AYRTON SENNA. ON LIMIT...OF DREAM
Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.
IL CORPO E IL MONDO. Leib e Körper
Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono...Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano.
PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Genealogy
Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Pierpaolo Pasolini.
SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement
C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare...
PHILOSOPHY OF RUNNING. La Musica del Respiro
Io sento la terra ed il vento e gli alberi. Io sento il loro spirito. Io sento il ritmo della corsa. È come musica. Gabriel Harmony Jennings.
giovedì 19 gennaio 2012
IL CORPO E IL MONDO: L'illusione dell'Io al centro
martedì 17 gennaio 2012
IL CORPO E IL MONDO: Leib e Körper
: “il mio corpo è nel mondo come il cuore nell’organismo: mantiene continuamente in vita lo spettacolo visibile, lo anima e lo alimenta internamente, forma con esso un sistema” (Merleau Ponty, Il visibile e l'invisibile). Ma il corpo può abitare il mondo perché è da subito in azione, protensione che si offre al mondo e vi si accosta agendo, usando l'aria, la materia, l'affetto delle persone: "agendo il corpo distanzia da sé il mondo e insieme lo approssima". È mondo che si staglia nel mondo, che vi prende posto. Sebbene provenga dal mondo e non sia altro che mondo, il corpo, agendo, discrimina dal mondo lo strumento, il mezzo (e anche il contesto), rispetto al fine dell’azione. Fa ciò a partire dal suo stesso corpo, raddoppiato in mezzo e strumento: le mani per afferrare, i piedi per camminare, gli occhi per guardare…È così che il corpo in azione scopre di disporne, di “averli”, sebbene sia ancora lontano dal “saperli”. Li usa appunto, ma non li sa. Il corpo in azione, potremmo concludere, fa di se stesso una “protesi”. Il corpo replica in sé all’infinito il dividersi del mondo che esso è: divisione originaria (Ur-teil). E così, piega del mondo, il corpo è anche piega di se stesso. In questo senso il corpo è immediatamente un fenomeno doppio. È [...] corpo vivente (Leib) e nel contempo è corpo cosa (Körper)" (Carlo Sini, L’uomo, la macchina, l’automa. Lavoro e conoscenza tra futuro prossimo e passato remoto). Il corpo non è "qualcosa", ma semplicemente il punto a partire dal quale mi si danno tutte le cose: "Il mio corpo in realtà è sempre altrove. E’ legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esso che le cose si dispongono, è rispetto ad esso che ci sono un sopra, un sotto, una destra, una sinistra, un avanti, un dietro, un vicino, un lontano. Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano. Il corpo non è da nessuna parte"; per questo non potremmo originariamente neppure dire di "avere un corpo", ma semplicemente di esserlo, essendo il mondo; ma agendo il corpo incontra se stesso, usa se stesso per agire nel mondo: solo allora ho un corpo come "qualcosa": in questo senso il corpo è subito un fenomeno doppio! Il corpo originariamente in azione rivela immediatamente la sua ambivalenza: distanziando e al contempo approssimando il mondo attraverso l’azione, instaura quello scambio simbolico per cui si da corpo attraverso il mondo, e mondo attraverso il corpo: “il corpo è il veicolo dell’essere al mondo […], se è vero che io ho coscienza del mio corpo attraverso il mondo, che esso è, al centro del mondo, il termine inosservato verso il quale tutti gli oggetti volgono la loro faccia, è anche vero, per la stessa ragione, che il mio corpo è il perno del mondo: io so che gli oggetti hanno svariate facce perché potrei farne il giro, e in questo senso ho coscienza del mondo per mezzo del mio corpo” (Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione). Il corpo originariamente aperto al mondo non conosce ancora quelle distinzioni tra io e mondo, tra soggetto e oggetto, tra interno ed esterno, che si costituiscono piuttosto in un secondo tempo, mediante l’azione. Ciò avviene a partire dal corpo stesso, il quale nell’azione si fa da subito doppio e diventa così strumento, veicolo del suo stagliarsi nel mondo, distinguendosene, e dell’istituirsi del mondo stesso: protensione al mondo, il corpo farà di se stesso una protesi (veicolo ausiliario), un mezzo per cui corpo e mondo, prima uniti in maniera simbolica nella loro co-esposizione originaria, successivamente si distingueranno dando luogo a quelle differenze io-mondo, soggetto-oggetto, interno-esterno. Ma come il corpo fa di se stesso una protesi? Innanzitutto scontrandosi, nella sua attività, con la passività dell’esposizione al mondo: l’azione all'inizio, infatti, si affida alla buona o alla cattiva sorte; il corpo in azione, nel suo incontro-scontro col mondo, attendendo l’esito della risposta dal mondo, si fa cosa del mondo, corpo cosa, Körper. Ma proprio così facendo, il corpo, in questo urto col mondo, si scopre al contempo come corpo vivente, Leib: “proprio lo slancio del corpo, il suo stagliarsi nell’azione, genera per retroflessione e contraccolpo, il senso dell’essere corpo vivente (Leib). […] È perché l’attività spontanea e originariamente aperta al mondo si scontra col suo limite di passività nel mondo che il vivente si percepisce come tale, cioè come impulso sia espansivo che retroflesso in se stesso; e così sperimenta anche tutta la sua inquietudine, la sua furia vitale, il suo timore e tremore” (Carlo Sini, cit.). Il corpo è pertanto da subito, nel suo stagliarsi nell’azione, un fenomeno doppio, corpo vivente e corpo cosa, Leib e Körper. Il corpo vivente è tuttavia più del corpo cosa, è irriducibile ad esso: non un semplice corpo esposto alla passività del mondo, corpo tra i corpi, cosa tra le cose, oggetto tra gli oggetti, ma il corpo proprio dove si dispiega un mondo e si incarna l’esistenza di ognuno nella sua peculiarità unica: "tra i corpi di questa natura io trovo il mio corpo nella sua peculiarità unica, cioè come l’unico a non essere mero corpo fisico (Körper) ma proprio corpo organico (Leib) […]; al mio corpo ascrivo il campo dell’esperienza sensibile, sebbene in modi diversi di appartenenza (campo delle sensazioni tattili, campo delle sensazioni termiche ecc.). questo corpo è la sola e unica cosa in cui io direttamente governo e impero, dominando singolarmente in ciascuno dei suoi organi. Io percepisco, posso sempre percepire, con le mani sensazioni tattili e cinestetiche, con gli occhi sensazioni visive ecc; i fenomeni cinestetici degli organi scorrono nell’io faccio e sottostanno al mio io posso. In seguito, ponendo in gioco le cinestesi, posso urtare, spingere, e cioè agire direttamente e quindi indirettamente con il mio corpo. Nella mia attività percettiva percepisco (o posso percepire) tutta la natura e in essa la mia corporeità propria che in quest’atto è perciò riferita a se stessa (Körper). Ciò diviene possibile perché io posso percepire una mano per mezzo di un’altra, l’occhio per mezzo della mano e così via, ove l’organo funzionante deve farsi oggetto e l’oggetto organo funzionante" (Husserl, Meditazioni cartesiane). L’azione genera dunque per retroflessione il senso del corpo proprio, di essere quel corpo che si volge al mondo attraverso l’agire: “io non sono di fronte al mio corpo, ma sono nel mio corpo, o meglio sono il mio corpo”(Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione); ciò significa che non dispongo del mio corpo come di un qualsiasi oggetto, non me lo trovo di fronte come mi trovo di fronte le cose del mondo, ma che lo sono in prima persona, perché lo vivo, lo abito, perché attraverso di esso si dispiega a me un campo di oggetti che vedo, che sento, che tocco; per questo: “io osservo gli oggetti esterni con il mio corpo, li maneggio, li ispeziono, ne faccio il giro, ma, per ciò che lo riguarda, non osservo il corpo stesso […]. In quanto vede o tocca il mondo, il mio corpo non può quindi essere visto né toccato. Esso non è mai un oggetto, non è mai «completamente costituito», proprio perché è ciò grazie a cui vi sono degli oggetti. Non è né tangibile né visibile nella misura in cui è corpo che vede e che tocca” (Id.). Il corpo vivente, Leib, non è mai pertanto una qualche cosa, una cosa tra le cose, ma nel protendersi al mondo, nell’intenzionarlo, è sempre quel mio proprio corpo attraverso cui si esprime la mia esistenza, che è pertanto sempre esistenza corporea: “il corpo esprime l’esistenza totale, non perché ne è un accessorio esteriore, ma perché questa esistenza si realizza in esso. […]Entrambi si presuppongono vicendevolmente e il corpo è l’esistenza cristallizzata o generalizzata, e l’esistenza una incarnazione perpetua” (Id.): se infatti l’esistenza è il movimento dell’ek-sistere, dello stare sempre oltre sé, dell’oltrepassare la situazione data, allora il corpo proprio, che si scopre nel retroflettersi dell’azione sul mondo, è il ritorno di questo movimento e dunque esistenza che si cristallizza in una certa situazione; allo stesso modo però, se l’azione esprime l’originaria apertura al mondo del corpo che vede, che sente, che tocca, questo suo protendersi, la sua potenza sul mondo, allora il corpo proprio che agisce non può che essere l’incarnazione perpetua dell’esistenza nell’espressione del suo movimento; corpo ed esistenza si implicano pertanto vicendevolmente, e l’esistenza è sempre esistenza del corpo. È dunque il corpo proprio che esperisco nel mio esistere, nel mio inerire al mondo: esistenza corporea che in cui io governo e impero, possibilità e potenzialità ove sottostà ogni mio fare; e questo ben prima, ben più originariamente, ben più a monte della distinzione tra un soggetto (Io, Anima) e un oggetto (Körper) di cui posso disporre: "L’esperienza del corpo proprio ci rivela un modo d’esistenza ambiguo. Se tento di pensarlo come un fascio di processi in terza persona – “vista”, “motilità” […] -, mi accorgo che queste “funzioni” non possono essere collegate tra di esse e al mondo esterno da rapporti di casualità, ma sono tutte confusamente riprese e coinvolte in un dramma unico. Il corpo non è quindi un oggetto. Per lo stesso motivo, la coscienza che io ne ho non è un pensiero, vale a dire che non posso scomporlo e ricomporlo per formarne un’idea chiara. La sua unità è sempre implicita e confusa. Esso è sempre altro da ciò che è, […]radicato nella natura nel medesimo istante in cui si trasforma mediante la cultura, mai chiuso in sé e mai superato. Sia che si tratti del corpo altrui o del mio proprio corpo, ho un solo modo di conoscere il corpo umano: viverlo, e cioè far mio il dramma che lo attraversa e confondermi con esso. Io sono dunque il mio corpo, per lo meno nella misura in cui ho un’esperienza, e reciprocamente il mio corpo è come un soggetto naturale, come un abbozzo provvisorio del mio essere totale. Così l’esperienza del corpo proprio si oppone al movimento riflessivo che libera l’oggetto dal soggetto e il soggetto dall’oggetto, che ci dà esclusivamente il pensiero del corpo o il corpo in idea, e non l’esperienza del corpo o il corpo in realtà" (Id.). Del Leib intenzionate il mondo non si dà alcuna legge di causalità che possa ricondurre i suoi atti ed esso stesso sotto un certo sapere; di esso non abbiamo mai una rappresentazione (Vor-stellung) soggettiva che se lo ponga di contro come un oggetto (Ob-jectus, Gegen-stand) e dunque mai un pensiero o un’idea che ce lo presenti: il corpo proprio è sempre altro da ciò che è, e l’unico modo per coglierlo è viverlo, farne esperienza nell’azione con cui si dispone al mondo. Non dunque un oggetto, ma la condizione del darsi degli oggetti: nel vedere, nel sentire, nel toccare, il corpo come piega originaria del mondo si scontra con esso come ciò che vi sta di fronte, come fine e limite della sua azione che origina il costituirsi degli oggetti: essi sono infatti attraverso il mio corpo che li approssima o li distanzia in relazione alle sue possibilità e li plasma in base alle sue potenzialità. Ma, come sostiene Husserl, in quest’attività del corpo non incontro solo il mondo, bensì posso incontrare anche la mia stessa corporeità, che dunque in tale atto è riferita a se stessa: scopro allora non soltanto di essere il mio corpo, ma anche di averlo; scopro, ad esempio, attraverso l’azione della mano che tocca, ovvero la mano toccante, l’altra mano, che si configura in tal senso come mano toccata: non solo sono la mano che inerisce al mondo, ma anche ho una mano che avverto come cosa appartenente al mio corpo: scopro insomma il corpo come Körper, come ciò che ho, che possiedo a guisa di un oggetto; ma Leib e Körper, corpo proprio e corpo cosa, convivono e coabitano insieme, e lo dimostra il fatto che le due mani possono benissimo alternarsi a vicenda nella funzione di “toccante” e “toccata”, come quando le congiungo insieme: ciò che è in un momento mano esploratrice si può fare nel momento successivo mano oggetto di esplorazione (reversibilità dello scambio che salvaguarda l’ambivalenza originaria del corpo che non è mai un aspetto senza l’altro, corpo cosa distinto dal corpo proprio, corpo oggetto distinto dal corpo soggetto, perché entrambi sono trattenuti insieme, confusi nella simbolica del corpo in azione: non potremmo a questo proposito neppure dire né di avere un corpo né di essere un corpo, ma al contrario dire ad un tempo l’una e l’altra cosa); allora, come vuole Sini, il corpo è immediatamente un fenomeno doppio, Leib e Körper al contempo: piega o doppio del mondo nella sua originaria apertura, il corpo si fa nell’azione anche piega o doppio di se stesso, replica cioè in sé, incarna, quella divisione originaria che esso stesso è; lacerazione questa in virtù della quale l’esistenza non si dispiega in un semplice essere al mondo, ma soprattutto nell’avere un mondo come ciò di cui si dispone per poterlo abitare: l’aria per respirare, il terreno per camminare, le cose del mondo per costruirsene la dimora; ma allo stesso modo, e proprio in quanto esistenza corporea, quella lacerazione raddoppia il corpo stesso che non è allora semplicemente un corpo che si è, che si vive, bensì anche un corpo che si ha, di cui si dispone per poter abitare il mondo, usando le mani per afferrare, le gambe per camminare, gli occhi per vedere; ma, ancora una volta, la mano che uso per afferrare, il piede che uso per camminare, non vanno considerati semplici oggetti di un corpo a disposizione, ma rimandano ad una esistenza che li impegna in un mondo, ad una esistenza che è più di quella particolare situazione in cui sono impegnati, ad un corpo come totalità vivente: il Leib, infatti, è irriducibile ad un corpo cosa, è sempre più di questo: esso è piuttosto il dramma unico e confuso da cui una vita è attraversata, dramma che non posso conoscere con la chiarezza di un oggetto, ma semplicemente vivere, abitare; esso è allora forza attiva che si dispiega e incontra il mondo a partire dall’intenzionalità che lo caratterizza, è il campo delle possibilità, delle potenzialità in cui un’esistenza governa e impera, è il movimento dell’ek-sistenza sempre oltrepassante la situazione data nella protensione a nuovi scenari. Ora, proprio esercitandosi come potenza attiva sul mondo, il corpo vivente entra in una sorta di costante conflitto operativo con quello: la sua azione incontra l’inerzia del mondo, che non è semplice freno ad essa, come pensa invece l’ingenua colomba di Kant che, avvertendo l’aria come impaccio, vorrebbe volteggiare in uno spazio vuoto, ma anche sua condizione di possibilità, come l’aria è in realtà condizione del volo della colomba: il corpo intrattiene ancora una relazione intima col mondo, perché esso non è semplicemente il suo limite, ma anche ciò che ne permette l’azione, ciò di cui si serve: usa il suolo per camminare, l’aria per respirare, la luce per vedere; e fa ciò in virtù del fatto che in questo incontro-scontro esso sperimenta i suoi limiti come anche le sue possibilità: anzi fa della sua stessa passività, retroflessione del corpo attivo nel suo urtare il mondo, un mezzo, un espediente attraverso cui agire; è l'azione originaria del corpo, l'esistenza originaria, che si dà a prescindere dal darsi di un soggetto, perché fondamentalmente al di là di essere un corpo-cosa, vi è una relazione fondamentale tra corpo, esistenza e mondo: e tutto ciò che è Io, è mediante l'azione, l'azione del corpo vivente; noi fondamentalmente siamo, ogni qual volta agiamo il nostro corpo:
giovedì 12 gennaio 2012
AGON, ALLE ORIGINI DELLO SPORT: Ieri...oggi?
martedì 10 gennaio 2012
AGON, ALLE ORIGINI DELLO SPORT. Antropologia dell'agonismo
Ayrton Senna
mercoledì 4 gennaio 2012
AGON, ALLE ORIGINI DELLO SPORT: Agone Omerico
Essere sempre il primo e il migliore di tutti!
Omero, Iliade
In Omero, nonostante la grande presenza di agonismo, sarebbe visibile in realtà solo un innocente inizio dello sviluppo successivo, sarebbe ravvisabile insomma, ai suoi primordi, quel tema agonistico che diverrà poi colonna portante dell’intera civiltà greca. Ora, altri autori vedono invece la nascita dell’agone e la sua particolarità sin dai tempi omerici, come ad esempio Nietzsche, che non a caso parla di Agone omerico. Per lui i greci hanno una crudeltà, un desiderio di annientamento che li rende simili a tigri; la stessa discordia, l’astio, l’invidia che noi consideriamo disvalori e che al contrario Esiodo derubricava tra i figli della buona Contesa, testimonia di questo piacere greco per la lotta e la gioia della vittoria: Esiodo “designa come cattiva una Eris, quella cioè che spinge l’uno contro l’altro gli uomini, in una crudele lotta di annientamento, e d’altro lato loda come buona una seconda Eris, che sotto forma di gelosia, astio e invidia, stimola gli uomini all’azione, non già a una lotta di annientamento, bensì all’agone. Il Greco è invidioso, e non sente questa proprietà come un difetto, bensì come azione di una divinità benefica: quale abisso fra il nostro giudizio etico e il suo!”. Nella gelosia, nell’astio e nell’invidia nasce dunque l’agone che pervade lo spirito dell’uomo greco: “quanto più grande e sublime è peraltro un uomo greco, tanto più violenta è la fiamma ambiziosa che divampa da lui, divorando chiunque prenda la sua stessa strada”. Agon è pertanto la fiamma che si agita nel cuore e nel petto dell’uomo greco e più si accende, più si accresce, più ne costituisce la sua grandezza: “ogni grande Greco trasmette la fiaccola dell’agone: ogni grande virtù serve ad accendere una nuova grandezza”. L’agone greco è per Nietzsche una fiamma che si alimenta e si accresce nutrendosi del confronto, della competizione, dello scontro: la virtù, l’eccellenza (arète) qui dispiegata accende di volta in volta una nuova grandezza. Il guerriero dei poemi omerici, con la sua etica militare e aristocratica ne è la rappresentazione originaria, è colui che incarna questa grandezza: la componente competitiva, agonale, ne è un tratto fondamentale: qui si innesta l’invito che troviamo nell’Iliade a essere sempre il primo e il migliore, a procedere innanzi a tutti sulle vie del valore, dell’arète appunto: invito che passa e si mantiene nel successivo evolversi della storia greca. Lo spirito greco si accresce e sviluppa dunque attraverso l’agone, per cui Nietzsche può sostenere che per mantenere la salute di questa società “l’agone è necessario”; questo lo si evince anche, secondo lui, nel significato originario della pratica dell’ostracismo che vigeva nelle città greche come allontanamento di un individuo dalla sua città di appartenenza: ora, se è vero che Eraclito sottolinea a proposito di questa prassi che: “fra noi nessuno deve essere il migliore: se qualcuno poi lo è lo sia altrove e presso altri”, ciò tuttavia non nega quell’espressione omerica che invita ad essere il migliore e superiore ad altri, come potrebbe sembrare di primo acchito, ma paradossalmente la afferma: tentare di essere sempre il migliore, far ardere nel proprio petto la gloriosa fiamma dell’invidia, dell’astio, ma non esaurire mai la sfida in una superiorità che si ponga come valore supremo: così si potrebbe sintetizzare la concezione greca del valore; se qualcuno fosse identificato e fissato come il migliore, si esaurirebbe per ciò stesso la spinta agonistica e così l’intero fondamento dello stato greco verrebbe posto in pericolo: ecco la pratica dell’ostracismo, a evitare questo pericolo: prima che meccanismo politico difensivo atto ad evitare che qualcuno nella lotta all’interno della città si serva di mezzi dannosi e di distruzione per tentare pericolosi colpi di stato, dunque come valvola di controllo dell’agonismo, l’ostracismo è prima di tutto stimolante l’Agon: "Si elimina l’individuo che emerge, perché si risvegli di nuovo il gioco agonistico delle forze. Un pensiero questo, che si oppone all’”esclusività” del genio in senso moderno, ma presuppone che, in un ordine naturale delle cose, esistano sempre parecchi geni, i quali si stimolino vicendevolmente all’azione e del pari si mantengano vicendevolmente entro il limite della misura. Questo è il nocciolo della concezione greca dell’agonismo: essa aborrisce il dominio esclusivo e teme i suoi pericoli; essa desidera, come strumento di difesa contro il genio, un secondo genio" (Nietzsche). Si evita così che la corsa per essere il primo e il migliore diventi fissazione di un valore o di un potere, dove l’uno non vive mai dell’esclusione dell’altro, ma per e nella tensione con l’alterità, dove gli agenti in competizione si superano e trascendono a vicenda: per questo Nietzsche dice che non vi è un genio emergente sugli altri, questa è piuttosto una prospettiva moderna, ma una lotta di geni e di talenti che vivono e crescono attraverso la competizione senza che mai questa si dissolva nell’affermazione dell’uno con la definitiva esclusione dell’altro; così il valore e il potere, attraverso l’agonismo, non si accumulano mai da una sola parte, ma vengono continuamente ricreati e distrutti, in un cammino in cui le figure in gioco sono stimolate vicendevolmente all’azione, all’accrescimento della grandezza, in uno scambio simbolico dove i giocatori, nella tensione che li mette in gioco, trovano la loro com-posizione: l’agon infatti non disgiunge, non divide gli uomini separandoli tra loro in una brutale lotta di annientamento come potrebbe sembrare, ma li fa confrontare continuamente e nel confronto li riunisce; questa unione simbolica, e non una divisione che distrugge a vicenda, è allora il significato autentico della competizione, se è vero che essa anche etimologicamente (dal latino cum-petere, cioè “ricercare assieme”, “incontrarsi”, “coincidere”, “tendere insieme verso una meta”) rimanda al con-fronto e non allo s-contro, allo stare l’uno di fronte all’altro ma uniti nel comune percorso e nell’accettazione del risultato finale. La stessa parola greca agon, oltre che indicare la lotta, rimanda ad un luogo di incontro dove ci si trova per confrontarsi e discutere; scrive infatti Huizinga che “il più autentico significato di agon sembra essere riunione (cfr. agorà)”. Ecco perché l’agonismo greco non è semplice sopraffazione dell’altro, ma superamento reciproco e continua rimessa in discussione, in gioco. Lotta e ricerca comune in un percorso di grandezza sono trattenute insieme dall’agone greco: l’agon, infatti, non è un impulso cieco e selvaggio, ma un luogo di confronto dove il migliore che emerge dalla competizione ha la consapevolezza che questa superiorità non può essere smisurata e porsi come valore definitivo; ecco dunque la misura che in esso si manifesta: "Non esisteva un’ambizione smisurata e incommensurabile, come per lo più è il caso rispetto all’ambizione moderna: il giovane pensava al bene della sua città materna, quando gareggiava nella corsa, nel lancio del disco o del canto; con la propria gloria egli voleva accrescere la gloria della città; egli dedicava agli dei della città la corona che i giudici dell’agone ponevano in segno d’onore sul suo capo. Ogni greco sentiva in sé, sin dalla fanciullezza, il desiderio ardente di essere, nella gare fra le città, uno strumento di salvezza per la propria: in questo senso il suo egoismo si infiammava, e in questo senso esso veniva raffrenato e circoscritto" (Nietzsche). Il greco compete nell’agone nei più svariati settori della vita, ma mai in modo smisurato: l’ambizione individuale trova misura nel bene della città; ma anche le poleis mettono spesso in gioco la loro ambizione, la loro invidia, il loro astio nei confronti delle altre città, rivaleggiando e contendendo con esse; così l’agonismo trova misura non solo nel loro continuo superamento, ma anche in quell’ambizione ulteriore che pone di fronte il popolo greco tutto al nemico esterno, per esempio al persiano; e dal nemico persiano all’intero mondo conosciuto che cade sotto i piedi di Alessandro e della sua smisurata ambizione; ma è proprio qui, dove non c’è più crescita nella grandezza, dove non c’è più competizione e confronto, che l’ellenismo incontra il suo apice e al contempo la sua fine: così è allora “abbandonato il più nobile e fondamentale pensiero greco: l’agone” (Nietzsche). “Chi non conosce il suo limite, tema il destino”, questo l’invito e il motto dell’agone greco che rappresenta l’intera esistenza di un popolo: una continua ricerca del riconoscimento e della definizione del limite, un continuo lavoro su se stessi, che teme unicamente lo scacco del destino, lo sconfinamento oltre il limite nell’hybris, dove l’invidia degli dei si fa ora pressante e ha infine il sopravvento, riprendendosi, con scambio simbolico, la vita di chi si era posto sul piedistallo del valore e del potere: perché ogni volta l’invidia, l’astio, la gelosia di chi gode di eccesso di onore, di felicità e di ricchezza, sente posarsi su di lui l’occhio altrettanto invidioso di un dio, di un potere che lo trascende e che teme, a cui deve piegarsi: qui, avvertendo l’instabilità di ogni sorte umana, il greco conosce il suo limite oppure esercita la sua hybris, la sua tracotanza: allora l’invidia divina si accende, perché vede l’uomo privo di competitori e avversari, innalzato ad una gloria che lo fa sedere alla mensa degli dei, al loro fianco: “egli ha ormai accanto a sé soltanto gli dei, e perciò li ha contro di sé. Ma questi lo inducono a un’azione di hybris, sotto la quale egli crolla” (Nietzsche). Così crollano gli uomini tracotanti, così intere città, così un intero popolo: ecco aprirsi, nell’esercizio della hybris, uno scenario oscuro, selvaggio, pre-omerico, fatto di lotte sanguinose e devastazioni, un mondo che precipita insieme all’agon che ne dispiegava la bellezza e il cammino di grandezza: perché la fiamma dell’agone si accende e si alimenta nel petto dell’uomo, come il fuoco cosmico di Eraclito, che si accende e si spegne secondo giusta misura, solo nella ricerca e nell’accettazione dei propri limiti, perché nell’agon convivono insieme, nella loro ambivalenza simbolica, grandezza e limite: essere sempre il migliore e superiore agli altri, esercitare la propria grandezza, certo, ma conoscere al contempo il proprio limite per non incappare nell’ira del dio: questo il messaggio del popolo greco; essere come lo sparviero di Esiodo ("Uno sparviero così parlò all’usignolo dal variopinto collo, mentre, avendolo ghermito con gli artigli, lo stava portando in alto, tra le nubi, e quello, trafitto dagli artigli ricurvi, pietosamente gemeva. A lui, dunque, lo sparviero superbamente parlò: «a che ti lamenti, o infelice? Ti tiene uno che è più forte; dove ti porto io, tu andrai, anche se sei canoro; ti divorerò oppure ti libererò a mio piacere. Stolto è chi vuole combattere contro i più forti: non riporterà alcuna vittoria e, oltre al danno, subirà pure la beffa"), esercitare la propria forza e potenza, volare alto con la preda tra gli artigli, ma non troppo vicino al cielo degli dei, alla loro invidia, non troppo vicino al sole, perché le ali umane, per la fragilità dell’uomo, sono cera che si scioglie al calore dell’astro luminoso, e questo novello Icaro, al culmine della sua impresa titanica, può subito precipitare nell’abisso.









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