venerdì 6 aprile 2012

JULIAN ROSS. Therapeutic Culture and Sport (part 2)

L'uomo non è mai stato consolato, compreso, curato, beneficato come oggi; ma, nella nostra civiltà, l'angoscia aumenta nella stessa misura in cui si perfezionano le terapie.
E. Severino


...camminando, con le mani nelle tasche, come vecchi amici nel silenzio del mondo attorno, Julian ha il portamento di un Principe, la sua camminata, i suoi occhi, sono la leggerezza, la felicità e la passione con cui vive la vita; mi parla della moglie e dei figli, dei bambini che allena, degli atleti che cura...ha un sorriso di dolcezza, e realizzazione; poi d'un tratto, come un lampo, si fa serio, ma non triste, semplicemente profondo: "Ho passato la mia giovinezza tra campi di calcio e ospedali Tommy, senza appartenere propriamente a nessuno di essi, uno straniero, un viandante, solo frammenti...ma questa erranza mi rende ora felice, sto facendo della passione la mia professione, cercando di unire i frammenti in unità, una medicina dello sport, anzi meglio, uno sport come terapia: portavo mio malgrado lo sport dentro le stanze di un'ospedale, per curarmi, ora cerco di portare la medicina fuori dagli ospedali, nei campi da gioco, per comprendere, non per curare...non è una terapia dello sport, ma uno sport come terapia, capisci?" Onestamente no, ma sospetto che Julian stia parlando di uno di quei rovesciamenti della tradizione, quei rinnovamenti del gioco che tanto gli piacevano, del tipo della filosofia del calcio totale. "Viviamo in un'epoca in cui per tutto si richiede una cura, tutto viene medicalizzato...non ti sto parlando solo di medicina, ma di cultura nel senso più ampio possibile: un farmaco, in senso letterale o metaforico, come cura per qualsiasi aspetto della vita quotidiana. Io cerco solo di ricordare il senso più autentico e proprio della parola farmaco, che nel greco pharmakon ha un senso ambivalente: era si la medicina, il rimedio, ma anche il veleno...perché a certe dosi, oltre il limite, la cura diventa veleno. E al contrario, a volte, il veleno diventa il vero rimedio, l'antidoto". Lo guardo stupito. "Si è diffusa una cultura del farmaco unicamente come cura, dell'eccesso oltre il limite della cura come terapia, della terapia come modo di pensare...una cultura terapeutica. Lo sai che il manuale diagnostico dei disturbi mentali cataloga circa 400 disagi passibili di cura, un numero in costante crescita e aggiornamento? Che ormai l'80% e oltre della popolazione statunitense è stata vista, almeno una volta, da uno specialista della psiche? Che in molti paesi più della metà delle persone prende o ha preso antidepressivi o pillole della più svariata specie che controllano e regolano stati emotivi, o qualsiasi altra forma di disagio? Che bambini di 4 anni vengono dichiarati depressi, e fin dalla più tenera età sono presi in cura per la loro tristezza, aggressività, ansia ecc.? Non ti sembra che nonostante la chiusura dei manicomi, un manicomio sia ormai diventato il mondo? E non vedi poi che la medicina preventiva ti dice ciò che devi fare per la tua salute, da mattina a sera, nella tua dieta, nel tuo vestire, in ogni azione di ogni ambito della vita quotidiana? Che vengono diagnosticate sempre nuove malattie? Che vengono inventati nuovi sistemi di cura?...Mi chiedo, ti chiedo: tutto ciò, è semplicemente un avanzamento della ricerca medica e psicologica? Prova a uscire per un attimo dall'ambito medico terapeutico, pensa ad altri settori della vita, e pensa al linguaggio: stress, ansia, dipendenza, trauma, sindrome, fobia, emotività, guarigione, crisi ecc. sono parole o campi che vengono usati per descrivere normali episodi della vita di tutti i giorni, e sono entrati ormai nel nostro immaginario. Ciò che è clinico, insomma, si estende oltre misura, e diventa un fatto culturale, fonte di interpretazione di ogni cosa"...è un fatto innegabile, ma qual'è il pericolo del diffondersi di questa cultura terapeutica? "Che è falsa. Nega ciò che vorrebbe affermare" Non capisco Julian. "Mentre promuove la cura della persona, dell'individuo - sono sicuro che termini come salute personaleautostima, autorealizzazione, libera scelta, soddisfazione personale, libera espressione del sé ecc. non ti risultano nuovi-, in realtà postula a priori proprio il suo contrario: la fragilità e la debolezza dell'esistenza, meglio un senso diminuito del sé di cui la preoccupazione terapeutica si deve far carico. Produce così in realtà nella cultura solo e soltanto un'autolimitazione del sé: qualsiasi piccolo intoppo o ingarbo della vita è malattia, devianza, trauma, e va preso in carico, va curato; ogni minima situazione di disagio portata alla luce: sportelli di aiuto, centri di assistenza della persona, meccanismi di assicurazione, tecniche di controllo, pratiche di outing. Un vero e proprio svuotamento della personalità, un'impersonalità diffusa. Dove ognuno, illudendosi di cercare e trovare sé stesso, è in realtà in balia della cultura terapeutica, della sua falsità. Come cervelli nudi in una vasca, controllati e gestiti da un controllo conformante dilagante". Uhm, ricorda molti film del postmoderno, come Matrix o Fight Club. "Per alcuni aspetti...fattelo dire dai cartoni animati però, non si tratta di film! E questa è la seconda cosa: identità fragili e incerte, postulate e diffuse, pullulano in effetti nel postmoderno, dove la tendenza all'individualizzazione si accompagna alla frammentazione che si riversa in mille tentativi tra culture, tribù, miti, idoli, commistioni, pur di trovare sé stessi; tutti brandelli di identità, nel reale allontanamento degli altri: chiusi in una stanza o nel proprio mondo, si è social solo a livello virtuale, davanti allo schermo della tv, del computer o del proprio dispositivo portatile. Questo fallimento non può che aprire la strada alla gestione del sé, al controllo: chi è debole, è facilmente manipolabile, e controllabile...un controllo certo non forzato, non coatto, ma a cui ci si consegna spontaneamente, perché è terapeutico e promette la salute e il ritrovo di se stessi. Lascio a te considerare gli eventuali risvolti politici e sociali della faccenda, come quando in occasione di stragi, tragedie, omicidi, crisi, situazioni negative si scatenano tutti gli esperti della terapia. Pensaci! Ti ricordo solo che i nostri limiti, il senso tragico, gli stati di crisi sono gli eventi fondamentali della nostra esistenza: perché solo di fronte ad essi diventiamo veramente consapevoli di chi siamo, come di fronte alla morte, il limite fondamentale, diventiamo consapevoli della nostra esistenza. L'eccesso della cura, la cultura terapeutica, nasconde proprio i nostri limiti più propri, perché ne diffonde un livellamento impersonale, e se ne fa carico. Ci affidiamo alla medicalizzazione di tutta la nostra esistenza, e perdiamo la comprensione di chi siamo, dei nostri limiti e delle nostre potenzialità. Io stesso ho imparato a capire qualcosa in più di me sul campo di calcio, inseguendo un pallone, un sogno...quando per vincere una finale mi sono trovato faccia a faccia con la morte, da lì in poi non mi sono mai sentito così vivo. Ho iniziato a gettar luce sulla mia vita, entrando a contatto coi miei limiti, a volte vincendo, a volte uscendo sconfitto. Ora cerco di fare lo stesso nel mio lavoro, con giovani sportivi...cerco che la medicina, attraverso lo sport, sia un ausilio perché imparino a diventare ciò che sono". Quindi se ben capisco è questo il senso profondo di quando parli di sport come terapia: in un'epoca dove domina la cultura terapeutica, l'eccesso della cura, lo sport restituisce al farmaco il suo senso più proprio, ricorda che la medicina può essere anche veleno: il farmaco per comprendere e aiutare, non per curare e controllare! E lo fa mettendo in contatto lo sportivo con i suoi limiti, con la sua esistenza, non sottraendoli e nascondendola. "È proprio questo. Il fatto a mio parere fondamentale è che l'impatto terapeutico incide perché considera il corpo umano come un oggetto, un corpo cosa: ridotto al tavolo degli anatomisti, allo sguardo dei medici, esso può essere squartato e considerato nel suo insieme di organi, nel suo fascio di nervi, nelle sue funzioni vitali, nei suoi processi chimici e fisici, nelle sue capacità muscolari ecc...insomma, tutte le applicazioni che conosciamo della medicina...ma che cos'ha questo corpo del corpo vivente che insegue un pallone o esegue con esso una giocata geniale? E se il corpo è ridotto da quello sguardo a un insieme di atti in terza persona, dall'altra parte c'è chi si occupa di quello che resta, gli esperti dell'anima, della psiche, con le sue cognizioni, emozioni, comportamenti, atti, processi ecc...ma in fondo, che ne sanno anche questi dell'emozione unica e irripetibile che ognuno a modo suo prova toccando un pallone, o di quanto il calcio sia una scuola di vita! Quando questi sguardi guardano allo sport, lo fanno con occhio terapeutico: spesso per prevenzione, spesso per autostima, fate sport, fa bene alla salute, rende equilibrati con se stessi! Sai che ti dico Tommy...che importa! Lo sport è molto di più! Quando giocavo a pallone ero molto di più che un cuore di cristallo o un capitano carismatico, ero la mia esistenza nella sua passione, né corpo né anima, ma un corpo vivente, la mia vita che si confrontava coi suoi limiti, lì mi sentivo vivo...Lo sport può anche non far bene alla salute, può anche ledere all'autostima...di sicuro fa bene all'esistenza, la mette a contatto fondamentalmente coi suoi limiti e potenzialità...diventa quella dose di veleno che può restituire il vero senso del farmaco. Perché senza comprendere l'esistenza ogni farmaco perde il suo senso, ogni terapia diventa vuota, una tecnica impersonale di limitamento e controllo. Fuori dagli ospedali, dallo sguardo della cultura terapeutica, lo sport diventa espressione libera dell'esistenza: la medicina comprendere e aiutare in questo, senza aver la pretesa di spiegare" Si rimette gli occhiali Julian, ci salutiamo affettuosamente e lui se ne va per la sua strada, passeggia nella sua semplicità con le mani in tasca, pantaloni chiari e occhiali scuri, foulard e giubbotto di jeans legato solo dal primo bottone...semplice e unico; e io rimango lì, ai confini della fantasia, ai bordi della realtà, a pensare...non sono più sicuro...ho la netta sensazione che queste visioni profetiche non siano opera della fantasia!            

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Tommy

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