AYRTON SENNA. ON LIMIT...OF DREAM

Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.

IL CORPO E IL MONDO. Leib e Körper

Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono...Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano.

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Genealogy

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Pierpaolo Pasolini.

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare...

PHILOSOPHY OF RUNNING. La Musica del Respiro

Io sento la terra ed il vento e gli alberi. Io sento il loro spirito. Io sento il ritmo della corsa. È come musica. Gabriel Harmony Jennings.

mercoledì 1 febbraio 2012

ESTREMIZZAZIONE DELLO SPORT: Il corpo macchina

Lo “sport”, vale a dire il culto abituale dello sforzo muscolare intensivo, aspirando al miglioramento, è suscettibile di essere portato fino al rischio. È questa la definizione di “Sport”.
Pierre De Coubertin

Quando pensiamo allo sport oggi, soprattutto a quello competitivo di alto livello, non può non colpirci, e forse meravigliarci (in una accezione del termine che può essere sia positiva che negativa) l'immensa distanza che separa il campione di turno impegnato nelle sue gesta, rispetto alle potenzialità che potrebbe esprimere sulla stessa disciplina o attività una persona normale: lo sport agonistico d'eccellenza, lo sport campionistico, è cioè caratterizzato da una forte estremizzazione del gesto, per cui il campione o l'atleta di alto livello riesce a far cose che nessun altro può fare; ovviamente è sempre stato così, altrimenti il campione non sarebbe il campione e non si distinguerebbe dalla persona comune! Tuttavia ciò che oggi colpisce particolarmente è che il gap, la distanza che la prestazione dell'atleta lascia dietro di se, è estrema: estremo (etim: extremus) come tendente verso il fine, un limite massimo verso cui non si può arrivare, come il più lontano e remoto, come l'eccessivo e il grandissimo; pensiamo allora in questo senso alla competizione che aleggia sempre più sul filo dei centesimi o dei millesimi di secondo, alla ricerca del minimo particolare che fa la differenza nel perfezionamento del gesto atletico, alla presenza costante dello sportivo sul crinale del limite e del rischio...lo vediamo sui risultati  e le classifiche, sugli instant replay della televisione, sull'emozione che ci resta sulla pelle di tutti quegli atti sportivi che ci lasciano a bocca aperta; sgombriamo allora il campo da un'equivoco di fondo: l'estremizzazione dello sport, per come la intendiamo, non riguarda tanto la pratica degli sport estremi, che anzi sono un'articolazione più o meno laterale di questo concetto dal ben più ampio respiro: l'estremizzazione dello sport è piuttosto caratterizzata da un efficientismo del gesto sportivo portato al continuo miglioramento perfettivo, da un principio per cui la pratica agonistica supera continuamente se stessa nella prestazione, da un continuo lavoro sul limite e sul suo oltrepassamento (ciò d'altra parte coinvolge sia lo sport in senso stretto, ovvero la pratica dell'attività sportiva del campione, sia, in senso più ampio, tutte le circostanze che fanno da "contesto" più o meno relazionato strettamente al gesto degli atleti: le tecniche di preparazione e allenamento, la strumentazione e il materiale tecnico di cui si servono nello svolgere la loro attività, le modalità di calcolo e misurazione della prestazione sportiva, persino il mondo che riguarda la fruibilità dell'evento da parte dello spettatore interessato: tutto tende ad un maniacale estremismo); paradossalmente allora, in un un mondo in cui la pratica dell'attività sportiva è in continua estensione, estrema diventa la distanza che separa lo sport, o meglio un certo tipo di sport, quello campionistico, dalla comune pratica sportiva;  questo può, come accennavamo, da una parte sorprendere in maniera positiva, e quindi suscitare ammirazione, imitazione o idolatria, ma può anche in un certo senso, e forse in misura maggiore, "spaventare", allontanare la persona che si vorrebbe avvicinare a quella disciplina dalla pratica, cercare vie alternative di sportività, fruire dell'evento nell'attesa che questo estremismo incontri nuovi traguardi (il superamento di un qualche limite nel record) o la sua caduta (l'attenzione più o meno conscia  verso l'incidente)...L'estremizzazione dello sport è insomma un fattore importante di cui tener conto, perché può cambiare radicalmente, come in effetti sta accadendo, e nelle più varie declinazioni, lo scenario sportivo del mondo post moderno (agonismo contemporaneo). Ma qual'è allora la questione centrale dell'estremizzazione dello sport? A cosa ruota attorno?Essa si fonda sulla concezione di un corpo macchina, sul fatto ciò che il corpo venga vissuto come una cosa, un oggetto e quindi una macchina la cui prestazione va continuamente affinata e portata al limite in termini di efficienza ed efficacia, estremizzata per così dire. Tale scenario ha radici lontane, moderne, cartesiane: l'operazione cartesiana consiste infatti nel distinguere un'anima, il principio di egoità (penso, dunque sono), un puro intelletto nelle cui cogitazioni c'è ogni possibile senso del mondo e dell'io soggettivo che lo abita, dal corpo, risolto in mero oggetto, che come gli altri corpi che trovo nel mondo è soggetto alle stesse leggi fisiche e di movimento; ciò significa che il corpo non è più il luogo dell'apertura della nostra esistenza al mondo e dello scambio di senso con esso (Il corpo e il mondo), ma una cosa da definire e plasmare secondo le astrazioni dell'intelletto, le leggi matematiche e i modelli quantitativi della scienza e della tecnica. Cartesio a proposito è chiaro: si esiste semplicemente come essenze pensanti, corpo e mondo possono pure non esserci: “vedevo che potevo fingere di avere un corpo e che non esistesse il mondo, né luogo in cui mi trovassi; ma non per questo potevo fingere che io non fossi; al contrario, dal fatto stesso di pensare a dubitare della verità delle altre cose, seguiva con grande evidenza e certezza che io esistevo”. L’anima di Cartesio è ciò che resta nel processo di astrazione che ha eliminato preventivamente corpo e mondo: "Che cosa sono io? Una cosa che pensa. […] A parlar propriamente, noi non concepiamo i corpi se non per mezzo della facoltà di intendere che è in noi, e non per l’immaginazione, né per i sensi; e che non li conosciamo per il fatto che li vediamo o li tocchiamo, ma solamente per il fatto che li concepiamo per mezzo del pensiero, io conosco evidentemente che non v’è nulla che mi sia più facile a conoscere del mio spirito". Questo spirito fissa astrattamente le misure di corpo e mondo, attraverso le operazioni matematiche: sono le funzioni anticipatrici dell’Ego a dire che cosa sono corpo e mondo: “queste funzioni, che sono a loro volta il prodotto del metodo matematico-quantitativo adottato, producono oggetti ideali che valgono come norma di interpretazione per cose reali, per cui conoscere la natura non significa più osservarla, ma ricondurre le differenze qualitative a quell’indifferente quantitativo che è l’indice matematico anticipato dalle funzioni dell’Ego” (Umberto Galimberti, Il corpo). Capiamo bene qui il senso del corpo macchina che si va dispiegando: un corpo che risponde ai calcoli e alle funzioni della scienza che l’ha squartato, calcolato, ed infine prodotto e determinato in base a quel sapere; il corpo macchina gode di un’astrazione per cui grazie alle anticipazioni matematiche basta semplicemente riportare tutto a rapporti quantitativi e misurabili che godono di esistenza indipendente e autonoma. Il corpo non è più un corpo vivente in azione ma un corpo disegnato e ridisegnato dalle logiche della scienza. Una scienza che accresce la propria potenza su se stessa, sui propri risultati, e va sempre più specializzandosi. Questo fa sì che il corpo, visto che è costretto a vivere la vita concepita dall’Io, da una parte divenga un fascio di processi in terza persona, come ad esempio la vista, l’udito, la motilità, dove per ciascuna parte, per ciascun organo, la sua scienza specifica ricerca cause e misurazione; il corpo viene cioè tagliato, diviso, scomposto nei suoi organi, perché non è più concepito come totalità unitaria in azione; d’altra parte, le stesse concezioni del corpo mutino a seconda della prospettiva scientifica che lo indaga: il corpo è allora oggetto della scienza medica, della scienza fisica e biologica, della scienza economica, della scienza politica ecc. Tutte queste indagini e prospettive sul corpo hanno alla base l’operazione cartesiana che ha ridotto il corpo a cosa per le cogitazione della ragione: lì è la loro matrice; l’industrialismo mette in luce una prospettiva sul corpo che lo rivela proprio come macchina: questo ha il suo naturale riflesso nel corpo sportivo che presenta tratti omologhi alla logica della produzione industriale; è un caso allora che lo sport moderno si sviluppi proprio in Inghilterra e parallelamente all'industrialismo e alle sue logiche? Il corpo è pensato come una macchina e si sviluppa con logiche simili o complementari al processo industriale; Guttman, proprio partendo da uno sfondo che lega lo sport moderno all’industrialismo e a quello spirito di razionalizzazione che lo pervade, traccia un profilo dello sport che va Dal rituale al Record, individuando tratti peculiari dello sviluppo dello sport moderno: Secolarismo: i giochi olimpici e gli altri giochi dell’antichità erano feste sacre e gli avvenimenti atletici avevano spesso significato religioso. Ora il gioco atletico, prima carico di significato religioso, si concentra sui propri elementi essenziali: gioco, esercizio, competizione. “Il legame tra il secolare e il sacro è stato spezzato, l’attaccamento al regno del trascendente è stato reciso. Gli sport moderni sono attività in parte perseguite come fini a se stesse e in parte per altri fini che sono altrettanto secolari. Noi non corriamo affinché la terra sia più fertile. Noi coltiviamo la terra o lavoriamo nelle nostre fabbriche e nei nostri uffici in modo da poter avere del tempo per giocare”. Uguaglianza: la seconda caratteristica degli sport moderni è l’uguaglianza nel significato duplice che questo complesso concetto ha: 1) tutti, in via di principio, devono avere l’opportunità di competere; 2) le condizioni della competizione devono essere le stesse per tutti i contendenti”. Il primo aspetto, il libero accesso, produce nella modernità un’estensione della democratizzazione dello sport; un’uguaglianza questa che in linea di principio va garantita poi anche praticamente attraverso il secondo aspetto, e cioè creare delle condizioni che favoriscano questa estensione democratica. “Quando tutti avranno avuto la loro chance, sapremo chi è il migliore”. Specializzazione: la specializzazione e il professionismo nella competizione erano aspetti che si erano già messi in luce nell’Olimpia antica; gli sport moderni si sviluppano e si approfondiscono in questa direzione: vi sono ruoli e compiti altamente specifici, i quali richiedono a loro volta l’affinamento di competenze specializzate, non solo nei competitori, ma anche in chi ha mansioni connesse e legate al contesto. Razionalizzazione: è l’attività della produzione delle regole. Ciò che distingue i giochi moderni dai giochi antichi è sia il numero delle regole che la loro natura. La codificazione produce un un’uniformità della pratica – tutti giocano lo stesso gioco nelle stesse modalità – e una riduzione dell’incertezza – evitare l’interpretabilità della pratica. “La codificazione ha fatto sì che i singoli giochi presportivizzati si trasformassero in discipline sportive, consentendo loro di assumere un carattere di universalità e convertendoli in un linguaggio dell’interazione che dissolve le barriere culturali”. La razionalizzazione produce anche, a livello di preparazione, una pianificazione dell’attività e una ricerca dell’efficientismo. Burocratizzazione: “Chi decide davvero le regole degli sport moderni e chi amministra il complicato sistema della ricerca? La risposta è ovvia. Una organizzazione burocratica”. La burocratizzazione coinvolge cioè quell’apparato di organismi o strutture che regolano l’organizzazione e l’istituzione dello sport: quest’organo burocratico ha la funzione di certificare la validità degli esiti di gara, di distribuire ricompense e pene, e in generali di perseguire i fini associativi che il movimento si è dato. Quantificazione: la misurazione oggettiva della performance assume un ruolo strategico: “gli sport moderni sono caratterizzati dalla tendenza quasi inevitabile a trasformare qualsiasi impresa sportiva in un’impresa che può essere quantificata e misurata”. Gli strumenti tecnologici di misurazione assumono nella modernità un ruolo fondamentale rispetto allo sport: ciò che viene misurato è inoltre oggetto di raccolta e analisi statistica. Il mondo dello sport moderno è un mondo pervaso dai numeri. “L’espandersi dell’importanza che al dato numerico viene assegnata nelle discipline sportive odierne (dalla misurazione temporale a quella spaziale, fino all’inventariamento di singoli gesti e fasi di gioco) corrisponde a una frenesia di sezionare e ridurre a entità matematica che è tipica della modernità. Attraverso questo percorso di misurazione, inoltre, si apre la strada allo studio scientifico della performance e alla sua pianificazione a partire da risultati oggettivi”. Record: “Combinate l’impulso alla quantificazione con il desiderio di vincere, di eccellere, di essere il migliore – e il risultato è il concetto di record. […] Che cosa è un record nel senso moderno? È la meravigliosa astrazione che permette che la competizione abbia luogo non solo tra coloro che sono riuniti nel campo sportivo, ma anche tra essi e altri atleti distanti nel tempo e nello spazio”. Il record è un concetto fondamentale per lo sport moderno: la prestazione d’eccellenza sposta continuamente in avanti il limite delle possibilità umane. Il record ha un carattere estemporaneo, si proietta fuori dal tempo e dallo spazio ristretti nell’immediata azione di gara; e tuttavia, nell’analisi e nello studio della prestazione esso può essere pianificato. Il record è ciò che condensa il passaggio cruciale dal gioco competitivo antico e pre-moderno, allo sport moderno: esso è la gloria immortale e la fama della modernità: “Una volta che gli dei sono svaniti dal monte Olimpo o dal Paradiso di Dante non possiamo più correre al fine di placarli o di salvare la nostra anima, ma possiamo stabilire un nuovo record. È una forma esclusivamente moderna di immortalità”. Con il record, lo si intuisce, il corpo in azione dello sportivo perde il suo limite, che non viene più rilevato nello scenario olimpico divino né nel paradiso cristiano, e prende a inseguire il continuo superamento di se stesso, della propria prestazione, in quella che potremmo chiamare, in termini hegeliani, una cattiva infinità: la visione di un progresso lineare di un continuo miglioramento si abbina alla concezione di un corpo oggetto da migliorare progressivamente: poiché il corpo è la funzione di cui parla la scienza nei suoi procedimenti conoscitivi, e la scienza insegue se stessa nel continuo superamento di sé e nell’accrescimento del proprio apparato, il corpo diventa quella cosa che attraverso la scienza e le sue applicazioni può essere sempre meglio regolato, conosciuto, modificato, in un procedimento infinito, come il record che esso insegue, come la macchina nel continuo perfezionamento del suo rendimento. Per questo, quando il barone De Coubertin da vita, attraverso la riesumazione e la rivisitazione delle Olimpiadi in chiave moderna, alla fiaccola dello sport come lo conosciamo, non può che dire: "Lo “sport”, vale a dire il culto abituale dello sforzo muscolare intensivo, aspirando al miglioramento, è suscettibile di essere portato fino al rischio. È questa la definizione di “Sport”. È necessario che sia un culto, e non un culto passeggero; occasionale ma volontario, riflessivo, regolare; è indispensabile che il culto si applichi un poco a uno sforzo muscolare qualsiasi, purché sia intensivo; che abbia come obbiettivo il perfezionarsi attraverso l’esercizio e l’allenamento; è necessario, infine, che lo sportivo non abbia alcuna paura, che desideri il rischio, e che questo sia, per così dire, un’attrattiva in più ai suoi occhi. Così l’idea di continuità e di progresso, l’idea di intensità, l’idea di rischio, sono inseparabili dalla vera sportività. Da ciò consegue che la pratica sistematica, l’energia violenta, l’eventuale pericolo, siano gli elementi fondamentali dell’Olimpismo". L'iperbole che porta all'estremizzazione dello sport dei giorni nostri ha il suo germe proprio qui; il corpo, quello dello sportivo in particolare, è cioè la frontiera del progresso della scienza e della tecnica: "Nella modernità, la sfera corporea dello sport si è costituita in una sorta di laboratorio per la pianificazione e ottimizzazione della prestazione, orientata da due principi guida: record fitness. La presenza del record come orizzonte della prestazione corporea determina l’assunzione di condotte altamente razionalizzate di training, ma anche il rischio di derive illecite nella ricerca del più efficace ausilio alla performance. È in questo solco che si collocano le pratiche di doping, che va così inteso come estremizzazione e distorcimento del record. Riguardo al principio di fitness, esso comprende il complesso di pratiche utili a condurre il corpo entro i margini della più selettiva efficienza fisica. Rientrano in quest’ambito le ordinarie pratiche di allenamento fisico mirante alla preparazione della gara; ma anche altre e più profonde pratiche di manipolazione ed efficientizzazione del corpo" (Pippo Russo, Sport e Società). La cultura del record e del fitness hanno prodotto nello sport un corpo oggetto, che allontana sempre più dal vissuto quotidiano del corpo così come lo siamo. Questo corpo sportivo, e questo sport costruito dalla scienza e dalla tecnica, ha raggiunto ormai livelli estremi, e come la distanza dalla complessità e dalla perfezione di scienza e tecnica aumenta di continuo, così lo sport campionistico col suo corpo macchina apre un divario rispetto al vissuto comune del corpo e allo sportivo "qualunque". Di più, persino nuove forme meno agonistiche e prestazionali dello sport, ma più espressive, wellness, identitarie, hanno la loro matrice in questo scenario del corpo macchina e ne sono la conseguenza e l'indice del cambiamento radicale a cui stiamo assistendo in questo mondo; ciò può essere letto nell'iperbole e nella concettualità del fenomeno del doping, attraverso cui il corpo macchina supera il suo limite, per poi cadere, come Icaro, e disperdersi in forme più espressive e identitarie dello sport. Il doping non è tanto, almeno non primariamente, questione di etica o di giustizia sportiva, ne biomedica, ma ha dietro di se quello scenario del corpo macchina che abbiamo provato a descrivere: riguarda la definizione del corpo e dei suoi confini, dei limiti alla sua plasticità; è indubbio che con lo sport si sia diffuso anche un sistema del doping; esso si inserisce in quello sfondo del record che richiede la massima prestazione della performance: in questo senso il doping è un risvolto consequenziale del corpo macchina, e del sapere biomedico che ne rende più efficiente la prestazione; eppure, nascendo in questo orizzonte del record, il doping al contempo lo sfonda: esso, infatti, si sviluppa nella ricerca del record ma finisce per esserne l’estremizzazione e la distorsione: il doping sfonda cioè i limiti che il corpo macchina può incontrare nella prestazione e apre una prospettiva tutta nuova: esso giunge a parlarci del corpo sportivo non più come frontiera, perché questa oltre che essere differita sempre più in la dal principio prestazionale è stata definitivamente abbattuta dal doping (posso far tutto attraverso il doping, e se posso far tutto, lo spostamento in là del limite non è più attraente), ma come luogo di malleabilità e plasticità infinita: il corpo non è più un oggetto da plasmare nella prestazione ma si disperde come un mondo dalle possibilità infinite in questo universo dalle possibilità infinite che il corpo diventa, il fenomeno sportivo può dedicarsi oltre al profilo macchinista prestazionale, anche al profilo espressivo ed emozionale del corpo; lo sport puramente prestazionale ed estremistico si rovescia su se stesso perché il corpo macchina fa alla fine scoprire il corpo come universo dalle possibilità infinite; e l’emergere di nuove pratiche sportive non fa che rispecchiare questo mutamento di fondo: il corpo macchina può essere affiancato da quelle logiche corporee che attraverso lo sport ricercano l’espressione di sé: “il corpo diviene così un «contenitore del sé che permette di dare dei contorni chiari alla propria identità in un contesto sociale sempre più incerto e frammentario. La soddisfazione personale, ovvero la risposta a questa domanda di senso e di legittimazione a esistere in modo pieno, conta dunque più del risultato in termini sportivi tradizionali” (Raffaella Ferrero Camoletto, Oltre il limite. Il corpo tra sport estremi e fitness). La ricerca di nuove forme di espressione attraverso lo sport risponde allora ad un’esigenza di senso. Si tratta di cominciare a pensare profondamente a questo senso che si distacca profondamente da uno sport prestazionale, oggi portato all'estremo, da uno sport moderno, e si affaccia invece su nuove dinamiche che sono tutte da scoprire, lo sport e il corpo post-moderno.
Tommy

 

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