lunedì 14 maggio 2012

GILLES VILLENEUVE. L'uomo oltre la macchina

Se è vero che la vita di un essere umano è come un film, io ho avuto il privilegio di essere la comparsa, lo sceneggiatore, l'attore protagonista e il regista del mio modo di vivere.
Gilles Villeneuve

Dicono che Gilles Villeneuve amasse correre con il numero 69, quando da giovane garreggiava insieme al fratello Jaques sulle nevi canadesi, con quelle motoslitte che loro stessi montavano e perfezionavano, portandole poi al limite sui circuiti di gara: così, pensava Gilles, quando, come spesso accadeva, la sua macchina si rovesciava, il numero era sempre riconoscibile, un 69 rovesciato in fondo è ancora tale! Dicono che fosse però piuttosto bravo il ragazzo: in pista, con poca stabilità, scarsa visibilità e in condizioni precarie, il giovane vinceva, con quell'intuito e incoscienza inconsapevoli, proprie dei predestinati, genio e sregolatezza. E di vittoria in vittoria la neve e il freddo del Canada, la motoslitta, cominciavano a non essere abbastanza per lui, che sognava il brivido della velocità e il rischio delle corse d'auto; così, vendette la casa dove abitava con la moglie Johanna e iniziò a partecipare ai campionati minori di corse nordamericane, ottenendo, pur con pochi soldi e sponsor, immediato successo. E nel circo di soldi e sponsor che è la Formula 1, Gilles vi arrivò e si fece largo sempre e solo attraverso la sua bravura. Prima in McLaren, la chiamata per un solo Gran Premio, e il titolo driver of the day conquistato; una sola gara, perché il team non ritenne opportuno continuare a puntare sul giovane canadese, forse avevano notato qualcosa di particolare...Dicono che smontando le automobili dopo una corsa, persino un inesperto in materia potesse distinguere la macchina di Villeneuve da quella di un suo qualsiasi compagno di squadra, per lo stato del cambio in particolare, o dei freni; perché quel piccolo canadese, dallo stile aggressivo e spregiudicato, le macchine le sfruttava, le usava, le usurava per portarle fino all'estremo limite, che era poi il suo proprio limite, quello che voleva costantemente superare, per superarsi: "come possiamo conoscere il nostro limite se non tentiamo di superarlo?" era solito ripetere Gilles: sempre oltre il limite, nel rischio, nel pericolo, nell'eccesso; se ne accorsero presto anche in Ferrari, la nuova squadra che quel talento se lo prese in casa: piroette, fuori pista, scontri, errori, rotture meccaniche; dopo poche gare iniziarono a chiamarlo "l'aviatore", appellativo guadagnato per gli incidenti spettacolari che provocava, in particolare uno, quando la sua macchina, dopo il decollo successivo a un contatto, decollò sulla folla vicino alla zona vietata, uccidendo due spettatori. Vittorie ne arrivarono ben poche...E dicono che Enzo Ferrari sia stato più volte sul punto di perdere la pazienza e di cacciarlo; le sue macchine costavano troppi soldi per vederle sempre fracassate senza successo, e il circo, si sa, è fatto di affari, gli affari vogliono risultati. Gilles,  per tutta risposta decise di indossare il numero 27, dando un nuovo corso alla sua avventura in Formula 1: di ottenere qualche risultato, ma non di quelli che rientrano nelle statistiche, che ti fanno magari vincere qualche Gran Premio in più, o un titolo del mondo, quelli sono solo storia. Quel 27, invece, divenne mito, leggenda. Come un principe, pur senza corona, rimane un principe. Come un gusto eccezionale: non importa quanto ne assaporiamo, ma che sapore ha per noi. E nulla può aver più bel sapore di un secondo posto, se ottenuto dopo il duello più spettacolare della storia delle corse automobilistiche, staccate al limite, ruota a ruota con Renè Arnoux, Digione, Francia, 1979. Nulla ha più bel sapore agli occhi dello spettatore di giri su tre ruote, alettoni staccati e semivolanti, curve di traverso...sorpassi inimmaginabili...poche vittorie ma in gran stile...tutto quasi per lasciare ogni tanto un'impronta indelebile...il pilota più spettacolare di tutti i tempi, umile e semplice fuori quanto aggressivo e determinato in pista, una leggenda per sempre nel cuore dei tifosi, un mito che saprà ripetere forse solo Ayrton Senna. Come Senna, una fine tragica. Dicono che Gilles avesse deciso di abbandonare la Ferrari e di fondare una scuderia per proprio conto; forse mentre si accingeva a rientrare ai box quel 8 maggio 1982 a Zolder, Belgio, aveva in testa quei pensieri, quella rabbia: gli avevano fatto capire, lo aveva realizzato a Imola una settimana prima quando Pironi, suo compagno, gli corse contro per batterlo violando i presunti ordini di scuderia, ma senza che la Ferrari prendesse poi posizione, che un pilota, si chiamasse anche Villeneuve, era funzione della macchina, della squadra, del circo, non viceversa. Forse pensava a questo Gilles, mentre rientrava ai box quel sabato pomeriggio, a quel podio imbronciato di Imola, ad anni a servizio per chi, pensava, gli aveva voltato le spalle, ad un automobilismo come pura passione, alle corse in motoslitta sulle nevi del Canada, all'uomo oltre la macchina. Decise allora di scendere da quella Ferrari numero 27, di rovesciarsi ancora una volta: e allora si, come un 69 ancora riconoscibile, l'immagine di questo piccolo grande pilota, abbandonò la storia, ed entrò nel mito. Gilles Villeneuve non solo è ancora riconoscibile come una leggenda dello sport davvero unica, ma è una storia da ricordare, non semplicemente da raccontare: dove la vita ci rende funzione di altro, della macchina, del business, di chissà che altro, possiamo ancora esserne attori, e farne uno spettacolo: è solo una questione di giocare coi propri limiti, di rischiare, di sapersi rovesciare...


Tommy

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