AYRTON SENNA. ON LIMIT...OF DREAM

Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.

IL CORPO E IL MONDO. Leib e Körper

Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono...Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano.

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Genealogy

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Pierpaolo Pasolini.

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare...

PHILOSOPHY OF RUNNING. La Musica del Respiro

Io sento la terra ed il vento e gli alberi. Io sento il loro spirito. Io sento il ritmo della corsa. È come musica. Gabriel Harmony Jennings.

giovedì 18 ottobre 2012

ELOGIO DELLA SCONFITTA

..."Successo" è semplicemente il participio passato del verbo "succedere"...

Alla Juventus F.C. dicono che "vincere non è importante, è l'unica cosa che conta". Una frase che fa scuola, cultura, almeno in Italia, ma non solo, sia calcio o meno. La cultura del successo. Ciò che conta è il risultato finale, la vittoria, e così sia. Senza presunti moralismi, sovrastrutture, illusioni: le scuse, le analisi dettagliate, gli "specchietti estetici" vengono dopo, sono vanto dei perdenti, in fondo, se la meta è vincere, arrivi o non arrivi, vinci o non vinci, sei felice o non lo sei...chi vince è bravo e contento, gli altri no, mentre questi parlano lui gioisce e se la ride, punto. Ed è veramente così per ogni sportivo che si rispetti: si gareggia e si compete per superare gli avversari, o se stessi, dimostrare di essere i migliori, mica per partecipare, con buona pace di De Coubertin. E dei cultori della morale: chi è forte è invidiato, questa la genealogia della morale, e della cultura dell'alibi (gli arbitri, il terreno, il clima, la forma, gli infortuni, lo stile...). E se l'invidia uccide chi la prova, la vittoria aiuta a vincere. Chi guarda gli altri dall'alto, come la strategia nelle tattiche militari, gode di una posizione di vantaggio: si chiama brama, condita nel vincitore dall'autostima, dalla fiducia in se stesso, dalla spinta degli elogi, ma fondamentalmente desiderio, perché l'uomo è un'essere infinitamente desiderante e, si sa, il suo appetito vien mangiando, una fiamma che alimenta se stessa, il desiderio ritorna imponente appena dopo soddisfatto, diciamolo pure come vogliamo, il fatto è che la vittoria accresce la fame, un vincente non è mai sazio di vincere! Eppure lo Sport non è proprio affine al campo militare, e se lì il nemico viene annientato, perché vi sia competizione, invece, c'è bisogno dell'avversario, e di (almeno sulla carta) condizioni paritarie di partenza al netto delle abilità da mostrare poi sul campo, di regole condivise. Ci sarà sempre un vincitore e uno sconfitto. Ma ci sarà sempre, finché c'è competizione, anche il desiderio di vittoria dello sconfitto, la possibilità data al perdente di poter maturare un'autentica cultura della sconfitta, che sia un proprio spazio autonomo di incubazione e crescita, e non semplicemente il lato oscuro della medaglia, la faccia negativa e contraria del successo, che volti le spalle finalmente a invidia e alibi, a chiacchiere vuote. Anche la sconfitta può aiutare a vincere, non solo: anche a godersi la strada che porta alla vittoria, a godersi lo sport, ad accettare l'essere finito che siamo, a superarne i limiti.
Perché, fondamentalmente, "successo" è semplicemente il participio passato del verbo "succedere": il Successo è solo uno stato, semplicemente "successo", già alle spalle, passato, apre subito la strada a un eventuale "successore", qualcun altro che potrà avere "successo"; soprattutto quando ottunde la mente, la annebbia. È un rischio questo insito in lui medesimo: perché la gioia e l'euforia che ne derivano sono stati assoluti (ab-solutus, privo di lacci), sciolti dalle trame reali (la Nike è alata, non mantiene "i piedi per terra"), e quindi spesso di loro dimentiche: sono stati espansivi, colmano e pervadono l'essere che si acquieta in loro, ne è appagato; il dolore e la delusione della sconfitta, al contrario, attorcigliano, piegano su se stessi, sono riflessivi, portano a domandare, a domandarsi; a tastare la strada che porta alla vittoria, a tentarne i sentieri. Lo sportivo non è solo chi vince, ma chi lavora umilmente e duramente per vincere: perché la vittoria non è solo un risultato, un arrivo, un "successo", non è solo una meta, ma fondamentalmente una strada, un percorso. Ecco perché con lo sguardo alla via, e non alla meta, si apre un elogio della sconfitta: essa è  molto più formativa del successo, incrina le nostre convinzioni, mette in crisi (krisis, dal greco krino, separare, giudicare, valutare), apre lo spazio della valutazione e del giudizio, e della crescita e maturazione, come l'adolescenza, periodo di crisi per eccellenza, apre la via alla maturità; periodo di rim-pianto, e la sconfitta anch'essa altro non è che un rimpianto, perché mette in luce ciò che si poteva fare meglio, ma riprende anche il pianto per costruire qualcosa di migliore! Ecco perché, allora, spesso "il successo è deformante, rilassa, inganna, ci rende peggiori, ci aiuta ad innamorarci eccessivamente di noi stessi; al contrario, l'in-successo è formativo, ci rende stabili, ci avvicina alle nostre convinzioni, ci fa ritornare ad essere coerenti. Sia chiaro che competiamo per vincere, ed io faccio questo lavoro perché voglio vincere quando competo. Ma se non distinguessi quello che è realmente formativo e quello che è secondario, commetterei un errore enorme" (Marcelo Bielsa). La vittoria per lo sportivo, è affascinante, ammagliante, è l'unica cosa che conta...è la meta...ma la sconfitta è la bellezza del paesaggio attorno, la forza che rimette in cammino, la maturazione del raccolto, è la strada che porta al traguardo!
Tommy 

lunedì 14 maggio 2012

GILLES VILLENEUVE. L'uomo oltre la macchina

Se è vero che la vita di un essere umano è come un film, io ho avuto il privilegio di essere la comparsa, lo sceneggiatore, l'attore protagonista e il regista del mio modo di vivere.
Gilles Villeneuve

Dicono che Gilles Villeneuve amasse correre con il numero 69, quando da giovane garreggiava insieme al fratello Jaques sulle nevi canadesi, con quelle motoslitte che loro stessi montavano e perfezionavano, portandole poi al limite sui circuiti di gara: così, pensava Gilles, quando, come spesso accadeva, la sua macchina si rovesciava, il numero era sempre riconoscibile, un 69 rovesciato in fondo è ancora tale! Dicono che fosse però piuttosto bravo il ragazzo: in pista, con poca stabilità, scarsa visibilità e in condizioni precarie, il giovane vinceva, con quell'intuito e incoscienza inconsapevoli, proprie dei predestinati, genio e sregolatezza. E di vittoria in vittoria la neve e il freddo del Canada, la motoslitta, cominciavano a non essere abbastanza per lui, che sognava il brivido della velocità e il rischio delle corse d'auto; così, vendette la casa dove abitava con la moglie Johanna e iniziò a partecipare ai campionati minori di corse nordamericane, ottenendo, pur con pochi soldi e sponsor, immediato successo. E nel circo di soldi e sponsor che è la Formula 1, Gilles vi arrivò e si fece largo sempre e solo attraverso la sua bravura. Prima in McLaren, la chiamata per un solo Gran Premio, e il titolo driver of the day conquistato; una sola gara, perché il team non ritenne opportuno continuare a puntare sul giovane canadese, forse avevano notato qualcosa di particolare...Dicono che smontando le automobili dopo una corsa, persino un inesperto in materia potesse distinguere la macchina di Villeneuve da quella di un suo qualsiasi compagno di squadra, per lo stato del cambio in particolare, o dei freni; perché quel piccolo canadese, dallo stile aggressivo e spregiudicato, le macchine le sfruttava, le usava, le usurava per portarle fino all'estremo limite, che era poi il suo proprio limite, quello che voleva costantemente superare, per superarsi: "come possiamo conoscere il nostro limite se non tentiamo di superarlo?" era solito ripetere Gilles: sempre oltre il limite, nel rischio, nel pericolo, nell'eccesso; se ne accorsero presto anche in Ferrari, la nuova squadra che quel talento se lo prese in casa: piroette, fuori pista, scontri, errori, rotture meccaniche; dopo poche gare iniziarono a chiamarlo "l'aviatore", appellativo guadagnato per gli incidenti spettacolari che provocava, in particolare uno, quando la sua macchina, dopo il decollo successivo a un contatto, decollò sulla folla vicino alla zona vietata, uccidendo due spettatori. Vittorie ne arrivarono ben poche...E dicono che Enzo Ferrari sia stato più volte sul punto di perdere la pazienza e di cacciarlo; le sue macchine costavano troppi soldi per vederle sempre fracassate senza successo, e il circo, si sa, è fatto di affari, gli affari vogliono risultati. Gilles,  per tutta risposta decise di indossare il numero 27, dando un nuovo corso alla sua avventura in Formula 1: di ottenere qualche risultato, ma non di quelli che rientrano nelle statistiche, che ti fanno magari vincere qualche Gran Premio in più, o un titolo del mondo, quelli sono solo storia. Quel 27, invece, divenne mito, leggenda. Come un principe, pur senza corona, rimane un principe. Come un gusto eccezionale: non importa quanto ne assaporiamo, ma che sapore ha per noi. E nulla può aver più bel sapore di un secondo posto, se ottenuto dopo il duello più spettacolare della storia delle corse automobilistiche, staccate al limite, ruota a ruota con Renè Arnoux, Digione, Francia, 1979. Nulla ha più bel sapore agli occhi dello spettatore di giri su tre ruote, alettoni staccati e semivolanti, curve di traverso...sorpassi inimmaginabili...poche vittorie ma in gran stile...tutto quasi per lasciare ogni tanto un'impronta indelebile...il pilota più spettacolare di tutti i tempi, umile e semplice fuori quanto aggressivo e determinato in pista, una leggenda per sempre nel cuore dei tifosi, un mito che saprà ripetere forse solo Ayrton Senna. Come Senna, una fine tragica. Dicono che Gilles avesse deciso di abbandonare la Ferrari e di fondare una scuderia per proprio conto; forse mentre si accingeva a rientrare ai box quel 8 maggio 1982 a Zolder, Belgio, aveva in testa quei pensieri, quella rabbia: gli avevano fatto capire, lo aveva realizzato a Imola una settimana prima quando Pironi, suo compagno, gli corse contro per batterlo violando i presunti ordini di scuderia, ma senza che la Ferrari prendesse poi posizione, che un pilota, si chiamasse anche Villeneuve, era funzione della macchina, della squadra, del circo, non viceversa. Forse pensava a questo Gilles, mentre rientrava ai box quel sabato pomeriggio, a quel podio imbronciato di Imola, ad anni a servizio per chi, pensava, gli aveva voltato le spalle, ad un automobilismo come pura passione, alle corse in motoslitta sulle nevi del Canada, all'uomo oltre la macchina. Decise allora di scendere da quella Ferrari numero 27, di rovesciarsi ancora una volta: e allora si, come un 69 ancora riconoscibile, l'immagine di questo piccolo grande pilota, abbandonò la storia, ed entrò nel mito. Gilles Villeneuve non solo è ancora riconoscibile come una leggenda dello sport davvero unica, ma è una storia da ricordare, non semplicemente da raccontare: dove la vita ci rende funzione di altro, della macchina, del business, di chissà che altro, possiamo ancora esserne attori, e farne uno spettacolo: è solo una questione di giocare coi propri limiti, di rischiare, di sapersi rovesciare...


Tommy

lunedì 7 maggio 2012

PHILOSOPHY AND SPORT. La Meraviglia del Corpo

È proprio del filosofo questo [...] di essere pieno di meraviglia; né altro cominciamento ha il filosofare che questo.
Platone

La Filosofia e lo Sport. Due grandi passioni, da sempre. Due mondi apparentemente distanti, opposti, contrari...l'una, la filosofia, attività contemplativa, teoretica, di pensiero...l'altro, lo sport, attività pratica, di campo, di sudore e di fatica...due mondi opposti, ma forse solo apparentemente...All'alba del pensiero filosofico si riteneva che essa, la Filosofia, nascesse dalla Meraviglia, da ciò che si manifesta e problematicizza l'esistenza, e il filosofo fosse di conseguenza colui capace di meravigliar-si di fronte a tale accadere...essere pieno di meraviglia, come diceva Platone; la meraviglia è lo stupore che di fronte all'accadere, al manifestarsi delle cose, sospende il respiro e lascia a bocca aperta, che entusiasma come un mistero chiuso in se stesso, come un bocciolo nell'atto del suo fiorire. Si può essere meravigliati, diceva Aristotele, di fronte a difficoltà semplici, comuni, quotidiane, come fu in principio del filosofare, ma anche di fronte poi a problemi maggiori come i fenomeni della luna, del sole e degli astri, o dell'origine del cosmo. È forse la capacità del manifestarsi del mondo di incarnarsi nel senso della nostra propria esistenza, di far corpo con la nostra vita, che ci fa meravigliare per l'una o per l'altra cosa; la filosofia nasce da ciò che scalda il nostro sangue, che suscita il nostro dolore o il nostro piacere, che smuove il nostro sentimento, che scuote il nostro vivere...è la meraviglia del nostro Corpo aperto al mondo! Quando la filosofia iniziò a suscitare meraviglia nel mondo greco, lo Sport era già nato da tempo: tracce di manifestazioni ultramillenarie si radicano pressoché in tutte le culture, nella stessa cultura greca ne troviamo testimonianza già nei poemi omerici, l'agone omerico; eppure potremmo propriamente parlare solo di giochi agonistici, di competizioni svolte, qui come in altri contesti, in riferimento a rituali guerrieri o a celebrazioni funebri, secondo un'antropologia dell'agonismo, non ancora di sport; forse, come per la filosofia, lo sport è un fenomeno tipicamente greco, nato nell'antica Grecia con l'istituzione dei Giochi Olimpici, fenomeno fondamentale, tratto portante di quella cultura, tanto da scandire, con la sua cadenza quadriennale, il conto del suo tempo. E cosa meravigliava di più il popolo greco, richiamandolo da tutte le parti, sbigottendo persino gli stranieri ospiti, che non quelle manifestazioni, decantate e celebrate da sempre?? I Greci hanno fatto dello sport una meraviglia, consegnando ai posteri tale grandiosa eredità, la meraviglia della bellezza dei corpi in azione capaci nel confronto, nello scontro, di gesti straordinari, che scuote la vita come una sua metafora, che agisce nel dolore e nel piacere con la vittoria o la sconfitta, che illumina nella gloria e fa cadere nell'oblio, che non finisce di stupire. Allora come ora. Perché a distanza di oltre duemila anni, lo sport, come fenomeno universale che accomuna popoli e culture, che si radica fortemente nell'esistenza di tantissime persone, è capace di raccontare storie uniche, incredibili, ogni volta diverse nel loro fascino. La meraviglia, dunque, a unire Sport e Filosofia, ma forse, e soprattutto la Meraviglia del Corpo...perché a dispetto della storia millenaria trascorsa, è il Corpo ciò che può paradossalmente ancora meravigliare, la filosofia e lo sport, unendoli in una nuova sfida, come un impensato ancora da pensare, ciò che può ancora stupire, qualcosa ancora da raccontare. Una sfida per la Filosofia, innanzitutto, se è vero che per lei "il corpo è la cosa più difficile" come sosteneva Heidegger, se è vero che essa è cresciuta da sempre in un fraintendimento del corpo, come sosteneva Nietzsche: la sfida è allora andare oltre questo fraintendimento, che considera il corpo come "tomba dell'anima", fin da Platone, che lo mortifica ai dettami dello spirito con la cultura cristiana, che lo lascia all'ombra del pensiero, della res cogitans cartesiana, che lo scruta con l'occhio di ingrandimento anatomico delle scienze, sempre come fosse una mera cosa, un oggetto. Il corpo è molto di più, è l'apertura originaria della nostra esistenza al mondo, è la circolazione e lo scambio di senso con esso, è vita vivente in azione, la nostra stessa esistenza...è tutto questo, e molto altro, nulla di definitivo, perché non si può rinchiudere sotto la pretesa oggettiva di una definizione, è ovunque e in nessun luogo, sempre altrove, altrove nel mondo, sulla punta del bastone cui mi appoggio, come diceva Sartre, o là fin dove indico, punto zero del mondo rispetto a cui le cose si dispongono, a cui si dà un sopra un sotto, un avanti un dietro, un vicino e un lontano, punto di incrocio di percorsi e spazi della nostra esistenza, come diceva Merleau Ponty; questa sfida che attende dalla Filosofia un nuovo senso del corpo, può traslare come un dono inavvertito, ma fecondo, anche al mondo dello Sport; perché anch'esso, forse, e forse in modo colpevolmente inconsapevole, condivide (paradossalmente, perché lo sport sembrerebbe a prima vista un'esaltazione della corporeità) quel fraintendimento che fa del corpo sportivo un corpo macchina, macchina da prestazione, agglomerato di organi, funzioni o sistemi da perfezionare in un incremento indefinito della sua capacità prestazionale: in questo scenario di fondo si muovono forse tematiche quali il doping, quali una competizione sfrenata portata all'estremo, dove sembra si sia giunti a un estremizzazione del gesto sportivo, alla sua eccessiva distanza dalla portata della gente comune, con conseguente perdita di interesse, quali malattie e infortuni in costante crescita ecc. Ma sulla scia di una riflessione più approfondita di un nuovo senso del corpo andrebbero lette anche nuove tendenze che richiamano a uno sport non più prestazionale, ma alla portata di tutti, uno sport del benessere, del piacere e della forma fisica, di categorie sociali verso cui prima c'era una barriera, del contatto con la natura e l'avventura, della salute, delle sensazioni del corpo vissuto, quasi che il corpo diventasse in tutto questo il luogo della ricerca di senso di identità postmoderne che sembrano disperdersi d'altro canto ovunque, in miti tribali, in mondi virtuali, in incroci e mescolanze ecc...quasi che in questo mondo caotico, dove sembra emergere in modo sempre più profondo una carenza di senso, si avesse il sentore che un nuovo senso passi per la riscoperta del corpo, attraverso il veicolo dello sport. E forse, in maniera più sottile, anche attraverso la riscoperta della filosofia. Lo sport è la filosofia dunque, nella meraviglia del corpo...e una Filosofia dello Sport, come una sola grande passione! 
                                                                                                                       Tommy

venerdì 27 aprile 2012

JOHAN CRUYFF. The football Prophet

Non penso che arriverà il giorno in cui, quando si parla di Cruyff, la gente non saprà di cosa si stia parlando.
Johan Cruyff

Il Profeta coglie segni divini per dire qualcosa anzi tempo, annunciando ciò che ha ancora av-venire. Ma ci sono anche profeti più silenziosi, la cui poesia non abita solo nelle parole, ma anche nei pensieri, nei gesti, nei loro movimenti...Johan Cruyff è uno di questi, è il Profeta del Football, la poesia del calcio. Perché non ci sarà tempo in cui parlando di Cruyff non si saprà di cosa si stia parlando, e tempo in cui il suo nome non verrà ricordato tra i miti divini dell'Olimpo del pallone, come il profeta dell'annuncio del Calcio Totale, il maestro della sua rivoluzione, una filosofia che suscita ancora meraviglia, fascino, avvenire! Un profeta lo si riconosce, quasi da un'aria principesca, di forza, saggezza e autenticità, che lo circonda e marchia sulla pelle un Simbolo, come un numero sulla maglia, 14, originale, unico, di-verso. 14, come l'età del primo campionato vinto con l'Ajax, speciale deroga della federazione olandese al regolamento, una maglia mancante in spogliatoio e la cessione del proprio numero 9. Il 9 ritrovato a Barcellona, è tradizionalista la federazione spagnola e non concede deroghe, ma il 14 rimane sotto l'altra maglietta, come un simbolo, come gli anni che passano prima che il Barca torni a vincere il campionato. E anche quando ormai la maglia vien depositata nella leggenda, quando si ricomincia da casa, dalla panchina, il 14 scandisce i tempi di ogni nuova avventura, come gli anni prima che l'Ajax ritrovi un trofeo internazionale. Vittorie, originalità, classe...da giocatore e da allenatore...un simbolo, un numero, oltre il tempo, nel mito. Il 14 è la Poesia del calcio, la poesia di un corpo in movimento...e ogni poesia lascia solchi indelebili nella memoria, tracce di bellezza e armonia, segni distintivi che non si possono dimenticare. Un profeta intrattiene un legame intimo con la poesia, perché entrambi, in poche parole, gesti, movimenti, dischiudono una Visione del mondo, sono un esercizio della visione. La visione di Johan Cruyff è la via del goal, è il Profeta del Goal come dice un film di Sandro Ciotti: donde veniamo e dove andiamo, così uno sguardo profetico, panoramico, testa alta e occhi dietro la testa, una visione totale del campo, sa leggere il gioco, il fluire dell'azione, e incrinarla verso il suo obiettivo più naturale, la porta avversaria...predire il goal, prima che accada: ovunque, in ogni situazione o  posizione del campo, da attaccante a inizio carriera, nel cuore del gioco, negli anni d'oro, da libero, le ultime stagioni; l'incarnazione perfetta di una Filosofia che non ha ruoli predefiniti, regole rigide, schemi tradizionali, ma è scambio, innovazione, imprevedibilità...come ruotasse tutto attorno alla magia creatrice della sfera, il divertimento e l'abilità del tocco di palla, la creatività ("ciò che conviene insegnare ai ragazzi è il divertimento, il tocco di palla, la creatività, l'invenzione") perché "senza possesso palla non si vince" e perché una volta persa "la pressione si deve esercitare sul pallone, non sul giocatore"...è nella semplicità della palla la rivoluzione del calcio totale; una filosofia compiuta da giocatore, dell'Ajax, del Barcellona, dell'Arancia Meccanica, sotto la saggia guida di Rinus Michels, realizzata da manager, con le vittorie da allenatore, con i progetti della Scuola dell'Ajax o della Cantera del Barca, perché, si sa, un profeta getta le basi del futuro, e la sua visione è uno sguardo concreto e ancora av-venire, una filosofia compiuta e ancora da compiere; una filosofia dove il bel gioco si lega al valore aggiunto del campione, perché "la creatività non fa a pugni con la disciplina", perché ogni tattica o strategia ha bisogno del suo magico interprete, si chiami Cruyff, Van Basten o Messi, perché fondamentalmente ogni filosofia nasce dalla poesia. Ed è Poesia quella del profeta del Football, di Johan Cruyff, una poesia del Corpo in movimento; fatta di Velocità, non solo un'abilità fisica ("la velocità è spesso confusa con l'intuito. Quando parti prima degli altri, sembri più veloce!"), perché la velocità è una visione del pensiero, leggere in anticipo ciò che accade o può accadere, e partire prima; partire spesso lontano, distante dalla porta e tagliare in due la difesa avversaria, come prendersi un rigore al primo minuto di una finale mondiale, senza che gli avversari tocchino palla; fatta di Tecnica delicata, un tocco di palla sublime, che abbinato alla velocità diventa un dribbling imprendibile, di  colpi speciali, marchi di fabbrica che rimangono unici e indelebili, come la Cruyff-turn che lascia sul posto l'avversario, il passaggio col tacco, il cross d'esterno; di Coordinazione eccezionale, l'equilibrio di un dribbling, un controllo volante a seguire, l'elevazione di un colpo di testa o di uno stop, come uno dei più bei goal della storia del calcio, un volo in acrobazia ad altezza vertiginosa, in spaccata col piede dove altri non arrivano di testa; di Genialità, assist e passaggi unici, tocchi sotto e pallonetti, giocate inaspettate, come un rigore battuto con tocco al compagno! Poesia di un corpo,  cenni divini di un Profeta del pallone, di un calcio che fu, e rimane ancora, nella memoria, di un calcio che è stato e non è ancora, che dispiega un mondo come una filosofia futura: perché nessuno sarà mai ciò che è stato Johan Cruyff, ma Johan Cruyff è anche una visione profetica, di ciò che deve ancora essere...
       Tommy

lunedì 23 aprile 2012

PHILOSOPHY OF RUNNING. La Musica del Respiro

Io sento la terra ed il vento e gli alberi. Io sento il loro spirito. Io sento il ritmo della corsa. È come musica.
Gabriel Harmony Jennings

"Da quando ho imparato a camminare, mi piace correre" diceva Nietzsche...come un bambino, che imparati i primi passi, li affretta subito nello slancio della corsa, nella più assoluta e sorridente libertà...perché essa, la corsa, è il gesto più naturale, più ingenuo, più spontaneo che ci sia! Non come il camminare, appreso, guidato dalla mano esterna, controllato sicuro e misurato, nei primi passi di corsa si è nell'aperto che non ha bordo, dove si mette in gioco il proprio equilibrio, si cade e si impara a cadere, si impara da sé a trovare quel punto di equilibrio instabile, che è poi la vita, a tenere il ritmo dei propri passi, la propria misura...un gioco che sporge dai bordi per trovarli, che danza sul crinale per equilibrarsi, che affanna il respiro per respirare a pieni polmoni l'esistenza! Nella corsa si mettono in gioco i propri passi e il proprio respiro, fuori dalle trame ordinarie, per comporre in libertà la propria musica, come una sinfonia personale, una propria composizione...Musica del Respiro! Perché il respiro non è un solo un processo fisiologico, ma più fondamentalmente quello scambio di corpo e mondo che compone l'esistenza: rispondersi e corrispondersi di corpo e mondo, dove il corpo si apre al mondo, lo accoglie e vi ritorna, in quello scambio tra interno ed esterno dove essi si accordano, spirito e materia: il respiro è la continuità del corpo col mondo, espressa dai suoi stati e dalle sue modificazioni: la calma, l'ansia, la precipitazione, l'eccitazione, la concentrazione...si esprimono nel diverso ritmo del respiro, nel quale si incarna dunque un senso del mondo, del nostro rapporto col mondo, come un'esteriorizzazione che ne esprime un senso. Così, come la musica esprime un senso, la corsa come musica del respiro è il tentativo di dar luogo e di esprimere, magari inavvertitamente, un proprio senso, forse di reperirlo, mettendo in gioco il rapporto del proprio corpo al mondo, nel respiro affannoso della fatica, quando il mondo oppone al corpo la sua resistenza che la corsa cerca di vincere, negli ampi respiri a pieni polmoni quando corpo e mondo cercano di ritrovare la loro armonia. Un senso che una musica compone anzitutto nel Ritmo; il ritmo del respiro, della corsa, è anzitutto quello del cuore e del piede, veri musichieri del ritmo. Sentire il proprio battito cardiaco sotto s-forzo, quando forza cioè il normale fluire, nella diversa andatura, perché come ci sono cuori avventurieri o misurati, impavidi o controllati, così ci sono andature spinte e altre di rilassamento, sopra soglia o sotto soglia, di sforzo e di recupero; sentire il ritmo della corsa come rimbalzo del piede sul terreno, come contatto con la terra, e la fatica che essa richiede, come ciò che conduce lungo le proprie strade, perché come ci sono diversi percorsi e sentieri, così ci sono corse pesanti e corse leggere, passi corti e passi lunghi, passi andanti e passi spinta; è il nostro modo di andare per il mondo, perché in questa diversità, dal ritmo del piede e del cuore, un senso parte dalla terra e attraverso interamente il nostro corpo, pervadendo la nostra postura: testa alta e sguardo fisso in avanti, incontro al mondo e contro il mondo, occhi chiusi, testa bassa a controllare i propri passi e il sentiero appena avanti, sguardo preso dal paesaggio attorno, busto eretto o piegato, spalle aperte o ricurve, gomiti larghi o adiacenti al busto...ogni corpo il suo stile, ognuno la sua corsa, ogni corsa un mondo! Perché dal ritmo si dispiega dolcemente un Armonia, nello scambio del respiro tra il corpo e il mondo, a esprimere quel rapporto, come un accordo: così ci sono corse dove quell'armonia è la curva altimetrica della prestazione da ricercare e controllare, altre dove importante è trovare la propria armonia interiore, la forma del proprio corpo, il benessere del proprio io, corse insomma dove psichico e fisico, mente e movimento giocano la loro distanza o si incontrano nelle loro declinazioni, o nella loro comunione reciproca; ci sono corse poi dove l'armonia è invece l'unione mistica col mondo, dove si esce dal proprio io per incontrare la natura nella sua presunta e incontaminata purezza, o la città nei suoi aspetti più urban, magari tra i margini del degrado, o per re-incontrare il proprio corpo nelle sensazioni attraverso il giorno o la notte, il caldo e il freddo, il sole e la pioggia, la pianura o la salita; ci sono corse che si staccano dalla riflessione, dove la testa si svuota dei pensieri e delle ansie quotidiane, altre come momenti di freschezza del pensiero che matura nuove idee, altre ancora dove non conta pensare o non pensare, ma correre per correre, semplicemente; ci sono corse che si staccano dagli altri, dove la musica è quella degli auricolari nelle orecchie, o dell'ascolto di sé, corse solitarie, altre corse come momento di apertura agli altri, condivisione, corse di gruppo, occasioni di incontro sociale.
Ogni musica ricerca la sua delicata armonia, un delicato accordo verticale del respiro, tra corpo e mondo. Ogni musica diventa una sequenza unica di note, una Melodia, un percorso orizzontale dove ogni corsa, diventa ogni volta un tema unico; un suono diverso del respiro, una musica diversa, una personale composizione...una diversa interpretazione del proprio essere: per misurarsi e migliorarsi, per stare in forma o dimagrire, per passare tempo all'aria aperta con gli altri, per ritrovare se stessi, per niente che non sia il puro amore di un gesto libero...e chissà quante altre cose, e chissà in che diversa configurazione...sempre l'espressione di un senso diverso. Nel respiro della corsa, nel ritmo del cuore e del piede, nell'armonia di corpo e mondo, nella melodia personale, si esprime la libertà di un senso, un senso della propria esistenza, un senso del mondo! Ma come ogni musica ha bisogno del Silenzio da cui inizia un movimento, dove nel respiro cresce quel modo di esprimersi, così ogni corsa, ogni musica del respiro, ha bisogno del suo riposo, dove quel senso matura; quel senso, come una filosofia del running, una filosofia della propria corsa che abita nei propri respiri. Comprendere quel senso misterioso è affascinante, affascinante quanto correre, quanto un silenzio.
Tommy

giovedì 19 aprile 2012

SPORT, THE WAY OF LIFE. A lap with Ayrton Senna

I continuously go further and further, learning about my own limitations, my body limitations, psychological limitations. It's a way of life for me. 
Ayton Senna

A volte semplicemente non si può raccontare l'Amore per lo Sport. Accade nel silenzio che non si distingue. Come un Fuoco che brucia l'anima dentro, nel profondo, una passione nascosta. O una preghiera modesta, una meditazione silenziosa. Accade semplicemente nella vita, senza un perché, come un modo di esistere, che raccontare è difficile. Come una metafora della vita, che una metafora può dire.
Forse nasce tutto con un giorno di pioggia, come questo. Quando improvvisamente scopri che sul terreno bagnato le tue capacità sembrano scivolare via, insieme agli altri che ti superano, che vanno più forte, quando le gocce sul tuo viso si confondono alle tue lacrime. Quando nello squarcio di sole che s'apre dopo la tempesta, e riflette sull'acqua mentre con la testa bassa torni a casa, una voce ti sembra sussurrare che devi insistere, continuare. E allora sei ancora lì, a provare e riprovare, quando altri stanno chiusi in casa...quando ancora cade la pioggia. Lo sforzo, la fatica, il sacrificio. Impari a conoscere il tuo Limite, ad affrontarlo. Mettendo in gioco tutto te stesso, le tue forze, qualsiasi cosa tu abbia...finché riesci a sfiorarlo, a toccarlo quel limite. E allora, all'improvviso, qualcosa succede...più ti avvicini a quel limite, più cresce il tuo polso, più arde quel fuoco, più ti scalda la tua passione...e il tuo cuore va più veloce, il respiro si fa profondo, le mente è una col corpo, tutt'uno col mondo che ti corre dietro, e attorno. E tu guardi avanti, perché ora lo puoi guidare, quel mondo. Ci impari a danzare, nella pioggia. Come un mago del bagnato. E scopri che nessuno è perfetto, ma con umiltà si può ricercare la perfezione continuamente, rimanendo se stessi, coi propri limiti, imparando da se stessi, dai propri errori, dalle decisioni sbagliate, dai fallimenti che inevitabilmente accadono, per far si che non accadano ancora. Scopri che vai sempre più forte, imparando dai tuoi limiti, i tuoi, del tuo corpo, dell'anima, scopri che imparare a danzare nella pioggia delle difficoltà, è un modo di vita. Che lo sport è la tua vita. Una metafora della vita. Perché quando la pioggia termina, puoi affrontare ogni cosa. C'è scritto nel tuo sangue che ora puoi competere, che devi competere, che non puoi farne a meno...con te stesso, con gli avversari, con il tempo...perché tutto accade nel tempo, ha bisogno di tempo, è una sfida al tempo...è semplicemente il tempo della tua vita. E ha bisogno di forza, dedizione, passione...con intensità profonda, e amore mistico, con il corpo e la mente, l'istinto, l'esperienza...puoi volare molto alto. Perché ancora una voce sconosciuta reclama il diritto di vincere, quando i tuoi occhi riflettono la luce di un vecchio giorno di pioggia. E continuare a vincere, e nutrirti della vittoria, per sempre. O tutto finire improvvisamente. Che importa, alla fine non c'è una fine...rimane solo l'Amore...

         
Tommy

mercoledì 18 aprile 2012

SPORT PSYCHOLOGY. The mystic Fire

Il mio corpo è più nella mia anima di quanto la mia anima sia nel mio corpo. Il mio corpo e la mia anima sono più in Dio di quanto siano in loro stessi.
Meister Eckhart

Platone diceva che la Filosofia non è un sapere che si possa insegnare, come succede invece con le altre scienze, ma si genera all'improvviso nell'anima, accade come un dono inaspettato della divina follia, dopo una lunga frequentazione, un lungo allenamento, "come la scintilla che scaturisce dal fuoco e poi si nutre di se stessa". L'amore per la filosofia è come una scintilla da cui nasce quel fuoco in grado di illuminare in maniera profonda l'esistenza trasformandola costantemente in luce e fiamma, e per quanto possa venire insegnato, semplicemente accade. Credo che la stessa cosa si possa affermare per lo Sport, a proposito di quella passione che, quando nasce, si incarna nell'esistenza dello sportivo e vi rimane per sempre. Lo Sport non si insegna, perché per quanto lo si possa insegnare, lo si deve prima di tutto amare, e tale amore è una fiamma che arde dentro e non ci si spiega il perché, come un dono della divina follia. Ma nello Sport può accadere anche un'altra cosa, ancor più bella della passione, simile al fuoco della Filosofia: per quanto ci si possa allenare, e tuttavia solo dopo un lungo, costante e faticoso allenamento, accade all'improvviso sono alcune volte, solo ad alcuni, quasi fossero eletti, di avvertire una strana sensazione, una scintilla che nasce dentro, un Fuoco che arde tutto il corpo, una fiamma che poi si nutre di se stessa e che trasforma il proprio essere: tutto il vissuto si trasforma e sensazioni nuove, mai provate, penetrano il respiro, come essere in una bolla d'aria, un mondo fuori del mondo: allora ci si sente come invincibili, scompare la fatica, si diventa tutt'uno col proprio gesto e ciò che lo circonda. Come giungere ad una soglia misteriosa superata la quale si apre un nuovo paesaggio, come uno scarto che accade di lampo e cambia tutto, come un volo improvviso dopo una faticosa salita. Allora il corridore non sente più l'affannarsi del respiro, né la fatica sulle gambe, semplicemente va, diventa tutt'uno con la sua corsa, è parte di ciò che lo circonda e con esso fluisce...come Abebe Bikila alle Olimpiadi di Roma, quasi che i suoi piedi scalzi diventassero il terreno sotto di lui, una cosa sola con la strada che scorreva; e come lui tanti altri corridori e atleti che, pur senza raggiungere quei traguardi, varcano quella soglia e raggiungono quella sensazione unica, diventare la corsa stessa, o lo stesso gesto atletico; o sentire la simbiosi col proprio mezzo, come un pilota, con la macchina, il sedile, le ruote, il volante, quando si abbassa la visiera e si accende il motore tutto risponde alla sua guida come fosse un corpo solo: "pensi di avere un limite. Così provi a toccare questo limite. Accade qualcosa. E immediatamente riesci a correre un po' più forte, grazie al potere della tua mente, alla tua determinazione e al tuo istinto, e grazie all'esperienza...puoi volare molto in alto!" diceva Ayrton Senna; o padroneggiare un pallone in maniera magica, o il proprio attrezzo di gara, sentire che con quello puoi fare quello che vuoi; o sentire che la pista, il campo di gara, lo stadio diventa la tua forza, l'energia che ti carica come un combustibile che alimenta quel fuoco: "quando mi affaccio al cancelletto di gara, stringo le manopole dei bastoncini ed è il segnale di attivazione...da quel momento in poi entro in trance agonistica. La mente si sgombra di tutto, seguo il mio filo d'Arianna" diceva Giorgio Rocca delle sue gare, un filo che si snoda attraverso le porte, gli ostacoli del percorso, e porta dopo porta diventa più scorrevole e meno intricato, col crescere dell'entusiasmo del pubblico, fino all'arrivo. Ma ci sono esempi di ogni sport, di tantissimi atleti, che avvertono questo Fuoco, in declinazioni diverse, con sfumature diverse; esso può essere descritto in molti modi, è difficile raccontare una sensazione per cui non si ha parole; e può essere chiamato in molti modi da chi lo studia: in Psicologia dello Sport, ad esempio, si parla di "entrare nel flusso", "essere nella sfera", "entrare in trance agonistica", "raggiungere il punto di massima prestazione" e via dicendo...ciò che è comune a tutte le riflessioni è il fatto che è come se nel momento in cui si accende quella scintilla nel corpo dell'atleta la coscienza si annullasse o meglio, raggiungesse uno stato più elevato, non più intenzionalità verso un mondo, ma mondo (spirito assoluto direbbe forse filosoficamente Hegel?): come se il movimento non avesse più un carattere mentale, una mente che lo valuta, lo controlla, lo dirige, ma entrambi, mente e movimento, raggiungessero uno stato di perfetta unione e armonia, una cosa sola, uno stato che unendoli li trascende entrambi: allora è la Grazia, come eccellenza e bellezza del gesto sportivo, come gloria di chi lo compie, e memoria in chi lo ammira! Ciò di cui parla la psicologia va al di là della psicologia, sconfina oltre, perché ogni descrizione è riduttiva, può spiegare, ma non comprendere. Lo potrebbe raccontare forse la filosofia, nella sua umiltà e povertà di sapere, semplice amore-per-il-sapere, una Filosofia dello Sport che possa forse iniziare dalle parole di Platone, o dal Fuoco cosmico di Eraclito - quel fuoco "sempre vivente, che si accende e si spegne secondo giusta misura", un fuoco che accesosi nell'uomo lo rende frammento dell'ordine universale, partecipe per un attimo del mondo divino. Ma più di tutte, forse, quel fuoco divino che si accende sul petto dell'atleta, è un'esperienza Mistica, nel senso proprio del termine: dal greco mistikòs, misterioso, e prima ancora myein, chiudere, tacere...perché di quell'esperienza misteriosa, forse, più che parlare, si deve tacere e ammirare, contemplare la dimensione del sacro che ad alcuni semplicemente accade, come un'esperienza diretta, difficilmente comunicabile. Allora l'estasi mistica che accade, quella scintilla divina che si accende, potrebbe essere letteralmente un e-stasi, un uscita dalla stasi attraverso il suo contrario, il movimento, dove le trame abituali a oggetti, cose o persone, persino verso se stessi, le relazioni statiche, si sfaldano improvvisamente verso quella realtà e-statica, divina, da cui si è in grado di illuminare l'e-sistenza, di vedere la sua realtà ultima, come la Grazia, un fuoco divampato dentro che resta e lascia il segno; un'esperienza che segna appunto, ed appaga, perché chi dedica l'intera vita allo sport, è come in questo stato avesse la sua divina ricompensa, e non chiede altro per 'intero corso della vita, anche se non dovesse ottenere mai una medaglia olimpica, o non vincere mai un campionato del mondo. Essere uno col proprio corpo, uno col tutto, nella Grazia del movimento, dove la fatica è ripagata e si è il mondo in cui si corre, dove niente può fermare. Perché lo Sport, in fondo, è una meditazione silenziosa, una preghiera umile del proprio essere, che attraverso l'allenamento e il duro sacrificio, cerca quella illuminazione; quel Fuoco mistico, quella luce divina: "Il mio corpo è più nella mia anima di quanto la mia anima sia nel mio corpo. Il mio corpo e la mia anima sono più in Dio di quanto siano in loro stessi" (Meister Eckhart).
                                                                                                                                   Tommy



martedì 17 aprile 2012

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

Ogni primo movimento, ogni movimento involontario è bello, mentre è deviata e fasulla ogni cosa non appena essa comprende se stessa. Ah, l'intelletto. L'infelice intelletto.
Heinrich Von Kleist

L'esistenza umana si manifesta essenzialmente nel movimento...sin dal concepimento, dalle prime movenze nel ventre materno, dalla nascita; e poi per tutta la vita, in qualsiasi azione, e persino nel riposo, anche solo il respiro...l'uomo è costituzionalmente un essere che si muove; lo sport, d'altra parte, è una manifestazione della vita quotidiana che più di altre ha a che fare col movimento: corse, salti, gesti tecnici che prevedono l'azione motoria di particolari arti o parti del corpo...un corpo che si mantiene in movimento, si dice anche comunemente, è con evidenza un corpo sportivo. Spesso, inoltre, si ritiene che lo sport, e quindi il movimento, abbia a che fare più con attività fisiche che mentali: certo, ogni movimento ha il suo correlato psichico, ma esiste davvero una dualità tra mente e movimento? Qual'è la relazione che intercorre tra loro? C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare: volare come le aquile, correre come un felino...dove ogni gesto è perfetto, per ritmo, sincronia, forza, delicatezza, eleganza, tutt'uno con ciò che lo circonda; l'animale non ha un movimento, è tutt'uno col suo movimento e l'ambiente attorno: l'aquila è i suoi cieli, e il ragno la sua tela. Diversa la situazione per l'uomo, povero di istinti, si muove incerto, non in un ambiente, ma per un mondo che si presenta come un campo di sorprese: egli ha un mondo e vi va incontro, ricevendo risposte positive o negative; nel movimento, un animale è semplicemente il suo corpo...un felino è la grazia del suo corpo, in ogni movimento; l'uomo, invece, deve far fronte al suo corpo, è un corpo vivente, ma ha al contempo un corpo cosa da educare, gestire, controllare...il suo movimento non ha la fluidità del gesto animale, e risulta, il più delle volte, meno aggraziato. Insomma, mentre il movimento dell'animale appare sicuro e integrato al suo ambiente, perfettamente adeguato ai suoi scopi, quello dell'uomo risulta essere trattenuto, intralciato, turbato. Questo intralcio alla grazia del movimento si chiama coscienza, mente, intelletto; e per questo Von Kleist, parlando del movimento, chiama "infelice" l'intelletto: esso è nell'uomo la rottura che lo separa nel movimento dallo stato di grazia, proprio invece di un essere che non ha coscienza, come l'animale, o dell'essere dall'infinita coscienza, Dio. Tuttavia, non si deve pensare alla coscienza come ciò che semplicemente si oppone al movimento: ogni movimento umano è già da subito intriso di coscienza, e la mente non è se non nel movimento! Essa avviene quando il corpo, muovendosi, incontra e si scontra col mondo: "Ogni movimento del nostro corpo, infatti, oltre a stabilire un contatto con il mondo, veicola l’effetto del mondo sul corpo che incrina la spontaneità e l’immediatezza del movimento stesso nel suo prosieguo. Questa impercettibile crisi, che chiede al corpo una rielaborazione del messaggio del mondo e una modificazione del movimento successivo a partire dalla qualità del messaggio ricevuto, è l’origine della coscienza, che dunque è già rintracciabile nella motricità come incrinatura del suo fluire spontaneo" (Umberto Galimberti, Psiche e Techne). La coscienza (e la riflessione in senso originario) è il riflesso del mondo sul movimento del corpo, che in quell'incontro-scontro interrompe il suo fluire spontaneo: cresce e si sviluppa nella crisi del movimento; dalla crisi nasce la coscienza che giudica - krino in greco, da cui crisi - le risposte ottenute dal mondo; ogni crisi custodisce in sé la potenzialità di un nuovo apprendimento; apprendendo dalle risposte ottenute dal mondo la coscienza è memoria, che non è il semplice ricordo, ma l'intenzionalità e la proiezione futura delle risposte già apprese: così ogni atto o gesto motorio è sempre orientato, intenzionale, mentale, raccoglie le trame del passato, le risposte avute, e le proietta nel presente e nel futuro. La mente definisce e ridefinisce pertanto ogni atto motorio, è incarnata in qualunque movimento, è nel movimento. Ciò significa che anche la presunta identità, che spesso viene pensata come qualcosa di coscienziale, mentale, come un io quale nucleo centrale rispetto al mondo, che attraversa fisso le trame dello spazio e del tempo, è una realtà in movimento, è nel movimento: "ciò che è io, è mediante l'azione" (Novalis); non c'è anima, o spirito o mente o qualsiasi presunta sede dell'interiorità, staccata dal corpo, dal corpo vivente che agisce e interagisce nel e con il mondo. Ciò che viene appreso dall'anima, dalla coscienza, ciò che matura come io è grazie all'azione, e a quella sua manifestazione fondamentale che è il movimento; è per questo motivo che anche qualsiasi apprendimento mentale è più efficace se è nel movimento, se è pratico come si dice e non sul piano della pura teoria. Perché ciò che è mentale è fondamentalmente nel movimento, non a fianco o in opposizione ad esso, ma incarnato in esso, nell'incontro-scontro del corpo col mondo. Ed è per questo che, come sembrano peraltro confermare le ultime ricerche, lo sport, in quanto manifestazione della vita quotidiana che come abbiamo detto in apertura ha strettamente a che fare col movimento, sembra favorire fin dalla più tenera età lo sviluppo e la qualità di determinati processi mentali. Lo sport come educazione della mente attraverso il movimento! Non solo, nello sport si può imitare, e persino raggiungere, quella grazia del movimento, quella eccellenza e bellezza del gesto, che abita spesso in regni lontani; ma che a volte diventa più prossima, più vicina, attraverso le gesta di un atleta olimpico, le azioni di un campione, la gloria del vincitore, la cui purezza e perfezione restano impresse nella memoria; in quella grazia è come se "l'infelice intelletto" venisse per un attimo posto da parte, e non ci fosse né più coscienza, né mente, solo un corpo slanciato nel suo movimento in perfetta armonia col mondo. In quel momento l'atleta può tutto, niente lo può fermare...come se la coscienza, quella condanna che ci portiamo appresso nel bene e nel male sin dal primo movimento, raggiungesse per un attimo uno stato più elevato e si trasfigurasse nella grazia: allora si è come aquile che solcano i cieli o leoni che si slanciano verso la loro preda. A questo stato mira anche una Psicologia dello Sport! Ma primariamente essa dovrebbe riconoscere che la mente dell'atleta è nell'azione, è movimento; una disciplina che non sia semplicemente un occuparsi del mentale mettendo in secondo piano il fisico; perché propriamente non esiste una distinzione tra mentale e fisico, se non in un'astrazione che non coglie mai la realtà concreta dell'atleta sul campo di gara: mentale e fisico coesistono nel movimento, sono l'uno il fuoco dell'altro, lo stesso fuoco, che contemporaneamente gli dà calore e nutre entrambi. Questo fuoco è il corpo, su cui anche la psicologia dovrebbe porre il focus, il corpo in azione, in movimento. Un corpo vivente, non un'anima dove stanno i processi mentali di un corpo cosa. Un corpo di cui va mantenuto il fascino misterioso, le trame profonde, il desiderio di grazia, senza avere la pretesa di porle sotto la verità dell'intelletto: "deviata e fasulla ogni cosa non appena comprende se stessa": l'intelletto non può comprendere, se non in modo deviato e fasullo, il corpo in movimento, perché è solo mediante esso, invischiato in esso. E una disciplina che sia solo psichica, è semplicemente infelice, quanto "l'infelice intelletto".
Tommy

lunedì 16 aprile 2012

MA NON ERA MEGLIO IL SILENZIO?

Il conforto non ha bisogno di tante parole, ma di quelle misurate, del silenzio, della dovuta distanza..di quello spazio dove matura il dolore, prima di ritrovare il mondo. E gli abbracci sono sempre silenziosi.

Il silenzio del dolore privato purtroppo stride ancora una volta col rumore della chiacchiera pubblica. La chiacchiera dei media. Che frantuma quel silenzio e porta quel rumore su tutte le case, con immagini e commenti, servizi e dibattiti. Già da subito, perché il silenzio del dolore privato in fondo non c'è mai stato. E chissà quando, perché questo accade inevitabilmente ogni volta, verrà calato il sipario e quel silenzio finalmente arriverà...a posarsi sul vuoto di una giovane vita spezzata, nel dolore che questo lascia sulle persone che veramente hanno condiviso quella vita, e vi hanno fatto parte. Ma gli altri...ma non era meglio stare in silenzio e dire magari una preghiera? Un breve pensiero, come hanno fatto i suoi tifosi? Lasciar vivere dentro le persone il non-senso di un immane tragedia che lascia appunto senza parole? No, il silenzio è stato infranto e sembra che proprio non si possa fare a meno di dire qualcosa...beh almeno provare a dire qualcosa di di-verso, a coloro che quel silenzio hanno infranto. Perché il dolore, quando si vive in prima persona, attorciglia l'esistenza su se stessa, ripiega la vita su di sé, nel vuoto del mondo attorno...nel silenzio, perché non ha un senso, non ha racconto; è un dolore proprio, che solo chi lo vive lo può capire...anche se non è detto che sia privato: anzi, se condiviso con gli altri, quel dolore matura e può trovare un'apertura, e ritrovare il mondo. Ma chi lo vive dall'esterno...che ne sa di quel dolore? Dovrebbe forse rispettare quella distanza, quel silenzio...ascoltare...più che raccontare. Confortare. Perché confortare (con-fortare) significa propriamente rendere più forte, fortificare, far ritrovare il mondo. E il conforto non ha bisogno di tante parole, ma di quelle misurate, del silenzio, della dovuta distanza..di quello spazio dove matura il dolore, prima di ritrovare il mondo. E gli abbracci sono sempre silenziosi. E invece no, indagare, sviscerare e raccontare il dolore. Solo che questa volta è lo stesso racconto, a veder bene, a ritorcersi su chi racconta. Perché è stata raccontata la storia di un ragazzo che ha avuto una vita segnata dalle tragedie, dal dolore, ma se l'è sempre cavata, col sorriso, col lavoro, con la sua passione...sul campo, e in silenzio. E allora, per una volta, non si può prendere davvero esempio da questo ragazzo, e stare, per una volta, in rispettoso silenzio, lasciando che siano il campo, i suoi compagni e colleghi, i suoi amici, la sua compagna a tenerne vivo il ricordo? Senza avere l'ansiosa pretesa di darvi voce. Una vera notizia, un vero ricordo, dovrebbe lasciare una sobria distanza tra sé e il dolore che racconta...lo spazio in cui, attraverso la notizia, la gente può maturare la propria emozione, e il proprio pensiero. Invece quello spazio viene continuamente riempito con servizi strappalacrime; seguiti non a caso dal fuoco delle polemiche: una pillola di tristezza ed una di rabbia; oppure una notizia tragica, musica e immagini commuoventi, e poco dopo l'altra faccia dello spettacolo, le luci, il gossip, il glamour: una pillola di dolore ed una di divertimento. Confusione emotiva, emozioni teleguidate...nel proprio vuoto emotivo...per cui, nella confusione, la gente non sa più comprendere e vivere le proprie emozioni: e così capita di emozionarsi, nel bene o nel male, per qualcosa che accade a distanza, nel buio e nel silenzio verso ciò che succede fuori dalla propria porta di casa. Spaesamento. Perché con le emozioni si addormentano anche i pensieri. E allora ci si dovrebbe chiedere per chi, per cosa, sia questo eccesso da ogni parte di servizi, analisi, interventi, interviste, commenti che saturano la notizia, nella pretesa, ipocrita, di raccontare il dolore. Cavalcare il dolore è semplicemente schifoso. Si, era meglio stare in silenzio.
Tommy

giovedì 12 aprile 2012

SPORT PSYCHOLOGY. Occhio non mente

Quando un occhio osserva un occhio e guarda in esso ciò che appunto esso ha di più bello, e con cui vede, in tal caso potrebbe vedere se stesso.
Platone.

Gli occhi della tigre. Così spesso viene dipinto lo sguardo di quegli atleti che come il feroce predatore, non desiderano altro che la loro ambita preda, la vittoria! Occhi fissi davanti a loro, all'obiettivo, senza palpitazione. Occhi concentrati, determinati, fermi. Occhi calmi, come la calma olimpica, la virtù dei forti...nel silenzio del mondo attorno, perché non c'è più alcunché a interferire tra sé e il resto, né il rumore dello stadio, né il movimento di qualsiasi altra cosa...come se non volasse neppure una foglia...nulla può distogliere lo sguardo della tigre al suo scopo, la tigre è il suo scopo, e quando si aziona lo start i suo occhi diventano tutt'uno con la corsa verso di esso, con la meta, nella padronanza del proprio corpo. Negli occhi della tigre si rispecchia l'anima del vincitore, l'atleta teso con tutte le sue forze al traguardo della gloria, la vittoria! Anche se mille ostacoli dovessero frapporsi alla corsa, e la preda sfuggire per mille motivi! Questo è l'autentico sguardo che un'autentica Psicologia dello Sport può gettare sull'atleta, lo sguardo cui mirare...lo sguardo, non l'anima...l'occhio, non la mente!
Gli antichi sostenevano, a ragione, che l'occhio è lo specchio dell'anima...ma in modo, forse, differente da come pensiamo questa espressione. Per conoscere una persona dobbiamo davvero guardarla negli occhi? Conosci te stesso, da lì, da quell'iscrizione dell'oracolo di Delfi, muoveva per Platone ogni ricerca, anche prima di conoscere gli altri, e ogni altra cosa, indagare se stessi...e indagare se stessi ha profondamente a che fare con la vista - per Platone il conoscere in senso ampio ha a che fare col vedere (le Idee, eidos: forma, aspetto; idein: vedere)! Dove allora possiamo vedere noi stessi, e conoscere noi stessi? Nel riflesso della pupilla dell'occhio altrui, dove il nostro essere si riflette: "quando guarda nell'occhio il volto si riflette nello sguardo di chi si trova di fronte come in uno specchio, che chiamiamo anche pupilla, dato che è come un'immagine di chi guarda"; quando guardiamo negli occhi di un'altra persona la pupilla riflette il nostro sguardo, vediamo e al contempo ci vediamo. Il riflesso si distingue nella pupilla. Nulla pupilla rivediamo un'immagine di noi, ma un'immagine fanciullesca, di simulacro (pupilla, latino pupa, fanciulla ma anche bambola), dunque un'immagine riflessa fedele e non fedele, luccicante, perché il luccichio della pupilla è come il brillio di uno specchio d'acqua, ci ritorna un'immagine che accenna, ma non svela totalmente; come un'ombra, perché come l'ombra accompagna le persone, così lo scintillio dell'iride dell'altra persona esprime quasi un doppio, un'ambivalenza, siamo noi e siamo altro, siamo noi essendo altro; il fatto è che l'immagine che vediamo di noi nella pupilla è al contempo lo sguardo dell'occhio dell'altra persona che incontriamo, cui incrociamo lo sguardo, con cui ci confrontiamo: allora la nostra immagine vive dello sguardo degli altri, si mescola e si modifica con essa. Quando lo sguardo degli altri prende vita, viviamo dello sguardo degli altri, nello sguardo degli altri...così possiamo vedere una parte di noi...perché chi ha paura o ha da nascondere, abbassa lo sguardo, o lo distoglie, non per non farsi vedere, ma per non guardarsi; un tempo si credeva che lo sguardo di un ammalato morente non riflettesse più l'immagine di colui che vi guarda, non avesse più riflesso, scintillio: era segno che l'anima stava abbandonando il corpo, non c'era più quello scambio di vita che è lo sguardo; e quando una persona effettivamente muore, con gli occhi chiusi o uno sguardo assente, e non incrociamo più il suo sguardo, muore letteralmente con essa una parte di noi. Perché la vita è negli occhi degli altri, e con essa ciò che la anima, la nostra anima, noi. Questione di sguardi. Nella verità degli sguardi si nasconde il conosci te stesso, la propria anima: sguardi mutevoli, d'amore, d'odio, di verità o inganno, enigmi dell'anima, come un gioco di specchi riflettenti....chi siamo? donde veniamo? dove andiamo? Perché l'occhio è davvero lo specchio dell'anima. Ma se l'occhio non mente...l'occhio non è la mente! Fuori dal gioco di parole, non c'è interiorità dello sguardo, né interiorità dell'anima...perché lo sguardo è sensibile, fisico, corporeo è l'occhio non è quindi lo specchio di alcuna mente o io interiore: se guardiamo gli occhi degli altri non vediamo la loro anima, il loro "dentro"! Solo il riflesso di un'ombra di noi stessi, da inseguire continuamente, in quello ed altri incontri! L'occhio degli altri è solo lo specchio della nostra anima, del nostro cammino di vita, all'inseguimento di noi stessi! E l'anima è semplicemente il nostro corpo vivente che si confronta con lo sguardo degli altri, la vita delle nostre azioni, dei nostri discorsi, dei nostri pensieri!
Questo discorso non conduce necessariamente lontano da una Psicologia dello Sport, a patto di  riconoscere, a mio avviso, che l'occhio della tigre, il gesto dell'atleta, non ha bisogno di alcuna indagine interiore, che prima ne separi il corpo, ridotto a corpo cosa, fisico, per inquadrare e indagare poi le trame della sua mente, della sua anima, dello psichico appunto, che servono o comandano quel corpo nel gesto atletico, riconsiderato e riunificato poi a posteriori; non c'è solo un enorme fascio di muscoli e nervi aiutato, controllato e diretto dai processi della mente, ma molto di più, un corpo vivente che quando si aziona lo start ha occhi solo per la gara, perché la tigre è la sua corsa, il suo scopo, la sua preda e il suo occhio vive nel riflesso dell'occhio dei competitori. La competizione (cum-petere) è un ricercare assieme, una sfida del superamento reciproco, dove il sé dell'atleta si mette in discussione nella ricerca di superare gli altri, e così avere una conferma di sé, un nuovo sguardo di se stesso, un autosuperamento. Come gli occhi sono lo specchio dell'anima perché nel riflesso dell'occhio dell'altro noi apriamo la via per conoscere noi stessi, così l'identità, l'anima dell'atleta non vive nella sua interiorità, ma nelle sue relazioni, vale a dire nel confronto, nel rispecchiamento della competizione, con gli altri. Forse il paradosso dell'oracolo di Delfi è proprio questo, che non esiste il sé senza l'altro, un'anima senza il corpo, un atleta al chiuso del suo stanzino a pianificare e gestire la sua gara, senza i rivali, e gli occhi della tigre!
Tommy 

venerdì 6 aprile 2012

JULIAN ROSS. Therapeutic Culture and Sport (part 2)

L'uomo non è mai stato consolato, compreso, curato, beneficato come oggi; ma, nella nostra civiltà, l'angoscia aumenta nella stessa misura in cui si perfezionano le terapie.
E. Severino


...camminando, con le mani nelle tasche, come vecchi amici nel silenzio del mondo attorno, Julian ha il portamento di un Principe, la sua camminata, i suoi occhi, sono la leggerezza, la felicità e la passione con cui vive la vita; mi parla della moglie e dei figli, dei bambini che allena, degli atleti che cura...ha un sorriso di dolcezza, e realizzazione; poi d'un tratto, come un lampo, si fa serio, ma non triste, semplicemente profondo: "Ho passato la mia giovinezza tra campi di calcio e ospedali Tommy, senza appartenere propriamente a nessuno di essi, uno straniero, un viandante, solo frammenti...ma questa erranza mi rende ora felice, sto facendo della passione la mia professione, cercando di unire i frammenti in unità, una medicina dello sport, anzi meglio, uno sport come terapia: portavo mio malgrado lo sport dentro le stanze di un'ospedale, per curarmi, ora cerco di portare la medicina fuori dagli ospedali, nei campi da gioco, per comprendere, non per curare...non è una terapia dello sport, ma uno sport come terapia, capisci?" Onestamente no, ma sospetto che Julian stia parlando di uno di quei rovesciamenti della tradizione, quei rinnovamenti del gioco che tanto gli piacevano, del tipo della filosofia del calcio totale. "Viviamo in un'epoca in cui per tutto si richiede una cura, tutto viene medicalizzato...non ti sto parlando solo di medicina, ma di cultura nel senso più ampio possibile: un farmaco, in senso letterale o metaforico, come cura per qualsiasi aspetto della vita quotidiana. Io cerco solo di ricordare il senso più autentico e proprio della parola farmaco, che nel greco pharmakon ha un senso ambivalente: era si la medicina, il rimedio, ma anche il veleno...perché a certe dosi, oltre il limite, la cura diventa veleno. E al contrario, a volte, il veleno diventa il vero rimedio, l'antidoto". Lo guardo stupito. "Si è diffusa una cultura del farmaco unicamente come cura, dell'eccesso oltre il limite della cura come terapia, della terapia come modo di pensare...una cultura terapeutica. Lo sai che il manuale diagnostico dei disturbi mentali cataloga circa 400 disagi passibili di cura, un numero in costante crescita e aggiornamento? Che ormai l'80% e oltre della popolazione statunitense è stata vista, almeno una volta, da uno specialista della psiche? Che in molti paesi più della metà delle persone prende o ha preso antidepressivi o pillole della più svariata specie che controllano e regolano stati emotivi, o qualsiasi altra forma di disagio? Che bambini di 4 anni vengono dichiarati depressi, e fin dalla più tenera età sono presi in cura per la loro tristezza, aggressività, ansia ecc.? Non ti sembra che nonostante la chiusura dei manicomi, un manicomio sia ormai diventato il mondo? E non vedi poi che la medicina preventiva ti dice ciò che devi fare per la tua salute, da mattina a sera, nella tua dieta, nel tuo vestire, in ogni azione di ogni ambito della vita quotidiana? Che vengono diagnosticate sempre nuove malattie? Che vengono inventati nuovi sistemi di cura?...Mi chiedo, ti chiedo: tutto ciò, è semplicemente un avanzamento della ricerca medica e psicologica? Prova a uscire per un attimo dall'ambito medico terapeutico, pensa ad altri settori della vita, e pensa al linguaggio: stress, ansia, dipendenza, trauma, sindrome, fobia, emotività, guarigione, crisi ecc. sono parole o campi che vengono usati per descrivere normali episodi della vita di tutti i giorni, e sono entrati ormai nel nostro immaginario. Ciò che è clinico, insomma, si estende oltre misura, e diventa un fatto culturale, fonte di interpretazione di ogni cosa"...è un fatto innegabile, ma qual'è il pericolo del diffondersi di questa cultura terapeutica? "Che è falsa. Nega ciò che vorrebbe affermare" Non capisco Julian. "Mentre promuove la cura della persona, dell'individuo - sono sicuro che termini come salute personaleautostima, autorealizzazione, libera scelta, soddisfazione personale, libera espressione del sé ecc. non ti risultano nuovi-, in realtà postula a priori proprio il suo contrario: la fragilità e la debolezza dell'esistenza, meglio un senso diminuito del sé di cui la preoccupazione terapeutica si deve far carico. Produce così in realtà nella cultura solo e soltanto un'autolimitazione del sé: qualsiasi piccolo intoppo o ingarbo della vita è malattia, devianza, trauma, e va preso in carico, va curato; ogni minima situazione di disagio portata alla luce: sportelli di aiuto, centri di assistenza della persona, meccanismi di assicurazione, tecniche di controllo, pratiche di outing. Un vero e proprio svuotamento della personalità, un'impersonalità diffusa. Dove ognuno, illudendosi di cercare e trovare sé stesso, è in realtà in balia della cultura terapeutica, della sua falsità. Come cervelli nudi in una vasca, controllati e gestiti da un controllo conformante dilagante". Uhm, ricorda molti film del postmoderno, come Matrix o Fight Club. "Per alcuni aspetti...fattelo dire dai cartoni animati però, non si tratta di film! E questa è la seconda cosa: identità fragili e incerte, postulate e diffuse, pullulano in effetti nel postmoderno, dove la tendenza all'individualizzazione si accompagna alla frammentazione che si riversa in mille tentativi tra culture, tribù, miti, idoli, commistioni, pur di trovare sé stessi; tutti brandelli di identità, nel reale allontanamento degli altri: chiusi in una stanza o nel proprio mondo, si è social solo a livello virtuale, davanti allo schermo della tv, del computer o del proprio dispositivo portatile. Questo fallimento non può che aprire la strada alla gestione del sé, al controllo: chi è debole, è facilmente manipolabile, e controllabile...un controllo certo non forzato, non coatto, ma a cui ci si consegna spontaneamente, perché è terapeutico e promette la salute e il ritrovo di se stessi. Lascio a te considerare gli eventuali risvolti politici e sociali della faccenda, come quando in occasione di stragi, tragedie, omicidi, crisi, situazioni negative si scatenano tutti gli esperti della terapia. Pensaci! Ti ricordo solo che i nostri limiti, il senso tragico, gli stati di crisi sono gli eventi fondamentali della nostra esistenza: perché solo di fronte ad essi diventiamo veramente consapevoli di chi siamo, come di fronte alla morte, il limite fondamentale, diventiamo consapevoli della nostra esistenza. L'eccesso della cura, la cultura terapeutica, nasconde proprio i nostri limiti più propri, perché ne diffonde un livellamento impersonale, e se ne fa carico. Ci affidiamo alla medicalizzazione di tutta la nostra esistenza, e perdiamo la comprensione di chi siamo, dei nostri limiti e delle nostre potenzialità. Io stesso ho imparato a capire qualcosa in più di me sul campo di calcio, inseguendo un pallone, un sogno...quando per vincere una finale mi sono trovato faccia a faccia con la morte, da lì in poi non mi sono mai sentito così vivo. Ho iniziato a gettar luce sulla mia vita, entrando a contatto coi miei limiti, a volte vincendo, a volte uscendo sconfitto. Ora cerco di fare lo stesso nel mio lavoro, con giovani sportivi...cerco che la medicina, attraverso lo sport, sia un ausilio perché imparino a diventare ciò che sono". Quindi se ben capisco è questo il senso profondo di quando parli di sport come terapia: in un'epoca dove domina la cultura terapeutica, l'eccesso della cura, lo sport restituisce al farmaco il suo senso più proprio, ricorda che la medicina può essere anche veleno: il farmaco per comprendere e aiutare, non per curare e controllare! E lo fa mettendo in contatto lo sportivo con i suoi limiti, con la sua esistenza, non sottraendoli e nascondendola. "È proprio questo. Il fatto a mio parere fondamentale è che l'impatto terapeutico incide perché considera il corpo umano come un oggetto, un corpo cosa: ridotto al tavolo degli anatomisti, allo sguardo dei medici, esso può essere squartato e considerato nel suo insieme di organi, nel suo fascio di nervi, nelle sue funzioni vitali, nei suoi processi chimici e fisici, nelle sue capacità muscolari ecc...insomma, tutte le applicazioni che conosciamo della medicina...ma che cos'ha questo corpo del corpo vivente che insegue un pallone o esegue con esso una giocata geniale? E se il corpo è ridotto da quello sguardo a un insieme di atti in terza persona, dall'altra parte c'è chi si occupa di quello che resta, gli esperti dell'anima, della psiche, con le sue cognizioni, emozioni, comportamenti, atti, processi ecc...ma in fondo, che ne sanno anche questi dell'emozione unica e irripetibile che ognuno a modo suo prova toccando un pallone, o di quanto il calcio sia una scuola di vita! Quando questi sguardi guardano allo sport, lo fanno con occhio terapeutico: spesso per prevenzione, spesso per autostima, fate sport, fa bene alla salute, rende equilibrati con se stessi! Sai che ti dico Tommy...che importa! Lo sport è molto di più! Quando giocavo a pallone ero molto di più che un cuore di cristallo o un capitano carismatico, ero la mia esistenza nella sua passione, né corpo né anima, ma un corpo vivente, la mia vita che si confrontava coi suoi limiti, lì mi sentivo vivo...Lo sport può anche non far bene alla salute, può anche ledere all'autostima...di sicuro fa bene all'esistenza, la mette a contatto fondamentalmente coi suoi limiti e potenzialità...diventa quella dose di veleno che può restituire il vero senso del farmaco. Perché senza comprendere l'esistenza ogni farmaco perde il suo senso, ogni terapia diventa vuota, una tecnica impersonale di limitamento e controllo. Fuori dagli ospedali, dallo sguardo della cultura terapeutica, lo sport diventa espressione libera dell'esistenza: la medicina comprendere e aiutare in questo, senza aver la pretesa di spiegare" Si rimette gli occhiali Julian, ci salutiamo affettuosamente e lui se ne va per la sua strada, passeggia nella sua semplicità con le mani in tasca, pantaloni chiari e occhiali scuri, foulard e giubbotto di jeans legato solo dal primo bottone...semplice e unico; e io rimango lì, ai confini della fantasia, ai bordi della realtà, a pensare...non sono più sicuro...ho la netta sensazione che queste visioni profetiche non siano opera della fantasia!            

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Tommy

giovedì 5 aprile 2012

JULIAN ROSS, the Prince of Football (part1)

"The Prince of Football".

Julian Ross è uno di quei personaggi che non incontri per le strade o per le piazze, o ai tavolini di un bar, ne, ahimè, su un campo di calcio vero...abita quello spazio labile, sottile, delicato, posto sul crinale del reale, tra la realtà e il sogno...lo spazio della fantasia. Passeggia nella sua semplicità con le mani in tasca, pantaloni chiari e occhiali scuri, foulard e giubbotto di jeans legato solo dal primo bottone...semplice e unico; semplicemente unico, come ciò che sapeva esprimere giocando a pallone: figlio di famiglia aristocratica, esercitava questa nobiltà letteralmente in campo: aristos, il migliore...per eleganza e tocco di palla, velocità e visione di gioco..."il Principe del calcio", così veniva chiamato! Perché era semplicemente unico, come il numero della maglia portato sulla schiena: 14, come Johan Cruyff, di cui ricordava le movenze, a cui era ispirato...perché la fantasia cammina sempre sui confini del reale! E come il campione olandese, il suo stile di gioco era il "calcio totale", senza ruoli, schemi o regole tradizionali, ma come un prisma dinamico di sorprese, scambi, movimenti: così, pur essendo centrocampista offensivo, Julian Ross (alias Misugi Jun) sapeva adattarsi ad ogni ruolo (come Cruyff, fa gli ultimi anni di carriera da libero), leggere e anticipare il gioco con una visione profetica, guidarlo e orchestrarlo come un capitano di grande carisma, dentro e fuori dal terreno di gioco; sul campo, guidava da capitano la Mambo F.C. e da punto di riferimento la nazionale giovanile giapponese, portando entrambe a grandi traguardi: potenzialmente il più forte giocatore giapponese di tutti i tempi, come gli stessi Holly e Bengi hanno dovuto ammettere: "Jun è superiore a me nella velocità del dribbling, nella tecnica e nei passaggi. Ha carisma e riesce a stringere tutta la squadra intorno a sé. I suoi salti e le sue rovesciate sono eccezionali. E per di più è anche malato di cuore..." (Holly)...Già, perché come in tutte le storie di principi, Julian aveva davvero un grande nemico, e implacabile, dentro di sé: una malattia cardiaca congenita - per cui subì anche alcuni interventi che però riuscirono a guarirlo solo parzialmente - non gli permetteva di giocare più che pochi minuti per partita; un principe dal cuore di cristallo, costretto a coesistere coi suoi limiti invalicabili, e fare i conti costantemente con essi. Le sue apparizioni in campo erano come lampi, lampi di classe, tocchi di genio: dieci, venti, trenta minuti a partita gli bastavano a porsi nel cuore del gioco della sua squadra, al centro del campo a illuminare ogni manovra d'attacco, a far vincere qualsiasi partita, e dimostrare a tutti che un Principe è veramente fuori dal tempo; e grazie a questa genialità ha potuto portare la Mambo a giocarsi la finale del campionato nazionale giovanile, dove decise di giocare per rispetto dell'avversario l'intera gara, mettendo a repentaglio la sua stessa vita: pur in condizioni critiche, solo il gol di Holly all'ultimo minuto (5-4) gli fece perdere una partita, infinita ed epica, resa spettacolare dalle sue tattiche, i suoi lampi di classe, i suoi goal! E quando la malattia sembrava migliorare, ecco le avversità, e gli infortuni: come quello che gli ha impedito di partecipare al successivo campionato nazionale, un cattivo fallo intenzionale di Mark Lenders, per metterlo fuori gioco e non far qualificare la sua squadra. Eppure non desisteva Julian, mai: quando venne comunque convocato dalla nazionale giovanile, si reinventò nella sua visione totale il ruolo di libero col numero 6, come Franco Baresi; ed era decisivo anche in quelle occasioni: come quando entrò a cinque minuti dal termine nella semifinale del campionato World Youth contro l'Argentina, rivoltando completamente la partita e segnando il goal decisivo col suo colpo preferito, la rovesciata! La rovesciata, e poi il flying drive shot, il tiro ad effetto, e poi l'eleganza e la velocità dei gesti tecnici e atletici, la visione profetica...un giocatore completo e unico, nonostante la malattia. E se la malattia lo costringeva a lunghe assenze dal gioco, la sua passione lo portava ancora lì, a bordo campo, a star vicino agli amici con la sua leadership, il suo carisma e la sua sensibilità, e affiancare gli allenatori col suo senso tattico e la sua intelligenza, organizzando la fase difensiva di una squadra che senza di lui perdeva comunque il diamante in grado di raccogliere luce e rifletterla ovunque, sopperendo lui stesso a questa mancanza favorendo la concentrazione, l'attenzione e la determinazione dei compagni, guidando l'applicazione della micidiale trappola del fuorigioco. Smise di giocare presto, Julian: una lotta continua e incompiuta tra passione e malattia, tra il desiderio e la realtà, il campo e gli ospedali...lunghi tempi senza il suo amato pallone, l'inevitabile ridimensionamento delle sue capacità, una discesa nelle categorie minori, e poi eccolo a lasciare il calcio giocato per allenare i bambini, aiutarli a inseguire quel sogno che lui non aveva mai potuto raggiungere. Si sa, i Principi sono grandi anche quando possono sembrare sconfitti, e Julian Ross è davvero "il Principe del calcio", dentro e fuori dal campo, nella sua unica semplicità; a qualcuno questo può apparire frivolo, banale, astrattamente ideale...perché di chi più non si parla ci si dimentica, cade nell'oblio, nel buio della scena; tutt'altro, un vero Principe non ha bisogno di star sotto le luci dei riflettori, le luci della ribalta, di riconoscimenti o corone d'alloro, di regni e investimenti...semplicemente è tale per quello che è, per il suo modo di essere, nella concretezza e semplicità di ogni più piccolo gesto quotidiano: una continua sfida a migliorarsi, per dar luce a tutto quello che fa, per rendere nuovo e originale tutto quello che tocca, per attorniare di bellezza e fascino l'intera esistenza: e la vita di Julian è stata sempre unica e lucente anche quando i riflettori su di lui si sono a poco a poco spenti, e illumina la famiglia, la professione, gli amici, i sogni che continuamente rinascono e si alimentano, tutto quello che lo circonda. Ha intrapreso gli studi di medicina, per aiutare a curare i calciatori e gli sportivi che come lui hanno problemi di salute, e si è laureato con grande merito, grazie all'intelligenza, all'impegno, alla profondità con cui sentiva dentro di sé i temi affrontati...è ora dottore ed esercita la sua professione con la stessa passione e nobiltà con cui inseguiva e trattava il pallone, dicono sia un dottore originale, innovativo, alternativo, la stessa unicità che esprimeva sul campo da gioco, le stesse idee illuminate, lampi di genio; si è anche sposato Jun, non con una velina o una ragazza che ruota attorno ai riflettori dello sport e dello spettacolo, e vive di quella luce riflessa, ma con la sua principessa, Emily, la persona che gli è sempre rimasta vicino e che ha saputo illuminare i suoi momenti bui, una persona lucente, come lui: June ed Emily hanno due bellissimi bambini, Johan e Nathan, semplici, come i loro genitori, giocano spensieratamente a pallone e inseguono i loro sogni, senza troppi falsi idoli a gonfiar loro la testa; si potrebbe anche finire dicendo che vivono felici e contenti in un luogo incantevole, perché così è...però è forse anche ora di tornare alla realtà...perché Julian Ross abita semplicemente il regno della fantasia, quella di un vecchio cartone animato, ormai sparito dalle scene, amato da milioni di ex-bambini affezionati a questo ed altri personaggi...ma anche la mia, che questo personaggio amavo più di ogni altro, e ancora mi affascina...Perché la fantasia, appunto, come i Principi, non finisce quando cala il sipario, quando si spegne la tv, quando si cresce e si intraprendono altre strade...cammina sempre leggera sui bordi del reale, anche della mia realtà...e a volte come un breve lampo ritorna, la incrina, e la illumina: passeggia nella sua semplicità con le mani in tasca Julian, saluta, si toglie gli occhiali e mi stringe la mano; allora mi specchio nella sensibilità dei suoi occhi azzurri, nel loro sorriso di amicizia, nella loro luce unica, e nel tono basso e sicuro della sua voce ascolto affascinato le sue parole, visioni profetiche del mio Principe...

...TO BE CONTINUED...


venerdì 30 marzo 2012

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Street Football

Bisogna tornare a giocare per la strada.
Johan Cruyff

Potremmo immaginare, come in un coinvolgente promo pubblicitario, che un bimbo sbuchi improvvisamente col pallone tra i piedi dai vicoli stretti dei quartieri di una città della vecchia Europa, inseguito dai compagni di gioco che ha appena dribblato, e sfoghi il suo entusiasmo lanciando il pallone al mare tra urla di vittoria...allora tra la povertà delle favelas la stessa palla è raccolta in un palleggio gioioso da un bambino Sudamericano, qualche gioco di prestigio e abilità, e poi un lancio lungo, fino al lontano Oriente...uno stop di petto, una serie di passaggi stretti e veloci tra bimbi dagli occhi a mandorla, fatti in serie, prima di un nuovo lancio, e l'attraversamento di un altro Oceano...tra i grattacieli del Nordamerica una scuola calcio, una bambina in completo da gioco mette giù la palla, mentre aspetta l'esecuzione di uno schema tattico delle compagne, un cross e un tiro al volo...la palla sorvola il mare infinito, tra i cortili polverosi della terra rossa Africana, nell'ora del tramonto, tra stracci e pali piantati nel terreno come porte, un ragazzo nero la afferra, e la rilancia nella mischia dei suoi compagni, e Amici...
Il calcio giocato dai bambini nelle strade delle città, nelle piazze dei villaggi, nei cortili delle scuole, delle case, delle chiese, nei sconnessi campi di periferia, nei verdi prati delle campagne...il calcio silenzioso dei sobborghi nascosti del mondo...il calcio ovunque ci sia qualche oggetto da prendere a calci...è il gioco più bello che ci sia...e quello che ci portiamo sempre e comunque nel cuore, anche da adulti, che ci commuove, che rimpiangiamo, che ci fa scendere ancora in strada!...La Strada...la strada non è più lo stadio, dove si gioca il calcio fatto a misura del consumare, la strada non è un video, della tv, di internet, della play, dove si gioca un calcio virtuale, la strada non è uno spazio pubblicitario, un negozio, dove si gioca un calcio commerciale...la strada è uno spazio, uno spazio qualsiasi...ma uno spazio Aperto, aperto perché ancora rimasto alla libertà, la libertà del gioco! uno spazio reale! Non è vero che il reale si oppone alla fantasia...la fantasia è il cuore e il sangue della cruda realtà, perché lì la realtà si muove, è un movimento, la fantasia la sua spinta...ciò che è artificiosamente reale è invece costruito e confezionato, è fermo, immobile nel suo stanziare, nelle sue stanze...; la strada non è un palazzo di stanze, è un cammino e un movimento...è una realtà fantastica, non una fantasiosa realtà. E il calcio della strada non è il calcio dei palazzi!
Lo street football non ha nulla a che vedere col noto global football, il calcio delle manifestazioni ufficiali, delle immagini mediatiche, dei prodotti commerciali...il calcio globalizzato con tutte le contraddizioni che si trascina dietro! Perché in strada anche Messi può giocare in difesa, e Nesta essere capocannoniere, perché Nesta esegue un numero da Messi, perché in fondo che importano le magliette che si indossano, la fantasia è più che una regola! E allora capita che la Germania non partecipi quasi mai alla Coppa del Mondo, che l'Athletic Bilbao possa vincere la Champions League, e che l'A.C. Liverpool United domini incontrastato il campionato di chissà che paese; oppure che non si finisca neppure la prima partita perché, capita, le "squadre squilibrate", oppure nelle fasi eliminatorie "piove, finiamo la prossima volta", quando la prossima volta in realtà "Andrea (uno dei più bravi) è ammalato..si cambia torneo!"; capita che i milioni del calciomercato siano "pari e dispari", e ci siano raramente i "bidoni", i più scarsi vanno infatti per ultimi, ovviamente; e capita anche che Lorenzo, il telecronista ufficiale, sia un meraviglioso giocatore, e che Luca riesca a riprodurre il boato della curva che esplode ad ogni goal senza che ci sia un solo spettatore! E poi che importa se si hanno le Adidas o le Nike ai piedi, in fondo il più bravo, "il vincitore è semplicemente uno che non ha mai mollato", e il più bravo lo è anche con le sue scarpe di tela bucate, anche scalzo; ed è anche quello che non vedremo mai nella massime competizioni! Perché il calcio della strada ha una storia diversa dalla storia del calcio...anzi, una storia che cambia di volta in volta, e cambia le sue regole, ogni volta unica; così "più siamo, meglio è", oppure "siamo in pochi, usiamo una porta sola, portiere unico...partita o tedesca?"; portiere spesso rimediato tra i "volontari", raccattato tra i più scarsi, perché se "sei scarso, vai in porta", o ricattato tra gli ultimi "posso giocare anche io? Si, vai in porta!"; che importa infatti il numero di giocatori e i ruoli...pari contro dispari, pari e pari, dispari e dispari..."Stefano deve andare a fare i compiti, giochiamo uno in meno"...e poi cambi volanti, portieri volanti, "io fisso in attacco...tu libero, in tutti i sensi"! che importa poi chi sono i giocatori, certo, magari se "sei antipatico, non ti passo la palla", però se si vince si è tutti contenti, magari bianchi, rossi, gialli o neri è diverso, ma se "la butta dentro" allora ogni ideologia trasmessa dalla falsa cultura cade; che importa della palla...cuoio, plastica, spugna...oppure anche un pallone vecchio, sgonfio e bucato, una bottiglia di plastica, un tappo! che importa il campo...erba, cemento, polvere, pochi metri o centinaia! che importa la porta...due sassi, due stracci, due paletti, tanto che sempre "goal...no, fuori...no, traversa" e la palla dopo mezz'ora di discussioni e misurazioni è ancora là in fondo...o se va bene tre pali senza rete, con rete bucata, con rete normale, tanto i "goal-no goal" ci sono comunque! che importa della partita...uno due o tre tempi, supplementari o rigori, "chi arriva per primo a dieci", oppure il classico "chi segna l'ultimo vince!"...tanto l'arbitro non c'è, non sia mai, e allora "devo andare via", oppure di solito fischia solo sul finire della giornata per dire che "è pronta la cena"; e allora con arbitri del genere spesso "vale tutto", tra simulazioni ingloriose degne del miglior tuffatore, rigori e punizioni inventati, contrasti da incontro di lotta e clamorose ingiustizie; a volte qualcuno si fa male sul serio, a volte ci si prende a parole, a volte anche scatta la rissa...perché spesso non c'è quel astratto fair play a cui si è dovuti ricorrere nel mondo degli interessi, che è in realtà molto far dal play...ma ci sono, al di là di ideologie e immagini trasmesse, amicizie che nascono e altre che non nascono mai, altre che crescono e si rinsaldano, altre ancora che spariscono e si rovinano, com'è il normale corso del mondo, la cruda realtà! Perché nella fantasia della Strada c'è la cruda realtà, una visione del mondo, una rappresentazione della propria esistenza, la vera filosofia del football: dove si lascia parlare la voce degli uomini e dei loro mondi, dove la terra, la più dicente, concede la sua ricchezza e il cielo, sempre diverso, sempre lo steso cielo, racconta dei loro sogni e fantasie, e tra questi, al di là degli edifici della fantasiosa realtà, si ode ancora la voce della strada, la realtà fantastica, di un gioco divino. E chissà allora che non sia già tutto il mondo irrimediabilmente sommerso dal global football, chissà che si possa davvero tornare a giocare per la strada, chissà che quei bambini che giocano festanti in tutte le parti del mondo non siano solo l'immagine di un coinvolgente promo pubblicitario!
Tommy

 

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