Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.
Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono...Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano.
C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare...
Se è vero che la vita di un essere umano è come un film, io ho avuto il privilegio di essere la comparsa, lo sceneggiatore, l'attore protagonista e il regista del mio modo di vivere.
Gilles Villeneuve
Dicono che Gilles Villeneuve amasse correre con il numero 69, quando da giovane garreggiava insieme al fratello Jaques sulle nevi canadesi, con quelle motoslitte che loro stessi montavano e perfezionavano, portandole poi al limite sui circuiti di gara: così, pensava Gilles, quando, come spesso accadeva, la sua macchina si rovesciava, il numero era sempre riconoscibile, un 69 rovesciato in fondo è ancora tale! Dicono che fosse però piuttosto bravo il ragazzo: in pista, con poca stabilità, scarsa visibilità e in condizioni precarie, il giovane vinceva, con quell'intuito e incoscienza inconsapevoli, proprie dei predestinati, genio e sregolatezza. E di vittoria in vittoria la neve e il freddo del Canada, la motoslitta, cominciavano a non essere abbastanza per lui, che sognava il brivido della velocità e il rischio delle corse d'auto; così, vendette la casa dove abitava con la moglie Johanna e iniziò a partecipare ai campionati minori di corse nordamericane, ottenendo, pur con pochi soldi e sponsor, immediato successo. E nel circo di soldi e sponsor che è la Formula 1, Gilles vi arrivò e si fece largo sempre e solo attraverso la sua bravura. Prima in McLaren, la chiamata per un solo Gran Premio, e il titolo driver of the day conquistato; una sola gara, perché il team non ritenne opportuno continuare a puntare sul giovane canadese, forse avevano notato qualcosa di particolare...Dicono che smontando le automobili dopo una corsa, persino un inesperto in materia potesse distinguere la macchina di Villeneuve da quella di un suo qualsiasi compagno di squadra, per lo stato del cambio in particolare, o dei freni; perché quel piccolo canadese, dallo stile aggressivo e spregiudicato, le macchine le sfruttava, le usava, le usurava per portarle fino all'estremo limite, che era poi il suo proprio limite, quello che voleva costantemente superare, per superarsi: "come possiamo conoscere il nostro limite se non tentiamo di superarlo?" era solito ripetere Gilles: sempre oltre il limite, nel rischio, nel pericolo, nell'eccesso; se ne accorsero presto anche in Ferrari, la nuova squadra che quel talento se lo prese in casa: piroette, fuori pista, scontri, errori, rotture meccaniche; dopo poche gare iniziarono a chiamarlo "l'aviatore", appellativo guadagnato per gli incidenti spettacolari che provocava, in particolare uno, quando la sua macchina, dopo il decollo successivo a un contatto, decollò sulla folla vicino alla zona vietata, uccidendo due spettatori. Vittorie ne arrivarono ben poche...E dicono che Enzo Ferrari sia stato più volte sul punto di perdere la pazienza e di cacciarlo; le sue macchine costavano troppi soldi per vederle sempre fracassate senza successo, e il circo, si sa, è fatto di affari, gli affari vogliono risultati. Gilles, per tutta risposta decise di indossare il numero 27, dando un nuovo corso alla sua avventura in Formula 1: di ottenere qualche risultato, ma non di quelli che rientrano nelle statistiche, che ti fanno magari vincere qualche Gran Premio in più, o un titolo del mondo, quelli sono solo storia. Quel 27, invece, divenne mito, leggenda. Come un principe, pur senza corona, rimane un principe. Come un gusto eccezionale: non importa quanto ne assaporiamo, ma che sapore ha per noi. E nulla può aver più bel sapore di un secondo posto, se ottenuto dopo il duello più spettacolare della storia delle corse automobilistiche, staccate al limite, ruota a ruota con Renè Arnoux, Digione, Francia, 1979. Nulla ha più bel sapore agli occhi dello spettatore di giri su tre ruote, alettoni staccati e semivolanti, curve di traverso...sorpassi inimmaginabili...poche vittorie ma in gran stile...tutto quasi per lasciare ogni tanto un'impronta indelebile...il pilota più spettacolare di tutti i tempi, umile e semplice fuori quanto aggressivo e determinato in pista, una leggenda per sempre nel cuore dei tifosi, un mito che saprà ripetere forse solo Ayrton Senna. Come Senna, una fine tragica. Dicono che Gilles avesse deciso di abbandonare la Ferrari e di fondare una scuderia per proprio conto; forse mentre si accingeva a rientrare ai box quel 8 maggio 1982 a Zolder, Belgio, aveva in testa quei pensieri, quella rabbia: gli avevano fatto capire, lo aveva realizzato a Imola una settimana prima quando Pironi, suo compagno, gli corse contro per batterlo violando i presunti ordini di scuderia, ma senza che la Ferrari prendesse poi posizione, che un pilota, si chiamasse anche Villeneuve, era funzione della macchina, della squadra, del circo, non viceversa. Forse pensava a questo Gilles, mentre rientrava ai box quel sabato pomeriggio, a quel podio imbronciato di Imola, ad anni a servizio per chi, pensava, gli aveva voltato le spalle, ad un automobilismo come pura passione, alle corse in motoslitta sulle nevi del Canada, all'uomo oltre la macchina. Decise allora di scendere da quella Ferrari numero 27, di rovesciarsi ancora una volta: e allora si, come un 69 ancora riconoscibile, l'immagine di questo piccolo grande pilota, abbandonò la storia, ed entrò nel mito. Gilles Villeneuve non solo è ancora riconoscibile come una leggenda dello sport davvero unica, ma è una storia da ricordare, non semplicemente da raccontare: dove la vita ci rende funzione di altro, della macchina, del business, di chissà che altro, possiamo ancora esserne attori, e farne uno spettacolo: è solo una questione di giocare coi propri limiti, di rischiare, di sapersi rovesciare...
È proprio del filosofo questo [...] di essere pieno di meraviglia; né altro cominciamento ha il filosofare che questo.
Platone
La Filosofia e lo Sport. Due grandi passioni, da sempre. Due mondi apparentemente distanti, opposti, contrari...l'una, la filosofia, attività contemplativa, teoretica, di pensiero...l'altro, lo sport, attività pratica, di campo, di sudore e di fatica...due mondi opposti, ma forse solo apparentemente...All'alba del pensiero filosofico si riteneva che essa, la Filosofia, nascesse dalla Meraviglia, da ciò che si manifesta e problematicizza l'esistenza, e il filosofo fosse di conseguenza colui capace di meravigliar-si di fronte a tale accadere...essere pieno di meraviglia, come diceva Platone; la meraviglia è lo stupore che di fronte all'accadere, al manifestarsi delle cose, sospende il respiro e lascia a bocca aperta, che entusiasma come un mistero chiuso in se stesso, come un bocciolo nell'atto del suo fiorire. Si può essere meravigliati, diceva Aristotele, di fronte a difficoltà semplici, comuni, quotidiane, come fu in principio del filosofare, ma anche di fronte poi a problemi maggiori come i fenomeni della luna, del sole e degli astri, o dell'origine del cosmo. È forse la capacità del manifestarsi del mondo di incarnarsi nel senso della nostra propria esistenza, di far corpo con la nostra vita, che ci fa meravigliare per l'una o per l'altra cosa; la filosofia nasce da ciò che scalda il nostro sangue, che suscita il nostro dolore o il nostro piacere, che smuove il nostro sentimento, che scuote il nostro vivere...è la meraviglia del nostro Corpo aperto al mondo! Quando la filosofia iniziò a suscitare meraviglia nel mondo greco, lo Sport era già nato da tempo: tracce di manifestazioni ultramillenarie si radicano pressoché in tutte le culture, nella stessa cultura greca ne troviamo testimonianza già nei poemi omerici, l'agone omerico; eppure potremmo propriamente parlare solo di giochi agonistici, di competizioni svolte, qui come in altri contesti, in riferimento a rituali guerrieri o a celebrazioni funebri, secondo un'antropologia dell'agonismo, non ancora di sport; forse, come per la filosofia, lo sport è un fenomeno tipicamente greco, nato nell'antica Grecia con l'istituzione dei Giochi Olimpici, fenomeno fondamentale, tratto portante di quella cultura, tanto da scandire, con la sua cadenza quadriennale, il conto del suo tempo. E cosa meravigliava di più il popolo greco, richiamandolo da tutte le parti, sbigottendo persino gli stranieri ospiti, che non quelle manifestazioni, decantate e celebrate da sempre?? I Greci hanno fatto dello sport una meraviglia, consegnando ai posteri tale grandiosa eredità, la meraviglia della bellezza dei corpi in azione capaci nel confronto, nello scontro, di gesti straordinari, che scuote la vita come una sua metafora, che agisce nel dolore e nel piacere con la vittoria o la sconfitta, che illumina nella gloria e fa cadere nell'oblio, che non finisce di stupire. Allora come ora. Perché a distanza di oltre duemila anni, lo sport, come fenomeno universale che accomuna popoli e culture, che si radica fortemente nell'esistenza di tantissime persone, è capace di raccontare storie uniche, incredibili, ogni volta diverse nel loro fascino. La meraviglia, dunque, a unire Sport e Filosofia, ma forse, e soprattutto la Meraviglia del Corpo...perché a dispetto della storia millenaria trascorsa, è il Corpo ciò che può paradossalmente ancora meravigliare, la filosofia e lo sport, unendoli in una nuova sfida, come un impensato ancora da pensare, ciò che può ancora stupire, qualcosa ancora da raccontare. Una sfida per la Filosofia, innanzitutto, se è vero che per lei "il corpo è la cosa più difficile" come sosteneva Heidegger, se è vero che essa è cresciuta da sempre in un fraintendimento del corpo, come sosteneva Nietzsche: la sfida è allora andare oltre questo fraintendimento, che considera il corpo come "tomba dell'anima", fin da Platone, che lo mortifica ai dettami dello spirito con la cultura cristiana, che lo lascia all'ombra del pensiero, della res cogitans cartesiana, che lo scruta con l'occhio di ingrandimento anatomico delle scienze, sempre come fosse una mera cosa, un oggetto. Il corpo è molto di più, è l'apertura originaria della nostra esistenza al mondo, è la circolazione e lo scambio di senso con esso, è vita vivente in azione, la nostra stessa esistenza...è tutto questo, e molto altro, nulla di definitivo, perché non si può rinchiudere sotto la pretesa oggettiva di una definizione, è ovunque e in nessun luogo, sempre altrove, altrove nel mondo, sulla punta del bastone cui mi appoggio, come diceva Sartre, o là fin dove indico, punto zero del mondo rispetto a cui le cose si dispongono, a cui si dà un sopra un sotto, un avanti un dietro, un vicino e un lontano, punto di incrocio di percorsi e spazi della nostra esistenza, come diceva Merleau Ponty; questa sfida che attende dalla Filosofia un nuovo senso del corpo, può traslare come un dono inavvertito, ma fecondo, anche al mondo dello Sport; perché anch'esso, forse, e forse in modo colpevolmente inconsapevole, condivide (paradossalmente, perché lo sport sembrerebbe a prima vista un'esaltazione della corporeità) quel fraintendimento che fa del corpo sportivo un corpo macchina, macchina da prestazione, agglomerato di organi, funzioni o sistemi da perfezionare in un incremento indefinito della sua capacità prestazionale: in questo scenario di fondo si muovono forse tematiche quali il doping, quali una competizione sfrenata portata all'estremo, dove sembra si sia giunti a un estremizzazione del gesto sportivo, alla sua eccessiva distanza dalla portata della gente comune, con conseguente perdita di interesse, quali malattie e infortuni in costante crescita ecc. Ma sulla scia di una riflessione più approfondita di un nuovo senso del corpo andrebbero lette anche nuove tendenze che richiamano a uno sport non più prestazionale, ma alla portata di tutti, uno sport del benessere, del piacere e della forma fisica, di categorie sociali verso cui prima c'era una barriera, del contatto con la natura e l'avventura, della salute, delle sensazioni del corpo vissuto, quasi che il corpo diventasse in tutto questo il luogo della ricerca di senso di identità postmoderne che sembrano disperdersi d'altro canto ovunque, in miti tribali, in mondi virtuali, in incroci e mescolanze ecc...quasi che in questo mondo caotico, dove sembra emergere in modo sempre più profondo una carenza di senso, si avesse il sentore che un nuovo senso passi per la riscoperta del corpo, attraverso il veicolo dello sport. E forse, in maniera più sottile, anche attraverso la riscoperta della filosofia. Lo sport è la filosofia dunque, nella meraviglia del corpo...e una Filosofia dello Sport, come una sola grande passione! Tommy
I contenuti presenti sul blog "PHILOSPORT Philosophy of Sport" dei quali è autore il proprietario del blog Tommy Dal Santo, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti perché appartenenti all'autore stesso. È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti in qualsiasi modo o forma. È vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall'autore.