La
filosofia del football ha una comune radice che lega tutti gli uomini: è una filosofia poetica, una metafisica in cui nel pallone si uniscono terra e cielo, uomini e dei, un rispecchiamento del mondo nel corpo, nel piede, nell'occhio, nella testa e nel cuore, uno specchio della propria vita...il calcio è una rappresentazione di noi stessi, è una rappresentazione del mondo! Per questo accade ogni volta che un uomo prende a calci qualcosa, in modo impegnato o in modo distratto, perché quell'oggetto diventa il modo di esprimere il suo mondo nella gioia o nella noia del gioco...è una rappresentazione del mondo, più o meno consapevole, come la festività sacra rappresenta originariamente aspetti particolari dell'esistenza! e quando accade allora la storia del calcio si ravviva, perché un nuovo frammento, un nuovo stralcio, una nuova visione del mondo prende corpo! Forse all'inizio di questa storia qualcuno per sbaglio calciò un oggetto infilandolo tra due alberi di un bosco, forse furono le vestigia e i resti di rituali venatori o guerrieri, fatto sta che culture e popoli iniziarono in maniera trasversale a codificare il gioco di calciare una palla e ad esprimere mediante questo la propria visione del mondo, ogni volta nella sua peculiarità, ogni volta diversa: perché il gioco del calcio, che oggi rappresenta forse, insieme alle Olimpiadi, la manifestazione sportiva generalmente più seguita a livello mondiale, e si gioca ovunque allo stesso modo, ha in realtà molti antecedenti in diverse
tradizioni, molte delle quali si ritengono progenitrici del gioco stesso: basti pensare alla
pelota basca, al
calcio fiorentino, la
soule francese, l'
hurling at goal inglese...Spesso e volentieri le tradizioni del prendere a calci una palla, o un oggetto di forma sferica, avevano originariamente a che fare con la sfera rituale e sacrale: i Maya, ad esempio, in quel gioco che aveva lo scopo di far entrare la sfera su una muratura di forma circolare, rappresentavano il corso del sole, la propria cosmologia; in ogni caso, tutte quelle tradizioni giocano il rispettivo calcio secondo modalità e regole diverse, loro caratteristiche: forma e dimensioni del campo, numero di giocatori, mosse consentite nella partita ecc...; comune però e spesso il risvolto violento della gara, non solo per la cornice sacrificale spesso impiegata, ma anche per la rissosità e il regolamento di conti tra formazioni, contrade, villaggi avversari, come ad esempio nel calcio medievale inglese
, dove numerose sono le testimonianze delle autorità che vorrebbero, peraltro senza successo, bandire il gioco tra villaggi vicini, per la partecipazione rissosa della gente e lo sfociare nel sangue del gioco (del resto, come ci mostra l'antropologia, il legame tra violenza e sacro è stretto e labile: se il sacro è lo spazio che sta al di là dell'umano, allora per accedervi esso richiede la distruzione delle normali trame e relazioni in cui si articola lo spazio umano: il sacrificio di cose, animali, uomini rientra in questo scenario); come si giunge allora, a partire da questo sfondo, al moderno football, a tutti comune? Non si tratta tanto di percorrerne la storia, ma individuarne la
genealogia, il terreno, lo scenario di fondo, i solchi come linee guida dove germina quel che è il gioco più popolare al mondo. Nel medioevo inglese esisteva un gioco popolare chiamato
hurling; esso si giocava con una palla fatta di stracci e tappi di sughero ed esisteva nelle due forme dell’
hurling at goal, dove lo scopo è di portare la palla oltre la metà difesa dagli avversari, e dell’
hurling over country, giocato una volta l’anno nella campagna che separava due villaggi, dove l’obbiettivo era di condurre la palla all’interno del villaggio rivale; la componente violenta di questi giochi è nota: per arrivare al football come lo conosciamo è stata necessaria innanzitutto una sterilizzazione delle gesta violente in base ad un controllo rigorose degli atti motori consentiti e poi una tecnicizzazione delle stesse gesta, ovvero una minuziosa regolazione di tutte le azioni che hanno a che fare con il gioco: il campo di gara viene precisamente delimitato, il tempo della partita e i suoi obbiettivi stabiliti a priori, le forze in campo disposte secondo precise logiche combinatorie che rispondono alla maggiore efficacia in relazione all’azione consentita dalla regola, il gioco organizzato e amministrato da un unico regolamento e il corpus regolamentario accettato e condiviso con figure delegate alla sua applicazione e rispetto. Insomma, per passare dalla mischia selvaggia e furibonda, nella quale inevitabilmente precipitava lo scontro tra le due squadre concorrenti che prendevano a calci una palla di stracci e sughero, alla vera e propria partita di football, è stata necessario una precisa formalizzazione della gara che prima dell’Ottocento occidentale sarebbe stata un frutto mentale ancora acerbo e prematuro; un passaggio di questo lungo percorso lo si può leggere ad esempio nel Settecento, quando
calcio e
rugby si separano e prendono due direzioni diverse, in base alla disputa sull'impiego della mano nel gioco (direzioni che rivelano una diversa antropologia di fondo). Quel che si vuol sottolineare è che le due tendenze fondamentali di questa genealogia, legate strettamente l'una all'altra, furono la
sterilizzazione della violenza da una parte e la
formalizzazione delle regole dall'altra; non si può non notare qui, inoltre, come la terra di coltura di questo sviluppo non poteva che essere l'
Inghilterra e il suo processo di civilizzazione: la
parlamentarizzazione da una parte, specie dopo le lotte sanguinose del Seicento, e la seguente
industrializzazione dall'altra, sono profondamente legate da logiche omologhe alla cessazione della violenza e alla razionalizzazione della vita quotidiana, in cui rientra quindi anche il contesto della manifestazione calcistica; il football non è allora semplice svago o distrazione, ma si lega profondamente nel suo sviluppo alla sfera politica ed economica e alla cultura di fondo in cui queste crescono; e non solo la formazione del calcio fu legata allo sviluppo del paese d'origine, ma anche l'estensione di questo modello oltreconfine, la quale andò parimenti all'espansione economica dell'era vittoriana; ma se le trame e gli intrecci di questo percorso possono apparire plausibili, oltre a questo, e su uno sfondo non spesso tematizzato, tutto ciò si lega alla concezione filosofica di fondo di un
corpo macchina, un corpo cioè che, separato dall'anima dall'operazione cartesiana, diventa una cosa, un oggetto, passibile di stretta e assidua regolamentazione e codificazione politica, economica, sociale!
Sullo scenario del corpo macchina, delle ciminiere e del ritmo delle industrie presenti in ogni dove, dei lord attenti agli affari di governo e della working class che attende il suo giorno di festa, sui campi di gioco affollati delle periferie la festa medievale si trasforma nella sacra festa del football: nel 1853 nasce lo
Sheffield Club, la prima società calcistica al mondo; nel 1863, dieci anni dopo, si contavano già undici società: quello stesso anno furono scritte tutte le regole del gioco, che sono in gran parte norme simili a quelle attuali. Il campionato inglese era la festa popolare della working class, la rappresentazione del loro mondo, perfettamente integrata in esso: l'uomo che prende a calci una palla, un oggetto qualsiasi di forma sferica, sui cortili polverosi di Londra, sui vicoli del porto di Liverpool, sotto il cielo grigio di Manchester, nelle ore complementari al lavoro che ne fanno un working man, è un frammento di quel calcio, è la visione del mondo che accade poi nel fine settimana nei primi stadi: è la rappresentazione sacra del suo tempo, del suo mondo. E per lungo tempo fu così. Per lungo tempo l'uomo della fabbrica o della campagna poté rispecchiarsi in questa rappresentazione sacra del mondo che nasceva da lontano, e che era poi una rappresentazione della sua esistenza, del suo tempo, della sua vita...forse "l'ultima rappresentazione sacra" in cui rispecchiarsi, come diceva Pasolini...l'ultima...Ma è ancora così??
Tommy
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