa: ridotto al tavolo degli anatomisti, allo sguardo dei medici, esso può essere squartato e considerato nel suo insieme di organi, nel suo fascio di nervi, nelle sue funzioni vitali, nei suoi processi chimici e fisici, nelle sue capacità muscolari ecc...insomma, tutte le applicazioni che conosciamo della medicina...ma che cos'ha questo corpo del corpo vivente che insegue un pallone o esegue con esso una giocata geniale? E se il corpo è ridotto da quello sguardo a un insieme di atti in terza persona, dall'altra parte c'è chi si occupa di quello che resta, gli esperti dell'anima, della psiche, con le sue cognizioni, emozioni, comportamenti, atti, processi ecc...ma in fondo, che ne sanno anche questi dell'emozione unica e irripetibile che ognuno a modo suo prova toccando un pallone, o di quanto il calcio sia una scuola di vita! Quando questi sguardi guardano allo sport, lo fanno con occhio terapeutico: spesso per prevenzione, spesso per autostima, fate sport, fa bene alla salute, rende equilibrati con se stessi! Sai che ti dico Tommy...che importa! Lo sport è molto di più! Quando giocavo a pallone ero molto di più che un cuore di cristallo o un capitano carismatico, ero la mia esistenza nella sua passione, né corpo né anima, ma un corpo vivente, la mia vita che si confrontava coi suoi limiti, lì mi sentivo vivo...Lo sport può anche non far bene alla salute, può anche ledere all'autostima...di sicuro fa bene all'esistenza, la mette a contatto fondamentalmente coi suoi limiti e potenzialità...diventa quella dose di veleno che può restituire il vero senso del farmaco. Perché senza comprendere l'esistenza ogni farmaco perde il suo senso, ogni terapia diventa vuota, una tecnica impersonale di limitamento e controllo. Fuori dagli ospedali, dallo sguardo della cultura terapeutica, lo sport diventa espressione libera dell'esistenza: la medicina comprendere e aiutare in questo, senza aver la pretesa di spiegare" Si rimette gli occhiali Julian, ci salutiamo affettuosamente e lui se ne va per la sua strada, passeggia nella sua semplicità con le mani in tasca, pantaloni chiari e occhiali scuri, foulard e giubbotto di jeans legato solo dal primo bottone...semplice e unico; e io rimango lì, ai confini della fantasia, ai bordi della realtà, a pensare...non sono più sicuro...ho la netta sensazione che queste visioni profetiche non siano opera della fantasia!            

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Tommy

giovedì 19 gennaio 2012

IL CORPO E IL MONDO: L'illusione dell'Io al centro

L'identità non è nel soggetto, ma nelle sue relazioni. 
Martin Heidegger

Noi siamo persuasi che il centro del nostro essere al mondo sia il nostro Io, la nostra coscienza e il nostro pensiero, la nostra anima; non è così! - se non come riflesso di un originario essere corporeo. Che significa questo? Che il corpo è la nostra esistenza, è la nostra apertura al mondo; la nostra esistenza ha un centro di irradiazione, dal quale arrivano e ritornano i raggi pulsanti della nostra interazione col mondo: questo centro è il corpo; fin dalla nascita il corpo intrattiene un rapporto di ambivalenza col mondo: è distacco, lacerazione, separazione rispetto ad esso, ma al contempo vi appartiene e se lo fa proprio per poter abitarlo: nell'aria che respira, nell'ambiente che lo accoglie, nei volti che incontra (“Essere-nel mondo significa infatti, per il corpo, sfuggire all’assedio del mondo per abitarlo, fuggire dal proprio essere in mezzo al mondo per averlo come luogo d’abitazione. In questo gioco dell’ambivalenza, il corpo deve anche fuggire da sé per prendersi cura di sé. La sua cura è per sé, solo se è per il mondo; solo correndo verso il mondo il corpo si soccorre. In questo senso il corpo è sempre fuori di sé, è intenzionalità, trascendenza, immediato sbocco sulle cose, apertura originaria, continuo progetto e perciò proiezione futura" Umberto Galimberti, Il corpo); questo movimento di distanza-vicinanza del corpo rispetto al mondo è l'azione: attraverso l'azione le  potenzialità del corpo definiscono il tempo e lo spazio del nostro vissuto, l'intimità delle nostre relazioni con le persone o con le cose: creiamo un mondo attraverso le azioni del nostro corpo; di rimando l'ordine delle cose del mondo, degli strumenti con cui abbiamo a che fare, non è un semplice insieme di oggetti che stanno in sé, perché ognuno di essi testimonia delle potenzialità del corpo ("Il corpo è sempre al di là di sé, è al termine delle sue in-tenzioni che sono poi le sue tensioni. Queste si allungano negli oggetti utensili che sono il corrispettivo delle sue possibilità. È con il cannocchiale che il corpo può vedere il cielo stellato e, appoggiando i suoi occhi all’estremità delle lenti, con lo sguardo, abitarlo [...]. Percorrendo la serie degli strumenti, solo apparentemente il corpo fugge da sé e si smarrisce nel mondo, in realtà fugge verso di sé, perché le cose raggiunte o prodotte dagli strumenti sono già cariche di significati umani, per cui l’azione del corpo nel mondo, che mette capo alla produzione delle cose, non è altro che il tentativo del corpo di possedersi nelle cose che, prodotte, gli rivelano le sue possibilità" cit.). Noi abitiamo un mondo per mezzo del corpo, e il mondo riflette nelle cose le possibilità di quello. Il corpo è dunque il centro della nostra esistenza perché lì si dà la nostra originaria apertura al mondo, da lì passano tutti i flussi del nostro abitare terreno (sulla relazione tra corpo e mondo: Leib e Körper) . Ma il corpo è un centro che deve essere eccentrico, deve andare verso il mondo per poterlo abitare, in quella relazione ambivalente di cui si è detto: deve fuggire da sè per aver dimora, deve decentrarsi per usare se stesso come centro e poter così abitare il mondo: deve ad esempio usare le mani per toccare, gli occhi per vedere, le gambe per camminare, e così via. L'uomo è un essere costituzionalmente separato da sè, diviso, eccentrico! L'eccentricità dell'uomo è riconosciuta dall'antropologia filosofica di Plessner (I gradi dell’organico e l’uomo): “se la vita dell’animale è centrata, la vita dell’uomo, che pure non può infrangere la centralità, è contemporaneamente fuori dal centro, è eccentrica. Eccentricità è la forma, caratteristica per l’uomo, della sua disposizione frontale nei confronti dell’ambiente”. Il centro di cui Plessner sta parlando è evidentemente il corpo: la vita dell’animale, disposto nel suo ambiente, è perfettamente centrata perché il suo corpo si armonizza in modo adeguato a ciò che lo circonda: infatti, egli re-agisce a quello che l’ambiente gli offre o gli nega in virtù dei propri impulsi, istinti, sensazioni; l’animale cioè risponde agli stimoli e alle provocazioni provenienti dall’esterno a partire dal suo centro, da cui si mettono in moto le sue reazioni, e ogni suo movimento o azione si origina e si conclude in esso, in un perfetto equilibrio: “l’animale vive a muovere dal centro e a ritornare nel suo centro”; attraverso il suo corpo, insomma, l’animale padroneggia i legami, i nessi con l’ambiente che lo circonda: “la continuità senza soluzioni delle reazioni animali […] si fonda sul fatto che l’animale è una cosa sola col suo corpo. Esso è il suo corpo, e lo ha solo di fronte a particolari richieste di movimenti, per esempio nel balzare addosso alla preda o nel superare insolite difficoltà. Vi si fonda la sua facoltà motoria, limitata appunto alla cerchia che, di volta in volta, la sua specie determina. La strumentalità della sua capacità di moto non gli si rivela quindi neppure quando ne fa uso. La centricità dell’animale è dunque fondata sul suo essere pienamente corpo, sul fare tutt’uno con esso e nell’armonia con l’ambiente che lo circonda; la perfezione e l’equilibrio della sua azione si rivela in ogni suo gesto e in ogni suo movimento [“Il ragno è la tela che fa appena è adulto: non prevede la mosca, di cui, da quando è nato, non sa ancora nulla. La tela è perfetta per il suo scopo perché il ragno è il suo scopo. Non c’è bisogno qui di un soggetto sapiente, basta un soggetto efficiente” (Carlo Sini, L’uomo, la macchina, l’automa. Lavoro e conoscenza tra futuro prossimo e passato remoto)]; per questo Plessner può dire che pur muovendo dal centro, l’animale “non vive come centro”, intendendo con ciò che, a ragion del fatto che muove sempre a partire da quel centro, non può prenderne le distanze, non può sapersi come centro, avere coscienza di questo modo d’essere: l’animale non esce mai dalla sua vita centrata. Diversa la situazione per l’uomo: pur non potendo infrangere la centralità, la sua esistenza come abbiamo visto è infatti sempre esistenza corporea, egli muove dal centro, non per ritornarvi costantemente come l’animale, ma per de-situarsi rispetto ad esso, proiettarsi oltre esso, de-centrarsi: l’uomo trascende insomma il centro della propria esistenza e acquisisce una posizione eccentrica: “quest’ultima si esprime nel particolare rapporto dell’uomo con il suo corpo: egli non è semplicemente un corpo esistente, ma ha un proprio corpo; vi è in lui una continua difficoltà, un rapporto dialettico tra l’essere un corpo, cioè esistere senza averne consapevolezza come gli animali, e l’avere un corpo, cioè rendersi conto di disporre di un organismo che sperimenta come altro da sé. Da qui la posizione eccentrica, il «distacco originario», che individua e qualifica peculiarmente l’uomo nei confronti degli altri esseri viventi”. L’azione dell’uomo dunque, pur muovendo dal corpo, essendo corpo in azione, non origina e torna al centro come quella dell’animale, ma se ne distanzia, guarda al contempo il corpo come oggetto: in virtù del fatto che da subito l’azione fa del corpo un fenomeno doppio, Leib e Körper, l’uomo acquista pertanto la sua posizione eccentrica; ciò significa innanzitutto perdere la propria centralità nei confronti di ciò che lo circonda: l’uomo non è semplicemente inscritto in un ambiente (Um-welt) cui reagisce alle pressioni come l’animale, ma si trova di fronte al mondo (Welt), il quale sorge piuttosto come prodotto della sua costruzione, della sua azione; ma ciò significa soprattutto che egli, oltre che rispetto al mondo e alle sue cose, è in grado anche di prendere distanza da sé, e di guardarsi appunto come cosa: “solo distanziandosi da sé, «ponendosi – come dice Plessner – alle proprie spalle», l’uomo può vedere se stesso e la propria posizione nel mondo, quel centro provvisorio che occupa e da cui poi, in quanto essere eccentrico, si decentra”: Come sottolinea Galimberti (Psiche e Techne): “Coscienza” è il nome che la nostra tradizione ha assegnato a questa distanza da sé, a questa non coincidenza con sé, per cui è possibile dire che la coscienza è lacerazione. Guardato dalla coscienza, il centro non è la casa che l’uomo abita, ma il luogo di cui di continuo si congeda, come il viandante che nessuna dimora trattiene, come il danzatore che può danzare solo abbandonando il punto d’equilibrio appena raggiunto dal suo corpo. Se queste metafore ci aiutano, la distanza dal centro in cui la coscienza consiste non edifica un altro centro, un’ “anima” che guarda il corpo, perché l’eccentricità non è semplice duplicazione della centralità, ma congedo, distacco, abbandono che l’azione ininterrottamente realizza in ogni sua esecuzione". La coscienza non è in tal senso la sede dell’interiorità a partire dalla quale guardo il centro che il mio corpo è come fosse qualcosa di esteriore rispetto a me, bensì la lacerazione che è insita nel corpo stesso, il suo “distacco originario”, la ferita in virtù della quale il corpo si staglia da subito nell’azione; non dunque altro dal corpo, un’altra posizione da cui guardare il centro, ma il movimento che originando dal centro si decentra, il corpo medesimo considerato nella sua apertura al mondo. La coscienza, dunque, non come una cosa, non come altro dal corpo, ma come tratto tipico del corpo esposto al mondo, e quindi intenzionalità, tensione rivolta al mondo e alle sue cose: "Stante questo suo carattere ec-centrico, la coscienza, lo ribadiamo, non è duplicazione di quel centro che è il nostro corpo nel mondo, ma distacco, distanza, superamento di sé nelle cose verso cui si protende, come il danzatore verso le traiettorie che creano di volta in volta il suo dinamico equilibrio. Un equilibrio concesso dal movimento e reso possibile dalla continuità del movimento. La coscienza, infatti, esiste solo nell’esecuzione dei suoi atti" La coscienza allora, come tratto costitutivo del corpo nella sua doppiezza originaria, si rivela nello stesso movimento dell’esistenza, che, come ek-sistenza, è costantemente fuori dalla situazione che il corpo occupa come cosa tra le cose del mondo, ec-centrica rispetto a quel centro; esistenza che in quanto esistenza corporea non può pertanto che incarnare e rispecchiare quella lacerazione e quella tensione che è insita nel corpo:  "L’uomo ha questa esistenza ed è questa esistenza. Si trova dinnanzi a essa come a qualcosa che controlla o che respinge, che usa come mezzo, come strumento; egli è in essa e coincide (fino a un certo punto) con essa. L’esistenza corporea è perciò per l’uomo un rapporto, in sé non univoco ma duplice; è precisamente un rapporto tra sé e sé (più precisamente tra lui e se stesso). Può pertanto restare indefinito chi si trovi in questa relazione. Espressioni come spirito, io, anima – prese non in senso religioso e dogmatico – per il momento non dicono altro che ciò che l’esperienza comune nel confronto con il corpo e nell’inclusione nel corpo rende necessario riconoscere" (Plessner, cit.). Parlare di anima, spirito, io e caratterizzare il corpo a partire da questi, duplicando il centro che esso è, non è insomma che astrarre l'originarietà del corpo in azione; essi non sono che suoi luoghi, paesaggi provvisori, movimenti della danza eccentrica di questo viandante: anima, spirito, io, sono figure continuamente create e già dissolte nel susseguirsi degli atti del corpo, momenti della sua relazione col mondo; Donde allora quelle duplicazioni che conosciamo nelle distinzioni tra io e mondo, soggetto e oggetto, interiore ed esteriore o spirito e materia? Esse non sono che terminazioni astratte figlie di una logica bivalente (cioè opposta all'originaria ambivalenza del corpo) la quale separa ciò che è originariamente unito in un unico processo; infatti non vi è da principio un io che sta di contro ad un mondo, perché entrambi, io e mondo, sono costituiti a posteriori dall’azione del corpo che si intenziona a ciò che lo circonda; come ricorda Novalis, l’Io, l’anima, il soggetto, la coscienza non sono che derivati dell’azione: “l’azione è la vera e propria realtà […] Ciò che è Io – è mediante l’azione”; ma l’azione non determina soltanto l’io, bensì anche il mondo, che per l’uomo più che un mondo naturale è da subito un mondo plasmato da significati culturali, ossia dai prodotti del suo agire; le cose del mondo non sono cose in sé, ma da subito investite dal corpo in relazione alle sue possibilità e potenzialità, e pertanto colorate di sensi umani; anzi, proprio in virtù di questa creazione del mondo si dà all’uomo, come riflesso e interiorizzazione di quei sensi, il suo io, che più che sostanza è allora, insieme al mondo, residuo dell’azione del corpo: io e mondo sono poli continuamente creati e ricreati dalla danza del corpo. Allo stesso modo, allora, possiamo comprendere come soggetto e oggetto, considerati dal punto di vista del corpo nella sua ambivalenza, non siano che termini opposti frutto di astrazione, la quale tradisce un’intimità più immediata legante corpo e mondo: un soggetto può rappresentare (Vor-stellung) infatti una cosa come oggetto quando se la pone di fronte, di contro (Ob-jectum, Gegen-stand), ma ciò significa non considerare che questa tematizzazione è possibile soltanto in quanto il mondo si offre al corpo già prima di ogni anticipazione rappresentativa di un polo soggettivo, e il corpo è già esposto al mondo in quel contatto ingenuo col quale vede, sente e tocca le cose, che pertanto sono già solidali con esso in un’unità naturale e prelogica. Anche soggetto e oggetto non si danno dunque nell’azione come poli distanti e separati secondo una logica disgiuntiva; la riflessione non è allora, come il senso comune la intende, un come processo di soggettivizzazione: "Riflettere non è rientrare in sé e scoprire l’ “interiorità della coscienza”, quella soggettività presunta che, al di qua dello spazio e del tempo, dovrebbe garantire quella prima equivalenza che è l’identità con se stessi. “Ri-flettere” è accogliere nel proprio sguardo quelle fugaci impressioni e quelle percezioni inavvertite con cui il mondo mi si offre e con cui io mi offro al mondo nel momento in cui gliele restituisco, perché non le confondo con le mie fantasie e con l’ordine dell’immaginario dove, invece, non rendo quello che sottraggo. “Ri-flettere”, dunque, non è costruire un mondo, ma restituirgli la sua offerta; non è nemmeno un atto deliberato, ma lo sfondo senza il quale nulla potrei deliberare. Per quanti sforzi faccia quando “rifletto su di me”, ciò che trovo non è la mia “interiorità”, ma la mia originaria esposizione al mondo" (Galimberti, cit.). Il corpo in azione non rivela quindi alcuna soggettività distinta dall’oggettività e neppure, come testimonia pure la ri-flessione, alcuna interiorità ed esteriorità: mondo interiore e mondo esteriore, materia e spirito, sono infatti da sempre salvaguardati e accordati nel corpo che vive, che si dischiude al mondo nella sua apertura originaria, e ciò sin dal suo primo respiro: che cos’è infatti il respiro se non il rispondersi e corrispondersi di corpo e mondo? Più che mero processo fisiologico, nel respiro il corpo si apre al mondo, lo accoglie e vi ritorna, realizzando quel continuo scambio tra interno ed esterno che più che riflettere due poli distinti e separati, testimonia del legame che l’azione del corpo intrattiene col mondo; ecco allora che il respiro si colora di quella appartenenza simbolica che si dispiega nell’azione e col suo ritmo la esprime: di qui il respiro affannoso della fatica quando il mondo oppone al corpo la sua resistenza, di qui anche il respiro a pieni polmoni quando corpo e mondo ritrovano la loro armonia. Dovremmo allora smettere di identificare il centro della nostra vita come io, spirito, anima, interiorità...e riconoscere una volta per tutte che la nostra identità, ciò che siamo, non è data da questi elementi, ma dal corpo che agisce, e agendo, si relaziona ad un mondo fatto di persone, cose, di sensi che esso colora e dispiega con la sua intimità, emotività, sensibilità: "L'identità non è nel soggetto, ma nelle sue relazioni!". Nelle relazioni tra corpo e mondo!
Tommy

martedì 17 gennaio 2012

IL CORPO E IL MONDO: Leib e Körper

Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono, è rispetto ad esso che ci sono un sopra, un sotto, una destra, una sinistra, un avanti, un dietro, un vicino, un lontano. Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano. Il mio corpo non è da nessuna parte.
M. Foucault

Noi spesso viviamo nella tacita illusione di pensare il nostro corpo come una cosa, un oggetto di cui disporre a piacimento, nell'immagine che ci diamo, nelle azioni che accompagnano la nostra vita quotidiana; un oggetto a disposizione del nostro io in quanto soggetto, del nostro desiderare, volere, decidere; ma il nostro corpo non è nostro semplicemente perché è un corpo-cosa che ci trasciniamo e ci portiamo appresso, ma ben più originariamente perché è un corpo vivente che abita un mondo: è la nostra stessa esistenza che si dà nel corpo, e noi abitiamo un mondo non tanto perché abbiamo un corpo, ma in quanto, fondamentalmente, lo siamo. Qual'è dunque la relazione tra il corpo, il mondo, e la nostra esistenza? Qual'è il corpo che tacitamente non riconosciamo? Per rispondere a queste domande vediamo innanzitutto qual'è l'appartenenza e la frattura che segnano la relazione tra corpo e mondo. Come il bimbo viene originariamente al mondo testimoniando col suo pianto quella divisione che lo ha separato dal corpo materno, placata poi tra le sue braccia, così il corpo nella sua ingenuità reca in sé la frattura del mondo, che lo spinge e lo protende subito verso di esso: è mondo e al contempo non lo è, perché può stare al mondo solo disponendone; la sua azione infatti viene dal mondo, è mondo, ma anche usa il mondo: usa per esempio l’aria per respirare, si appoggia al suolo per camminare, utilizza la luce per vedere e così via; il corpo è così una piega del mondo: è, nel suo venire alla luce, divisione originaria, intima ferita che si staglia nel mondo: symbolon, anello spezzato che vive nella tensione della ricomposizione con la parte mancante, il corpo anela cioè il mondo come totalità che gli appartiene ma non possiede e verso cui si dirige per poter dispiegare la sua esistenza; è la sua ambivalenza simbolica: piega del mondo che richiama alla totalità dispiegata, il corpo è quel corpo, ma anche altro: è nell’aria che respira, nelle braccia che lo accolgono, nel suolo ove dirige i suoi primi passi; Il mio corpo è fatto della medesima carne del mondo - dice Merleau-Pontyè insomma nel mondo che richiama e insieme nel punto che ne segnala la frattura: “il mio corpo è ovunque nel mondo, è coestensivo al mondo, esteso attraverso tutte le cose e, insieme, raccolto in questo solo punto che esse tutte indicano e che io sono senza poterlo conoscere” (Sartre, L'Essere e il Nulla); il corpo è questo punto senza poterlo conoscere perché essere al mondo, abitare il mondo, prenderne dimora, non è ancora conoscerlo e possederlo: infatti, “abitare non è conoscere, è sentirsi a casa, ospitati da uno spazio che non ci ignora, tra cose che dicono il nostro vissuto, tra volti che non c’è bisogno di riconoscere perché nel loro sguardo ci sono le tracce dell’ultimo congedo. Abitare è sapere dove deporre l’abito, dove sedere alla mensa, dove incontrare l’altro, dove dire è u-dire, rispondere è cor-rispondere. Abitare è trasfigurare le cose, è caricarle di sensi che trascendono la loro pura oggettività, è sottrarle all’anonimia che le trattiene nella loro «inseità», per restituirle ai nostri gesti «abituali» che consentono al nostro corpo di sentirsi tra le «sue cose», presso di sé” (Umberto Galimberti, Il corpo): prima di conoscere il mondo il corpo lo abita perché abitare il mondo è tenerne vivo lo spettacolo, aprire il sipario e recitare la propria parte, darne le pulsazioni vitali, abitarlo come il cuore abitando l’organismo vi infonde la vita e da sangue all’esistenza
: “il mio corpo è nel mondo come il cuore nell’organismo: mantiene continuamente in vita lo spettacolo visibile, lo anima e lo alimenta internamente, forma con esso un sistema” (Merleau Ponty, Il visibile e l'invisibile). Ma il corpo può abitare il mondo perché è da subito in azione, protensione che si offre al mondo e vi si accosta agendo, usando l'aria, la materia, l'affetto delle persone: "agendo il corpo distanzia da sé il mondo e insieme lo approssima". È mondo che si staglia nel mondo, che vi prende posto. Sebbene provenga dal mondo e non sia altro che mondo, il corpo, agendo, discrimina dal mondo lo strumento, il mezzo (e anche il contesto), rispetto al fine dell’azione. Fa ciò a partire dal suo stesso corpo, raddoppiato in mezzo e strumento: le mani per afferrare, i piedi per camminare, gli occhi per guardare…È così che il corpo in azione scopre di disporne, di “averli”, sebbene sia ancora lontano dal “saperli”. Li usa appunto, ma non li sa. Il corpo in azione, potremmo concludere, fa di se stesso una “protesi”. Il corpo replica in sé all’infinito il dividersi del mondo che esso è: divisione originaria (Ur-teil). E così, piega del mondo, il corpo è anche piega di se stesso. In questo senso il corpo è immediatamente un fenomeno doppio. È [...] corpo vivente (Leib) e nel contempo è corpo cosa (Körper)" (Carlo Sini, L’uomo, la macchina, l’automa. Lavoro e conoscenza tra futuro prossimo e passato remoto). Il corpo non è "qualcosa", ma semplicemente il punto a partire dal quale mi si danno tutte le cose: "Il mio corpo in realtà è sempre altrove. E’ legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esso che le cose si dispongono, è rispetto ad esso che ci sono un sopra, un sotto, una destra, una sinistra, un avanti, un dietro, un vicino, un lontano. Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano. Il corpo non è da nessuna parte"; per questo non potremmo originariamente neppure dire di "avere un corpo", ma semplicemente di esserlo, essendo il mondo; ma agendo il corpo incontra se stesso, usa se stesso per agire nel mondo: solo allora ho un corpo come "qualcosa": in questo senso il corpo è subito un fenomeno doppio! Il corpo originariamente in azione rivela immediatamente la sua ambivalenza: distanziando e al contempo approssimando il mondo attraverso l’azione, instaura quello scambio simbolico per cui si da corpo attraverso il mondo, e mondo attraverso il corpo: “il corpo è il veicolo dell’essere al mondo […], se è vero che io ho coscienza del mio corpo attraverso il mondo, che esso è, al centro del mondo, il termine inosservato verso il quale tutti gli oggetti volgono la loro faccia, è anche vero, per la stessa ragione, che il mio corpo è il perno del mondo: io so che gli oggetti hanno svariate facce perché potrei farne il giro, e in questo senso ho coscienza del mondo per mezzo del mio corpo” (Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione). Il corpo originariamente aperto al mondo non conosce ancora quelle distinzioni tra io e mondo, tra soggetto e oggetto, tra interno ed esterno, che si costituiscono piuttosto in un secondo tempo, mediante l’azione. Ciò avviene a partire dal corpo stesso, il quale nell’azione si fa da subito doppio e diventa così strumento, veicolo del suo stagliarsi nel mondo, distinguendosene, e dell’istituirsi del mondo stesso: protensione al mondo, il corpo farà di se stesso una protesi (veicolo ausiliario), un mezzo per cui corpo e mondo, prima uniti in maniera simbolica nella loro co-esposizione originaria, successivamente si distingueranno dando luogo a quelle differenze io-mondo, soggetto-oggetto, interno-esterno. Ma come il corpo fa di se stesso una protesi? Innanzitutto scontrandosi, nella sua attività, con la passività dell’esposizione al mondo: l’azione all'inizio, infatti, si affida alla buona o alla cattiva sorte; il corpo in azione, nel suo incontro-scontro col mondo, attendendo l’esito della risposta dal mondo, si fa cosa del mondo, corpo cosa, Körper. Ma proprio così facendo, il corpo, in questo urto col mondo, si scopre al contempo come corpo vivente, Leib: “proprio lo slancio del corpo, il suo stagliarsi nell’azione, genera per retroflessione e contraccolpo, il senso dell’essere corpo vivente (Leib). […] È perché l’attività spontanea e originariamente aperta al mondo si scontra col suo limite di passività nel mondo che il vivente si percepisce come tale, cioè come impulso sia espansivo che retroflesso in se stesso; e così sperimenta anche tutta la sua inquietudine, la sua furia vitale, il suo timore e tremore” (Carlo Sini, cit.). Il corpo è pertanto da subito, nel suo stagliarsi nell’azione, un fenomeno doppio, corpo vivente e corpo cosa, Leib e Körper. Il corpo vivente è tuttavia più del corpo cosa, è irriducibile ad esso: non un semplice corpo esposto alla passività del mondo, corpo tra i corpi, cosa tra le cose, oggetto tra gli oggetti, ma il corpo proprio dove si dispiega un mondo e si incarna l’esistenza di ognuno nella sua peculiarità unica: "tra i corpi di questa natura io trovo il mio corpo nella sua peculiarità unica, cioè come l’unico a non essere mero corpo fisico (Körper) ma proprio corpo organico (Leib) […]; al mio corpo ascrivo il campo dell’esperienza sensibile, sebbene in modi diversi di appartenenza (campo delle sensazioni tattili, campo delle sensazioni termiche ecc.). questo corpo è la sola e unica cosa in cui io direttamente governo e impero, dominando singolarmente in ciascuno dei suoi organi. Io percepisco, posso sempre percepire, con le mani sensazioni tattili e cinestetiche, con gli occhi sensazioni visive ecc; i fenomeni cinestetici degli organi scorrono nell’io faccio e sottostanno al mio io posso. In seguito, ponendo in gioco le cinestesi, posso urtare, spingere, e cioè agire direttamente e quindi indirettamente con il mio corpo. Nella mia attività percettiva percepisco (o posso percepire) tutta la natura e in essa la mia corporeità propria che in quest’atto è perciò riferita a se stessa (Körper). Ciò diviene possibile perché io posso percepire una mano per mezzo di un’altra, l’occhio per mezzo della mano e così via, ove l’organo funzionante deve farsi oggetto e l’oggetto organo funzionante" (Husserl, Meditazioni cartesiane). L’azione genera dunque per retroflessione il senso del corpo proprio, di essere quel corpo che si volge al mondo attraverso l’agire: “io non sono di fronte al mio corpo, ma sono nel mio corpo, o meglio sono il mio corpo”(Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione); ciò significa che non dispongo del mio corpo come di un qualsiasi oggetto, non me lo trovo di fronte come mi trovo di fronte le cose del mondo, ma che lo sono in prima persona, perché lo vivo, lo abito, perché attraverso di esso si dispiega a me un campo di oggetti che vedo, che sento, che tocco; per questo: “io osservo gli oggetti esterni con il mio corpo, li maneggio, li ispeziono, ne faccio il giro, ma, per ciò che lo riguarda, non osservo il corpo stesso […]. In quanto vede o tocca il mondo, il mio corpo non può quindi essere visto né toccato. Esso non è mai un oggetto, non è mai «completamente costituito», proprio perché è ciò grazie a cui vi sono degli oggetti. Non è né tangibile né visibile nella misura in cui è corpo che vede e che tocca” (Id.). Il corpo vivente, Leib, non è mai pertanto una qualche cosa, una cosa tra le cose, ma nel protendersi al mondo, nell’intenzionarlo, è sempre quel mio proprio corpo attraverso cui si esprime la mia esistenza, che è pertanto sempre esistenza corporea: “il corpo esprime l’esistenza totale, non perché ne è un accessorio esteriore, ma perché questa esistenza si realizza in esso. […]Entrambi si presuppongono vicendevolmente e il corpo è l’esistenza cristallizzata o generalizzata, e l’esistenza una incarnazione perpetua” (Id.): se infatti l’esistenza è il movimento dell’ek-sistere, dello stare sempre oltre sé, dell’oltrepassare la situazione data, allora il corpo proprio, che si scopre nel retroflettersi dell’azione sul mondo, è il ritorno di questo movimento e dunque esistenza che si cristallizza in una certa situazione; allo stesso modo però, se l’azione esprime l’originaria apertura al mondo del corpo che vede, che sente, che tocca, questo suo protendersi, la sua potenza sul mondo, allora il corpo proprio che agisce non può che essere l’incarnazione perpetua dell’esistenza nell’espressione del suo movimento; corpo ed esistenza si implicano pertanto vicendevolmente, e l’esistenza è sempre esistenza del corpo. È dunque il corpo proprio che esperisco nel mio esistere, nel mio inerire al mondo: esistenza corporea che in cui io governo e impero, possibilità e potenzialità ove sottostà ogni mio fare; e questo ben prima, ben più originariamente, ben più a monte della distinzione tra un soggetto (Io, Anima) e un oggetto (Körper) di cui posso disporre: "L’esperienza del corpo proprio ci rivela un modo d’esistenza ambiguo. Se tento di pensarlo come un fascio di processi in terza persona – “vista”, “motilità” […] -, mi accorgo che queste “funzioni” non possono essere collegate tra di esse e al mondo esterno da rapporti di casualità, ma sono tutte confusamente riprese e coinvolte in un dramma unico. Il corpo non è quindi un oggetto. Per lo stesso motivo, la coscienza che io ne ho non è un pensiero, vale a dire che non posso scomporlo e ricomporlo per formarne un’idea chiara. La sua unità è sempre implicita e confusa. Esso è sempre altro da ciò che è, […]radicato nella natura nel medesimo istante in cui si trasforma mediante la cultura, mai chiuso in sé e mai superato. Sia che si tratti del corpo altrui o del mio proprio corpo, ho un solo modo di conoscere il corpo umano: viverlo, e cioè far mio il dramma che lo attraversa e confondermi con esso. Io sono dunque il mio corpo, per lo meno nella misura in cui ho un’esperienza, e reciprocamente il mio corpo è come un soggetto naturale, come un abbozzo provvisorio del mio essere totale. Così l’esperienza del corpo proprio si oppone al movimento riflessivo che libera l’oggetto dal soggetto e il soggetto dall’oggetto, che ci dà esclusivamente il pensiero del corpo o il corpo in idea, e non l’esperienza del corpo o il corpo in realtà" (Id.). Del Leib intenzionate il mondo non si dà alcuna legge di causalità che possa ricondurre i suoi atti ed esso stesso sotto un certo sapere; di esso non abbiamo mai una rappresentazione (Vor-stellung) soggettiva che se lo ponga di contro come un oggetto (Ob-jectus, Gegen-stand) e dunque mai un pensiero o un’idea che ce lo presenti: il corpo proprio è sempre altro da ciò che è, e l’unico modo per coglierlo è viverlo, farne esperienza nell’azione con cui si dispone al mondo. Non dunque un oggetto, ma la condizione del darsi degli oggetti: nel vedere, nel sentire, nel toccare, il corpo come piega originaria del mondo si scontra con esso come ciò che vi sta di fronte, come fine e limite della sua azione che origina il costituirsi degli oggetti: essi sono infatti attraverso il mio corpo che li approssima o li distanzia in relazione alle sue possibilità e li plasma in base alle sue potenzialità. Ma, come sostiene Husserl, in quest’attività del corpo non incontro solo il mondo, bensì posso incontrare anche la mia stessa corporeità, che dunque in tale atto è riferita a se stessa: scopro allora non soltanto di essere il mio corpo, ma anche di averlo; scopro, ad esempio, attraverso l’azione della mano che tocca, ovvero la mano toccante, l’altra mano, che si configura in tal senso come mano toccata: non solo sono la mano che inerisce al mondo, ma anche ho una mano che avverto come cosa appartenente al mio corpo: scopro insomma il corpo come Körper, come ciò che ho, che possiedo a guisa di un oggetto; ma Leib e Körper, corpo proprio e corpo cosa, convivono e coabitano insieme, e lo dimostra il fatto che le due mani possono benissimo alternarsi a vicenda nella funzione di “toccante” e “toccata”, come quando le congiungo insieme: ciò che è in un momento mano esploratrice si può fare nel momento successivo mano oggetto di esplorazione (reversibilità dello scambio che salvaguarda l’ambivalenza originaria del corpo che non è mai un aspetto senza l’altro, corpo cosa distinto dal corpo proprio, corpo oggetto distinto dal corpo soggetto, perché entrambi sono trattenuti insieme, confusi nella simbolica del corpo in azione: non potremmo a questo proposito neppure dire né di avere un corpo né di essere un corpo, ma al contrario dire ad un tempo l’una e l’altra cosa); allora, come vuole Sini, il corpo è immediatamente un fenomeno doppio, Leib e Körper al contempo: piega o doppio del mondo nella sua originaria apertura, il corpo si fa nell’azione anche piega o doppio di se stesso, replica cioè in sé, incarna, quella divisione originaria che esso stesso è; lacerazione questa in virtù della quale l’esistenza non si dispiega in un semplice essere al mondo, ma soprattutto nell’avere un mondo come ciò di cui si dispone per poterlo abitare: l’aria per respirare, il terreno per camminare, le cose del mondo per costruirsene la dimora; ma allo stesso modo, e proprio in quanto esistenza corporea, quella lacerazione raddoppia il corpo stesso che non è allora semplicemente un corpo che si è, che si vive, bensì anche un corpo che si ha, di cui si dispone per poter abitare il mondo, usando le mani per afferrare, le gambe per camminare, gli occhi per vedere; ma, ancora una volta, la mano che uso per afferrare, il piede che uso per camminare, non vanno considerati semplici oggetti di un corpo a disposizione, ma rimandano ad una esistenza che li impegna in un mondo, ad una esistenza che è più di quella particolare situazione in cui sono impegnati, ad un corpo come totalità vivente: il Leib, infatti, è irriducibile ad un corpo cosa, è sempre più di questo: esso è piuttosto il dramma unico e confuso da cui una vita è attraversata, dramma che non posso conoscere con la chiarezza di un oggetto, ma semplicemente vivere, abitare; esso è allora forza attiva che si dispiega e incontra il mondo a partire dall’intenzionalità che lo caratterizza, è il campo delle possibilità, delle potenzialità in cui un’esistenza governa e impera, è il movimento dell’ek-sistenza sempre oltrepassante la situazione data nella protensione a nuovi scenari. Ora, proprio esercitandosi come potenza attiva sul mondo, il corpo vivente entra in una sorta di costante conflitto operativo con quello: la sua azione incontra l’inerzia del mondo, che non è semplice freno ad essa, come pensa invece l’ingenua colomba di Kant che, avvertendo l’aria come impaccio, vorrebbe volteggiare in uno spazio vuoto, ma anche sua condizione di possibilità, come l’aria è in realtà condizione del volo della colomba: il corpo intrattiene ancora una relazione intima col mondo, perché esso non è semplicemente il suo limite, ma anche ciò che ne permette l’azione, ciò di cui si serve: usa il suolo per camminare, l’aria per respirare, la luce per vedere; e fa ciò in virtù del fatto che in questo incontro-scontro esso sperimenta i suoi limiti come anche le sue possibilità: anzi fa della sua stessa passività, retroflessione del corpo attivo nel suo urtare il mondo, un mezzo, un espediente attraverso cui agire; è l'azione originaria del corpo, l'esistenza originaria, che si dà a prescindere dal darsi di un soggetto, perché fondamentalmente al di là di essere un corpo-cosa, vi è una relazione fondamentale tra corpo, esistenza e mondo: e tutto ciò che è Io, è mediante l'azione, l'azione del corpo vivente; noi fondamentalmente siamo, ogni qual volta agiamo il nostro corpo:

Corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro; e anima non è altro che una parola per indicare qualcosa del corpo. Il corpo è una grande ragione, una pluralità con un solo senso, una guerra e una pace, un gregge e un pastore. Strumento del tuo corpo è anche la tua piccola ragione, fratello, che tu chiami “spirito”, un piccolo strumento e un giocattolo della tua grande ragione. “Io” dici tu, e sei orgoglioso di questa parola. Ma la cosa ancora più grande, cui tu non vuoi credere, - il tuo corpo e la sua grande ragione: essa non dice “io”, ma fa “io” 
(Friedrich Nietzsche)
Tommy 

 

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