AYRTON SENNA. ON LIMIT...OF DREAM

Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.

IL CORPO E IL MONDO. Leib e Körper

Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono...Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano.

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Genealogy

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Pierpaolo Pasolini.

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare...

PHILOSOPHY OF RUNNING. La Musica del Respiro

Io sento la terra ed il vento e gli alberi. Io sento il loro spirito. Io sento il ritmo della corsa. È come musica. Gabriel Harmony Jennings.

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martedì 17 aprile 2012

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

Ogni primo movimento, ogni movimento involontario è bello, mentre è deviata e fasulla ogni cosa non appena essa comprende se stessa. Ah, l'intelletto. L'infelice intelletto.
Heinrich Von Kleist

L'esistenza umana si manifesta essenzialmente nel movimento...sin dal concepimento, dalle prime movenze nel ventre materno, dalla nascita; e poi per tutta la vita, in qualsiasi azione, e persino nel riposo, anche solo il respiro...l'uomo è costituzionalmente un essere che si muove; lo sport, d'altra parte, è una manifestazione della vita quotidiana che più di altre ha a che fare col movimento: corse, salti, gesti tecnici che prevedono l'azione motoria di particolari arti o parti del corpo...un corpo che si mantiene in movimento, si dice anche comunemente, è con evidenza un corpo sportivo. Spesso, inoltre, si ritiene che lo sport, e quindi il movimento, abbia a che fare più con attività fisiche che mentali: certo, ogni movimento ha il suo correlato psichico, ma esiste davvero una dualità tra mente e movimento? Qual'è la relazione che intercorre tra loro? C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare: volare come le aquile, correre come un felino...dove ogni gesto è perfetto, per ritmo, sincronia, forza, delicatezza, eleganza, tutt'uno con ciò che lo circonda; l'animale non ha un movimento, è tutt'uno col suo movimento e l'ambiente attorno: l'aquila è i suoi cieli, e il ragno la sua tela. Diversa la situazione per l'uomo, povero di istinti, si muove incerto, non in un ambiente, ma per un mondo che si presenta come un campo di sorprese: egli ha un mondo e vi va incontro, ricevendo risposte positive o negative; nel movimento, un animale è semplicemente il suo corpo...un felino è la grazia del suo corpo, in ogni movimento; l'uomo, invece, deve far fronte al suo corpo, è un corpo vivente, ma ha al contempo un corpo cosa da educare, gestire, controllare...il suo movimento non ha la fluidità del gesto animale, e risulta, il più delle volte, meno aggraziato. Insomma, mentre il movimento dell'animale appare sicuro e integrato al suo ambiente, perfettamente adeguato ai suoi scopi, quello dell'uomo risulta essere trattenuto, intralciato, turbato. Questo intralcio alla grazia del movimento si chiama coscienza, mente, intelletto; e per questo Von Kleist, parlando del movimento, chiama "infelice" l'intelletto: esso è nell'uomo la rottura che lo separa nel movimento dallo stato di grazia, proprio invece di un essere che non ha coscienza, come l'animale, o dell'essere dall'infinita coscienza, Dio. Tuttavia, non si deve pensare alla coscienza come ciò che semplicemente si oppone al movimento: ogni movimento umano è già da subito intriso di coscienza, e la mente non è se non nel movimento! Essa avviene quando il corpo, muovendosi, incontra e si scontra col mondo: "Ogni movimento del nostro corpo, infatti, oltre a stabilire un contatto con il mondo, veicola l’effetto del mondo sul corpo che incrina la spontaneità e l’immediatezza del movimento stesso nel suo prosieguo. Questa impercettibile crisi, che chiede al corpo una rielaborazione del messaggio del mondo e una modificazione del movimento successivo a partire dalla qualità del messaggio ricevuto, è l’origine della coscienza, che dunque è già rintracciabile nella motricità come incrinatura del suo fluire spontaneo" (Umberto Galimberti, Psiche e Techne). La coscienza (e la riflessione in senso originario) è il riflesso del mondo sul movimento del corpo, che in quell'incontro-scontro interrompe il suo fluire spontaneo: cresce e si sviluppa nella crisi del movimento; dalla crisi nasce la coscienza che giudica - krino in greco, da cui crisi - le risposte ottenute dal mondo; ogni crisi custodisce in sé la potenzialità di un nuovo apprendimento; apprendendo dalle risposte ottenute dal mondo la coscienza è memoria, che non è il semplice ricordo, ma l'intenzionalità e la proiezione futura delle risposte già apprese: così ogni atto o gesto motorio è sempre orientato, intenzionale, mentale, raccoglie le trame del passato, le risposte avute, e le proietta nel presente e nel futuro. La mente definisce e ridefinisce pertanto ogni atto motorio, è incarnata in qualunque movimento, è nel movimento. Ciò significa che anche la presunta identità, che spesso viene pensata come qualcosa di coscienziale, mentale, come un io quale nucleo centrale rispetto al mondo, che attraversa fisso le trame dello spazio e del tempo, è una realtà in movimento, è nel movimento: "ciò che è io, è mediante l'azione" (Novalis); non c'è anima, o spirito o mente o qualsiasi presunta sede dell'interiorità, staccata dal corpo, dal corpo vivente che agisce e interagisce nel e con il mondo. Ciò che viene appreso dall'anima, dalla coscienza, ciò che matura come io è grazie all'azione, e a quella sua manifestazione fondamentale che è il movimento; è per questo motivo che anche qualsiasi apprendimento mentale è più efficace se è nel movimento, se è pratico come si dice e non sul piano della pura teoria. Perché ciò che è mentale è fondamentalmente nel movimento, non a fianco o in opposizione ad esso, ma incarnato in esso, nell'incontro-scontro del corpo col mondo. Ed è per questo che, come sembrano peraltro confermare le ultime ricerche, lo sport, in quanto manifestazione della vita quotidiana che come abbiamo detto in apertura ha strettamente a che fare col movimento, sembra favorire fin dalla più tenera età lo sviluppo e la qualità di determinati processi mentali. Lo sport come educazione della mente attraverso il movimento! Non solo, nello sport si può imitare, e persino raggiungere, quella grazia del movimento, quella eccellenza e bellezza del gesto, che abita spesso in regni lontani; ma che a volte diventa più prossima, più vicina, attraverso le gesta di un atleta olimpico, le azioni di un campione, la gloria del vincitore, la cui purezza e perfezione restano impresse nella memoria; in quella grazia è come se "l'infelice intelletto" venisse per un attimo posto da parte, e non ci fosse né più coscienza, né mente, solo un corpo slanciato nel suo movimento in perfetta armonia col mondo. In quel momento l'atleta può tutto, niente lo può fermare...come se la coscienza, quella condanna che ci portiamo appresso nel bene e nel male sin dal primo movimento, raggiungesse per un attimo uno stato più elevato e si trasfigurasse nella grazia: allora si è come aquile che solcano i cieli o leoni che si slanciano verso la loro preda. A questo stato mira anche una Psicologia dello Sport! Ma primariamente essa dovrebbe riconoscere che la mente dell'atleta è nell'azione, è movimento; una disciplina che non sia semplicemente un occuparsi del mentale mettendo in secondo piano il fisico; perché propriamente non esiste una distinzione tra mentale e fisico, se non in un'astrazione che non coglie mai la realtà concreta dell'atleta sul campo di gara: mentale e fisico coesistono nel movimento, sono l'uno il fuoco dell'altro, lo stesso fuoco, che contemporaneamente gli dà calore e nutre entrambi. Questo fuoco è il corpo, su cui anche la psicologia dovrebbe porre il focus, il corpo in azione, in movimento. Un corpo vivente, non un'anima dove stanno i processi mentali di un corpo cosa. Un corpo di cui va mantenuto il fascino misterioso, le trame profonde, il desiderio di grazia, senza avere la pretesa di porle sotto la verità dell'intelletto: "deviata e fasulla ogni cosa non appena comprende se stessa": l'intelletto non può comprendere, se non in modo deviato e fasullo, il corpo in movimento, perché è solo mediante esso, invischiato in esso. E una disciplina che sia solo psichica, è semplicemente infelice, quanto "l'infelice intelletto".
Tommy

giovedì 12 aprile 2012

SPORT PSYCHOLOGY. Occhio non mente

Quando un occhio osserva un occhio e guarda in esso ciò che appunto esso ha di più bello, e con cui vede, in tal caso potrebbe vedere se stesso.
Platone.

Gli occhi della tigre. Così spesso viene dipinto lo sguardo di quegli atleti che come il feroce predatore, non desiderano altro che la loro ambita preda, la vittoria! Occhi fissi davanti a loro, all'obiettivo, senza palpitazione. Occhi concentrati, determinati, fermi. Occhi calmi, come la calma olimpica, la virtù dei forti...nel silenzio del mondo attorno, perché non c'è più alcunché a interferire tra sé e il resto, né il rumore dello stadio, né il movimento di qualsiasi altra cosa...come se non volasse neppure una foglia...nulla può distogliere lo sguardo della tigre al suo scopo, la tigre è il suo scopo, e quando si aziona lo start i suo occhi diventano tutt'uno con la corsa verso di esso, con la meta, nella padronanza del proprio corpo. Negli occhi della tigre si rispecchia l'anima del vincitore, l'atleta teso con tutte le sue forze al traguardo della gloria, la vittoria! Anche se mille ostacoli dovessero frapporsi alla corsa, e la preda sfuggire per mille motivi! Questo è l'autentico sguardo che un'autentica Psicologia dello Sport può gettare sull'atleta, lo sguardo cui mirare...lo sguardo, non l'anima...l'occhio, non la mente!
Gli antichi sostenevano, a ragione, che l'occhio è lo specchio dell'anima...ma in modo, forse, differente da come pensiamo questa espressione. Per conoscere una persona dobbiamo davvero guardarla negli occhi? Conosci te stesso, da lì, da quell'iscrizione dell'oracolo di Delfi, muoveva per Platone ogni ricerca, anche prima di conoscere gli altri, e ogni altra cosa, indagare se stessi...e indagare se stessi ha profondamente a che fare con la vista - per Platone il conoscere in senso ampio ha a che fare col vedere (le Idee, eidos: forma, aspetto; idein: vedere)! Dove allora possiamo vedere noi stessi, e conoscere noi stessi? Nel riflesso della pupilla dell'occhio altrui, dove il nostro essere si riflette: "quando guarda nell'occhio il volto si riflette nello sguardo di chi si trova di fronte come in uno specchio, che chiamiamo anche pupilla, dato che è come un'immagine di chi guarda"; quando guardiamo negli occhi di un'altra persona la pupilla riflette il nostro sguardo, vediamo e al contempo ci vediamo. Il riflesso si distingue nella pupilla. Nulla pupilla rivediamo un'immagine di noi, ma un'immagine fanciullesca, di simulacro (pupilla, latino pupa, fanciulla ma anche bambola), dunque un'immagine riflessa fedele e non fedele, luccicante, perché il luccichio della pupilla è come il brillio di uno specchio d'acqua, ci ritorna un'immagine che accenna, ma non svela totalmente; come un'ombra, perché come l'ombra accompagna le persone, così lo scintillio dell'iride dell'altra persona esprime quasi un doppio, un'ambivalenza, siamo noi e siamo altro, siamo noi essendo altro; il fatto è che l'immagine che vediamo di noi nella pupilla è al contempo lo sguardo dell'occhio dell'altra persona che incontriamo, cui incrociamo lo sguardo, con cui ci confrontiamo: allora la nostra immagine vive dello sguardo degli altri, si mescola e si modifica con essa. Quando lo sguardo degli altri prende vita, viviamo dello sguardo degli altri, nello sguardo degli altri...così possiamo vedere una parte di noi...perché chi ha paura o ha da nascondere, abbassa lo sguardo, o lo distoglie, non per non farsi vedere, ma per non guardarsi; un tempo si credeva che lo sguardo di un ammalato morente non riflettesse più l'immagine di colui che vi guarda, non avesse più riflesso, scintillio: era segno che l'anima stava abbandonando il corpo, non c'era più quello scambio di vita che è lo sguardo; e quando una persona effettivamente muore, con gli occhi chiusi o uno sguardo assente, e non incrociamo più il suo sguardo, muore letteralmente con essa una parte di noi. Perché la vita è negli occhi degli altri, e con essa ciò che la anima, la nostra anima, noi. Questione di sguardi. Nella verità degli sguardi si nasconde il conosci te stesso, la propria anima: sguardi mutevoli, d'amore, d'odio, di verità o inganno, enigmi dell'anima, come un gioco di specchi riflettenti....chi siamo? donde veniamo? dove andiamo? Perché l'occhio è davvero lo specchio dell'anima. Ma se l'occhio non mente...l'occhio non è la mente! Fuori dal gioco di parole, non c'è interiorità dello sguardo, né interiorità dell'anima...perché lo sguardo è sensibile, fisico, corporeo è l'occhio non è quindi lo specchio di alcuna mente o io interiore: se guardiamo gli occhi degli altri non vediamo la loro anima, il loro "dentro"! Solo il riflesso di un'ombra di noi stessi, da inseguire continuamente, in quello ed altri incontri! L'occhio degli altri è solo lo specchio della nostra anima, del nostro cammino di vita, all'inseguimento di noi stessi! E l'anima è semplicemente il nostro corpo vivente che si confronta con lo sguardo degli altri, la vita delle nostre azioni, dei nostri discorsi, dei nostri pensieri!
Questo discorso non conduce necessariamente lontano da una Psicologia dello Sport, a patto di  riconoscere, a mio avviso, che l'occhio della tigre, il gesto dell'atleta, non ha bisogno di alcuna indagine interiore, che prima ne separi il corpo, ridotto a corpo cosa, fisico, per inquadrare e indagare poi le trame della sua mente, della sua anima, dello psichico appunto, che servono o comandano quel corpo nel gesto atletico, riconsiderato e riunificato poi a posteriori; non c'è solo un enorme fascio di muscoli e nervi aiutato, controllato e diretto dai processi della mente, ma molto di più, un corpo vivente che quando si aziona lo start ha occhi solo per la gara, perché la tigre è la sua corsa, il suo scopo, la sua preda e il suo occhio vive nel riflesso dell'occhio dei competitori. La competizione (cum-petere) è un ricercare assieme, una sfida del superamento reciproco, dove il sé dell'atleta si mette in discussione nella ricerca di superare gli altri, e così avere una conferma di sé, un nuovo sguardo di se stesso, un autosuperamento. Come gli occhi sono lo specchio dell'anima perché nel riflesso dell'occhio dell'altro noi apriamo la via per conoscere noi stessi, così l'identità, l'anima dell'atleta non vive nella sua interiorità, ma nelle sue relazioni, vale a dire nel confronto, nel rispecchiamento della competizione, con gli altri. Forse il paradosso dell'oracolo di Delfi è proprio questo, che non esiste il sé senza l'altro, un'anima senza il corpo, un atleta al chiuso del suo stanzino a pianificare e gestire la sua gara, senza i rivali, e gli occhi della tigre!
Tommy 

venerdì 6 aprile 2012

JULIAN ROSS. Therapeutic Culture and Sport (part 2)

L'uomo non è mai stato consolato, compreso, curato, beneficato come oggi; ma, nella nostra civiltà, l'angoscia aumenta nella stessa misura in cui si perfezionano le terapie.
E. Severino


...camminando, con le mani nelle tasche, come vecchi amici nel silenzio del mondo attorno, Julian ha il portamento di un Principe, la sua camminata, i suoi occhi, sono la leggerezza, la felicità e la passione con cui vive la vita; mi parla della moglie e dei figli, dei bambini che allena, degli atleti che cura...ha un sorriso di dolcezza, e realizzazione; poi d'un tratto, come un lampo, si fa serio, ma non triste, semplicemente profondo: "Ho passato la mia giovinezza tra campi di calcio e ospedali Tommy, senza appartenere propriamente a nessuno di essi, uno straniero, un viandante, solo frammenti...ma questa erranza mi rende ora felice, sto facendo della passione la mia professione, cercando di unire i frammenti in unità, una medicina dello sport, anzi meglio, uno sport come terapia: portavo mio malgrado lo sport dentro le stanze di un'ospedale, per curarmi, ora cerco di portare la medicina fuori dagli ospedali, nei campi da gioco, per comprendere, non per curare...non è una terapia dello sport, ma uno sport come terapia, capisci?" Onestamente no, ma sospetto che Julian stia parlando di uno di quei rovesciamenti della tradizione, quei rinnovamenti del gioco che tanto gli piacevano, del tipo della filosofia del calcio totale. "Viviamo in un'epoca in cui per tutto si richiede una cura, tutto viene medicalizzato...non ti sto parlando solo di medicina, ma di cultura nel senso più ampio possibile: un farmaco, in senso letterale o metaforico, come cura per qualsiasi aspetto della vita quotidiana. Io cerco solo di ricordare il senso più autentico e proprio della parola farmaco, che nel greco pharmakon ha un senso ambivalente: era si la medicina, il rimedio, ma anche il veleno...perché a certe dosi, oltre il limite, la cura diventa veleno. E al contrario, a volte, il veleno diventa il vero rimedio, l'antidoto". Lo guardo stupito. "Si è diffusa una cultura del farmaco unicamente come cura, dell'eccesso oltre il limite della cura come terapia, della terapia come modo di pensare...una cultura terapeutica. Lo sai che il manuale diagnostico dei disturbi mentali cataloga circa 400 disagi passibili di cura, un numero in costante crescita e aggiornamento? Che ormai l'80% e oltre della popolazione statunitense è stata vista, almeno una volta, da uno specialista della psiche? Che in molti paesi più della metà delle persone prende o ha preso antidepressivi o pillole della più svariata specie che controllano e regolano stati emotivi, o qualsiasi altra forma di disagio? Che bambini di 4 anni vengono dichiarati depressi, e fin dalla più tenera età sono presi in cura per la loro tristezza, aggressività, ansia ecc.? Non ti sembra che nonostante la chiusura dei manicomi, un manicomio sia ormai diventato il mondo? E non vedi poi che la medicina preventiva ti dice ciò che devi fare per la tua salute, da mattina a sera, nella tua dieta, nel tuo vestire, in ogni azione di ogni ambito della vita quotidiana? Che vengono diagnosticate sempre nuove malattie? Che vengono inventati nuovi sistemi di cura?...Mi chiedo, ti chiedo: tutto ciò, è semplicemente un avanzamento della ricerca medica e psicologica? Prova a uscire per un attimo dall'ambito medico terapeutico, pensa ad altri settori della vita, e pensa al linguaggio: stress, ansia, dipendenza, trauma, sindrome, fobia, emotività, guarigione, crisi ecc. sono parole o campi che vengono usati per descrivere normali episodi della vita di tutti i giorni, e sono entrati ormai nel nostro immaginario. Ciò che è clinico, insomma, si estende oltre misura, e diventa un fatto culturale, fonte di interpretazione di ogni cosa"...è un fatto innegabile, ma qual'è il pericolo del diffondersi di questa cultura terapeutica? "Che è falsa. Nega ciò che vorrebbe affermare" Non capisco Julian. "Mentre promuove la cura della persona, dell'individuo - sono sicuro che termini come salute personaleautostima, autorealizzazione, libera scelta, soddisfazione personale, libera espressione del sé ecc. non ti risultano nuovi-, in realtà postula a priori proprio il suo contrario: la fragilità e la debolezza dell'esistenza, meglio un senso diminuito del sé di cui la preoccupazione terapeutica si deve far carico. Produce così in realtà nella cultura solo e soltanto un'autolimitazione del sé: qualsiasi piccolo intoppo o ingarbo della vita è malattia, devianza, trauma, e va preso in carico, va curato; ogni minima situazione di disagio portata alla luce: sportelli di aiuto, centri di assistenza della persona, meccanismi di assicurazione, tecniche di controllo, pratiche di outing. Un vero e proprio svuotamento della personalità, un'impersonalità diffusa. Dove ognuno, illudendosi di cercare e trovare sé stesso, è in realtà in balia della cultura terapeutica, della sua falsità. Come cervelli nudi in una vasca, controllati e gestiti da un controllo conformante dilagante". Uhm, ricorda molti film del postmoderno, come Matrix o Fight Club. "Per alcuni aspetti...fattelo dire dai cartoni animati però, non si tratta di film! E questa è la seconda cosa: identità fragili e incerte, postulate e diffuse, pullulano in effetti nel postmoderno, dove la tendenza all'individualizzazione si accompagna alla frammentazione che si riversa in mille tentativi tra culture, tribù, miti, idoli, commistioni, pur di trovare sé stessi; tutti brandelli di identità, nel reale allontanamento degli altri: chiusi in una stanza o nel proprio mondo, si è social solo a livello virtuale, davanti allo schermo della tv, del computer o del proprio dispositivo portatile. Questo fallimento non può che aprire la strada alla gestione del sé, al controllo: chi è debole, è facilmente manipolabile, e controllabile...un controllo certo non forzato, non coatto, ma a cui ci si consegna spontaneamente, perché è terapeutico e promette la salute e il ritrovo di se stessi. Lascio a te considerare gli eventuali risvolti politici e sociali della faccenda, come quando in occasione di stragi, tragedie, omicidi, crisi, situazioni negative si scatenano tutti gli esperti della terapia. Pensaci! Ti ricordo solo che i nostri limiti, il senso tragico, gli stati di crisi sono gli eventi fondamentali della nostra esistenza: perché solo di fronte ad essi diventiamo veramente consapevoli di chi siamo, come di fronte alla morte, il limite fondamentale, diventiamo consapevoli della nostra esistenza. L'eccesso della cura, la cultura terapeutica, nasconde proprio i nostri limiti più propri, perché ne diffonde un livellamento impersonale, e se ne fa carico. Ci affidiamo alla medicalizzazione di tutta la nostra esistenza, e perdiamo la comprensione di chi siamo, dei nostri limiti e delle nostre potenzialità. Io stesso ho imparato a capire qualcosa in più di me sul campo di calcio, inseguendo un pallone, un sogno...quando per vincere una finale mi sono trovato faccia a faccia con la morte, da lì in poi non mi sono mai sentito così vivo. Ho iniziato a gettar luce sulla mia vita, entrando a contatto coi miei limiti, a volte vincendo, a volte uscendo sconfitto. Ora cerco di fare lo stesso nel mio lavoro, con giovani sportivi...cerco che la medicina, attraverso lo sport, sia un ausilio perché imparino a diventare ciò che sono". Quindi se ben capisco è questo il senso profondo di quando parli di sport come terapia: in un'epoca dove domina la cultura terapeutica, l'eccesso della cura, lo sport restituisce al farmaco il suo senso più proprio, ricorda che la medicina può essere anche veleno: il farmaco per comprendere e aiutare, non per curare e controllare! E lo fa mettendo in contatto lo sportivo con i suoi limiti, con la sua esistenza, non sottraendoli e nascondendola. "È proprio questo. Il fatto a mio parere fondamentale è che l'impatto terapeutico incide perché considera il corpo umano come un oggetto, un corpo cosa: ridotto al tavolo degli anatomisti, allo sguardo dei medici, esso può essere squartato e considerato nel suo insieme di organi, nel suo fascio di nervi, nelle sue funzioni vitali, nei suoi processi chimici e fisici, nelle sue capacità muscolari ecc...insomma, tutte le applicazioni che conosciamo della medicina...ma che cos'ha questo corpo del corpo vivente che insegue un pallone o esegue con esso una giocata geniale? E se il corpo è ridotto da quello sguardo a un insieme di atti in terza persona, dall'altra parte c'è chi si occupa di quello che resta, gli esperti dell'anima, della psiche, con le sue cognizioni, emozioni, comportamenti, atti, processi ecc...ma in fondo, che ne sanno anche questi dell'emozione unica e irripetibile che ognuno a modo suo prova toccando un pallone, o di quanto il calcio sia una scuola di vita! Quando questi sguardi guardano allo sport, lo fanno con occhio terapeutico: spesso per prevenzione, spesso per autostima, fate sport, fa bene alla salute, rende equilibrati con se stessi! Sai che ti dico Tommy...che importa! Lo sport è molto di più! Quando giocavo a pallone ero molto di più che un cuore di cristallo o un capitano carismatico, ero la mia esistenza nella sua passione, né corpo né anima, ma un corpo vivente, la mia vita che si confrontava coi suoi limiti, lì mi sentivo vivo...Lo sport può anche non far bene alla salute, può anche ledere all'autostima...di sicuro fa bene all'esistenza, la mette a contatto fondamentalmente coi suoi limiti e potenzialità...diventa quella dose di veleno che può restituire il vero senso del farmaco. Perché senza comprendere l'esistenza ogni farmaco perde il suo senso, ogni terapia diventa vuota, una tecnica impersonale di limitamento e controllo. Fuori dagli ospedali, dallo sguardo della cultura terapeutica, lo sport diventa espressione libera dell'esistenza: la medicina comprendere e aiutare in questo, senza aver la pretesa di spiegare" Si rimette gli occhiali Julian, ci salutiamo affettuosamente e lui se ne va per la sua strada, passeggia nella sua semplicità con le mani in tasca, pantaloni chiari e occhiali scuri, foulard e giubbotto di jeans legato solo dal primo bottone...semplice e unico; e io rimango lì, ai confini della fantasia, ai bordi della realtà, a pensare...non sono più sicuro...ho la netta sensazione che queste visioni profetiche non siano opera della fantasia!            

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Tommy

mercoledì 1 febbraio 2012

ESTREMIZZAZIONE DELLO SPORT: Il corpo macchina

Lo “sport”, vale a dire il culto abituale dello sforzo muscolare intensivo, aspirando al miglioramento, è suscettibile di essere portato fino al rischio. È questa la definizione di “Sport”.
Pierre De Coubertin

Quando pensiamo allo sport oggi, soprattutto a quello competitivo di alto livello, non può non colpirci, e forse meravigliarci (in una accezione del termine che può essere sia positiva che negativa) l'immensa distanza che separa il campione di turno impegnato nelle sue gesta, rispetto alle potenzialità che potrebbe esprimere sulla stessa disciplina o attività una persona normale: lo sport agonistico d'eccellenza, lo sport campionistico, è cioè caratterizzato da una forte estremizzazione del gesto, per cui il campione o l'atleta di alto livello riesce a far cose che nessun altro può fare; ovviamente è sempre stato così, altrimenti il campione non sarebbe il campione e non si distinguerebbe dalla persona comune! Tuttavia ciò che oggi colpisce particolarmente è che il gap, la distanza che la prestazione dell'atleta lascia dietro di se, è estrema: estremo (etim: extremus) come tendente verso il fine, un limite massimo verso cui non si può arrivare, come il più lontano e remoto, come l'eccessivo e il grandissimo; pensiamo allora in questo senso alla competizione che aleggia sempre più sul filo dei centesimi o dei millesimi di secondo, alla ricerca del minimo particolare che fa la differenza nel perfezionamento del gesto atletico, alla presenza costante dello sportivo sul crinale del limite e del rischio...lo vediamo sui risultati  e le classifiche, sugli instant replay della televisione, sull'emozione che ci resta sulla pelle di tutti quegli atti sportivi che ci lasciano a bocca aperta; sgombriamo allora il campo da un'equivoco di fondo: l'estremizzazione dello sport, per come la intendiamo, non riguarda tanto la pratica degli sport estremi, che anzi sono un'articolazione più o meno laterale di questo concetto dal ben più ampio respiro: l'estremizzazione dello sport è piuttosto caratterizzata da un efficientismo del gesto sportivo portato al continuo miglioramento perfettivo, da un principio per cui la pratica agonistica supera continuamente se stessa nella prestazione, da un continuo lavoro sul limite e sul suo oltrepassamento (ciò d'altra parte coinvolge sia lo sport in senso stretto, ovvero la pratica dell'attività sportiva del campione, sia, in senso più ampio, tutte le circostanze che fanno da "contesto" più o meno relazionato strettamente al gesto degli atleti: le tecniche di preparazione e allenamento, la strumentazione e il materiale tecnico di cui si servono nello svolgere la loro attività, le modalità di calcolo e misurazione della prestazione sportiva, persino il mondo che riguarda la fruibilità dell'evento da parte dello spettatore interessato: tutto tende ad un maniacale estremismo); paradossalmente allora, in un un mondo in cui la pratica dell'attività sportiva è in continua estensione, estrema diventa la distanza che separa lo sport, o meglio un certo tipo di sport, quello campionistico, dalla comune pratica sportiva;  questo può, come accennavamo, da una parte sorprendere in maniera positiva, e quindi suscitare ammirazione, imitazione o idolatria, ma può anche in un certo senso, e forse in misura maggiore, "spaventare", allontanare la persona che si vorrebbe avvicinare a quella disciplina dalla pratica, cercare vie alternative di sportività, fruire dell'evento nell'attesa che questo estremismo incontri nuovi traguardi (il superamento di un qualche limite nel record) o la sua caduta (l'attenzione più o meno conscia  verso l'incidente)...L'estremizzazione dello sport è insomma un fattore importante di cui tener conto, perché può cambiare radicalmente, come in effetti sta accadendo, e nelle più varie declinazioni, lo scenario sportivo del mondo post moderno (agonismo contemporaneo). Ma qual'è allora la questione centrale dell'estremizzazione dello sport? A cosa ruota attorno?Essa si fonda sulla concezione di un corpo macchina, sul fatto ciò che il corpo venga vissuto come una cosa, un oggetto e quindi una macchina la cui prestazione va continuamente affinata e portata al limite in termini di efficienza ed efficacia, estremizzata per così dire. Tale scenario ha radici lontane, moderne, cartesiane: l'operazione cartesiana consiste infatti nel distinguere un'anima, il principio di egoità (penso, dunque sono), un puro intelletto nelle cui cogitazioni c'è ogni possibile senso del mondo e dell'io soggettivo che lo abita, dal corpo, risolto in mero oggetto, che come gli altri corpi che trovo nel mondo è soggetto alle stesse leggi fisiche e di movimento; ciò significa che il corpo non è più il luogo dell'apertura della nostra esistenza al mondo e dello scambio di senso con esso (Il corpo e il mondo), ma una cosa da definire e plasmare secondo le astrazioni dell'intelletto, le leggi matematiche e i modelli quantitativi della scienza e della tecnica. Cartesio a proposito è chiaro: si esiste semplicemente come essenze pensanti, corpo e mondo possono pure non esserci: “vedevo che potevo fingere di avere un corpo e che non esistesse il mondo, né luogo in cui mi trovassi; ma non per questo potevo fingere che io non fossi; al contrario, dal fatto stesso di pensare a dubitare della verità delle altre cose, seguiva con grande evidenza e certezza che io esistevo”. L’anima di Cartesio è ciò che resta nel processo di astrazione che ha eliminato preventivamente corpo e mondo: "Che cosa sono io? Una cosa che pensa. […] A parlar propriamente, noi non concepiamo i corpi se non per mezzo della facoltà di intendere che è in noi, e non per l’immaginazione, né per i sensi; e che non li conosciamo per il fatto che li vediamo o li tocchiamo, ma solamente per il fatto che li concepiamo per mezzo del pensiero, io conosco evidentemente che non v’è nulla che mi sia più facile a conoscere del mio spirito". Questo spirito fissa astrattamente le misure di corpo e mondo, attraverso le operazioni matematiche: sono le funzioni anticipatrici dell’Ego a dire che cosa sono corpo e mondo: “queste funzioni, che sono a loro volta il prodotto del metodo matematico-quantitativo adottato, producono oggetti ideali che valgono come norma di interpretazione per cose reali, per cui conoscere la natura non significa più osservarla, ma ricondurre le differenze qualitative a quell’indifferente quantitativo che è l’indice matematico anticipato dalle funzioni dell’Ego” (Umberto Galimberti, Il corpo). Capiamo bene qui il senso del corpo macchina che si va dispiegando: un corpo che risponde ai calcoli e alle funzioni della scienza che l’ha squartato, calcolato, ed infine prodotto e determinato in base a quel sapere; il corpo macchina gode di un’astrazione per cui grazie alle anticipazioni matematiche basta semplicemente riportare tutto a rapporti quantitativi e misurabili che godono di esistenza indipendente e autonoma. Il corpo non è più un corpo vivente in azione ma un corpo disegnato e ridisegnato dalle logiche della scienza. Una scienza che accresce la propria potenza su se stessa, sui propri risultati, e va sempre più specializzandosi. Questo fa sì che il corpo, visto che è costretto a vivere la vita concepita dall’Io, da una parte divenga un fascio di processi in terza persona, come ad esempio la vista, l’udito, la motilità, dove per ciascuna parte, per ciascun organo, la sua scienza specifica ricerca cause e misurazione; il corpo viene cioè tagliato, diviso, scomposto nei suoi organi, perché non è più concepito come totalità unitaria in azione; d’altra parte, le stesse concezioni del corpo mutino a seconda della prospettiva scientifica che lo indaga: il corpo è allora oggetto della scienza medica, della scienza fisica e biologica, della scienza economica, della scienza politica ecc. Tutte queste indagini e prospettive sul corpo hanno alla base l’operazione cartesiana che ha ridotto il corpo a cosa per le cogitazione della ragione: lì è la loro matrice; l’industrialismo mette in luce una prospettiva sul corpo che lo rivela proprio come macchina: questo ha il suo naturale riflesso nel corpo sportivo che presenta tratti omologhi alla logica della produzione industriale; è un caso allora che lo sport moderno si sviluppi proprio in Inghilterra e parallelamente all'industrialismo e alle sue logiche? Il corpo è pensato come una macchina e si sviluppa con logiche simili o complementari al processo industriale; Guttman, proprio partendo da uno sfondo che lega lo sport moderno all’industrialismo e a quello spirito di razionalizzazione che lo pervade, traccia un profilo dello sport che va Dal rituale al Record, individuando tratti peculiari dello sviluppo dello sport moderno: Secolarismo: i giochi olimpici e gli altri giochi dell’antichità erano feste sacre e gli avvenimenti atletici avevano spesso significato religioso. Ora il gioco atletico, prima carico di significato religioso, si concentra sui propri elementi essenziali: gioco, esercizio, competizione. “Il legame tra il secolare e il sacro è stato spezzato, l’attaccamento al regno del trascendente è stato reciso. Gli sport moderni sono attività in parte perseguite come fini a se stesse e in parte per altri fini che sono altrettanto secolari. Noi non corriamo affinché la terra sia più fertile. Noi coltiviamo la terra o lavoriamo nelle nostre fabbriche e nei nostri uffici in modo da poter avere del tempo per giocare”. Uguaglianza: la seconda caratteristica degli sport moderni è l’uguaglianza nel significato duplice che questo complesso concetto ha: 1) tutti, in via di principio, devono avere l’opportunità di competere; 2) le condizioni della competizione devono essere le stesse per tutti i contendenti”. Il primo aspetto, il libero accesso, produce nella modernità un’estensione della democratizzazione dello sport; un’uguaglianza questa che in linea di principio va garantita poi anche praticamente attraverso il secondo aspetto, e cioè creare delle condizioni che favoriscano questa estensione democratica. “Quando tutti avranno avuto la loro chance, sapremo chi è il migliore”. Specializzazione: la specializzazione e il professionismo nella competizione erano aspetti che si erano già messi in luce nell’Olimpia antica; gli sport moderni si sviluppano e si approfondiscono in questa direzione: vi sono ruoli e compiti altamente specifici, i quali richiedono a loro volta l’affinamento di competenze specializzate, non solo nei competitori, ma anche in chi ha mansioni connesse e legate al contesto. Razionalizzazione: è l’attività della produzione delle regole. Ciò che distingue i giochi moderni dai giochi antichi è sia il numero delle regole che la loro natura. La codificazione produce un un’uniformità della pratica – tutti giocano lo stesso gioco nelle stesse modalità – e una riduzione dell’incertezza – evitare l’interpretabilità della pratica. “La codificazione ha fatto sì che i singoli giochi presportivizzati si trasformassero in discipline sportive, consentendo loro di assumere un carattere di universalità e convertendoli in un linguaggio dell’interazione che dissolve le barriere culturali”. La razionalizzazione produce anche, a livello di preparazione, una pianificazione dell’attività e una ricerca dell’efficientismo. Burocratizzazione: “Chi decide davvero le regole degli sport moderni e chi amministra il complicato sistema della ricerca? La risposta è ovvia. Una organizzazione burocratica”. La burocratizzazione coinvolge cioè quell’apparato di organismi o strutture che regolano l’organizzazione e l’istituzione dello sport: quest’organo burocratico ha la funzione di certificare la validità degli esiti di gara, di distribuire ricompense e pene, e in generali di perseguire i fini associativi che il movimento si è dato. Quantificazione: la misurazione oggettiva della performance assume un ruolo strategico: “gli sport moderni sono caratterizzati dalla tendenza quasi inevitabile a trasformare qualsiasi impresa sportiva in un’impresa che può essere quantificata e misurata”. Gli strumenti tecnologici di misurazione assumono nella modernità un ruolo fondamentale rispetto allo sport: ciò che viene misurato è inoltre oggetto di raccolta e analisi statistica. Il mondo dello sport moderno è un mondo pervaso dai numeri. “L’espandersi dell’importanza che al dato numerico viene assegnata nelle discipline sportive odierne (dalla misurazione temporale a quella spaziale, fino all’inventariamento di singoli gesti e fasi di gioco) corrisponde a una frenesia di sezionare e ridurre a entità matematica che è tipica della modernità. Attraverso questo percorso di misurazione, inoltre, si apre la strada allo studio scientifico della performance e alla sua pianificazione a partire da risultati oggettivi”. Record: “Combinate l’impulso alla quantificazione con il desiderio di vincere, di eccellere, di essere il migliore – e il risultato è il concetto di record. […] Che cosa è un record nel senso moderno? È la meravigliosa astrazione che permette che la competizione abbia luogo non solo tra coloro che sono riuniti nel campo sportivo, ma anche tra essi e altri atleti distanti nel tempo e nello spazio”. Il record è un concetto fondamentale per lo sport moderno: la prestazione d’eccellenza sposta continuamente in avanti il limite delle possibilità umane. Il record ha un carattere estemporaneo, si proietta fuori dal tempo e dallo spazio ristretti nell’immediata azione di gara; e tuttavia, nell’analisi e nello studio della prestazione esso può essere pianificato. Il record è ciò che condensa il passaggio cruciale dal gioco competitivo antico e pre-moderno, allo sport moderno: esso è la gloria immortale e la fama della modernità: “Una volta che gli dei sono svaniti dal monte Olimpo o dal Paradiso di Dante non possiamo più correre al fine di placarli o di salvare la nostra anima, ma possiamo stabilire un nuovo record. È una forma esclusivamente moderna di immortalità”. Con il record, lo si intuisce, il corpo in azione dello sportivo perde il suo limite, che non viene più rilevato nello scenario olimpico divino né nel paradiso cristiano, e prende a inseguire il continuo superamento di se stesso, della propria prestazione, in quella che potremmo chiamare, in termini hegeliani, una cattiva infinità: la visione di un progresso lineare di un continuo miglioramento si abbina alla concezione di un corpo oggetto da migliorare progressivamente: poiché il corpo è la funzione di cui parla la scienza nei suoi procedimenti conoscitivi, e la scienza insegue se stessa nel continuo superamento di sé e nell’accrescimento del proprio apparato, il corpo diventa quella cosa che attraverso la scienza e le sue applicazioni può essere sempre meglio regolato, conosciuto, modificato, in un procedimento infinito, come il record che esso insegue, come la macchina nel continuo perfezionamento del suo rendimento. Per questo, quando il barone De Coubertin da vita, attraverso la riesumazione e la rivisitazione delle Olimpiadi in chiave moderna, alla fiaccola dello sport come lo conosciamo, non può che dire: "Lo “sport”, vale a dire il culto abituale dello sforzo muscolare intensivo, aspirando al miglioramento, è suscettibile di essere portato fino al rischio. È questa la definizione di “Sport”. È necessario che sia un culto, e non un culto passeggero; occasionale ma volontario, riflessivo, regolare; è indispensabile che il culto si applichi un poco a uno sforzo muscolare qualsiasi, purché sia intensivo; che abbia come obbiettivo il perfezionarsi attraverso l’esercizio e l’allenamento; è necessario, infine, che lo sportivo non abbia alcuna paura, che desideri il rischio, e che questo sia, per così dire, un’attrattiva in più ai suoi occhi. Così l’idea di continuità e di progresso, l’idea di intensità, l’idea di rischio, sono inseparabili dalla vera sportività. Da ciò consegue che la pratica sistematica, l’energia violenta, l’eventuale pericolo, siano gli elementi fondamentali dell’Olimpismo". L'iperbole che porta all'estremizzazione dello sport dei giorni nostri ha il suo germe proprio qui; il corpo, quello dello sportivo in particolare, è cioè la frontiera del progresso della scienza e della tecnica: "Nella modernità, la sfera corporea dello sport si è costituita in una sorta di laboratorio per la pianificazione e ottimizzazione della prestazione, orientata da due principi guida: record fitness. La presenza del record come orizzonte della prestazione corporea determina l’assunzione di condotte altamente razionalizzate di training, ma anche il rischio di derive illecite nella ricerca del più efficace ausilio alla performance. È in questo solco che si collocano le pratiche di doping, che va così inteso come estremizzazione e distorcimento del record. Riguardo al principio di fitness, esso comprende il complesso di pratiche utili a condurre il corpo entro i margini della più selettiva efficienza fisica. Rientrano in quest’ambito le ordinarie pratiche di allenamento fisico mirante alla preparazione della gara; ma anche altre e più profonde pratiche di manipolazione ed efficientizzazione del corpo" (Pippo Russo, Sport e Società). La cultura del record e del fitness hanno prodotto nello sport un corpo oggetto, che allontana sempre più dal vissuto quotidiano del corpo così come lo siamo. Questo corpo sportivo, e questo sport costruito dalla scienza e dalla tecnica, ha raggiunto ormai livelli estremi, e come la distanza dalla complessità e dalla perfezione di scienza e tecnica aumenta di continuo, così lo sport campionistico col suo corpo macchina apre un divario rispetto al vissuto comune del corpo e allo sportivo "qualunque". Di più, persino nuove forme meno agonistiche e prestazionali dello sport, ma più espressive, wellness, identitarie, hanno la loro matrice in questo scenario del corpo macchina e ne sono la conseguenza e l'indice del cambiamento radicale a cui stiamo assistendo in questo mondo; ciò può essere letto nell'iperbole e nella concettualità del fenomeno del doping, attraverso cui il corpo macchina supera il suo limite, per poi cadere, come Icaro, e disperdersi in forme più espressive e identitarie dello sport. Il doping non è tanto, almeno non primariamente, questione di etica o di giustizia sportiva, ne biomedica, ma ha dietro di se quello scenario del corpo macchina che abbiamo provato a descrivere: riguarda la definizione del corpo e dei suoi confini, dei limiti alla sua plasticità; è indubbio che con lo sport si sia diffuso anche un sistema del doping; esso si inserisce in quello sfondo del record che richiede la massima prestazione della performance: in questo senso il doping è un risvolto consequenziale del corpo macchina, e del sapere biomedico che ne rende più efficiente la prestazione; eppure, nascendo in questo orizzonte del record, il doping al contempo lo sfonda: esso, infatti, si sviluppa nella ricerca del record ma finisce per esserne l’estremizzazione e la distorsione: il doping sfonda cioè i limiti che il corpo macchina può incontrare nella prestazione e apre una prospettiva tutta nuova: esso giunge a parlarci del corpo sportivo non più come frontiera, perché questa oltre che essere differita sempre più in la dal principio prestazionale è stata definitivamente abbattuta dal doping (posso far tutto attraverso il doping, e se posso far tutto, lo spostamento in là del limite non è più attraente), ma come luogo di malleabilità e plasticità infinita: il corpo non è più un oggetto da plasmare nella prestazione ma si disperde come un mondo dalle possibilità infinite in questo universo dalle possibilità infinite che il corpo diventa, il fenomeno sportivo può dedicarsi oltre al profilo macchinista prestazionale, anche al profilo espressivo ed emozionale del corpo; lo sport puramente prestazionale ed estremistico si rovescia su se stesso perché il corpo macchina fa alla fine scoprire il corpo come universo dalle possibilità infinite; e l’emergere di nuove pratiche sportive non fa che rispecchiare questo mutamento di fondo: il corpo macchina può essere affiancato da quelle logiche corporee che attraverso lo sport ricercano l’espressione di sé: “il corpo diviene così un «contenitore del sé che permette di dare dei contorni chiari alla propria identità in un contesto sociale sempre più incerto e frammentario. La soddisfazione personale, ovvero la risposta a questa domanda di senso e di legittimazione a esistere in modo pieno, conta dunque più del risultato in termini sportivi tradizionali” (Raffaella Ferrero Camoletto, Oltre il limite. Il corpo tra sport estremi e fitness). La ricerca di nuove forme di espressione attraverso lo sport risponde allora ad un’esigenza di senso. Si tratta di cominciare a pensare profondamente a questo senso che si distacca profondamente da uno sport prestazionale, oggi portato all'estremo, da uno sport moderno, e si affaccia invece su nuove dinamiche che sono tutte da scoprire, lo sport e il corpo post-moderno.
Tommy

martedì 17 gennaio 2012

IL CORPO E IL MONDO: Leib e Körper

Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono, è rispetto ad esso che ci sono un sopra, un sotto, una destra, una sinistra, un avanti, un dietro, un vicino, un lontano. Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano. Il mio corpo non è da nessuna parte.
M. Foucault

Noi spesso viviamo nella tacita illusione di pensare il nostro corpo come una cosa, un oggetto di cui disporre a piacimento, nell'immagine che ci diamo, nelle azioni che accompagnano la nostra vita quotidiana; un oggetto a disposizione del nostro io in quanto soggetto, del nostro desiderare, volere, decidere; ma il nostro corpo non è nostro semplicemente perché è un corpo-cosa che ci trasciniamo e ci portiamo appresso, ma ben più originariamente perché è un corpo vivente che abita un mondo: è la nostra stessa esistenza che si dà nel corpo, e noi abitiamo un mondo non tanto perché abbiamo un corpo, ma in quanto, fondamentalmente, lo siamo. Qual'è dunque la relazione tra il corpo, il mondo, e la nostra esistenza? Qual'è il corpo che tacitamente non riconosciamo? Per rispondere a queste domande vediamo innanzitutto qual'è l'appartenenza e la frattura che segnano la relazione tra corpo e mondo. Come il bimbo viene originariamente al mondo testimoniando col suo pianto quella divisione che lo ha separato dal corpo materno, placata poi tra le sue braccia, così il corpo nella sua ingenuità reca in sé la frattura del mondo, che lo spinge e lo protende subito verso di esso: è mondo e al contempo non lo è, perché può stare al mondo solo disponendone; la sua azione infatti viene dal mondo, è mondo, ma anche usa il mondo: usa per esempio l’aria per respirare, si appoggia al suolo per camminare, utilizza la luce per vedere e così via; il corpo è così una piega del mondo: è, nel suo venire alla luce, divisione originaria, intima ferita che si staglia nel mondo: symbolon, anello spezzato che vive nella tensione della ricomposizione con la parte mancante, il corpo anela cioè il mondo come totalità che gli appartiene ma non possiede e verso cui si dirige per poter dispiegare la sua esistenza; è la sua ambivalenza simbolica: piega del mondo che richiama alla totalità dispiegata, il corpo è quel corpo, ma anche altro: è nell’aria che respira, nelle braccia che lo accolgono, nel suolo ove dirige i suoi primi passi; Il mio corpo è fatto della medesima carne del mondo - dice Merleau-Pontyè insomma nel mondo che richiama e insieme nel punto che ne segnala la frattura: “il mio corpo è ovunque nel mondo, è coestensivo al mondo, esteso attraverso tutte le cose e, insieme, raccolto in questo solo punto che esse tutte indicano e che io sono senza poterlo conoscere” (Sartre, L'Essere e il Nulla); il corpo è questo punto senza poterlo conoscere perché essere al mondo, abitare il mondo, prenderne dimora, non è ancora conoscerlo e possederlo: infatti, “abitare non è conoscere, è sentirsi a casa, ospitati da uno spazio che non ci ignora, tra cose che dicono il nostro vissuto, tra volti che non c’è bisogno di riconoscere perché nel loro sguardo ci sono le tracce dell’ultimo congedo. Abitare è sapere dove deporre l’abito, dove sedere alla mensa, dove incontrare l’altro, dove dire è u-dire, rispondere è cor-rispondere. Abitare è trasfigurare le cose, è caricarle di sensi che trascendono la loro pura oggettività, è sottrarle all’anonimia che le trattiene nella loro «inseità», per restituirle ai nostri gesti «abituali» che consentono al nostro corpo di sentirsi tra le «sue cose», presso di sé” (Umberto Galimberti, Il corpo): prima di conoscere il mondo il corpo lo abita perché abitare il mondo è tenerne vivo lo spettacolo, aprire il sipario e recitare la propria parte, darne le pulsazioni vitali, abitarlo come il cuore abitando l’organismo vi infonde la vita e da sangue all’esistenza
: “il mio corpo è nel mondo come il cuore nell’organismo: mantiene continuamente in vita lo spettacolo visibile, lo anima e lo alimenta internamente, forma con esso un sistema” (Merleau Ponty, Il visibile e l'invisibile). Ma il corpo può abitare il mondo perché è da subito in azione, protensione che si offre al mondo e vi si accosta agendo, usando l'aria, la materia, l'affetto delle persone: "agendo il corpo distanzia da sé il mondo e insieme lo approssima". È mondo che si staglia nel mondo, che vi prende posto. Sebbene provenga dal mondo e non sia altro che mondo, il corpo, agendo, discrimina dal mondo lo strumento, il mezzo (e anche il contesto), rispetto al fine dell’azione. Fa ciò a partire dal suo stesso corpo, raddoppiato in mezzo e strumento: le mani per afferrare, i piedi per camminare, gli occhi per guardare…È così che il corpo in azione scopre di disporne, di “averli”, sebbene sia ancora lontano dal “saperli”. Li usa appunto, ma non li sa. Il corpo in azione, potremmo concludere, fa di se stesso una “protesi”. Il corpo replica in sé all’infinito il dividersi del mondo che esso è: divisione originaria (Ur-teil). E così, piega del mondo, il corpo è anche piega di se stesso. In questo senso il corpo è immediatamente un fenomeno doppio. È [...] corpo vivente (Leib) e nel contempo è corpo cosa (Körper)" (Carlo Sini, L’uomo, la macchina, l’automa. Lavoro e conoscenza tra futuro prossimo e passato remoto). Il corpo non è "qualcosa", ma semplicemente il punto a partire dal quale mi si danno tutte le cose: "Il mio corpo in realtà è sempre altrove. E’ legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esso che le cose si dispongono, è rispetto ad esso che ci sono un sopra, un sotto, una destra, una sinistra, un avanti, un dietro, un vicino, un lontano. Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano. Il corpo non è da nessuna parte"; per questo non potremmo originariamente neppure dire di "avere un corpo", ma semplicemente di esserlo, essendo il mondo; ma agendo il corpo incontra se stesso, usa se stesso per agire nel mondo: solo allora ho un corpo come "qualcosa": in questo senso il corpo è subito un fenomeno doppio! Il corpo originariamente in azione rivela immediatamente la sua ambivalenza: distanziando e al contempo approssimando il mondo attraverso l’azione, instaura quello scambio simbolico per cui si da corpo attraverso il mondo, e mondo attraverso il corpo: “il corpo è il veicolo dell’essere al mondo […], se è vero che io ho coscienza del mio corpo attraverso il mondo, che esso è, al centro del mondo, il termine inosservato verso il quale tutti gli oggetti volgono la loro faccia, è anche vero, per la stessa ragione, che il mio corpo è il perno del mondo: io so che gli oggetti hanno svariate facce perché potrei farne il giro, e in questo senso ho coscienza del mondo per mezzo del mio corpo” (Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione). Il corpo originariamente aperto al mondo non conosce ancora quelle distinzioni tra io e mondo, tra soggetto e oggetto, tra interno ed esterno, che si costituiscono piuttosto in un secondo tempo, mediante l’azione. Ciò avviene a partire dal corpo stesso, il quale nell’azione si fa da subito doppio e diventa così strumento, veicolo del suo stagliarsi nel mondo, distinguendosene, e dell’istituirsi del mondo stesso: protensione al mondo, il corpo farà di se stesso una protesi (veicolo ausiliario), un mezzo per cui corpo e mondo, prima uniti in maniera simbolica nella loro co-esposizione originaria, successivamente si distingueranno dando luogo a quelle differenze io-mondo, soggetto-oggetto, interno-esterno. Ma come il corpo fa di se stesso una protesi? Innanzitutto scontrandosi, nella sua attività, con la passività dell’esposizione al mondo: l’azione all'inizio, infatti, si affida alla buona o alla cattiva sorte; il corpo in azione, nel suo incontro-scontro col mondo, attendendo l’esito della risposta dal mondo, si fa cosa del mondo, corpo cosa, Körper. Ma proprio così facendo, il corpo, in questo urto col mondo, si scopre al contempo come corpo vivente, Leib: “proprio lo slancio del corpo, il suo stagliarsi nell’azione, genera per retroflessione e contraccolpo, il senso dell’essere corpo vivente (Leib). […] È perché l’attività spontanea e originariamente aperta al mondo si scontra col suo limite di passività nel mondo che il vivente si percepisce come tale, cioè come impulso sia espansivo che retroflesso in se stesso; e così sperimenta anche tutta la sua inquietudine, la sua furia vitale, il suo timore e tremore” (Carlo Sini, cit.). Il corpo è pertanto da subito, nel suo stagliarsi nell’azione, un fenomeno doppio, corpo vivente e corpo cosa, Leib e Körper. Il corpo vivente è tuttavia più del corpo cosa, è irriducibile ad esso: non un semplice corpo esposto alla passività del mondo, corpo tra i corpi, cosa tra le cose, oggetto tra gli oggetti, ma il corpo proprio dove si dispiega un mondo e si incarna l’esistenza di ognuno nella sua peculiarità unica: "tra i corpi di questa natura io trovo il mio corpo nella sua peculiarità unica, cioè come l’unico a non essere mero corpo fisico (Körper) ma proprio corpo organico (Leib) […]; al mio corpo ascrivo il campo dell’esperienza sensibile, sebbene in modi diversi di appartenenza (campo delle sensazioni tattili, campo delle sensazioni termiche ecc.). questo corpo è la sola e unica cosa in cui io direttamente governo e impero, dominando singolarmente in ciascuno dei suoi organi. Io percepisco, posso sempre percepire, con le mani sensazioni tattili e cinestetiche, con gli occhi sensazioni visive ecc; i fenomeni cinestetici degli organi scorrono nell’io faccio e sottostanno al mio io posso. In seguito, ponendo in gioco le cinestesi, posso urtare, spingere, e cioè agire direttamente e quindi indirettamente con il mio corpo. Nella mia attività percettiva percepisco (o posso percepire) tutta la natura e in essa la mia corporeità propria che in quest’atto è perciò riferita a se stessa (Körper). Ciò diviene possibile perché io posso percepire una mano per mezzo di un’altra, l’occhio per mezzo della mano e così via, ove l’organo funzionante deve farsi oggetto e l’oggetto organo funzionante" (Husserl, Meditazioni cartesiane). L’azione genera dunque per retroflessione il senso del corpo proprio, di essere quel corpo che si volge al mondo attraverso l’agire: “io non sono di fronte al mio corpo, ma sono nel mio corpo, o meglio sono il mio corpo”(Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione); ciò significa che non dispongo del mio corpo come di un qualsiasi oggetto, non me lo trovo di fronte come mi trovo di fronte le cose del mondo, ma che lo sono in prima persona, perché lo vivo, lo abito, perché attraverso di esso si dispiega a me un campo di oggetti che vedo, che sento, che tocco; per questo: “io osservo gli oggetti esterni con il mio corpo, li maneggio, li ispeziono, ne faccio il giro, ma, per ciò che lo riguarda, non osservo il corpo stesso […]. In quanto vede o tocca il mondo, il mio corpo non può quindi essere visto né toccato. Esso non è mai un oggetto, non è mai «completamente costituito», proprio perché è ciò grazie a cui vi sono degli oggetti. Non è né tangibile né visibile nella misura in cui è corpo che vede e che tocca” (Id.). Il corpo vivente, Leib, non è mai pertanto una qualche cosa, una cosa tra le cose, ma nel protendersi al mondo, nell’intenzionarlo, è sempre quel mio proprio corpo attraverso cui si esprime la mia esistenza, che è pertanto sempre esistenza corporea: “il corpo esprime l’esistenza totale, non perché ne è un accessorio esteriore, ma perché questa esistenza si realizza in esso. […]Entrambi si presuppongono vicendevolmente e il corpo è l’esistenza cristallizzata o generalizzata, e l’esistenza una incarnazione perpetua” (Id.): se infatti l’esistenza è il movimento dell’ek-sistere, dello stare sempre oltre sé, dell’oltrepassare la situazione data, allora il corpo proprio, che si scopre nel retroflettersi dell’azione sul mondo, è il ritorno di questo movimento e dunque esistenza che si cristallizza in una certa situazione; allo stesso modo però, se l’azione esprime l’originaria apertura al mondo del corpo che vede, che sente, che tocca, questo suo protendersi, la sua potenza sul mondo, allora il corpo proprio che agisce non può che essere l’incarnazione perpetua dell’esistenza nell’espressione del suo movimento; corpo ed esistenza si implicano pertanto vicendevolmente, e l’esistenza è sempre esistenza del corpo. È dunque il corpo proprio che esperisco nel mio esistere, nel mio inerire al mondo: esistenza corporea che in cui io governo e impero, possibilità e potenzialità ove sottostà ogni mio fare; e questo ben prima, ben più originariamente, ben più a monte della distinzione tra un soggetto (Io, Anima) e un oggetto (Körper) di cui posso disporre: "L’esperienza del corpo proprio ci rivela un modo d’esistenza ambiguo. Se tento di pensarlo come un fascio di processi in terza persona – “vista”, “motilità” […] -, mi accorgo che queste “funzioni” non possono essere collegate tra di esse e al mondo esterno da rapporti di casualità, ma sono tutte confusamente riprese e coinvolte in un dramma unico. Il corpo non è quindi un oggetto. Per lo stesso motivo, la coscienza che io ne ho non è un pensiero, vale a dire che non posso scomporlo e ricomporlo per formarne un’idea chiara. La sua unità è sempre implicita e confusa. Esso è sempre altro da ciò che è, […]radicato nella natura nel medesimo istante in cui si trasforma mediante la cultura, mai chiuso in sé e mai superato. Sia che si tratti del corpo altrui o del mio proprio corpo, ho un solo modo di conoscere il corpo umano: viverlo, e cioè far mio il dramma che lo attraversa e confondermi con esso. Io sono dunque il mio corpo, per lo meno nella misura in cui ho un’esperienza, e reciprocamente il mio corpo è come un soggetto naturale, come un abbozzo provvisorio del mio essere totale. Così l’esperienza del corpo proprio si oppone al movimento riflessivo che libera l’oggetto dal soggetto e il soggetto dall’oggetto, che ci dà esclusivamente il pensiero del corpo o il corpo in idea, e non l’esperienza del corpo o il corpo in realtà" (Id.). Del Leib intenzionate il mondo non si dà alcuna legge di causalità che possa ricondurre i suoi atti ed esso stesso sotto un certo sapere; di esso non abbiamo mai una rappresentazione (Vor-stellung) soggettiva che se lo ponga di contro come un oggetto (Ob-jectus, Gegen-stand) e dunque mai un pensiero o un’idea che ce lo presenti: il corpo proprio è sempre altro da ciò che è, e l’unico modo per coglierlo è viverlo, farne esperienza nell’azione con cui si dispone al mondo. Non dunque un oggetto, ma la condizione del darsi degli oggetti: nel vedere, nel sentire, nel toccare, il corpo come piega originaria del mondo si scontra con esso come ciò che vi sta di fronte, come fine e limite della sua azione che origina il costituirsi degli oggetti: essi sono infatti attraverso il mio corpo che li approssima o li distanzia in relazione alle sue possibilità e li plasma in base alle sue potenzialità. Ma, come sostiene Husserl, in quest’attività del corpo non incontro solo il mondo, bensì posso incontrare anche la mia stessa corporeità, che dunque in tale atto è riferita a se stessa: scopro allora non soltanto di essere il mio corpo, ma anche di averlo; scopro, ad esempio, attraverso l’azione della mano che tocca, ovvero la mano toccante, l’altra mano, che si configura in tal senso come mano toccata: non solo sono la mano che inerisce al mondo, ma anche ho una mano che avverto come cosa appartenente al mio corpo: scopro insomma il corpo come Körper, come ciò che ho, che possiedo a guisa di un oggetto; ma Leib e Körper, corpo proprio e corpo cosa, convivono e coabitano insieme, e lo dimostra il fatto che le due mani possono benissimo alternarsi a vicenda nella funzione di “toccante” e “toccata”, come quando le congiungo insieme: ciò che è in un momento mano esploratrice si può fare nel momento successivo mano oggetto di esplorazione (reversibilità dello scambio che salvaguarda l’ambivalenza originaria del corpo che non è mai un aspetto senza l’altro, corpo cosa distinto dal corpo proprio, corpo oggetto distinto dal corpo soggetto, perché entrambi sono trattenuti insieme, confusi nella simbolica del corpo in azione: non potremmo a questo proposito neppure dire né di avere un corpo né di essere un corpo, ma al contrario dire ad un tempo l’una e l’altra cosa); allora, come vuole Sini, il corpo è immediatamente un fenomeno doppio, Leib e Körper al contempo: piega o doppio del mondo nella sua originaria apertura, il corpo si fa nell’azione anche piega o doppio di se stesso, replica cioè in sé, incarna, quella divisione originaria che esso stesso è; lacerazione questa in virtù della quale l’esistenza non si dispiega in un semplice essere al mondo, ma soprattutto nell’avere un mondo come ciò di cui si dispone per poterlo abitare: l’aria per respirare, il terreno per camminare, le cose del mondo per costruirsene la dimora; ma allo stesso modo, e proprio in quanto esistenza corporea, quella lacerazione raddoppia il corpo stesso che non è allora semplicemente un corpo che si è, che si vive, bensì anche un corpo che si ha, di cui si dispone per poter abitare il mondo, usando le mani per afferrare, le gambe per camminare, gli occhi per vedere; ma, ancora una volta, la mano che uso per afferrare, il piede che uso per camminare, non vanno considerati semplici oggetti di un corpo a disposizione, ma rimandano ad una esistenza che li impegna in un mondo, ad una esistenza che è più di quella particolare situazione in cui sono impegnati, ad un corpo come totalità vivente: il Leib, infatti, è irriducibile ad un corpo cosa, è sempre più di questo: esso è piuttosto il dramma unico e confuso da cui una vita è attraversata, dramma che non posso conoscere con la chiarezza di un oggetto, ma semplicemente vivere, abitare; esso è allora forza attiva che si dispiega e incontra il mondo a partire dall’intenzionalità che lo caratterizza, è il campo delle possibilità, delle potenzialità in cui un’esistenza governa e impera, è il movimento dell’ek-sistenza sempre oltrepassante la situazione data nella protensione a nuovi scenari. Ora, proprio esercitandosi come potenza attiva sul mondo, il corpo vivente entra in una sorta di costante conflitto operativo con quello: la sua azione incontra l’inerzia del mondo, che non è semplice freno ad essa, come pensa invece l’ingenua colomba di Kant che, avvertendo l’aria come impaccio, vorrebbe volteggiare in uno spazio vuoto, ma anche sua condizione di possibilità, come l’aria è in realtà condizione del volo della colomba: il corpo intrattiene ancora una relazione intima col mondo, perché esso non è semplicemente il suo limite, ma anche ciò che ne permette l’azione, ciò di cui si serve: usa il suolo per camminare, l’aria per respirare, la luce per vedere; e fa ciò in virtù del fatto che in questo incontro-scontro esso sperimenta i suoi limiti come anche le sue possibilità: anzi fa della sua stessa passività, retroflessione del corpo attivo nel suo urtare il mondo, un mezzo, un espediente attraverso cui agire; è l'azione originaria del corpo, l'esistenza originaria, che si dà a prescindere dal darsi di un soggetto, perché fondamentalmente al di là di essere un corpo-cosa, vi è una relazione fondamentale tra corpo, esistenza e mondo: e tutto ciò che è Io, è mediante l'azione, l'azione del corpo vivente; noi fondamentalmente siamo, ogni qual volta agiamo il nostro corpo:

Corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro; e anima non è altro che una parola per indicare qualcosa del corpo. Il corpo è una grande ragione, una pluralità con un solo senso, una guerra e una pace, un gregge e un pastore. Strumento del tuo corpo è anche la tua piccola ragione, fratello, che tu chiami “spirito”, un piccolo strumento e un giocattolo della tua grande ragione. “Io” dici tu, e sei orgoglioso di questa parola. Ma la cosa ancora più grande, cui tu non vuoi credere, - il tuo corpo e la sua grande ragione: essa non dice “io”, ma fa “io” 
(Friedrich Nietzsche)
Tommy 

 

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