giovedì 12 aprile 2012

SPORT PSYCHOLOGY. Occhio non mente

Quando un occhio osserva un occhio e guarda in esso ciò che appunto esso ha di più bello, e con cui vede, in tal caso potrebbe vedere se stesso.
Platone.

Gli occhi della tigre. Così spesso viene dipinto lo sguardo di quegli atleti che come il feroce predatore, non desiderano altro che la loro ambita preda, la vittoria! Occhi fissi davanti a loro, all'obiettivo, senza palpitazione. Occhi concentrati, determinati, fermi. Occhi calmi, come la calma olimpica, la virtù dei forti...nel silenzio del mondo attorno, perché non c'è più alcunché a interferire tra sé e il resto, né il rumore dello stadio, né il movimento di qualsiasi altra cosa...come se non volasse neppure una foglia...nulla può distogliere lo sguardo della tigre al suo scopo, la tigre è il suo scopo, e quando si aziona lo start i suo occhi diventano tutt'uno con la corsa verso di esso, con la meta, nella padronanza del proprio corpo. Negli occhi della tigre si rispecchia l'anima del vincitore, l'atleta teso con tutte le sue forze al traguardo della gloria, la vittoria! Anche se mille ostacoli dovessero frapporsi alla corsa, e la preda sfuggire per mille motivi! Questo è l'autentico sguardo che un'autentica Psicologia dello Sport può gettare sull'atleta, lo sguardo cui mirare...lo sguardo, non l'anima...l'occhio, non la mente!
Gli antichi sostenevano, a ragione, che l'occhio è lo specchio dell'anima...ma in modo, forse, differente da come pensiamo questa espressione. Per conoscere una persona dobbiamo davvero guardarla negli occhi? Conosci te stesso, da lì, da quell'iscrizione dell'oracolo di Delfi, muoveva per Platone ogni ricerca, anche prima di conoscere gli altri, e ogni altra cosa, indagare se stessi...e indagare se stessi ha profondamente a che fare con la vista - per Platone il conoscere in senso ampio ha a che fare col vedere (le Idee, eidos: forma, aspetto; idein: vedere)! Dove allora possiamo vedere noi stessi, e conoscere noi stessi? Nel riflesso della pupilla dell'occhio altrui, dove il nostro essere si riflette: "quando guarda nell'occhio il volto si riflette nello sguardo di chi si trova di fronte come in uno specchio, che chiamiamo anche pupilla, dato che è come un'immagine di chi guarda"; quando guardiamo negli occhi di un'altra persona la pupilla riflette il nostro sguardo, vediamo e al contempo ci vediamo. Il riflesso si distingue nella pupilla. Nulla pupilla rivediamo un'immagine di noi, ma un'immagine fanciullesca, di simulacro (pupilla, latino pupa, fanciulla ma anche bambola), dunque un'immagine riflessa fedele e non fedele, luccicante, perché il luccichio della pupilla è come il brillio di uno specchio d'acqua, ci ritorna un'immagine che accenna, ma non svela totalmente; come un'ombra, perché come l'ombra accompagna le persone, così lo scintillio dell'iride dell'altra persona esprime quasi un doppio, un'ambivalenza, siamo noi e siamo altro, siamo noi essendo altro; il fatto è che l'immagine che vediamo di noi nella pupilla è al contempo lo sguardo dell'occhio dell'altra persona che incontriamo, cui incrociamo lo sguardo, con cui ci confrontiamo: allora la nostra immagine vive dello sguardo degli altri, si mescola e si modifica con essa. Quando lo sguardo degli altri prende vita, viviamo dello sguardo degli altri, nello sguardo degli altri...così possiamo vedere una parte di noi...perché chi ha paura o ha da nascondere, abbassa lo sguardo, o lo distoglie, non per non farsi vedere, ma per non guardarsi; un tempo si credeva che lo sguardo di un ammalato morente non riflettesse più l'immagine di colui che vi guarda, non avesse più riflesso, scintillio: era segno che l'anima stava abbandonando il corpo, non c'era più quello scambio di vita che è lo sguardo; e quando una persona effettivamente muore, con gli occhi chiusi o uno sguardo assente, e non incrociamo più il suo sguardo, muore letteralmente con essa una parte di noi. Perché la vita è negli occhi degli altri, e con essa ciò che la anima, la nostra anima, noi. Questione di sguardi. Nella verità degli sguardi si nasconde il conosci te stesso, la propria anima: sguardi mutevoli, d'amore, d'odio, di verità o inganno, enigmi dell'anima, come un gioco di specchi riflettenti....chi siamo? donde veniamo? dove andiamo? Perché l'occhio è davvero lo specchio dell'anima. Ma se l'occhio non mente...l'occhio non è la mente! Fuori dal gioco di parole, non c'è interiorità dello sguardo, né interiorità dell'anima...perché lo sguardo è sensibile, fisico, corporeo è l'occhio non è quindi lo specchio di alcuna mente o io interiore: se guardiamo gli occhi degli altri non vediamo la loro anima, il loro "dentro"! Solo il riflesso di un'ombra di noi stessi, da inseguire continuamente, in quello ed altri incontri! L'occhio degli altri è solo lo specchio della nostra anima, del nostro cammino di vita, all'inseguimento di noi stessi! E l'anima è semplicemente il nostro corpo vivente che si confronta con lo sguardo degli altri, la vita delle nostre azioni, dei nostri discorsi, dei nostri pensieri!
Questo discorso non conduce necessariamente lontano da una Psicologia dello Sport, a patto di  riconoscere, a mio avviso, che l'occhio della tigre, il gesto dell'atleta, non ha bisogno di alcuna indagine interiore, che prima ne separi il corpo, ridotto a corpo cosa, fisico, per inquadrare e indagare poi le trame della sua mente, della sua anima, dello psichico appunto, che servono o comandano quel corpo nel gesto atletico, riconsiderato e riunificato poi a posteriori; non c'è solo un enorme fascio di muscoli e nervi aiutato, controllato e diretto dai processi della mente, ma molto di più, un corpo vivente che quando si aziona lo start ha occhi solo per la gara, perché la tigre è la sua corsa, il suo scopo, la sua preda e il suo occhio vive nel riflesso dell'occhio dei competitori. La competizione (cum-petere) è un ricercare assieme, una sfida del superamento reciproco, dove il sé dell'atleta si mette in discussione nella ricerca di superare gli altri, e così avere una conferma di sé, un nuovo sguardo di se stesso, un autosuperamento. Come gli occhi sono lo specchio dell'anima perché nel riflesso dell'occhio dell'altro noi apriamo la via per conoscere noi stessi, così l'identità, l'anima dell'atleta non vive nella sua interiorità, ma nelle sue relazioni, vale a dire nel confronto, nel rispecchiamento della competizione, con gli altri. Forse il paradosso dell'oracolo di Delfi è proprio questo, che non esiste il sé senza l'altro, un'anima senza il corpo, un atleta al chiuso del suo stanzino a pianificare e gestire la sua gara, senza i rivali, e gli occhi della tigre!
Tommy 

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