AYRTON SENNA. ON LIMIT...OF DREAM

Le cose ti riportano alla realtà di quanto tu sia fragile; ad un certo punto tu stai facendo qualcosa che nessun altro è capace di fare. In quello stesso momento sei visto come il migliore, il più veloce, ma sei enormemente fragile. Perché in un piccolo secondo, è tutto finito.

IL CORPO E IL MONDO. Leib e Körper

Il mio corpo in realtà è sempre altrove; è legato a tutti gli altrove del mondo. E a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esse che le cose si dispongono...Il corpo è il punto zero del mondo, dove i percorsi e gli spazi si incrociano.

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Genealogy

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Pierpaolo Pasolini.

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare...

PHILOSOPHY OF RUNNING. La Musica del Respiro

Io sento la terra ed il vento e gli alberi. Io sento il loro spirito. Io sento il ritmo della corsa. È come musica. Gabriel Harmony Jennings.

mercoledì 18 aprile 2012

SPORT PSYCHOLOGY. The mystic Fire

Il mio corpo è più nella mia anima di quanto la mia anima sia nel mio corpo. Il mio corpo e la mia anima sono più in Dio di quanto siano in loro stessi.
Meister Eckhart

Platone diceva che la Filosofia non è un sapere che si possa insegnare, come succede invece con le altre scienze, ma si genera all'improvviso nell'anima, accade come un dono inaspettato della divina follia, dopo una lunga frequentazione, un lungo allenamento, "come la scintilla che scaturisce dal fuoco e poi si nutre di se stessa". L'amore per la filosofia è come una scintilla da cui nasce quel fuoco in grado di illuminare in maniera profonda l'esistenza trasformandola costantemente in luce e fiamma, e per quanto possa venire insegnato, semplicemente accade. Credo che la stessa cosa si possa affermare per lo Sport, a proposito di quella passione che, quando nasce, si incarna nell'esistenza dello sportivo e vi rimane per sempre. Lo Sport non si insegna, perché per quanto lo si possa insegnare, lo si deve prima di tutto amare, e tale amore è una fiamma che arde dentro e non ci si spiega il perché, come un dono della divina follia. Ma nello Sport può accadere anche un'altra cosa, ancor più bella della passione, simile al fuoco della Filosofia: per quanto ci si possa allenare, e tuttavia solo dopo un lungo, costante e faticoso allenamento, accade all'improvviso sono alcune volte, solo ad alcuni, quasi fossero eletti, di avvertire una strana sensazione, una scintilla che nasce dentro, un Fuoco che arde tutto il corpo, una fiamma che poi si nutre di se stessa e che trasforma il proprio essere: tutto il vissuto si trasforma e sensazioni nuove, mai provate, penetrano il respiro, come essere in una bolla d'aria, un mondo fuori del mondo: allora ci si sente come invincibili, scompare la fatica, si diventa tutt'uno col proprio gesto e ciò che lo circonda. Come giungere ad una soglia misteriosa superata la quale si apre un nuovo paesaggio, come uno scarto che accade di lampo e cambia tutto, come un volo improvviso dopo una faticosa salita. Allora il corridore non sente più l'affannarsi del respiro, né la fatica sulle gambe, semplicemente va, diventa tutt'uno con la sua corsa, è parte di ciò che lo circonda e con esso fluisce...come Abebe Bikila alle Olimpiadi di Roma, quasi che i suoi piedi scalzi diventassero il terreno sotto di lui, una cosa sola con la strada che scorreva; e come lui tanti altri corridori e atleti che, pur senza raggiungere quei traguardi, varcano quella soglia e raggiungono quella sensazione unica, diventare la corsa stessa, o lo stesso gesto atletico; o sentire la simbiosi col proprio mezzo, come un pilota, con la macchina, il sedile, le ruote, il volante, quando si abbassa la visiera e si accende il motore tutto risponde alla sua guida come fosse un corpo solo: "pensi di avere un limite. Così provi a toccare questo limite. Accade qualcosa. E immediatamente riesci a correre un po' più forte, grazie al potere della tua mente, alla tua determinazione e al tuo istinto, e grazie all'esperienza...puoi volare molto in alto!" diceva Ayrton Senna; o padroneggiare un pallone in maniera magica, o il proprio attrezzo di gara, sentire che con quello puoi fare quello che vuoi; o sentire che la pista, il campo di gara, lo stadio diventa la tua forza, l'energia che ti carica come un combustibile che alimenta quel fuoco: "quando mi affaccio al cancelletto di gara, stringo le manopole dei bastoncini ed è il segnale di attivazione...da quel momento in poi entro in trance agonistica. La mente si sgombra di tutto, seguo il mio filo d'Arianna" diceva Giorgio Rocca delle sue gare, un filo che si snoda attraverso le porte, gli ostacoli del percorso, e porta dopo porta diventa più scorrevole e meno intricato, col crescere dell'entusiasmo del pubblico, fino all'arrivo. Ma ci sono esempi di ogni sport, di tantissimi atleti, che avvertono questo Fuoco, in declinazioni diverse, con sfumature diverse; esso può essere descritto in molti modi, è difficile raccontare una sensazione per cui non si ha parole; e può essere chiamato in molti modi da chi lo studia: in Psicologia dello Sport, ad esempio, si parla di "entrare nel flusso", "essere nella sfera", "entrare in trance agonistica", "raggiungere il punto di massima prestazione" e via dicendo...ciò che è comune a tutte le riflessioni è il fatto che è come se nel momento in cui si accende quella scintilla nel corpo dell'atleta la coscienza si annullasse o meglio, raggiungesse uno stato più elevato, non più intenzionalità verso un mondo, ma mondo (spirito assoluto direbbe forse filosoficamente Hegel?): come se il movimento non avesse più un carattere mentale, una mente che lo valuta, lo controlla, lo dirige, ma entrambi, mente e movimento, raggiungessero uno stato di perfetta unione e armonia, una cosa sola, uno stato che unendoli li trascende entrambi: allora è la Grazia, come eccellenza e bellezza del gesto sportivo, come gloria di chi lo compie, e memoria in chi lo ammira! Ciò di cui parla la psicologia va al di là della psicologia, sconfina oltre, perché ogni descrizione è riduttiva, può spiegare, ma non comprendere. Lo potrebbe raccontare forse la filosofia, nella sua umiltà e povertà di sapere, semplice amore-per-il-sapere, una Filosofia dello Sport che possa forse iniziare dalle parole di Platone, o dal Fuoco cosmico di Eraclito - quel fuoco "sempre vivente, che si accende e si spegne secondo giusta misura", un fuoco che accesosi nell'uomo lo rende frammento dell'ordine universale, partecipe per un attimo del mondo divino. Ma più di tutte, forse, quel fuoco divino che si accende sul petto dell'atleta, è un'esperienza Mistica, nel senso proprio del termine: dal greco mistikòs, misterioso, e prima ancora myein, chiudere, tacere...perché di quell'esperienza misteriosa, forse, più che parlare, si deve tacere e ammirare, contemplare la dimensione del sacro che ad alcuni semplicemente accade, come un'esperienza diretta, difficilmente comunicabile. Allora l'estasi mistica che accade, quella scintilla divina che si accende, potrebbe essere letteralmente un e-stasi, un uscita dalla stasi attraverso il suo contrario, il movimento, dove le trame abituali a oggetti, cose o persone, persino verso se stessi, le relazioni statiche, si sfaldano improvvisamente verso quella realtà e-statica, divina, da cui si è in grado di illuminare l'e-sistenza, di vedere la sua realtà ultima, come la Grazia, un fuoco divampato dentro che resta e lascia il segno; un'esperienza che segna appunto, ed appaga, perché chi dedica l'intera vita allo sport, è come in questo stato avesse la sua divina ricompensa, e non chiede altro per 'intero corso della vita, anche se non dovesse ottenere mai una medaglia olimpica, o non vincere mai un campionato del mondo. Essere uno col proprio corpo, uno col tutto, nella Grazia del movimento, dove la fatica è ripagata e si è il mondo in cui si corre, dove niente può fermare. Perché lo Sport, in fondo, è una meditazione silenziosa, una preghiera umile del proprio essere, che attraverso l'allenamento e il duro sacrificio, cerca quella illuminazione; quel Fuoco mistico, quella luce divina: "Il mio corpo è più nella mia anima di quanto la mia anima sia nel mio corpo. Il mio corpo e la mia anima sono più in Dio di quanto siano in loro stessi" (Meister Eckhart).
                                                                                                                                   Tommy



martedì 17 aprile 2012

SPORT PSYCHOLOGY. Mind and Movement

Ogni primo movimento, ogni movimento involontario è bello, mentre è deviata e fasulla ogni cosa non appena essa comprende se stessa. Ah, l'intelletto. L'infelice intelletto.
Heinrich Von Kleist

L'esistenza umana si manifesta essenzialmente nel movimento...sin dal concepimento, dalle prime movenze nel ventre materno, dalla nascita; e poi per tutta la vita, in qualsiasi azione, e persino nel riposo, anche solo il respiro...l'uomo è costituzionalmente un essere che si muove; lo sport, d'altra parte, è una manifestazione della vita quotidiana che più di altre ha a che fare col movimento: corse, salti, gesti tecnici che prevedono l'azione motoria di particolari arti o parti del corpo...un corpo che si mantiene in movimento, si dice anche comunemente, è con evidenza un corpo sportivo. Spesso, inoltre, si ritiene che lo sport, e quindi il movimento, abbia a che fare più con attività fisiche che mentali: certo, ogni movimento ha il suo correlato psichico, ma esiste davvero una dualità tra mente e movimento? Qual'è la relazione che intercorre tra loro? C'è uno stato del movimento umano che accade solo in rare occasioni, di eccellenza e di bellezza...si chiama Grazia; di solito non conosce lo spazio umano, ma i cieli che non possiamo imitare e i luoghi della terra che non possiamo abitare: volare come le aquile, correre come un felino...dove ogni gesto è perfetto, per ritmo, sincronia, forza, delicatezza, eleganza, tutt'uno con ciò che lo circonda; l'animale non ha un movimento, è tutt'uno col suo movimento e l'ambiente attorno: l'aquila è i suoi cieli, e il ragno la sua tela. Diversa la situazione per l'uomo, povero di istinti, si muove incerto, non in un ambiente, ma per un mondo che si presenta come un campo di sorprese: egli ha un mondo e vi va incontro, ricevendo risposte positive o negative; nel movimento, un animale è semplicemente il suo corpo...un felino è la grazia del suo corpo, in ogni movimento; l'uomo, invece, deve far fronte al suo corpo, è un corpo vivente, ma ha al contempo un corpo cosa da educare, gestire, controllare...il suo movimento non ha la fluidità del gesto animale, e risulta, il più delle volte, meno aggraziato. Insomma, mentre il movimento dell'animale appare sicuro e integrato al suo ambiente, perfettamente adeguato ai suoi scopi, quello dell'uomo risulta essere trattenuto, intralciato, turbato. Questo intralcio alla grazia del movimento si chiama coscienza, mente, intelletto; e per questo Von Kleist, parlando del movimento, chiama "infelice" l'intelletto: esso è nell'uomo la rottura che lo separa nel movimento dallo stato di grazia, proprio invece di un essere che non ha coscienza, come l'animale, o dell'essere dall'infinita coscienza, Dio. Tuttavia, non si deve pensare alla coscienza come ciò che semplicemente si oppone al movimento: ogni movimento umano è già da subito intriso di coscienza, e la mente non è se non nel movimento! Essa avviene quando il corpo, muovendosi, incontra e si scontra col mondo: "Ogni movimento del nostro corpo, infatti, oltre a stabilire un contatto con il mondo, veicola l’effetto del mondo sul corpo che incrina la spontaneità e l’immediatezza del movimento stesso nel suo prosieguo. Questa impercettibile crisi, che chiede al corpo una rielaborazione del messaggio del mondo e una modificazione del movimento successivo a partire dalla qualità del messaggio ricevuto, è l’origine della coscienza, che dunque è già rintracciabile nella motricità come incrinatura del suo fluire spontaneo" (Umberto Galimberti, Psiche e Techne). La coscienza (e la riflessione in senso originario) è il riflesso del mondo sul movimento del corpo, che in quell'incontro-scontro interrompe il suo fluire spontaneo: cresce e si sviluppa nella crisi del movimento; dalla crisi nasce la coscienza che giudica - krino in greco, da cui crisi - le risposte ottenute dal mondo; ogni crisi custodisce in sé la potenzialità di un nuovo apprendimento; apprendendo dalle risposte ottenute dal mondo la coscienza è memoria, che non è il semplice ricordo, ma l'intenzionalità e la proiezione futura delle risposte già apprese: così ogni atto o gesto motorio è sempre orientato, intenzionale, mentale, raccoglie le trame del passato, le risposte avute, e le proietta nel presente e nel futuro. La mente definisce e ridefinisce pertanto ogni atto motorio, è incarnata in qualunque movimento, è nel movimento. Ciò significa che anche la presunta identità, che spesso viene pensata come qualcosa di coscienziale, mentale, come un io quale nucleo centrale rispetto al mondo, che attraversa fisso le trame dello spazio e del tempo, è una realtà in movimento, è nel movimento: "ciò che è io, è mediante l'azione" (Novalis); non c'è anima, o spirito o mente o qualsiasi presunta sede dell'interiorità, staccata dal corpo, dal corpo vivente che agisce e interagisce nel e con il mondo. Ciò che viene appreso dall'anima, dalla coscienza, ciò che matura come io è grazie all'azione, e a quella sua manifestazione fondamentale che è il movimento; è per questo motivo che anche qualsiasi apprendimento mentale è più efficace se è nel movimento, se è pratico come si dice e non sul piano della pura teoria. Perché ciò che è mentale è fondamentalmente nel movimento, non a fianco o in opposizione ad esso, ma incarnato in esso, nell'incontro-scontro del corpo col mondo. Ed è per questo che, come sembrano peraltro confermare le ultime ricerche, lo sport, in quanto manifestazione della vita quotidiana che come abbiamo detto in apertura ha strettamente a che fare col movimento, sembra favorire fin dalla più tenera età lo sviluppo e la qualità di determinati processi mentali. Lo sport come educazione della mente attraverso il movimento! Non solo, nello sport si può imitare, e persino raggiungere, quella grazia del movimento, quella eccellenza e bellezza del gesto, che abita spesso in regni lontani; ma che a volte diventa più prossima, più vicina, attraverso le gesta di un atleta olimpico, le azioni di un campione, la gloria del vincitore, la cui purezza e perfezione restano impresse nella memoria; in quella grazia è come se "l'infelice intelletto" venisse per un attimo posto da parte, e non ci fosse né più coscienza, né mente, solo un corpo slanciato nel suo movimento in perfetta armonia col mondo. In quel momento l'atleta può tutto, niente lo può fermare...come se la coscienza, quella condanna che ci portiamo appresso nel bene e nel male sin dal primo movimento, raggiungesse per un attimo uno stato più elevato e si trasfigurasse nella grazia: allora si è come aquile che solcano i cieli o leoni che si slanciano verso la loro preda. A questo stato mira anche una Psicologia dello Sport! Ma primariamente essa dovrebbe riconoscere che la mente dell'atleta è nell'azione, è movimento; una disciplina che non sia semplicemente un occuparsi del mentale mettendo in secondo piano il fisico; perché propriamente non esiste una distinzione tra mentale e fisico, se non in un'astrazione che non coglie mai la realtà concreta dell'atleta sul campo di gara: mentale e fisico coesistono nel movimento, sono l'uno il fuoco dell'altro, lo stesso fuoco, che contemporaneamente gli dà calore e nutre entrambi. Questo fuoco è il corpo, su cui anche la psicologia dovrebbe porre il focus, il corpo in azione, in movimento. Un corpo vivente, non un'anima dove stanno i processi mentali di un corpo cosa. Un corpo di cui va mantenuto il fascino misterioso, le trame profonde, il desiderio di grazia, senza avere la pretesa di porle sotto la verità dell'intelletto: "deviata e fasulla ogni cosa non appena comprende se stessa": l'intelletto non può comprendere, se non in modo deviato e fasullo, il corpo in movimento, perché è solo mediante esso, invischiato in esso. E una disciplina che sia solo psichica, è semplicemente infelice, quanto "l'infelice intelletto".
Tommy

lunedì 16 aprile 2012

MA NON ERA MEGLIO IL SILENZIO?

Il conforto non ha bisogno di tante parole, ma di quelle misurate, del silenzio, della dovuta distanza..di quello spazio dove matura il dolore, prima di ritrovare il mondo. E gli abbracci sono sempre silenziosi.

Il silenzio del dolore privato purtroppo stride ancora una volta col rumore della chiacchiera pubblica. La chiacchiera dei media. Che frantuma quel silenzio e porta quel rumore su tutte le case, con immagini e commenti, servizi e dibattiti. Già da subito, perché il silenzio del dolore privato in fondo non c'è mai stato. E chissà quando, perché questo accade inevitabilmente ogni volta, verrà calato il sipario e quel silenzio finalmente arriverà...a posarsi sul vuoto di una giovane vita spezzata, nel dolore che questo lascia sulle persone che veramente hanno condiviso quella vita, e vi hanno fatto parte. Ma gli altri...ma non era meglio stare in silenzio e dire magari una preghiera? Un breve pensiero, come hanno fatto i suoi tifosi? Lasciar vivere dentro le persone il non-senso di un immane tragedia che lascia appunto senza parole? No, il silenzio è stato infranto e sembra che proprio non si possa fare a meno di dire qualcosa...beh almeno provare a dire qualcosa di di-verso, a coloro che quel silenzio hanno infranto. Perché il dolore, quando si vive in prima persona, attorciglia l'esistenza su se stessa, ripiega la vita su di sé, nel vuoto del mondo attorno...nel silenzio, perché non ha un senso, non ha racconto; è un dolore proprio, che solo chi lo vive lo può capire...anche se non è detto che sia privato: anzi, se condiviso con gli altri, quel dolore matura e può trovare un'apertura, e ritrovare il mondo. Ma chi lo vive dall'esterno...che ne sa di quel dolore? Dovrebbe forse rispettare quella distanza, quel silenzio...ascoltare...più che raccontare. Confortare. Perché confortare (con-fortare) significa propriamente rendere più forte, fortificare, far ritrovare il mondo. E il conforto non ha bisogno di tante parole, ma di quelle misurate, del silenzio, della dovuta distanza..di quello spazio dove matura il dolore, prima di ritrovare il mondo. E gli abbracci sono sempre silenziosi. E invece no, indagare, sviscerare e raccontare il dolore. Solo che questa volta è lo stesso racconto, a veder bene, a ritorcersi su chi racconta. Perché è stata raccontata la storia di un ragazzo che ha avuto una vita segnata dalle tragedie, dal dolore, ma se l'è sempre cavata, col sorriso, col lavoro, con la sua passione...sul campo, e in silenzio. E allora, per una volta, non si può prendere davvero esempio da questo ragazzo, e stare, per una volta, in rispettoso silenzio, lasciando che siano il campo, i suoi compagni e colleghi, i suoi amici, la sua compagna a tenerne vivo il ricordo? Senza avere l'ansiosa pretesa di darvi voce. Una vera notizia, un vero ricordo, dovrebbe lasciare una sobria distanza tra sé e il dolore che racconta...lo spazio in cui, attraverso la notizia, la gente può maturare la propria emozione, e il proprio pensiero. Invece quello spazio viene continuamente riempito con servizi strappalacrime; seguiti non a caso dal fuoco delle polemiche: una pillola di tristezza ed una di rabbia; oppure una notizia tragica, musica e immagini commuoventi, e poco dopo l'altra faccia dello spettacolo, le luci, il gossip, il glamour: una pillola di dolore ed una di divertimento. Confusione emotiva, emozioni teleguidate...nel proprio vuoto emotivo...per cui, nella confusione, la gente non sa più comprendere e vivere le proprie emozioni: e così capita di emozionarsi, nel bene o nel male, per qualcosa che accade a distanza, nel buio e nel silenzio verso ciò che succede fuori dalla propria porta di casa. Spaesamento. Perché con le emozioni si addormentano anche i pensieri. E allora ci si dovrebbe chiedere per chi, per cosa, sia questo eccesso da ogni parte di servizi, analisi, interventi, interviste, commenti che saturano la notizia, nella pretesa, ipocrita, di raccontare il dolore. Cavalcare il dolore è semplicemente schifoso. Si, era meglio stare in silenzio.
Tommy

giovedì 12 aprile 2012

SPORT PSYCHOLOGY. Occhio non mente

Quando un occhio osserva un occhio e guarda in esso ciò che appunto esso ha di più bello, e con cui vede, in tal caso potrebbe vedere se stesso.
Platone.

Gli occhi della tigre. Così spesso viene dipinto lo sguardo di quegli atleti che come il feroce predatore, non desiderano altro che la loro ambita preda, la vittoria! Occhi fissi davanti a loro, all'obiettivo, senza palpitazione. Occhi concentrati, determinati, fermi. Occhi calmi, come la calma olimpica, la virtù dei forti...nel silenzio del mondo attorno, perché non c'è più alcunché a interferire tra sé e il resto, né il rumore dello stadio, né il movimento di qualsiasi altra cosa...come se non volasse neppure una foglia...nulla può distogliere lo sguardo della tigre al suo scopo, la tigre è il suo scopo, e quando si aziona lo start i suo occhi diventano tutt'uno con la corsa verso di esso, con la meta, nella padronanza del proprio corpo. Negli occhi della tigre si rispecchia l'anima del vincitore, l'atleta teso con tutte le sue forze al traguardo della gloria, la vittoria! Anche se mille ostacoli dovessero frapporsi alla corsa, e la preda sfuggire per mille motivi! Questo è l'autentico sguardo che un'autentica Psicologia dello Sport può gettare sull'atleta, lo sguardo cui mirare...lo sguardo, non l'anima...l'occhio, non la mente!
Gli antichi sostenevano, a ragione, che l'occhio è lo specchio dell'anima...ma in modo, forse, differente da come pensiamo questa espressione. Per conoscere una persona dobbiamo davvero guardarla negli occhi? Conosci te stesso, da lì, da quell'iscrizione dell'oracolo di Delfi, muoveva per Platone ogni ricerca, anche prima di conoscere gli altri, e ogni altra cosa, indagare se stessi...e indagare se stessi ha profondamente a che fare con la vista - per Platone il conoscere in senso ampio ha a che fare col vedere (le Idee, eidos: forma, aspetto; idein: vedere)! Dove allora possiamo vedere noi stessi, e conoscere noi stessi? Nel riflesso della pupilla dell'occhio altrui, dove il nostro essere si riflette: "quando guarda nell'occhio il volto si riflette nello sguardo di chi si trova di fronte come in uno specchio, che chiamiamo anche pupilla, dato che è come un'immagine di chi guarda"; quando guardiamo negli occhi di un'altra persona la pupilla riflette il nostro sguardo, vediamo e al contempo ci vediamo. Il riflesso si distingue nella pupilla. Nulla pupilla rivediamo un'immagine di noi, ma un'immagine fanciullesca, di simulacro (pupilla, latino pupa, fanciulla ma anche bambola), dunque un'immagine riflessa fedele e non fedele, luccicante, perché il luccichio della pupilla è come il brillio di uno specchio d'acqua, ci ritorna un'immagine che accenna, ma non svela totalmente; come un'ombra, perché come l'ombra accompagna le persone, così lo scintillio dell'iride dell'altra persona esprime quasi un doppio, un'ambivalenza, siamo noi e siamo altro, siamo noi essendo altro; il fatto è che l'immagine che vediamo di noi nella pupilla è al contempo lo sguardo dell'occhio dell'altra persona che incontriamo, cui incrociamo lo sguardo, con cui ci confrontiamo: allora la nostra immagine vive dello sguardo degli altri, si mescola e si modifica con essa. Quando lo sguardo degli altri prende vita, viviamo dello sguardo degli altri, nello sguardo degli altri...così possiamo vedere una parte di noi...perché chi ha paura o ha da nascondere, abbassa lo sguardo, o lo distoglie, non per non farsi vedere, ma per non guardarsi; un tempo si credeva che lo sguardo di un ammalato morente non riflettesse più l'immagine di colui che vi guarda, non avesse più riflesso, scintillio: era segno che l'anima stava abbandonando il corpo, non c'era più quello scambio di vita che è lo sguardo; e quando una persona effettivamente muore, con gli occhi chiusi o uno sguardo assente, e non incrociamo più il suo sguardo, muore letteralmente con essa una parte di noi. Perché la vita è negli occhi degli altri, e con essa ciò che la anima, la nostra anima, noi. Questione di sguardi. Nella verità degli sguardi si nasconde il conosci te stesso, la propria anima: sguardi mutevoli, d'amore, d'odio, di verità o inganno, enigmi dell'anima, come un gioco di specchi riflettenti....chi siamo? donde veniamo? dove andiamo? Perché l'occhio è davvero lo specchio dell'anima. Ma se l'occhio non mente...l'occhio non è la mente! Fuori dal gioco di parole, non c'è interiorità dello sguardo, né interiorità dell'anima...perché lo sguardo è sensibile, fisico, corporeo è l'occhio non è quindi lo specchio di alcuna mente o io interiore: se guardiamo gli occhi degli altri non vediamo la loro anima, il loro "dentro"! Solo il riflesso di un'ombra di noi stessi, da inseguire continuamente, in quello ed altri incontri! L'occhio degli altri è solo lo specchio della nostra anima, del nostro cammino di vita, all'inseguimento di noi stessi! E l'anima è semplicemente il nostro corpo vivente che si confronta con lo sguardo degli altri, la vita delle nostre azioni, dei nostri discorsi, dei nostri pensieri!
Questo discorso non conduce necessariamente lontano da una Psicologia dello Sport, a patto di  riconoscere, a mio avviso, che l'occhio della tigre, il gesto dell'atleta, non ha bisogno di alcuna indagine interiore, che prima ne separi il corpo, ridotto a corpo cosa, fisico, per inquadrare e indagare poi le trame della sua mente, della sua anima, dello psichico appunto, che servono o comandano quel corpo nel gesto atletico, riconsiderato e riunificato poi a posteriori; non c'è solo un enorme fascio di muscoli e nervi aiutato, controllato e diretto dai processi della mente, ma molto di più, un corpo vivente che quando si aziona lo start ha occhi solo per la gara, perché la tigre è la sua corsa, il suo scopo, la sua preda e il suo occhio vive nel riflesso dell'occhio dei competitori. La competizione (cum-petere) è un ricercare assieme, una sfida del superamento reciproco, dove il sé dell'atleta si mette in discussione nella ricerca di superare gli altri, e così avere una conferma di sé, un nuovo sguardo di se stesso, un autosuperamento. Come gli occhi sono lo specchio dell'anima perché nel riflesso dell'occhio dell'altro noi apriamo la via per conoscere noi stessi, così l'identità, l'anima dell'atleta non vive nella sua interiorità, ma nelle sue relazioni, vale a dire nel confronto, nel rispecchiamento della competizione, con gli altri. Forse il paradosso dell'oracolo di Delfi è proprio questo, che non esiste il sé senza l'altro, un'anima senza il corpo, un atleta al chiuso del suo stanzino a pianificare e gestire la sua gara, senza i rivali, e gli occhi della tigre!
Tommy 

venerdì 6 aprile 2012

JULIAN ROSS. Therapeutic Culture and Sport (part 2)

L'uomo non è mai stato consolato, compreso, curato, beneficato come oggi; ma, nella nostra civiltà, l'angoscia aumenta nella stessa misura in cui si perfezionano le terapie.
E. Severino


...camminando, con le mani nelle tasche, come vecchi amici nel silenzio del mondo attorno, Julian ha il portamento di un Principe, la sua camminata, i suoi occhi, sono la leggerezza, la felicità e la passione con cui vive la vita; mi parla della moglie e dei figli, dei bambini che allena, degli atleti che cura...ha un sorriso di dolcezza, e realizzazione; poi d'un tratto, come un lampo, si fa serio, ma non triste, semplicemente profondo: "Ho passato la mia giovinezza tra campi di calcio e ospedali Tommy, senza appartenere propriamente a nessuno di essi, uno straniero, un viandante, solo frammenti...ma questa erranza mi rende ora felice, sto facendo della passione la mia professione, cercando di unire i frammenti in unità, una medicina dello sport, anzi meglio, uno sport come terapia: portavo mio malgrado lo sport dentro le stanze di un'ospedale, per curarmi, ora cerco di portare la medicina fuori dagli ospedali, nei campi da gioco, per comprendere, non per curare...non è una terapia dello sport, ma uno sport come terapia, capisci?" Onestamente no, ma sospetto che Julian stia parlando di uno di quei rovesciamenti della tradizione, quei rinnovamenti del gioco che tanto gli piacevano, del tipo della filosofia del calcio totale. "Viviamo in un'epoca in cui per tutto si richiede una cura, tutto viene medicalizzato...non ti sto parlando solo di medicina, ma di cultura nel senso più ampio possibile: un farmaco, in senso letterale o metaforico, come cura per qualsiasi aspetto della vita quotidiana. Io cerco solo di ricordare il senso più autentico e proprio della parola farmaco, che nel greco pharmakon ha un senso ambivalente: era si la medicina, il rimedio, ma anche il veleno...perché a certe dosi, oltre il limite, la cura diventa veleno. E al contrario, a volte, il veleno diventa il vero rimedio, l'antidoto". Lo guardo stupito. "Si è diffusa una cultura del farmaco unicamente come cura, dell'eccesso oltre il limite della cura come terapia, della terapia come modo di pensare...una cultura terapeutica. Lo sai che il manuale diagnostico dei disturbi mentali cataloga circa 400 disagi passibili di cura, un numero in costante crescita e aggiornamento? Che ormai l'80% e oltre della popolazione statunitense è stata vista, almeno una volta, da uno specialista della psiche? Che in molti paesi più della metà delle persone prende o ha preso antidepressivi o pillole della più svariata specie che controllano e regolano stati emotivi, o qualsiasi altra forma di disagio? Che bambini di 4 anni vengono dichiarati depressi, e fin dalla più tenera età sono presi in cura per la loro tristezza, aggressività, ansia ecc.? Non ti sembra che nonostante la chiusura dei manicomi, un manicomio sia ormai diventato il mondo? E non vedi poi che la medicina preventiva ti dice ciò che devi fare per la tua salute, da mattina a sera, nella tua dieta, nel tuo vestire, in ogni azione di ogni ambito della vita quotidiana? Che vengono diagnosticate sempre nuove malattie? Che vengono inventati nuovi sistemi di cura?...Mi chiedo, ti chiedo: tutto ciò, è semplicemente un avanzamento della ricerca medica e psicologica? Prova a uscire per un attimo dall'ambito medico terapeutico, pensa ad altri settori della vita, e pensa al linguaggio: stress, ansia, dipendenza, trauma, sindrome, fobia, emotività, guarigione, crisi ecc. sono parole o campi che vengono usati per descrivere normali episodi della vita di tutti i giorni, e sono entrati ormai nel nostro immaginario. Ciò che è clinico, insomma, si estende oltre misura, e diventa un fatto culturale, fonte di interpretazione di ogni cosa"...è un fatto innegabile, ma qual'è il pericolo del diffondersi di questa cultura terapeutica? "Che è falsa. Nega ciò che vorrebbe affermare" Non capisco Julian. "Mentre promuove la cura della persona, dell'individuo - sono sicuro che termini come salute personaleautostima, autorealizzazione, libera scelta, soddisfazione personale, libera espressione del sé ecc. non ti risultano nuovi-, in realtà postula a priori proprio il suo contrario: la fragilità e la debolezza dell'esistenza, meglio un senso diminuito del sé di cui la preoccupazione terapeutica si deve far carico. Produce così in realtà nella cultura solo e soltanto un'autolimitazione del sé: qualsiasi piccolo intoppo o ingarbo della vita è malattia, devianza, trauma, e va preso in carico, va curato; ogni minima situazione di disagio portata alla luce: sportelli di aiuto, centri di assistenza della persona, meccanismi di assicurazione, tecniche di controllo, pratiche di outing. Un vero e proprio svuotamento della personalità, un'impersonalità diffusa. Dove ognuno, illudendosi di cercare e trovare sé stesso, è in realtà in balia della cultura terapeutica, della sua falsità. Come cervelli nudi in una vasca, controllati e gestiti da un controllo conformante dilagante". Uhm, ricorda molti film del postmoderno, come Matrix o Fight Club. "Per alcuni aspetti...fattelo dire dai cartoni animati però, non si tratta di film! E questa è la seconda cosa: identità fragili e incerte, postulate e diffuse, pullulano in effetti nel postmoderno, dove la tendenza all'individualizzazione si accompagna alla frammentazione che si riversa in mille tentativi tra culture, tribù, miti, idoli, commistioni, pur di trovare sé stessi; tutti brandelli di identità, nel reale allontanamento degli altri: chiusi in una stanza o nel proprio mondo, si è social solo a livello virtuale, davanti allo schermo della tv, del computer o del proprio dispositivo portatile. Questo fallimento non può che aprire la strada alla gestione del sé, al controllo: chi è debole, è facilmente manipolabile, e controllabile...un controllo certo non forzato, non coatto, ma a cui ci si consegna spontaneamente, perché è terapeutico e promette la salute e il ritrovo di se stessi. Lascio a te considerare gli eventuali risvolti politici e sociali della faccenda, come quando in occasione di stragi, tragedie, omicidi, crisi, situazioni negative si scatenano tutti gli esperti della terapia. Pensaci! Ti ricordo solo che i nostri limiti, il senso tragico, gli stati di crisi sono gli eventi fondamentali della nostra esistenza: perché solo di fronte ad essi diventiamo veramente consapevoli di chi siamo, come di fronte alla morte, il limite fondamentale, diventiamo consapevoli della nostra esistenza. L'eccesso della cura, la cultura terapeutica, nasconde proprio i nostri limiti più propri, perché ne diffonde un livellamento impersonale, e se ne fa carico. Ci affidiamo alla medicalizzazione di tutta la nostra esistenza, e perdiamo la comprensione di chi siamo, dei nostri limiti e delle nostre potenzialità. Io stesso ho imparato a capire qualcosa in più di me sul campo di calcio, inseguendo un pallone, un sogno...quando per vincere una finale mi sono trovato faccia a faccia con la morte, da lì in poi non mi sono mai sentito così vivo. Ho iniziato a gettar luce sulla mia vita, entrando a contatto coi miei limiti, a volte vincendo, a volte uscendo sconfitto. Ora cerco di fare lo stesso nel mio lavoro, con giovani sportivi...cerco che la medicina, attraverso lo sport, sia un ausilio perché imparino a diventare ciò che sono". Quindi se ben capisco è questo il senso profondo di quando parli di sport come terapia: in un'epoca dove domina la cultura terapeutica, l'eccesso della cura, lo sport restituisce al farmaco il suo senso più proprio, ricorda che la medicina può essere anche veleno: il farmaco per comprendere e aiutare, non per curare e controllare! E lo fa mettendo in contatto lo sportivo con i suoi limiti, con la sua esistenza, non sottraendoli e nascondendola. "È proprio questo. Il fatto a mio parere fondamentale è che l'impatto terapeutico incide perché considera il corpo umano come un oggetto, un corpo cosa: ridotto al tavolo degli anatomisti, allo sguardo dei medici, esso può essere squartato e considerato nel suo insieme di organi, nel suo fascio di nervi, nelle sue funzioni vitali, nei suoi processi chimici e fisici, nelle sue capacità muscolari ecc...insomma, tutte le applicazioni che conosciamo della medicina...ma che cos'ha questo corpo del corpo vivente che insegue un pallone o esegue con esso una giocata geniale? E se il corpo è ridotto da quello sguardo a un insieme di atti in terza persona, dall'altra parte c'è chi si occupa di quello che resta, gli esperti dell'anima, della psiche, con le sue cognizioni, emozioni, comportamenti, atti, processi ecc...ma in fondo, che ne sanno anche questi dell'emozione unica e irripetibile che ognuno a modo suo prova toccando un pallone, o di quanto il calcio sia una scuola di vita! Quando questi sguardi guardano allo sport, lo fanno con occhio terapeutico: spesso per prevenzione, spesso per autostima, fate sport, fa bene alla salute, rende equilibrati con se stessi! Sai che ti dico Tommy...che importa! Lo sport è molto di più! Quando giocavo a pallone ero molto di più che un cuore di cristallo o un capitano carismatico, ero la mia esistenza nella sua passione, né corpo né anima, ma un corpo vivente, la mia vita che si confrontava coi suoi limiti, lì mi sentivo vivo...Lo sport può anche non far bene alla salute, può anche ledere all'autostima...di sicuro fa bene all'esistenza, la mette a contatto fondamentalmente coi suoi limiti e potenzialità...diventa quella dose di veleno che può restituire il vero senso del farmaco. Perché senza comprendere l'esistenza ogni farmaco perde il suo senso, ogni terapia diventa vuota, una tecnica impersonale di limitamento e controllo. Fuori dagli ospedali, dallo sguardo della cultura terapeutica, lo sport diventa espressione libera dell'esistenza: la medicina comprendere e aiutare in questo, senza aver la pretesa di spiegare" Si rimette gli occhiali Julian, ci salutiamo affettuosamente e lui se ne va per la sua strada, passeggia nella sua semplicità con le mani in tasca, pantaloni chiari e occhiali scuri, foulard e giubbotto di jeans legato solo dal primo bottone...semplice e unico; e io rimango lì, ai confini della fantasia, ai bordi della realtà, a pensare...non sono più sicuro...ho la netta sensazione che queste visioni profetiche non siano opera della fantasia!            

CONTINUE FROM

Tommy

giovedì 5 aprile 2012

JULIAN ROSS, the Prince of Football (part1)

"The Prince of Football".

Julian Ross è uno di quei personaggi che non incontri per le strade o per le piazze, o ai tavolini di un bar, ne, ahimè, su un campo di calcio vero...abita quello spazio labile, sottile, delicato, posto sul crinale del reale, tra la realtà e il sogno...lo spazio della fantasia. Passeggia nella sua semplicità con le mani in tasca, pantaloni chiari e occhiali scuri, foulard e giubbotto di jeans legato solo dal primo bottone...semplice e unico; semplicemente unico, come ciò che sapeva esprimere giocando a pallone: figlio di famiglia aristocratica, esercitava questa nobiltà letteralmente in campo: aristos, il migliore...per eleganza e tocco di palla, velocità e visione di gioco..."il Principe del calcio", così veniva chiamato! Perché era semplicemente unico, come il numero della maglia portato sulla schiena: 14, come Johan Cruyff, di cui ricordava le movenze, a cui era ispirato...perché la fantasia cammina sempre sui confini del reale! E come il campione olandese, il suo stile di gioco era il "calcio totale", senza ruoli, schemi o regole tradizionali, ma come un prisma dinamico di sorprese, scambi, movimenti: così, pur essendo centrocampista offensivo, Julian Ross (alias Misugi Jun) sapeva adattarsi ad ogni ruolo (come Cruyff, fa gli ultimi anni di carriera da libero), leggere e anticipare il gioco con una visione profetica, guidarlo e orchestrarlo come un capitano di grande carisma, dentro e fuori dal terreno di gioco; sul campo, guidava da capitano la Mambo F.C. e da punto di riferimento la nazionale giovanile giapponese, portando entrambe a grandi traguardi: potenzialmente il più forte giocatore giapponese di tutti i tempi, come gli stessi Holly e Bengi hanno dovuto ammettere: "Jun è superiore a me nella velocità del dribbling, nella tecnica e nei passaggi. Ha carisma e riesce a stringere tutta la squadra intorno a sé. I suoi salti e le sue rovesciate sono eccezionali. E per di più è anche malato di cuore..." (Holly)...Già, perché come in tutte le storie di principi, Julian aveva davvero un grande nemico, e implacabile, dentro di sé: una malattia cardiaca congenita - per cui subì anche alcuni interventi che però riuscirono a guarirlo solo parzialmente - non gli permetteva di giocare più che pochi minuti per partita; un principe dal cuore di cristallo, costretto a coesistere coi suoi limiti invalicabili, e fare i conti costantemente con essi. Le sue apparizioni in campo erano come lampi, lampi di classe, tocchi di genio: dieci, venti, trenta minuti a partita gli bastavano a porsi nel cuore del gioco della sua squadra, al centro del campo a illuminare ogni manovra d'attacco, a far vincere qualsiasi partita, e dimostrare a tutti che un Principe è veramente fuori dal tempo; e grazie a questa genialità ha potuto portare la Mambo a giocarsi la finale del campionato nazionale giovanile, dove decise di giocare per rispetto dell'avversario l'intera gara, mettendo a repentaglio la sua stessa vita: pur in condizioni critiche, solo il gol di Holly all'ultimo minuto (5-4) gli fece perdere una partita, infinita ed epica, resa spettacolare dalle sue tattiche, i suoi lampi di classe, i suoi goal! E quando la malattia sembrava migliorare, ecco le avversità, e gli infortuni: come quello che gli ha impedito di partecipare al successivo campionato nazionale, un cattivo fallo intenzionale di Mark Lenders, per metterlo fuori gioco e non far qualificare la sua squadra. Eppure non desisteva Julian, mai: quando venne comunque convocato dalla nazionale giovanile, si reinventò nella sua visione totale il ruolo di libero col numero 6, come Franco Baresi; ed era decisivo anche in quelle occasioni: come quando entrò a cinque minuti dal termine nella semifinale del campionato World Youth contro l'Argentina, rivoltando completamente la partita e segnando il goal decisivo col suo colpo preferito, la rovesciata! La rovesciata, e poi il flying drive shot, il tiro ad effetto, e poi l'eleganza e la velocità dei gesti tecnici e atletici, la visione profetica...un giocatore completo e unico, nonostante la malattia. E se la malattia lo costringeva a lunghe assenze dal gioco, la sua passione lo portava ancora lì, a bordo campo, a star vicino agli amici con la sua leadership, il suo carisma e la sua sensibilità, e affiancare gli allenatori col suo senso tattico e la sua intelligenza, organizzando la fase difensiva di una squadra che senza di lui perdeva comunque il diamante in grado di raccogliere luce e rifletterla ovunque, sopperendo lui stesso a questa mancanza favorendo la concentrazione, l'attenzione e la determinazione dei compagni, guidando l'applicazione della micidiale trappola del fuorigioco. Smise di giocare presto, Julian: una lotta continua e incompiuta tra passione e malattia, tra il desiderio e la realtà, il campo e gli ospedali...lunghi tempi senza il suo amato pallone, l'inevitabile ridimensionamento delle sue capacità, una discesa nelle categorie minori, e poi eccolo a lasciare il calcio giocato per allenare i bambini, aiutarli a inseguire quel sogno che lui non aveva mai potuto raggiungere. Si sa, i Principi sono grandi anche quando possono sembrare sconfitti, e Julian Ross è davvero "il Principe del calcio", dentro e fuori dal campo, nella sua unica semplicità; a qualcuno questo può apparire frivolo, banale, astrattamente ideale...perché di chi più non si parla ci si dimentica, cade nell'oblio, nel buio della scena; tutt'altro, un vero Principe non ha bisogno di star sotto le luci dei riflettori, le luci della ribalta, di riconoscimenti o corone d'alloro, di regni e investimenti...semplicemente è tale per quello che è, per il suo modo di essere, nella concretezza e semplicità di ogni più piccolo gesto quotidiano: una continua sfida a migliorarsi, per dar luce a tutto quello che fa, per rendere nuovo e originale tutto quello che tocca, per attorniare di bellezza e fascino l'intera esistenza: e la vita di Julian è stata sempre unica e lucente anche quando i riflettori su di lui si sono a poco a poco spenti, e illumina la famiglia, la professione, gli amici, i sogni che continuamente rinascono e si alimentano, tutto quello che lo circonda. Ha intrapreso gli studi di medicina, per aiutare a curare i calciatori e gli sportivi che come lui hanno problemi di salute, e si è laureato con grande merito, grazie all'intelligenza, all'impegno, alla profondità con cui sentiva dentro di sé i temi affrontati...è ora dottore ed esercita la sua professione con la stessa passione e nobiltà con cui inseguiva e trattava il pallone, dicono sia un dottore originale, innovativo, alternativo, la stessa unicità che esprimeva sul campo da gioco, le stesse idee illuminate, lampi di genio; si è anche sposato Jun, non con una velina o una ragazza che ruota attorno ai riflettori dello sport e dello spettacolo, e vive di quella luce riflessa, ma con la sua principessa, Emily, la persona che gli è sempre rimasta vicino e che ha saputo illuminare i suoi momenti bui, una persona lucente, come lui: June ed Emily hanno due bellissimi bambini, Johan e Nathan, semplici, come i loro genitori, giocano spensieratamente a pallone e inseguono i loro sogni, senza troppi falsi idoli a gonfiar loro la testa; si potrebbe anche finire dicendo che vivono felici e contenti in un luogo incantevole, perché così è...però è forse anche ora di tornare alla realtà...perché Julian Ross abita semplicemente il regno della fantasia, quella di un vecchio cartone animato, ormai sparito dalle scene, amato da milioni di ex-bambini affezionati a questo ed altri personaggi...ma anche la mia, che questo personaggio amavo più di ogni altro, e ancora mi affascina...Perché la fantasia, appunto, come i Principi, non finisce quando cala il sipario, quando si spegne la tv, quando si cresce e si intraprendono altre strade...cammina sempre leggera sui bordi del reale, anche della mia realtà...e a volte come un breve lampo ritorna, la incrina, e la illumina: passeggia nella sua semplicità con le mani in tasca Julian, saluta, si toglie gli occhiali e mi stringe la mano; allora mi specchio nella sensibilità dei suoi occhi azzurri, nel loro sorriso di amicizia, nella loro luce unica, e nel tono basso e sicuro della sua voce ascolto affascinato le sue parole, visioni profetiche del mio Principe...

...TO BE CONTINUED...


venerdì 30 marzo 2012

PHILOSOPHY OF FOOTBALL. Street Football

Bisogna tornare a giocare per la strada.
Johan Cruyff

Potremmo immaginare, come in un coinvolgente promo pubblicitario, che un bimbo sbuchi improvvisamente col pallone tra i piedi dai vicoli stretti dei quartieri di una città della vecchia Europa, inseguito dai compagni di gioco che ha appena dribblato, e sfoghi il suo entusiasmo lanciando il pallone al mare tra urla di vittoria...allora tra la povertà delle favelas la stessa palla è raccolta in un palleggio gioioso da un bambino Sudamericano, qualche gioco di prestigio e abilità, e poi un lancio lungo, fino al lontano Oriente...uno stop di petto, una serie di passaggi stretti e veloci tra bimbi dagli occhi a mandorla, fatti in serie, prima di un nuovo lancio, e l'attraversamento di un altro Oceano...tra i grattacieli del Nordamerica una scuola calcio, una bambina in completo da gioco mette giù la palla, mentre aspetta l'esecuzione di uno schema tattico delle compagne, un cross e un tiro al volo...la palla sorvola il mare infinito, tra i cortili polverosi della terra rossa Africana, nell'ora del tramonto, tra stracci e pali piantati nel terreno come porte, un ragazzo nero la afferra, e la rilancia nella mischia dei suoi compagni, e Amici...
Il calcio giocato dai bambini nelle strade delle città, nelle piazze dei villaggi, nei cortili delle scuole, delle case, delle chiese, nei sconnessi campi di periferia, nei verdi prati delle campagne...il calcio silenzioso dei sobborghi nascosti del mondo...il calcio ovunque ci sia qualche oggetto da prendere a calci...è il gioco più bello che ci sia...e quello che ci portiamo sempre e comunque nel cuore, anche da adulti, che ci commuove, che rimpiangiamo, che ci fa scendere ancora in strada!...La Strada...la strada non è più lo stadio, dove si gioca il calcio fatto a misura del consumare, la strada non è un video, della tv, di internet, della play, dove si gioca un calcio virtuale, la strada non è uno spazio pubblicitario, un negozio, dove si gioca un calcio commerciale...la strada è uno spazio, uno spazio qualsiasi...ma uno spazio Aperto, aperto perché ancora rimasto alla libertà, la libertà del gioco! uno spazio reale! Non è vero che il reale si oppone alla fantasia...la fantasia è il cuore e il sangue della cruda realtà, perché lì la realtà si muove, è un movimento, la fantasia la sua spinta...ciò che è artificiosamente reale è invece costruito e confezionato, è fermo, immobile nel suo stanziare, nelle sue stanze...; la strada non è un palazzo di stanze, è un cammino e un movimento...è una realtà fantastica, non una fantasiosa realtà. E il calcio della strada non è il calcio dei palazzi!
Lo street football non ha nulla a che vedere col noto global football, il calcio delle manifestazioni ufficiali, delle immagini mediatiche, dei prodotti commerciali...il calcio globalizzato con tutte le contraddizioni che si trascina dietro! Perché in strada anche Messi può giocare in difesa, e Nesta essere capocannoniere, perché Nesta esegue un numero da Messi, perché in fondo che importano le magliette che si indossano, la fantasia è più che una regola! E allora capita che la Germania non partecipi quasi mai alla Coppa del Mondo, che l'Athletic Bilbao possa vincere la Champions League, e che l'A.C. Liverpool United domini incontrastato il campionato di chissà che paese; oppure che non si finisca neppure la prima partita perché, capita, le "squadre squilibrate", oppure nelle fasi eliminatorie "piove, finiamo la prossima volta", quando la prossima volta in realtà "Andrea (uno dei più bravi) è ammalato..si cambia torneo!"; capita che i milioni del calciomercato siano "pari e dispari", e ci siano raramente i "bidoni", i più scarsi vanno infatti per ultimi, ovviamente; e capita anche che Lorenzo, il telecronista ufficiale, sia un meraviglioso giocatore, e che Luca riesca a riprodurre il boato della curva che esplode ad ogni goal senza che ci sia un solo spettatore! E poi che importa se si hanno le Adidas o le Nike ai piedi, in fondo il più bravo, "il vincitore è semplicemente uno che non ha mai mollato", e il più bravo lo è anche con le sue scarpe di tela bucate, anche scalzo; ed è anche quello che non vedremo mai nella massime competizioni! Perché il calcio della strada ha una storia diversa dalla storia del calcio...anzi, una storia che cambia di volta in volta, e cambia le sue regole, ogni volta unica; così "più siamo, meglio è", oppure "siamo in pochi, usiamo una porta sola, portiere unico...partita o tedesca?"; portiere spesso rimediato tra i "volontari", raccattato tra i più scarsi, perché se "sei scarso, vai in porta", o ricattato tra gli ultimi "posso giocare anche io? Si, vai in porta!"; che importa infatti il numero di giocatori e i ruoli...pari contro dispari, pari e pari, dispari e dispari..."Stefano deve andare a fare i compiti, giochiamo uno in meno"...e poi cambi volanti, portieri volanti, "io fisso in attacco...tu libero, in tutti i sensi"! che importa poi chi sono i giocatori, certo, magari se "sei antipatico, non ti passo la palla", però se si vince si è tutti contenti, magari bianchi, rossi, gialli o neri è diverso, ma se "la butta dentro" allora ogni ideologia trasmessa dalla falsa cultura cade; che importa della palla...cuoio, plastica, spugna...oppure anche un pallone vecchio, sgonfio e bucato, una bottiglia di plastica, un tappo! che importa il campo...erba, cemento, polvere, pochi metri o centinaia! che importa la porta...due sassi, due stracci, due paletti, tanto che sempre "goal...no, fuori...no, traversa" e la palla dopo mezz'ora di discussioni e misurazioni è ancora là in fondo...o se va bene tre pali senza rete, con rete bucata, con rete normale, tanto i "goal-no goal" ci sono comunque! che importa della partita...uno due o tre tempi, supplementari o rigori, "chi arriva per primo a dieci", oppure il classico "chi segna l'ultimo vince!"...tanto l'arbitro non c'è, non sia mai, e allora "devo andare via", oppure di solito fischia solo sul finire della giornata per dire che "è pronta la cena"; e allora con arbitri del genere spesso "vale tutto", tra simulazioni ingloriose degne del miglior tuffatore, rigori e punizioni inventati, contrasti da incontro di lotta e clamorose ingiustizie; a volte qualcuno si fa male sul serio, a volte ci si prende a parole, a volte anche scatta la rissa...perché spesso non c'è quel astratto fair play a cui si è dovuti ricorrere nel mondo degli interessi, che è in realtà molto far dal play...ma ci sono, al di là di ideologie e immagini trasmesse, amicizie che nascono e altre che non nascono mai, altre che crescono e si rinsaldano, altre ancora che spariscono e si rovinano, com'è il normale corso del mondo, la cruda realtà! Perché nella fantasia della Strada c'è la cruda realtà, una visione del mondo, una rappresentazione della propria esistenza, la vera filosofia del football: dove si lascia parlare la voce degli uomini e dei loro mondi, dove la terra, la più dicente, concede la sua ricchezza e il cielo, sempre diverso, sempre lo steso cielo, racconta dei loro sogni e fantasie, e tra questi, al di là degli edifici della fantasiosa realtà, si ode ancora la voce della strada, la realtà fantastica, di un gioco divino. E chissà allora che non sia già tutto il mondo irrimediabilmente sommerso dal global football, chissà che si possa davvero tornare a giocare per la strada, chissà che quei bambini che giocano festanti in tutte le parti del mondo non siano solo l'immagine di un coinvolgente promo pubblicitario!
Tommy

 

Followers

TRANSLATE

COPYRIGHT

I contenuti presenti sul blog "PHILOSPORT Philosophy of Sport" dei quali è autore il proprietario del blog Tommy Dal Santo, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti perché appartenenti all'autore stesso. È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti in qualsiasi modo o forma. È vietata la pubblicazione e la redistribuzione dei contenuti non autorizzata espressamente dall'autore.
Copyright © 2012 PHILOSPORT Philosophy of Sport di Tommy Dal Santo. Powered by Blogger.

GIVE

Visitors

free counters

STATS