Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.
Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono...Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano.
C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare...
Se è vero che la vita di un essere umano è come un film, io ho avuto il privilegio di essere la comparsa, lo sceneggiatore, l'attore protagonista e il regista del mio modo di vivere.
Gilles Villeneuve
Dicono che Gilles Villeneuve amasse correre con il numero 69, quando da giovane garreggiava insieme al fratello Jaques sulle nevi canadesi, con quelle motoslitte che loro stessi montavano e perfezionavano, portandole poi al limite sui circuiti di gara: così, pensava Gilles, quando, come spesso accadeva, la sua macchina si rovesciava, il numero era sempre riconoscibile, un 69 rovesciato in fondo è ancora tale! Dicono che fosse però piuttosto bravo il ragazzo: in pista, con poca stabilità, scarsa visibilità e in condizioni precarie, il giovane vinceva, con quell'intuito e incoscienza inconsapevoli, proprie dei predestinati, genio e sregolatezza. E di vittoria in vittoria la neve e il freddo del Canada, la motoslitta, cominciavano a non essere abbastanza per lui, che sognava il brivido della velocità e il rischio delle corse d'auto; così, vendette la casa dove abitava con la moglie Johanna e iniziò a partecipare ai campionati minori di corse nordamericane, ottenendo, pur con pochi soldi e sponsor, immediato successo. E nel circo di soldi e sponsor che è la Formula 1, Gilles vi arrivò e si fece largo sempre e solo attraverso la sua bravura. Prima in McLaren, la chiamata per un solo Gran Premio, e il titolo driver of the day conquistato; una sola gara, perché il team non ritenne opportuno continuare a puntare sul giovane canadese, forse avevano notato qualcosa di particolare...Dicono che smontando le automobili dopo una corsa, persino un inesperto in materia potesse distinguere la macchina di Villeneuve da quella di un suo qualsiasi compagno di squadra, per lo stato del cambio in particolare, o dei freni; perché quel piccolo canadese, dallo stile aggressivo e spregiudicato, le macchine le sfruttava, le usava, le usurava per portarle fino all'estremo limite, che era poi il suo proprio limite, quello che voleva costantemente superare, per superarsi: "come possiamo conoscere il nostro limite se non tentiamo di superarlo?" era solito ripetere Gilles: sempre oltre il limite, nel rischio, nel pericolo, nell'eccesso; se ne accorsero presto anche in Ferrari, la nuova squadra che quel talento se lo prese in casa: piroette, fuori pista, scontri, errori, rotture meccaniche; dopo poche gare iniziarono a chiamarlo "l'aviatore", appellativo guadagnato per gli incidenti spettacolari che provocava, in particolare uno, quando la sua macchina, dopo il decollo successivo a un contatto, decollò sulla folla vicino alla zona vietata, uccidendo due spettatori. Vittorie ne arrivarono ben poche...E dicono che Enzo Ferrari sia stato più volte sul punto di perdere la pazienza e di cacciarlo; le sue macchine costavano troppi soldi per vederle sempre fracassate senza successo, e il circo, si sa, è fatto di affari, gli affari vogliono risultati. Gilles, per tutta risposta decise di indossare il numero 27, dando un nuovo corso alla sua avventura in Formula 1: di ottenere qualche risultato, ma non di quelli che rientrano nelle statistiche, che ti fanno magari vincere qualche Gran Premio in più, o un titolo del mondo, quelli sono solo storia. Quel 27, invece, divenne mito, leggenda. Come un principe, pur senza corona, rimane un principe. Come un gusto eccezionale: non importa quanto ne assaporiamo, ma che sapore ha per noi. E nulla può aver più bel sapore di un secondo posto, se ottenuto dopo il duello più spettacolare della storia delle corse automobilistiche, staccate al limite, ruota a ruota con Renè Arnoux, Digione, Francia, 1979. Nulla ha più bel sapore agli occhi dello spettatore di giri su tre ruote, alettoni staccati e semivolanti, curve di traverso...sorpassi inimmaginabili...poche vittorie ma in gran stile...tutto quasi per lasciare ogni tanto un'impronta indelebile...il pilota più spettacolare di tutti i tempi, umile e semplice fuori quanto aggressivo e determinato in pista, una leggenda per sempre nel cuore dei tifosi, un mito che saprà ripetere forse solo Ayrton Senna. Come Senna, una fine tragica. Dicono che Gilles avesse deciso di abbandonare la Ferrari e di fondare una scuderia per proprio conto; forse mentre si accingeva a rientrare ai box quel 8 maggio 1982 a Zolder, Belgio, aveva in testa quei pensieri, quella rabbia: gli avevano fatto capire, lo aveva realizzato a Imola una settimana prima quando Pironi, suo compagno, gli corse contro per batterlo violando i presunti ordini di scuderia, ma senza che la Ferrari prendesse poi posizione, che un pilota, si chiamasse anche Villeneuve, era funzione della macchina, della squadra, del circo, non viceversa. Forse pensava a questo Gilles, mentre rientrava ai box quel sabato pomeriggio, a quel podio imbronciato di Imola, ad anni a servizio per chi, pensava, gli aveva voltato le spalle, ad un automobilismo come pura passione, alle corse in motoslitta sulle nevi del Canada, all'uomo oltre la macchina. Decise allora di scendere da quella Ferrari numero 27, di rovesciarsi ancora una volta: e allora si, come un 69 ancora riconoscibile, l'immagine di questo piccolo grande pilota, abbandonò la storia, ed entrò nel mito. Gilles Villeneuve non solo è ancora riconoscibile come una leggenda dello sport davvero unica, ma è una storia da ricordare, non semplicemente da raccontare: dove la vita ci rende funzione di altro, della macchina, del business, di chissà che altro, possiamo ancora esserne attori, e farne uno spettacolo: è solo una questione di giocare coi propri limiti, di rischiare, di sapersi rovesciare...
Non penso che arriverà il giorno in cui, quando si parla di Cruyff, la gente non saprà di cosa si stia parlando.
Johan Cruyff
Il Profeta coglie segni divini per dire qualcosa anzi tempo, annunciando ciò che ha ancora av-venire. Ma ci sono anche profeti più silenziosi, la cui poesia non abita solo nelle parole, ma anche nei pensieri, nei gesti, nei loro movimenti...Johan Cruyff è uno di questi, è il Profeta del Football, la poesia del calcio. Perché non ci sarà tempo in cui parlando di Cruyff non si saprà di cosa si stia parlando, e tempo in cui il suo nome non verrà ricordato tra i miti divini dell'Olimpo del pallone, come il profeta dell'annuncio del Calcio Totale, il maestro della sua rivoluzione, una filosofia che suscita ancora meraviglia, fascino, avvenire! Un profeta lo si riconosce, quasi da un'aria principesca, di forza, saggezza e autenticità, che lo circonda e marchia sulla pelle un Simbolo,come un numero sulla maglia, 14, originale, unico, di-verso. 14, come l'età del primo campionato vinto con l'Ajax, speciale deroga della federazione olandese al regolamento, una maglia mancante in spogliatoio e la cessione del proprio numero 9. Il 9 ritrovato a Barcellona, è tradizionalista la federazione spagnola e non concede deroghe, ma il 14 rimane sotto l'altra maglietta, come un simbolo, come gli anni che passano prima che il Barca torni a vincere il campionato. E anche quando ormai la maglia vien depositata nella leggenda, quando si ricomincia da casa, dalla panchina, il 14 scandisce i tempi di ogni nuova avventura, come gli anni prima che l'Ajax ritrovi un trofeo internazionale. Vittorie, originalità, classe...da giocatore e da allenatore...un simbolo, un numero, oltre il tempo, nel mito. Il 14 è la Poesia del calcio, la poesia di un corpo in movimento...e ogni poesia lascia solchi indelebili nella memoria, tracce di bellezza e armonia, segni distintivi che non si possono dimenticare. Un profeta intrattiene un legame intimo con la poesia, perché entrambi, in poche parole, gesti, movimenti, dischiudono una Visione del mondo, sono un esercizio della visione. La visione di Johan Cruyff è la via del goal, è il Profeta del Goal come dice un film di Sandro Ciotti: donde veniamo e dove andiamo, così uno sguardo profetico, panoramico, testa alta e occhi dietro la testa, una visione totale del campo, sa leggere il gioco, il fluire dell'azione, e incrinarla verso il suo obiettivo più naturale, la porta avversaria...predire il goal, prima che accada: ovunque, in ogni situazione o posizione del campo, da attaccante a inizio carriera, nel cuore del gioco, negli anni d'oro, da libero, le ultime stagioni; l'incarnazione perfetta di una Filosofia che non ha ruoli predefiniti, regole rigide, schemi tradizionali, ma è scambio, innovazione, imprevedibilità...come ruotasse tutto attorno alla magia creatrice della sfera, il divertimento e l'abilità del tocco di palla, la creatività ("ciò che conviene insegnare ai ragazzi è il divertimento, il tocco di palla, la creatività, l'invenzione") perché "senza possesso palla non si vince" e perché una volta persa "la pressione si deve esercitare sul pallone, non sul giocatore"...è nella semplicità della palla la rivoluzione del calcio totale; una filosofia compiuta da giocatore, dell'Ajax, del Barcellona, dell'Arancia Meccanica, sotto la saggia guida di Rinus Michels, realizzata da manager, con le vittorie da allenatore, con i progetti della Scuola dell'Ajax o della Cantera del Barca, perché, si sa, un profeta getta le basi del futuro, e la sua visione è uno sguardo concreto e ancora av-venire, una filosofia compiuta e ancora da compiere; una filosofia dove il bel gioco si lega al valore aggiunto del campione, perché "la creatività non fa a pugni con la disciplina", perché ogni tattica o strategia ha bisogno del suo magico interprete, si chiami Cruyff, Van Basten o Messi, perché fondamentalmente ogni filosofia nasce dalla poesia. Ed è Poesia quella del profeta del Football, di Johan Cruyff, una poesia del Corpo in movimento; fatta di Velocità, non solo un'abilità fisica ("la velocità è spesso confusa con l'intuito. Quando parti prima degli altri, sembri più veloce!"), perché la velocità è una visione del pensiero, leggere in anticipo ciò che accade o può accadere, e partire prima; partire spesso lontano, distante dalla porta e tagliare in due la difesa avversaria, come prendersi un rigore al primo minuto di una finale mondiale, senza che gli avversari tocchino palla; fatta di Tecnica delicata, un tocco di palla sublime, che abbinato alla velocità diventa un dribbling imprendibile, di colpi speciali, marchi di fabbrica che rimangono unici e indelebili, come la Cruyff-turn che lascia sul posto l'avversario, il passaggio col tacco, il cross d'esterno; di Coordinazione eccezionale, l'equilibrio di un dribbling, un controllo volante a seguire, l'elevazione di un colpo di testa o di uno stop, come uno dei più bei goal della storia del calcio, un volo in acrobazia ad altezza vertiginosa, in spaccata col piede dove altri non arrivano di testa; di Genialità, assist e passaggi unici, tocchi sotto e pallonetti, giocate inaspettate, come un rigore battuto con tocco al compagno! Poesia di un corpo, cenni divini di un Profeta del pallone, di un calcio che fu, e rimane ancora, nella memoria, di un calcio che è stato e non è ancora, che dispiega un mondo come una filosofia futura: perché nessuno sarà mai ciò che è stato Johan Cruyff, ma Johan Cruyff è anche una visione profetica, di ciò che deve ancora essere...
Julian Ross è uno di quei personaggi che non incontri per le strade o per le piazze, o ai tavolini di un bar, ne, ahimè, su un campo di calcio vero...abita quello spazio labile, sottile, delicato, posto sul crinale del reale, tra la realtà e il sogno...lo spazio della fantasia. Passeggia nella sua semplicità con le mani in tasca, pantaloni chiari e occhiali scuri, foulard e giubbotto di jeans legato solo dal primo bottone...semplice e unico; semplicemente unico, come ciò che sapeva esprimere giocando a pallone: figlio di famiglia aristocratica, esercitava questa nobiltà letteralmente in campo: aristos, il migliore...per eleganza e tocco di palla, velocità e visione di gioco..."il Principe del calcio", così veniva chiamato! Perché era semplicemente unico, come il numero della maglia portato sulla schiena: 14, come Johan Cruyff, di cui ricordava le movenze, a cui era ispirato...perché la fantasia cammina sempre sui confini del reale! E come il campione olandese, il suo stile di gioco era il "calcio totale", senza ruoli, schemi o regole tradizionali, ma come un prisma dinamico di sorprese, scambi, movimenti: così, pur essendo centrocampista offensivo, Julian Ross (alias Misugi Jun) sapeva adattarsi ad ogni ruolo (come Cruyff, fa gli ultimi anni di carriera da libero), leggere e anticipare il gioco con una visione profetica, guidarlo e orchestrarlo come un capitano di grande carisma, dentro e fuori dal terreno di gioco; sul campo, guidava da capitano la Mambo F.C. e da punto di riferimento la nazionale giovanile giapponese, portando entrambe a grandi traguardi: potenzialmente il più forte giocatore giapponese di tutti i tempi, come gli stessi Holly e Bengi hanno dovuto ammettere: "Jun è superiore a me nella velocità del dribbling, nella tecnica e nei passaggi. Ha carisma e riesce a stringere tutta la squadra intorno a sé. I suoi salti e le sue rovesciate sono eccezionali. E per di più è anche malato di cuore..." (Holly)...Già, perché come in tutte le storie di principi, Julian aveva davvero un grande nemico, e implacabile, dentro di sé: una malattia cardiaca congenita - per cui subì anche alcuni interventi che però riuscirono a guarirlo solo parzialmente - non gli permetteva di giocare più che pochi minuti per partita; un principe dal cuore di cristallo, costretto a coesistere coi suoi limiti invalicabili, e fare i conti costantemente con essi. Le sue apparizioni in campo erano come lampi, lampi di classe, tocchi di genio: dieci, venti, trenta minuti a partita gli bastavano a porsi nel cuore del gioco della sua squadra, al centro del campo a illuminare ogni manovra d'attacco, a far vincere qualsiasi partita, e dimostrare a tutti che un Principe è veramente fuori dal tempo; e grazie a questa genialità ha potuto portare la Mambo a giocarsi la finale del campionato nazionale giovanile, dove decise di giocare per rispetto dell'avversario l'intera gara, mettendo a repentaglio la sua stessa vita: pur in condizioni critiche, solo il gol di Holly all'ultimo minuto (5-4) gli fece perdere una partita, infinita ed epica, resa spettacolare dalle sue tattiche, i suoi lampi di classe, i suoi goal! E quando la malattia sembrava migliorare, ecco le avversità, e gli infortuni: come quello che gli ha impedito di partecipare al successivo campionato nazionale, un cattivo fallo intenzionale di Mark Lenders, per metterlo fuori gioco e non far qualificare la sua squadra. Eppure non desisteva Julian, mai: quando venne comunque convocato dalla nazionale giovanile, si reinventò nella sua visione totale il ruolo di libero col numero 6, come Franco Baresi; ed era decisivo anche in quelle occasioni: come quando entrò a cinque minuti dal termine nella semifinale del campionato World Youth contro l'Argentina, rivoltando completamente la partita e segnando il goal decisivo col suo colpo preferito, la rovesciata! La rovesciata, e poi il flying drive shot, il tiro ad effetto, e poi l'eleganza e la velocità dei gesti tecnici e atletici, la visione profetica...un giocatore completo e unico, nonostante la malattia. E se la malattia lo costringeva a lunghe assenze dal gioco, la sua passione lo portava ancora lì, a bordo campo, a star vicino agli amici con la sua leadership, il suo carisma e la sua sensibilità, e affiancare gli allenatori col suo senso tattico e la sua intelligenza, organizzando la fase difensiva di una squadra che senza di lui perdeva comunque il diamante in grado di raccogliere luce e rifletterla ovunque, sopperendo lui stesso a questa mancanza favorendo la concentrazione, l'attenzione e la determinazione dei compagni, guidando l'applicazione della micidiale trappola del fuorigioco. Smise di giocare presto, Julian: una lotta continua e incompiuta tra passione e malattia, tra il desiderio e la realtà, il campo e gli ospedali...lunghi tempi senza il suo amato pallone, l'inevitabile ridimensionamento delle sue capacità, una discesa nelle categorie minori, e poi eccolo a lasciare il calcio giocato per allenare i bambini, aiutarli a inseguire quel sogno che lui non aveva mai potuto raggiungere. Si sa, i Principi sono grandi anche quando possono sembrare sconfitti, e Julian Ross è davvero "il Principe del calcio", dentro e fuori dal campo, nella sua unica semplicità; a qualcuno questo può apparire frivolo, banale, astrattamente ideale...perché di chi più non si parla ci si dimentica, cade nell'oblio, nel buio della scena; tutt'altro, un vero Principe non ha bisogno di star sotto le luci dei riflettori, le luci della ribalta, di riconoscimenti o corone d'alloro, di regni e investimenti...semplicemente è tale per quello che è, per il suo modo di essere, nella concretezza e semplicità di ogni più piccolo gesto quotidiano: una continua sfida a migliorarsi, per dar luce a tutto quello che fa, per rendere nuovo e originale tutto quello che tocca, per attorniare di bellezza e fascino l'intera esistenza: e la vita di Julian è stata sempre unica e lucente anche quando i riflettori su di lui si sono a poco a poco spenti, e illumina la famiglia, la professione, gli amici, i sogni che continuamente rinascono e si alimentano, tutto quello che lo circonda. Ha intrapreso gli studi di medicina, per aiutare a curare i calciatori e gli sportivi che come lui hanno problemi di salute, e si è laureato con grande merito, grazie all'intelligenza, all'impegno, alla profondità con cui sentiva dentro di sé i temi affrontati...è ora dottore ed esercita la sua professione con la stessa passione e nobiltà con cui inseguiva e trattava il pallone, dicono sia un dottore originale, innovativo, alternativo, la stessa unicità che esprimeva sul campo da gioco, le stesse idee illuminate, lampi di genio; si è anche sposato Jun, non con una velina o una ragazza che ruota attorno ai riflettori dello sport e dello spettacolo, e vive di quella luce riflessa, ma con la sua principessa, Emily, la persona che gli è sempre rimasta vicino e che ha saputo illuminare i suoi momenti bui, una persona lucente, come lui: June ed Emily hanno due bellissimi bambini, Johan e Nathan, semplici, come i loro genitori, giocano spensieratamente a pallone e inseguono i loro sogni, senza troppi falsi idoli a gonfiar loro la testa; si potrebbe anche finire dicendo che vivono felici e contenti in un luogo incantevole, perché così è...però è forse anche ora di tornare alla realtà...perché Julian Ross abita semplicemente il regno della fantasia, quella di un vecchio cartone animato, ormai sparito dalle scene, amato da milioni di ex-bambini affezionati a questo ed altri personaggi...ma anche la mia, che questo personaggio amavo più di ogni altro, e ancora mi affascina...Perché la fantasia, appunto, come i Principi, non finisce quando cala il sipario, quando si spegne la tv, quando si cresce e si intraprendono altre strade...cammina sempre leggera sui bordi del reale, anche della mia realtà...e a volte come un breve lampo ritorna, la incrina, e la illumina: passeggia nella sua semplicità con le mani in tasca Julian, saluta, si toglie gli occhiali e mi stringe la mano; allora mi specchio nella sensibilità dei suoi occhi azzurri, nel loro sorriso di amicizia, nella loro luce unica, e nel tono basso e sicuro della sua voce ascolto affascinato le sue parole, visioni profetiche del mio Principe...
Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.
Ayrton Senna
Ayrton era, è, e sempre sarà il numero 1...dei miei eroi, delle corse, dello sport! Così come Achille eroe dei poemi omerici, così lui non seppe non dar corso a quel destino che lo volle "sempre il primo, e il migliore di tutti!" (Omero) fino alla tragica morte; la morte bianca, fredda e improvvisa...il dardo che spegne la vita dell'eroe alla guida dell'esercito greco, nell'ultima delle tante conquiste, lo schianto fatale che spegne il pilota in testa alla gara, durante l'ennesimo giro al comando...perché gli eroi, quelli veri, lasciano un senso tragico della vita, un gusto malinconico per i grandi temi dell'esistenza, sono esempio di vita, di grandezza...e questo li fa ascendere per sempre al cielo, al mito, al sogno. Ma il senso tragico che gli eroi ci lasciano non è racchiuso semplicemente nella loro triste fine, nella morte...il senso tragico è la loro stessa vita, dal giorno della loro nascita che li destina per sempre a oltrepassare la storia, per entrare nel mito: perché la morte rivela semplicemente un fatto fondamentale, il limite supremo della vita, dell'intera esistenza, che è fondata sul limite: gli eroi sfiorano continuamente i limiti più grandi, vi indugiano e vi lavorano mostrandone un nuovo senso, li spostano con poesia oltrepassandoli fin dove nessuno è ancora riuscito a fare...non solo per se stessi, per proprio vanto...come dono gli eroi ci rivelano e ci ricordano la nostra finitezza, il fatto che la nostra esistenza è limitata e fondata su limiti...e lo fanno nel momento stesso che ce li pongono davanti nell'oltrepasso, lì la loro grandezza...una vita sul limite! Una grandezza che risiede a volte nella fierezza e nell'orgoglio dell'impresa umana, come quella di Achille...nella sfida agli dei: "gli dei ci invidiano perché siamo mortali, perché ogni momento può essere l'ultimo per noi, ogni cosa è più bella per i condannati a morte!" (Achille, Troy): gli dei invidiano le grandi imprese, quelle che travalicano il semplice limite dell'essere mortali, le imprese di guerra che oltrepassano gli scenari umani e si pongono in conflitto con i comandamenti divini...l'ira di Achille, non solo per sé, per propria gloria...per le ingiustizie e le miserie del potere, per l'amico Patroclo! ma in questa grandezza "chi non conosce il suo limite, tema il destino" (Aristotele) ricorda la cultura greca, perché quando si travalica il limite si può eccedere nell'hybris, nella tracotanza, e allora l'occhio invidioso e astioso degli dei si accende e colpisce con la morte, imponendo il limite dei limiti. Il gioco degli eroi è un gioco di limite e illimitato, sempre in sospeso tra l'ascesa e la caduta, la vita e la morte, la storia e il mito!
La grandezza di Ayrton, il mito di Senna, era semplicemente nelle sue parole: nella sua semplicità, umiltà e dedizione al lavoro, anzi, nella sua passione...perché correre ed essere il migliore è semplicemente la passione della sua esistenza, la sua condanna, ciò di cui non può fare a meno: "Correre è la mia passione...è parte della mia vita. Battermi al volante è nel mio sangue. Non sfuggire alla lotta è nella mia natura. Io voglio essere il più veloce, io voglio dimostrare di essere il migliore!". La corsa, la competizione è vita, la vittoria è il suo unico traguardo: "La cosa importante è vincere tutto, sempre....è la voglia di vincere che mi spinge ad andare avanti. È questa la mia maggiore motivazione; la voglia di vincere è ciò che mi spinge a gareggiare". Vincere sempre, essere sempre il migliore, come una condanna omerica che spinge a migliorarsi continuamente, superando di volta in volta i propri limiti: la vita di Ayrton è un costante lavoro sul limite: "Pensi di avere un limite. Così provi a toccare questo limite. Accade qualcosa. E immediatamente riesci a correre un po' più forte, grazie al potere della tua mente, alla tua determinazione al tuo istinto e grazie all'esperienza, puoi volare molto in alto". Volare molto in alto...volava davvero in alto Ayrton, contro il cronometro o gli avversari, con la sua guida fredda e determinata al contempo, aggressiva e calcolatrice, come un predatore, perché "non esiste curva dove non si possa sorpassare!": 3 mondiali vinti in 10 anni di corse, 41 vittorie e 89 podi su 161 gran premi disputati, il record di 65 pole position, sul giro secco, dove dimostrare di essere davvero il più veloce....Ma non sono i numeri che contano, non per un destinato a essere il migliore, perché ogni vittoria è un altro limite raggiunto, e già messo alle spalle: "è strano. Proprio quando penso di essere andato il più lontano possibile, scopro che posso spingermi ancora oltre!". Oltre, sempre, oltre ogni limite raggiunto...come Achille, mai sazio di gloria, lui mai sazio di vittorie...questione di fame, fame da predatori: "la cosa importante è la gioia che mi dà ogni vittoria, il piacere che offre, al pari di una grande conquista, un'enorme sfida, come combattere e vincere una battaglia"...una battaglia dove la forza non è tanto, al pari invece di Achille, nelle mani o nel corpo, ma nella concentrazione e nella dedizione al lavoro: "Non ho idoli. Ammiro il duro lavoro, la dedizione e la competenza"...un duro lavoro fatto costantemente del mettersi in gioco e imparare dai propri errori, come quei valori dell'ordem e progresso della bandiera i cui colori portava sul casco, come la fame dei bimbi di quel suo paese, che sembra incarnare: "è questa la cosa principale: utilizzare gli errori per imparare. Io credo nell'abilità di concentrarsi profondamente, in modo da rendere e progredire ancora di più"; sempre al limite, e oltre il limite, con la semplicità, l'umiltà e il silenzio dei grandi uomini, tra la normalità e l'eccezionalità delle sue imprese...tra la passione e gli impegni del professionismo, tra la vita di tutti i giorni e la luce dei riflettori, tra l'uomo e il mito...un equilibrio fragile, leggero...un equilibrio posato, nell'inseguire i limiti, non fondato sull'ira verso dei e uomini, ma sulla forza di Dio e Bambini; sulla lettura e l'ascolto della Bibbia, perché "ogni persona ha la sua fede, il suo modo di guardare la vita...per quanto mi riguarda l'importante è essere in pace con se stessi; il modo per trovare questo equilibrio per me passa attraverso la fede in Dio"; sullo sguardo ammirato dei bambini: "La mia responsabilità è forse più grande verso i più giovani, i bambini, perché da loro avverto un grande affetto a ammirazione, e questo mi spinge a lottare ancora di più per dare loro qualcosa di speciale"...vincere per i bambini...anche io ero tra di loro, a inseguire qualcosa di speciale, a sognare...
Dicono che il sogno sia lo spazio che si insinua tra lo straordinario e l'impossibile...quando andare oltre i limiti dell'ordinario diventa qualcosa di possibile, quando questo spazio si incarna nella realtà, quando si realizza l'equilibrio dell'appartenersi in volo, allora il sogno si realizza...sennò rimane tale; tutti abbiamo dei sogni, perché tutti nella nostra vita ci confrontiamo costantemente con dei limiti, che aneliamo raggiungere, che desideriamo sconfiggere, che trasfiguriamo nell'immaginazione, possibilizzando quella realtà che sta oltre; e il sogno è la ragione di vita, che spinge a confrontarsi con quel limite che fondamentalmente siamo: "se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere; sognare è necessario, anche se nel sogno va intravista la realtà. Per me è uno dei principi della vita!"; l'uomo vive attraverso i sogni, altrimenti sarebbe una vita chiusa nell'insignificanza, solo del suo limite...sogni che possibilizzano realtà, altrimenti sarebbero solo vuote fantasie, senza limite...un delicato equilibrio, una sfida, una gara...; e l'uomo vive anche attraverso le imprese e i sogni proiettati dai suoi eroi, dai suoi miti: perché l'eroe è come il nostro acchiappasogni, si insinua nel regno del nostro desiderio, anelito, immaginazione, e cattura il sogno portandolo di qua, nella realtà che viviamo e per la quale ci emozioniamo di giorno in giorno, questo è il suo mito. Anche Ayrton Senna, il mio mito, nei suoi reali pensieri aveva dei sogni: "penso molto, non ne posso fare a meno, passando da un'idea all'altra. Tutti i miei progetti diventano sogni, che vedo crescere e realizzarsi. In questo sogno vedo gente felice, soprattutto bambini"; il sogno di Ayrton Senna, il sogno di dare a tutti una possibilità, soprattutto ai bambini, soprattutto ai più poveri, perché "i ricchi non possono vivere su un'isola circondata da un'oceano di povertà. Noi respiriamo tutti la stessa aria. Tutti devono avere una possibilità". La grandezza del sogno di Ayton è come la grandezza delle sue imprese, immensa...ma, si sa, un sogno è fragile e come la nostra vita, si spezza in un secondo, in un momento sconosciuto, soprattutto per chi vola costantemente oltre il limite...si schianta contro le barriere di un autodromo, e lascia solo un silenzio surreale, e un vuoto assurdo...Gli eroi, quelli veri, lasciano un senso tragico della vita, un gusto malinconico per i grandi temi dell'esistenza, sono esempio di vita, di grandezza...lasciano i loro sogni, come limiti, spostandoli come poesia...
"ho deciso una notte di maggio, in una terra di sognatori, ho deciso che toccava forse a me, e ho capito che Dio mi aveva dato il potere di far tornare indietro il mondo, rimbalzando nella curva insieme a me, mi ha detto 'chiudi gli occhi e riposa' ...e io ho chiuso gli occhi" (Lucio Dalla, Ayrton)...In quell'istante preciso in cui il tempo si ferma, nell'istante in cui rimbalza il mondo...tu chiudi gli occhi, riposa...perché ecco, il nastro si riavvolge...e allora la morte si scambia con la vita, la storia col mito, la triste realtà col sogno...e il tuo sogno, Ayrton, diventa il sogno di quei bambini per cui vincevi...io ero tra quei bambini...
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